Trasmettere

una parola generativa

Sorella Francesca - Bose

8 agosto

1 In quel tempo alcuni farisei e alcuni scribi, venuti da Gerusalemme, si avvicinarono a Gesù e gli dissero: 2«Perché i tuoi discepoli trasgrediscono la tradizione degli antichi? Infatti quando prendono cibo non si lavano le mani!». 3Ed egli rispose loro: «E voi, perché trasgredite il comandamento di Dio in nome della vostra tradizione?
4Dio ha detto: Onora il padre e la madre e inoltre: Chi maledice il padre o la madre sia messo a morte.
5Voi invece dite: «Chiunque dichiara al padre o alla madre: Ciò con cui dovrei aiutarti è un'offerta a Dio, 6non è più tenuto a onorare suo padre». Così avete annullato la parola di Dio con la vostra tradizione.
7Ipocriti! Bene ha profetato di voi Isaia, dicendo:
8Questo popolo mi onora con le labbra,
ma il suo cuore è lontano da me.
9Invano essi mi rendono culto,
insegnando dottrine che sono precetti di uomini».
Mt 15,1-9

Onorare, rendere onore a qualcosa, per qualcuno sembra un termine fuori moda. Eppure Gesù attraverso il suo insegnamento lo rende vitale e attuale. Onorare significa considerare degno, portare rispetto, e dovrebbe aprire ad un atteggiamento di gratitudine. In ebraico il termine “kabbed” significava appunto tutela e rispetto, venerazione per Dio così come per i propri genitori che si esprimeva anche concretamente con il loro sostentamento.
Spesso oggi lamentiamo il fatto che non c’è onore, non c’è rispetto per le cose e per le persone, neanche per la propria persona. Già Gesù aveva denunciato questa mancanza come qualcosa di capitale che va a toccare le nostre origini, le nostre radici.
Il testo si trova nei capitoli dedicati alle controversie con i farisei e gli scribi. Gesù fa notare la loro chiusura, il loro sguardo gretto e meschino nel contrapporsi e mettersi a confronto con i discepoli andando così a annullare la veridicità della legge di Dio che sorpassa la tradizione degli antichi. Gesù rimprovera i suoi interlocutori di trasgredire il comandamento del Padre per aderire alla “vostra” tradizione, alla prassi, ai ritualismi che sono precetti di uomini ma che si discostano dall’amore di Dio. “E voi perché trasgredite il comandamento di Dio in nome della vostra tradizione” (v.3). Spesso è il nostro attaccamento alla tradizione che offusca il significato profondo delle azioni per il quale vale la pena essere dei trasmettitori di generazione in generazione. La nostra abitudinarietà che si fossilizza perde il suo senso e rende vuota l’azione generatrice. La tradizione invece ha senso se sa trasmettere la parola dell’in-principio, la parola generativa per la quale è nata. E nel decalogo è chiaro che la parola prima di Dio riguarda l’amore, il rispetto per l’uomo.
Gesù prende come esempio il comandamento “onora il padre e la madre”, “Chi maledice il padre e la madre sia messo a morte”; nel decalogo si aggiunge “perché si prolunghino i tuoi giorni e tu sia felice” (cf. Es 20,12; Dt 5,16). Vi si legge un rispetto per la propria origine troppo esigente per l’uomo e così egli trova una scappatoia per andare incontro ai suoi bisogni: offrire i propri beni a Dio al tempio in sostituzione del sostegno ai genitori (“Ciò con cui ti dovrei aiutare è offerto a Dio, non è più tenuto a onorare suo padre o sua madre”). Alla parola “Dio ha detto”… Gesù ribatte “Voi invece dite”: l’uomo con la sua tradizione rende nulla la legge di Dio. Quello che è un comandamento di amore diventa una semplice prassi da seguire per assecondare la propria individualità, e credere di sentirsi più liberi.
Da questo atteggiamento nei confronti della tradizione nasce l’ipocrisia, la divisione tra cuore e labbra. Il cuore, sede dell’intelligenza, della sapienza, della personalità ha nelle labbra la sua espressione. Questa può essere falsata se il cuore non è puro. “È dal cuore che si discerne ciò che genera vita o morte, bene o male, puro o impuro”.