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Le Chiese e l’economia

Brunetto Salvarani

Un’edizione coraggiosa, quella appena conclusa del tradizionale appuntamento di mezz’estate del Segretariato Attività Ecumeniche (SAE). Non solo e non tanto perché portare avanti le istanze del popolo del dialogo in un contesto sociale come quello italiano di questi mesi affannati risulta tutt’altro che spontaneo, dato indubbio, ma soprattutto per il tema scelto, delicato e ostico di suo: Le Chiese di fronte alla ricchezza, alla povertà e ai beni della terra.
Si trattava, dunque, sulla scorta di un suggestivo richiamo autobiografico paolino («So essere nell’indigenza, so essere nell’abbondanza», Fil 4,12), di fare i conti con l’economia, elemento tanto pervasivo quanto imperscrutabile della nostra vita quotidiana. Mentre il suo rapporto con i mondi religiosi, inoltre, appare evidente ma anche ambiguo, e spesso più opaco che trasparente.
Ecco il motivo per cui, al SAE, si è correttamente deciso che questa sarebbe stata la prima tappa di un percorso destinato a protrarsi fino alla prossima estate, alla sessione 2019. Con questa sessione l’associazione fondata ancor prima del Vaticano II da Maria Vingiani, reduce dall’assemblea straordinaria di aprile finalizzata ad una revisione statutaria che ne ha ribadito il carattere laicale e la vocazione a sviluppare la cultura del dialogo, ha infatti aperto un’agenda coraggiosa e in parte inedita con l’apporto di voci cristiane delle più diverse confessioni, ebraiche e diversamente credenti.
Era la 55ª edizione e, come al solito, ha rappresentato una cartina di tornasole preziosa per fare il punto sul movimento ecumenico nazionale, in particolare su quello di base, che opera nelle Chiese locali e, pur senza i riflettori dei grandi media, sta attraversando una stagione abbastanza consolante.
Si è svolta, come da un triennio a questa parte, in una location classica per appuntamenti simili, la Domus Pacis di Santa Maria degli Angeli/Assisi, dal 29 luglio al 4 agosto, con circa duecento partecipanti giunti da tutt’Italia, in un clima sereno e positivo, con tanta voglia di incontrarsi e di raccontarsi.
Non sono mancati momenti esterni: ad Assisi, martedì 31, una preghiera mattutina alla basilica di San Francesco e due interventi sul tema economia e finanza al Monte Frumentario, antico istituto nato per rispondere alle esigenze creditizie degli agricoltori; e, sempre martedì, i Vespri ortodossi celebrati al santuario di Rivotorto.

Povertà e ricchezza: problema antico

Molti, dunque, gli stimoli offerti dalle giornate del SAE. Il primo dei quali, probabilmente, è stato l’invito a leggere, a studiare, a informarsi, decostruendo la vulgata secondo cui dai problemi dell’economia non ci si possa che difendere, come da attacchi demoniaci di fronte ai quali ci si sente forzatamente impotenti. Anche per questo, rinuncio a tentare di fornire un resoconto puntuale degli intensi lavori (rimandando al riguardo al volume degli atti, pronto fra qualche mese come da felice abitudine), limitandomi a riportare alcuni degli spunti emersi, in plenaria ma anche nei laboratori, con l’intento di condividere almeno il clima generale della sessione. A partire dalla riflessione biblica introduttiva, affidata al presidente del SAE, Piero Stefani, che ha preso le mosse dalla doppia immagine biblica della spiga rigogliosa e della spiga gracile.
A suo parere, il nostro mondo è riflesso in qualche modo in quella doppia immagine: non solo a livello planetario ma anche nella società italiana, in cui oltre quindici milioni di persone sono in stato di povertà.
E non c’è solo una povertà materiale con cui confrontarsi, ma anche quella culturale. Se i presenti alla sessione non possono dirsi poveri, tuttavia «il movimento ecumenico rappresenta una piccola realtà rispetto al mondo», sia per dimensione quantitativa sia come capacità di incidere sulla realtà globale: «Da decenni l’ecumenismo propone una triade che fa da sfondo anche al nostro incontro: giustizia, pace, salvaguardia del creato. È un impegno perseguito con costanza e sincerità, ma quanto ha influito sulla situazione del mondo? Quanto ha cambiato gli stili di vita e le mentalità?».
Sussiste una difficoltà delle Chiese storiche, almeno in Occidente, di essere punti di riferimento vivi per la maggioranza delle persone in un panorama di comunità ecclesiali sovente poco sensibili, se non addirittura avverse all’ecumenismo.
Cristiane e cristiani sono chiamati, secondo il biblista ferrarese, «ad aver fiducia nell’azione dello Spirito, ma anche a essere consapevoli che i chicchi di frumento non hanno in loro stessi la capacità dicrescita del granello di senape simbolo del regno».
L’immagine delle due spighe desunta dai sogni del faraone nel libro del Deuteronomio richiama l’interpretazione di Giuseppe e le sue scelte politiche come viceré d’Egitto. Una storia che, secondo Stefani, svela la complessità della materia: «La Bibbia, quando prende in considerazione l’ambito della politica economica, mostra aspetti ambivalenti legati a complessità di situazioni che, per quanto solo narrative, sono accostabili a circostanze reali nelle quali si è di frequente costretti ad assumere scelte opinabili anche nel caso in cui siano mosse da rette intenzioni». Come si è sottolineato in parecchi degli interventi assisiati, quello di ricchezza e povertà, in realtà, è un tema antico, presente fin dal sorgere delle prime comunità cristiane, ma – pur rifacendosi alla stessa fede – nella storia delle Chiese le linee di condotta assunte in questo campo sono state non di rado diametralmente opposte; anzi, forse in nessun altro ambito sono convissuti e convivono orientamenti e prassi tanto divergenti, senza che nessuna di esse sia riuscita a prevalere in modo definitivo.
È una prospettiva su cui, si è rilevato a più riprese, occorre riflettere. Non è dato abitare sulla terra e camminare nella storia senza beni: il problema è come gestirli. Tuttavia, ciò che si scopre quando si guarda con sincerità al proprio particulare vale anche per le comunità ecclesiali: e spesso è arduo trovare una linea di confine che separi l’eccessivo dal limitato, l’opportuno dallo sconveniente e, in qualche caso, anche il consentito dall’illecito.
Nelle situazioni concrete le scelte specifiche, anche se mosse da buone intenzioni, sono di frequente contraddistinte dal chiaroscuro.

Economia e religione

Del resto, esiste a ben vedere addirittura una certa connessione fra economia e soteriologia: dopo l’economia della salvezza (Eusebio di Cesarea) e l’economia come salvezza (Max Weber), le successive crisi e i tentativi degli stati di sostenere banche e investimenti privati starebbero ora a indicare la necessità vitale di salvezza dell’economia (Patrick Viveret). Anche se, visti gli squilibri sociali tremendi tuttora esistenti fra popoli, paesi, uomini e donne, è doveroso chiedersi: è davvero questa economia, caratterizzata da capitalismo e liberismo all’apparenza trionfanti, che dovremmo cercare di salvare? Vale la pena, almeno, di dubitarne.
Ma non è tutto. Infatti, la relazione profonda fra economia e religione non è una caratteristica del (cosiddetto) Occidente: al contrario, la razionalità moderna ha cercato di separare questi spazi, così unificati o simbiotici nelle culture (cosiddette) premoderne.
Intanto, anche in Occidente, l’economia e la religione – il cristianesimo nelle sue varie forme, ma non solo – conservano molte interfacce e interpretazioni di dogma e di mistica.
Ce n’è abbastanza per ammettere l’intrico profondo, non privo di ambiguità (il vangelo, ad esempio, non propone certo modelli economici specifici), fra religioni ed economia. Walter Benjamin, nel 1921, scriveva che il capitalismo non aveva più bisogno di un sostegno ascetico perché era diventato esso stesso una religione cultuale, senza teologia e dogmatica, senza tregua né pietà, che produce colpa e debito. Mentre oggi le religioni si trovano di fronte a un capitalismo e a un neocolonialismo sempre più estremi, cui è difficile resistere e che fagocitano anche simboli e regole religiose come vie per aprirsi nuovi spazi commerciali. Scenari inediti che chiamano in causa l’essere stesso delle religioni, le loro pratiche e la loro posizione nel mondo.
Certo, Gesù ci educa a cogliere l’uomo nella sua finitezza, nei suoi limiti, nelle sue debolezze, nella sua povertà morale e materiale. Finitezza, limite, debolezza, povertà: termini tutti che l’economia, per sua natura, non può comprendere ma che anzi deve combattere in quanto a essa contradditori.
Non è senza significato che Gesù abbia detto che, alla fine dei tempi, i criteri del giudizio non avranno nulla a che vedere con ciò che abbiamo creduto ma nell’aver dato da mangiare, da bere, vestito, curato, alloggiato, visitato affamati, assetati, ignudi, malati e senza dimora (Mt 25,31-46). Nell’avere cioè noi stessi colto il nostro prossimo nella sua realtà, di averla con lui condivisa e cercato di superarla…
Ma c’è spazio oggi per un’economia giusta, solidale, basata sul rispetto del bene comune, come auspica fra gli altri papa Francesco nell’enciclica Laudato si’? E per una logica economica che preveda l’uomo come fine, e non come puro mezzo?
Domande antiche, che sono costantemente risuonate nelle tante relazioni previste, e che attualmente assumono una rilevanza decisiva per il futuro del nostro pianeta.
L’ideologia dell’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria, infatti, non fanno che accrescere le disuguaglianze, provocando il rifiuto di qualsiasi riferimento etico e alimentando la violenza come reazione degli esclusi da un sistema radicalmente ingiusto.
Non a caso, questo è stato l’argomento, affidato alla teologa battista Lidia Maggi e al teologo e vescovo di Modena Erio Castellucci, su cui si è chiusa la sessione, tenendo la porta aperta: come testimoniare il vangelo nelle società delle diseguaglianze economiche?
Ha risposto Castellucci: una testimonianza concreta della risurrezione di Gesù non può che passare attraverso una reale distribuzione dei beni e un’efficace giustizia sociale nelle comunità cristiane. Prospettiva impegnativa, che richiede una stagione di conversione autentica delle Chiese e nelle Chiese.

(SettimanaNews - 6 agosto 2018)

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