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L’Apocalisse

ci coglie al cinema

Gianfranco Ravasi

Antonio Block, il Cavaliere è in ginocchio, con gli occhi chiusi e la fronte corrucciata che prega, mentre il sole dell’alba si affaccia su un mare nebbioso. In alto, un uccello marino dissemina voli lenti e lancia un grido inquietante.
All’improvviso ecco una figura vestita di nero, col volto segnato da un pallore impressionante. «Chi sei?», le domanda il Cavaliere. «Sono la Morte... è già da molto che ti cammino a fianco», risponde quella persona misteriosa.
Ecco, è ancora così davanti ai miei occhi l’avvio del Settimo sigillo che vidi da giovane studente liceale, quasi una cinquantina di anni fa. Una scena e parole che sono rimaste infisse nella memoria mia e credo di tanti spettatori che hanno assistito alla partita a scacchi con cui il Cavaliere disilluso, reduce dalla crociata, cercherà di sfidare la Morte. Una scena che aprirà subito dopo un orizzonte affollato di presenze: lo scudiero simile al Falstaff verdiano, l’attore, il fabbro, il mascalzone, la strega-bambina, e la coppia festosa dei giocolieri che con il loro bambino, incarnazione dell’amore che vince la Morte. È, quindi, la storia umana nello spettro variegato delle sue iridescenze gelide e calorose ad essere sottoposta al giudizio, all’interno di quel «silenzio di circa mezz’ora» che irrompe all'apertura del settimo sigillo dell’Apocalisse, il libro cardine dell’ispirazione di quel film.
Fu quella la grande rivelazione per molti, credenti e non, e la prima lezione di un regista che assumerà spesso le vesti di un teologo agnostico. Il suo insegnamento per immagini proseguirà per anni inerpicandosi sui sentieri d’altura delle domande ultime nei cui confronti la filosofia balbetta e la stessa letteratura arranca. Il 14 luglio cadeva il centenario della sua nascita a Uppsala, figlio di un rigido pastore luterano che lascerà un’impronta indelebile, anche se dialettica, nella vita e nell’arte del figlio. La sua figura e la sua opera cinematografica sono state intensamente rievocate in queste pagine lo scorso 8 luglio da Roberto Escobar sotto il titolo suggestivo Il pescatore di perle e illusioni. Ora noi vorremmo dedicarci alla prospettiva teologica di Bergman che è stata una sorta di controcanto in tante delle sue 171 opere cinematografiche, televisive e radiofoniche. Il pensiero corre subito all’indimenticabile Posto delle fragole, un vero e proprio itinerarium mentis in Dio e nell'uomo, nel senso della vita e della morte, del sapere e dell’ignorare, dell’amore e della solitudine. Ininterrottamente, quasi in una sorta di corpo a corpo, Bergman si è infatti confrontato con le verità estreme che la superficialità dei nostri giorni cerca di narcotizzare.
E lo faceva di film in film, lasciandosi talora sorprendere dalle teofanie di luce, altre volte e più spesso precipitando nello sconforto di una sconfitta perché l’Oltre e l’Altro si rivelavano troppo resistenti al suo approccio. Oppure, la contraffazione della fede e l’ipocrisia lo conducevano a uno scontro aspro e fin sarcastico con la religione (come non pensare a Fanny e Alexander?). Eppure sempre egli ritornava alle vette ventose dello spirito o alle spiagge del mare livido infinito del bene e del male, della fede e dello scetticismo, dell’amore e del vizio, della libertà e del destino, della speranza e della disperazione, dell’evidenza e dell’assurdo, della luce e della tenebra, di Dio e di Satana.
La sua era una teologia della domanda bruciante, sollecitata dalle sue radici protestanti pietiste. Egli forse non scopriva mai una risposta che divenisse un suggello alla sua interrogazione insonne; per lo spettatore invece – e non lo dico solo come teologo ma dando voce a tutti coloro che s’interrogano sulle questioni ultime – gli squarci di luce erano emozionanti, così come fecondi erano i suoi silenzi e i suoi dubbi. Un riferimento particolare meriterebbe una straordinaria trilogia bergmaniana, tutta dedicata al silenzio di Dio e alla crisi della fede, cioè Luci d’inverno, Come in uno specchio e Il silenzio.
Vorrei solo fare riferimento al primo dei tre film, proprio perché ha al centro un ecclesiastico, uno dei non rari pastori luterani che s’affacciano nelle sceneggiature del regista di Uppsala. Il film è la storia di una crisi interiore che progressivamente ramifica la sua mano mortale nell’anima di un uomo di Chiesa che si sente sempre più il banditore pubblico di un prodotto religioso e non più il testimone di una fede. Una sensazione che traspare dalle parole dei suoi sermoni, tant’è vero che lentamente s’allarga attorno a lui il vuoto della comunità, capace di intuire che ormai egli non è più un annunciatore ma solo un propagandista professionale. Ma accanto a lui rimane uno dei «puri di cuore» evangelici, il sagrestano, persona semplice e luminosa.
È lui a prospettare il dramma di Cristo nel Getsemani e sulla croce. Da un lato, ecco appunto l’incomprensione e l’isolamento dagli amici, i discepoli, che «abbandonatolo, fuggirono», come nota l’evangelista Matteo. Ma d’altro lato, ecco il momento ben più tragico, quello del silenzio del Padre che sembra ignorare il grido angosciato del Figlio, crocifisso: «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?». In sintesi è questo il messaggio del sagrestano: «Pensi al Getsemani, signor pastore, pensi alla crocifissione... Cristo fu preso come Lei da un grande dubbio, dovette essere quella la più crudele di tutte le sofferenze, voglio dire, il silenzio di Dio».
Si potrebbe a lungo seguire la lezione teologica di Bergman intorno a questo grumo oscuro che fa parte del credere stesso, tant’è vero che percorre la storia persino del padre nella fede delle tre religioni monoteistiche, Abramo, mentre sale l’erta del monte Moria, accompagnato da quella voce divina mostruosa che gli impone il sacrificio del figlio (Genesi 22). Credere è una lotta aspra e ferrata: Bergman ne è uscito, come un altro patriarca ebreo, Giacobbe, ferito al femore, zoppicante dopo la sua lotta con Dio (Genesi 32). Il regista, però, non ha voluto affidarsi alle promesse di quella voce trascendente e divina. A mio avviso, egli rimane compagno di ricerca di altri autori che – su strade e con esiti differenti – hanno sperimentato lo stesso combattimento, registi che considero anch'essi a loro modo «teologi».
Penso al cattolico «giansenista» Bresson che, però, pur nel deserto dell’assenza di Dio e del trionfo di Satana, fa sorgere il sole della grazia. Penso a Buñuel e alla sua disputa teologica nella Via Lattea, ma anche alla «statua» spirituale del suo Simeone nel deserto e all’instancabile appello a Dio perché cerchi di esistere, essendo terribile una storia consegnata solo nelle mani dell’uomo.
Penso a Tarkovskij, il regista delle straordinarie epifanie conquistate, come il suo Andrej Rublëv, attraverso il martirio lacerante di una crisi di fede. Penso provocatoriamente persino a Woody Allen che, sotto il manto lieve dell’ironia e della secolarità americana, conserva tante domande radicali dello spirito che tormentavano Bergman.

(“Il Sole 24 Ore” del 5 agosto 2018)

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