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Che bisogno abbiamo

della Resurrezione?


Anba Epiphanios, abate del monastero di San Macario a Wadi al-Natroun nel deserto occidentale dell'Egitto, è stato ucciso il 29 luglio 2018.

Per ricordarlo pubblichiamo l'omelia della notte di Pasqua,
12 aprile 2015

Nella Prima lettera ai Corinzi, il nostro maestro Paolo Apostolo si dilunga sulla Resurrezione del Signore Gesù. Si tratta del capitolo di cui una metà viene letta nella Divina Liturgia del Sabato della Gioia[1] e l’altra metà nella Liturgia della veglia pasquale. San Paolo inaugura il capitolo dicendo:
Vi rendo noto, fratelli, il vangelo che vi ho annunziato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi, e dal quale anche ricevete la salvezza, se lo mantenete in quella forma in cui ve l’ho annunziato. Altrimenti, avreste creduto invano! Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture (1Cor 15,1-4)
Il primo sintagma verbale, “vi rendo noto”, porta in sé una sfumatura di rimprovero perché poco dopo l’autore dirà ai destinatari della lettera: “Ritornate in voi, come conviene, e non peccate! Alcuni infatti dimostrano di non conoscere Dio; ve lo dico a vostra vergogna” (1Cor 15,34).
“Cristo morì per ὑπέρ i nostri peccati secondo le Scritture”, nel senso che Cristo è morto per togliere i nostri peccati, come si evince dalla lettera ai Galati (1,4): “Il quale ha dato se stesso per i nostri peccati, per strapparci da questo mondo perverso, secondo la volontà di Dio e Padre nostro”. Tuttavia, differisce dal versetto che riscontriamo nella lettera ai Romani il cui senso è piuttosto che egli è morto a causa dei nostri peccati (Rm 4,25): “Il quale è stato messo a morte per διὰ i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione”.
“Morì per i nostri peccati secondo le Scritture” onora la testimonianza degli scritti ispirati più che la visione oculare. L’Apostolo Paolo, in questo versetto, fa riferimento ad alcuni passi dell’Antico Testamento come Is 12,53 (“Perciò io gli darò in premio le moltitudini, dei potenti egli farà bottino, perché ha consegnato se stesso alla morte ed è stato annoverato fra gli empi, mentre egli portava il peccato di molti e intercedeva per i peccatori”) e Sal 22,15 LXX (“Si è seccata come un coccio la mia forza, la mia lingua si è incollata al palato, su polvere di morte mi hai deposto”).
Ciò ci ricorda le parole che il Signore rivolse ai discepoli nella stanza superiore: “Poi disse: «Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture” (Lc 24,44-45).
Da questa breve premessa, capiamo qual è questo Vangelo che l’Apostolo ha annunziato ai corinzi, questo Vangelo dal quale dipende la loro salvezza, senza il quale essi non possono salvarsi. È evidente, da quanto scrive, che il cuore della sua predicazione è stata la morte del Signore e la sua resurrezione dai morti.

Che bisogno c’è della Resurrezione?

Successivamente, l’Apostolo Paolo affronta un problema diffuso nella chiesa di Corinto e cioè la mancanza di fede di alcuni nella resurrezione, in generale, e di conseguenza nella resurrezione del Signore Gesù. Scrive:
Ora, se si predica che Cristo è risuscitato dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti? (1Cor 15,12)
C’era gente nella Chiesa primitiva che, malgrado credesse nel Signore Gesù, dubitava della sua resurrezione. In altro senso: “Crediamo che il Signore Gesù è morto per noi sul legno della Croce, e che con la sua morte abbiamo tutti ottenuto la salvezza. Che bisogno c’è, allora, di riconoscere la sua resurrezione e a cosa ci serve la resurrezione del Signore? Non basta la morte del Signore a rimettere i nostri peccati?”. Si noti che la resurrezione dei morti era messa in dubbio dalle genti come si evince dal discorso di san Paolo sull’Areòpago:
Quando sentirono parlare di risurrezione di morti, alcuni lo deridevano, altri dissero: «Ti sentiremo su questo un’altra volta». Così Paolo uscì da quella riunione. Ma alcuni aderirono a lui e divennero” (Atti 17,32). Lo stesso accadde quando si intrattenne con il re Agrippa: “Perché è considerato inconcepibile fra di voi che Dio risusciti i morti? (Atti 26,8).
Chiarendone la gravità, l’Apostolo Paolo replica così alla mancanza di fede nella resurrezione dai morti:
Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato! Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede. (1Cor 15,13-14).
Eccoci chiarito il motivo dell’insistenza sulla verità della resurrezione del Signore. Senza resurrezione non c’è salvezza. Domanda: la morte del Signore non bastava a ottenere la salvezza? L’Apostolo risponde che se non crediamo alla resurrezione la predicazione degli apostoli è vana e così anche la nostra fede. Per capire questo punto, per capire fino in fondo il nostro bisogno della resurrezione del Signore, dobbiamo andare indietro, fino all’inizio della creazione, al momento della caduta dei nostri progenitori e alle sue conseguenze.

Adamo e la caduta

Prima ancora che peccasse, Dio avvertì Adamo che, se gli avesse disobbedito e avesse mangiato dall’albero della conoscenza del bene e del male, sarebbe morto. Nell’emettere questa sentenza Dio non mentiva. Perciò Adamo ed Eva furono scacciati dal Paradiso e furono condannati a morire. Che cos’è, infatti, la morte da una prospettiva spirituale? Non è forse la separazione dell’uomo da Dio, fonte della sua vita? Estraniandosi l’uomo dal volto di Dio, a causa del peccato, la morte è entrata nella sua esistenza: morte spirituale, prima, morte fisica, poi.
Il Signore Dio diede questo comando all’uomo:
Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti. […] Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai! (Gen 2,16-17; 3,19).
Nello spiegare le conseguenze della caduta di Adamo, l’Apostolo dice:
Quindi, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato (Rm 5,12).
È chiaro da questo discorso che il peccato di Adamo ha attirato su di lui la morte e così la morte stessa è passata a tutta la creazione. La conseguenza inevitabile di ciò è che l’uomo ha bisogno di risorgere da quella morte che era penetrata nel suo essere, schiavizzando la sua vita, se di vita si può parlare.
“Il Signore dal cielo si china sugli uomini per vedere se esista un saggio: se c’è uno che cerchi Dio. Tutti hanno traviato, sono tutti corrotti; più nessuno fa il bene, neppure uno” (Sal 14,2-3). Se tutti hanno traviato e tutti sono corrotti, sono vivi? Ovviamente sono morti perché hanno traviato, si sono sviati dalla sorgente della vita e sono stati invasi dal principio della corruzione, cioè la morte. I morti hanno dunque bisogno nient’altro che il Signore Creatore realizzi in loro una nuova creazione facendo scorrere nel loro essere una nuova vita che li faccia ritornare di nuovo vivi.
O Dio grande ed eterno, tu che hai plasmato l’uomo senza corruzione (cioè per l’eternità), hai distrutto la morte che era entrata nel mondo per l’invidia del Diavolo, per mezzo della vivificante venuta del tuo unigenito Figlio, nostro Signore, Dio e Salvatore Gesù Cristo (Orazione della riconcilliazione, Liturgia di san Basilio)

Risorti con Cristo

“Anche voi eravate morti per le vostre colpe e i vostri peccati […] Da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo: per grazia infatti siete stati salvati” (Ef 2,1.5).
Ecco il grande beneficio della Resurrezione: siamo risorti con Cristo dopo essere stati morti a causa delle colpe e dei peccati. Non credere alla resurrezione del Signore dai morti significa che siamo ancora nel nostro peccato:
“Ma se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. E anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti” (1Cor 15:17-18; “morti in Cristo”, cioè morti in comunione e unione con Cristo).
Poi l’Apostolo spiega il rapporto che intercorre tra la resurrezione del Signore Gesù e la nostra: “Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti, primizia ἀπαρχή di coloro che sono morti” (1Cor 15,20). Il giorno successivo al sabato della settimana in cui cade la Pesach inizia la festa delle primizie e dopo cinquanta giorni cade la Pentecoste. Cristo è dunque la primizia e dopo di lui gli altri frutti. La primizia è dello stesso tipo degli altri frutti. Così, Adamo era la primizia del genere umano. Per capire il senso del termine “primizia” torniamo al Levitico dove si legge:
Queste sono le solennità del Signore, le sante convocazioni che proclamerete nei tempi stabiliti. Il primo mese, al quattordicesimo giorno, al tramonto del sole sarà la pasqua del Signore […] Il Signore aggiunse a Mosè: «Parla agli Israeliti e ordina loro: Quando sarete entrati nel paese che io vi do e ne mieterete la messe, porterete al sacerdote un covone, come primizia del vostro raccolto; il sacerdote agiterà con gesto rituale il covone davanti al Signore, perché sia gradito per il vostro bene; il sacerdote l’agiterà il giorno dopo il sabato. Quando farete il rito di agitazione del covone, offrirete un agnello di un anno, senza difetto, in olocausto al Signore. L’oblazione che l’accompagna sarà di due decimi di efa di fior di farina intrisa nell’olio, come sacrificio consumato dal fuoco, profumo soave in onore del Signore; la libazione sarà di un quarto di hin di vino. Non mangerete pane, né grano abbrustolito, né spighe fresche, prima di quel giorno, prima di aver portato l’offerta al vostro Dio. È una legge perenne di generazione in generazione, in tutti i luoghi dove abiterete. Dal giorno dopo il sabato, cioè dal giorno che avrete portato il covone da offrire con il rito di agitazione, conterete sette settimane complete. Conterete cinquanta giorni fino all’indomani del settimo sabato e offrirete al Signore una nuova oblazione (Lv 23,4-5; 9-16).
San Cirillo il Grande commenta questo brano dicendo:
Gesù Cristo è uno, e tuttavia è descritto come un covone abbondante, e davvero lo è, perché contiene in sé tutti i fedeli mediante un’unione spirituale. Altrimenti, come potrebbe dire il beato Paolo che «con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli»? (Ef 2,6) Poiché si è fatto uno di noi, gli siamo divenuti concorporei (Ef 3,6) e abbiamo ricevuto un’unione con lui secondo il corpo. Per questo diciamo che siamo tutti una sola cosa in lui […] Dice che bisogna portare il covone all’indomani del primo giorno [degli azzimi], cioè il terzo giorno [dall’immolazione dell’agnello]. Cristo infatti è risorto il terzo giorno, e in esso è anche salito ai cieli […] Quando nostro Signore Gesù è risorto compiendo l’offerta di se stesso davanti a Dio Padre come primizia degli uomini, proprio allora gli abissi del nostro essere sono stati trasformati a nuova vita (Glaphyra in Numeros)
Poiché tutti siamo morti in Adamo e tutti abbiamo riottenuto la vita per mezzo della resurrezione di Cristo dai morti:
“Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo” (1Cor 15,21-22).
Se l’incarnazione, dunque, avesse avuto come semplice funzione la remissione dei peccati, non avremmo avuto bisogno di una nuova creazione e, tutt’al più, avremmo recuperato l’immagine di Adamo prima della caduta. Ma il Vangelo ci dice che, attraverso la resurrezione del Signore dai morti, diventeremo a immagine di lui, perché diventeremo celesti, dopo essere stati terrestri. Così scrive l’Apostolo:
Così ancora è scritto: il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l’ultimo Adamo divenne spirito datore di vita. Non vi fu prima il corpo spirituale, ma quello animale, e poi lo spirituale. Il primo uomo tratto dalla terra è di terra, il secondo uomo viene dal cielo. Quale è l’uomo fatto di terra, così sono quelli di terra; ma quale il celeste, così anche i celesti. E come abbiamo portato l’immagine dell’uomo di terra, così porteremo l’immagine dell’uomo celeste (1Cor 15,45-49).
Risorgendo insieme al Signore, dunque, non ritorneremo solamente alla prima immagine secondo la quale Adamo fu creato ma acquisteremo l’immagine del Signore risorto dai morti, il quale morì a causa dei nostri peccati e risuscitò per la nostra giustificazione.
E al nostro Signore sia gloria sempiterna. Amen.

anba Epiphanius
vescovo e abate del monastero di san Macario il Grande (Scete, Egitto)
discepolo di abba Matta El Meskin
omelia della notte di Pasqua, 12 aprile 2015
traduzione a cura di Natidallospirito.com

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