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Gesù pane del cielo

per l'uomo della terra

XIX Domenica del T.O. (B)

a cura di Franco Galeone *

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Henryk Siemiradzki (attrib.), Ultima cena, XIX-XX sec.

1. Dio manifestò la sua presenza agli ebrei nel deserto soprattutto attraverso due segni, essenziali per la vita terrena: il pane venuto dal cielo (la manna) e l’acqua fatta scaturire dalla roccia (I lettura). Anche Gesù manifesta la sua presenza a noi, popolo in cammino attraverso due segni, essenziali per la vita eterna, che non sono solo indicativi ma anche efficaci: il suo corpo e il suo sangue. Il pane eucaristico segue le leggi del pane casalingo: il pane acquista significato perché qualcuno lo prepara, lo guadagna, lo offre, lo mangia; dando il pane, i genitori in qualche modo dicono anch’essi: “Questo pane è la mia carne data per i miei figli”. Anche Gesù dà al pane un significato ed una realtà tutta nuova. Mangiare il pane di vita significa credere in Gesù, unirsi a lui, diventare una cosa sola con lui (vangelo).

Basta, Signore, prenditi la mia vita!

2. Fanno impressione queste parole disperate sulla bocca del profeta Elia, il profeta “le cui parole bruciavano come una torcia” (Sir 48). Dopo avere confuso i sacerdoti di Baal sul monte Carmelo, ora crolla; sembrava un gigante e invece le minacce di una donna lo spaventano fino alla morte. Getta la spugna. Basta con tutti, anche con Dio! Lui che aveva risuscitano una ragazza, ora desidera solo morire. Anche se porta il nome impegnativo di Elia, che significa “Il mio Dio è IHWH”, ora si sente un uomo fragile come tutti; era stato mandato da Dio a convertire gli altri, e ora si accorge di essere un peccatore come tutti: “Io non sono migliore dei miei padri”. La crisi di Elia è anche la nostra crisi. Anche noi abbiamo conosciuto l’euforia del successo; ma dopo ci cade addosso lo smarrimento. C’è sempre un dopo. Dopo “osanna”, ci gridano “crucifige”. E se anche non ci cade addosso la grande crisi, possiamo soffrire la crisi della monotonia, della noia, del “non cambia mai nulla!”. Ieri ci sentivamo trasfigurati nella gioia del Tabor, il giorno dopo ci sentiamo sfigurati dal terribile quotidiano. Come uscirne? Ad Elia furono sufficienti una focaccia e un orcio d’acqua. E a noi? Se riflettiamo con fede, l’aiuto del Signore è la stessa crisi, è la “visita” del Signore. Sembra incredibile, ma la salvezza viene dalla stessa crisi, perché questa ci obbliga a fare un salto di qualità, a crescere nella fede, a scegliere il Signore, abbandonando tutti quei giocattoli religiosi che riempiono la nostra vita. “Quando ero bambino parlavo da bambino …”.

Nessuno ha visto il Padre

3. Dobbiamo ricordare queste parole a chi presume di parlare di Dio, di organizzare una “societas christiana” teocratica, insomma di fare del Dio di Gesù un Dio conosciuto. Noi non conosciamo Dio; egli non è oggetto “adeguato” della nostra mente. Noi somigliamo tanto a quei pesci “chiusi” in un piccolo acquario e ci crediamo padroni e conoscitori dell’universo! Il velo misterioso che ci separa dal Dio “velatus” è squarciato solo in un punto: nella vita e nella parola di Gesù, il rivelatore del Dio misterioso! Ma attenzione! Gesù ci rivela il Padre ma sempre nelle forme immanenti a noi compatibili!

4. La mente umana può pensare solo mediante un processo di oggettivazione o di cosificazione. Ne consegue che il Trascendente, quando entra nell'ambito della nostra immanenza, diventa oggetto, cosa, quindi noi non conosciamo più Dio, ma la sua oggettivazione costruita dalla nostra mente. Anche se a tale oggettivazione diamo titoli solenni, divini appunto, come Infinito, Onnipotente, Assoluto, Eterno, Immortale, Parola di Dio… In realtà, questi titoli esprimono non Dio in sé, ma nostre rappresentazioni, le nostre oggettivazioni del Trascendente. È quello che P. Ricoeur ha definito il processo di conversione diabolica in virtù del quale il Trascendente, nell'oggettivarsi nella nostra mente, degenera in cosa. A partire dalla nostra immanenza, possiamo pensare solo realtà immanenti, anche se rappresentiamo l'immanente mediante l'utilizzo di miti, teofanie, cratofanie e di titoli solenni o spaventosi. Queste rappresentazioni di Dio in realtà sono solo fenomeni culturali, che - come tutti gli organismi biologici - conoscono la nascita, lo sviluppo, la morte. È il caso delle più antiche religioni del mondo, quella mesopotamica e quella egizia. Nonostante questi limiti invalicabili, cercare Dio, però, non è mai inutile.

Il pane e l’acqua, per andare avanti!

5. Significativa diventa l’immagine di Elia che nel suo viaggio sente di non farcela più: la focaccia e l’orcio di acqua, questi due alimenti semplici, sono un segno della povertà con cui Dio ci viene incontro. Dio non va incontro a Elia su un cavallo veloce o su una carrozza dorata. Oggi la logica dei mezzi ha sopraffatto la logica dell’amore. L’amore è forte di se stesso, è capace di inventare. Nella logica evangelica la preferenza per i mezzi poveri non nasce da mania di pauperismo, ma dalla premura di salvare il primato dell’amore, per cui, anche quando vengono a mancare i mezzi, l’amore resta, vive di sé, riesce ad andare avanti. Il credente ha solo questo mezzo povero: la parola, la testimonianza di Gesù. Si possono dissolvere le tante certezze teologiche apprese in lunghi anni di studio, le tante sicurezze fondate sull’appartenenza ad una istituzione bimillenaria, i tanti maestri più o meno carismatici che hanno segnato la nostra educazione religiosa. Cosa ci rimane del nostro viaggio? Un orcio d’acqua, una focaccia scaldata, questo cibo elementare; la parola, la testimonianza di Gesù. È una esperienza beatificante: mentre si corrompono le basi conoscitive sulle quali siamo vissuti, ecco che sotto ritroviamo la radice viva della parola di Gesù, pura, sicura, sine glossa. E allora anche lo scoraggiamento diventa grazia di Dio. Sì, davvero tutto è grazia!
Pane del cielo, per l’uomo in cammino …

6. Per comprendere meglio il pane eucaristico, basterà riflettere sul pane casalingo offerto dai genitori ai figli. Il pane acquista significato perché qualcuno lo ha fabbricato, qualcuno lo ha guadagnato, qualcuno lo mangerà. I genitori procurano il pane, il cibo, i vestiti, con il proprio lavoro; essi diventano pane di vita per i loro figli, non soltanto perché hanno dato loro la vita, ma perché, in qualche modo, sono continuamente “mangiati” dai loro figli. Dando il pane, frutto del loro lavoro, il padre e la madre possono in qualche modo dire: “Questo pane è la mia carne data per i miei figli”. Come i genitori e i figli possono dare al pane un significato così profondo, così anche Gesù ha voluto dare al pane un “significato” e una “realtà” tutta nuova: mangiare il pane eucaristico diventa il segno efficace della sua intima presenza e comunione con coloro che in lui credono. L’esperienza serena del pasto familiare e la scoperta dei suoi significati umani sono la strada più semplice e, catechisticamente, più valida per una comprensione ricca ed autentica dell’Eucaristia. Mangiare il pane di vita significa credere in Gesù, unirsi a lui per essere una sola cosa con lui. Sotto i segni del pane e del vino condivisi, Gesù si rende presente a noi e ci dà la possibilità di vivere in lui.

Un senso per vivere!

7. Elia, il grande profeta di Israele, che sfiduciato fugge nel deserto e invoca la morte, mi suggerisce qualche riflessione sulla necessità di avere un senso, un ideale, una bandiera nella vita, per vivere bene! L’uomo ha bisogno di un pezzo di deserto in cui rifugiarsi per ritrovare se stesso, non per rimanerci, ma per scoprire il senso della vita, e uscirne con una speranza nuova. L’uomo è continuamente teso a scoprire i segreti della natura; in realtà però ciò che maggiormente lo sconcerta è la sua stessa esistenza; non sono tanto il macrocosmo né la microfisica a meravigliare con angoscia esaltante l’uomo di oggi, quanto l’ineludibile interrogativo: “Io, chi sono?”. L’uomo ha il privilegio di interrogare se stesso, può stupirsi delle cose e sa della sua meraviglia. Questa interiore riflessione caratterizza e insieme isola l’uomo nell’universo; questa “regale solitudine” dell’uomo ha suggerito all’autore biblico una riflessione antropologica profonda, anche se scarna: “L’uomo impose nomi a tutto il bestiame, ma l’uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile” (Gn 2,20). Quest’uomo, re del creato, dappertutto incontra ossequiente sottomissione, ma non trova risposta: la sua signoria nel mondo è anche inquieta solitudine. L’uomo è il senso della terra, ha scritto Nietzsche, ma il senso dell’uomo qual è?

Un significato nella vita, per “super-vivere”

8. L’umanesimo medioevale camminava all’insegna della trascendenza, ovunque presagita ed annunciata: tentare di vivere fuori dalla chiesa era semplicemente temerario; perciò il volo di Ulisse era sempre folle, perché di prevaricatore, tanto che il mare si chiuse sull’ardito legno, e la montagna del mistero restò inviolata. Secondo l’umanesimo attuale, invece, l’esistenza non si svolge più nel solco rassicurante della vocazione trascendente: è percepita nel gioco complesso e sconcertante delle forze storiche, che non sempre riesce a decifrare, e meno ancora a dominare. A volte quest’uomo ha l’impressione di recitare una parte che “altri” hanno composto per lui, imposto a lui, parte che egli sente estranea ed assurda. “È assurdo che siamo nati, è assurdo che moriamo. Partoriamo a cavallo di una tomba. Il giorno splende un istante, ed è subito notte” (S. Beckett). E Sartre ne indica la motivazione profonda: “L’uomo è una passione inutile”. Eppure quest’uomo, che colleziona sconfitte e ferite, non desiste dall’organizzare speranze; quest’uomo, geloso del suo pianto e sconfitto da domande sempre aperte, ha compreso che oggi non basta “vivere”: rischierebbe di “sopravvivere”; gli occorre “supervivere”, grazie a un senso, a una fede, a un valore. Se la vita perde significato, l’uomo diventa disperato: significato e speranza sono saldati e conducono alla gioia di vivere. In una lettera alla principessa Maria Bonaparte, S. Freud così scriveva: “Nel momento in cui ci si interroga sul senso, sul valore della vita, si è malati”. Personalmente ritengo che tale interrogativo è degno dell’uomo! Nessun animale si pone il problema del senso della sua esistenza. Il problema, che sta dietro alle domande spesso irrise, quasi fossero da lasciare agli adolescenti o alle donne o ai preti, è: Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? Cosa mi aspetta dopo la morte? Siamo davvero pacchi senza valore, che l’ostetrico spedisce al becchino? Possiamo dare un significato alla vita?

Gesù: umano fino al miracolo!

9. La prima cosa che questo vangelo di Giovanni sottolinea in questo brano è che Gesù era un essere umano. La gente lo vedeva e lo sapeva: aveva il padre e la madre, come tutti gli esseri umani. Questo è uno dei grandi temi del IV Vangelo: consolidare fermamente l’umanità di Gesù. Perché, quando fu scritto questo vangelo, già avevano consistenza alcuni dei movimenti gnostici che questo vangelo si propone di combattere. Il pericolo degli gnostici non stava nel fatto che negavano la divinità. Al contrario: quello che negavano era l’umanità di Gesù. Per gli gnostici, Dio era così trascendente che era incompatibile con la materia, con la carnalità, con la corporeità. Il Vangelo in questo vede un pericolo per la fede, il pericolo che la divinità occulti l’umanità: Gesù – dicono gli gnostici - è così soprannaturale e celeste che non è un essere umano. Ebbene, allora capita che non solo deformano Gesù, ma che anche ed inevitabilmente deformano Dio. Tutti quelli che pensano che per avvicinarsi a Dio bisogna allontanarsi dall’umano, hanno deformato Dio e Gesù. La strada per avvicinarsi a Dio è quella che Dio ha fatto per avvicinarsi all’uomo: umanizzarsi. Non c’è altra strada. Questa strada ci fa paura. Perché i nostri istinti di “divinizzazione” sono più forti della semplicità propria dell’umano.
Buona vita!

* Gruppo biblico ebraico-cristiano

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