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Comprendere

il segno del pane

Domenica XVIII del T.O. (B)

papa Francesco

a cura di Gianfranco Venturi 

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Gv 6,22-29 Dallo stupore dell’incontro al potere [1]

Lo stupore della gente
Il Vangelo ci dice poi che un giorno la gente segue Gesù e rimane tutta la giornata ascoltando le sue catechesi. Però egli si accorse che erano affamati e tutti conosciamo com’è finita quella storia: c’erano cinque pani soltanto e Gesù moltiplica i pani e la gente si meraviglia. Dunque i miracoli di Gesù, le sue parole, portavano la gente allo stupore, fino a farle dire: «Ma quest’uomo è il profeta, è l’uomo di Dio!».

Dallo stupore religioso al potere
Quelle stesse persone, dopo essere state sfamate, cominciano a sentire un’altra cosa. E cioè si dicono: «Approfittiamo di quest’uomo, approfittiamone bene, facciamolo re!». In pratica dallo stupore religioso scivolano verso il potere. Ma Gesù se ne va solo sul monte. Dunque questa gente lo cerca il giorno dopo e non lo trova, ma fa dei calcoli. E dice: «Non è salito sulla barca, ma c’è una sola barca qui, non capiamo bene». Alla fine lo trova dall’altra parte del mare.
E quando vede tutta quella gente che accorre, Gesù la riceve con tanta bontà. Gli domandano: «Rabbì, quando sei venuto qua?». E lui, sempre con tanta bontà, risponde loro: “In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni - come a dire, non per lo stupore religioso che ti porta ad adorare Dio - ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati”. In sostanza ha detto loro: «Voi mi cercate per interesse materiale». E così corregge questo atteggiamento.
Un atteggiamento, però, che si ripete nei Vangeli. In tanti seguono Gesù per interesse, persino fra i suoi apostoli, come i figli di Zebedeo che volevano essere primo ministro e l’altro ministro dell’economia: avere il potere.

 

… una tentazione che continua
Dunque quella unzione di portare ai poveri il lieto annuncio, la liberazione ai prigionieri, la vista ai ciechi, la libertà agli oppressi e annunciare un anno di grazia, come diviene scura, si perde e si trasforma in qualcosa di potere. E anche il giorno dell’Ascensione succede lo stesso, quando gli apostoli domandano: «È questo il tempo in cui ricostruirai il regno di Israele?». Insomma, sempre c’è stata questa tentazione di passare da quello stupore religioso - quella è la parola - che Gesù ci dà nell’incontro con noi, ad approfittarne».
Del resto, questa è stata anche la proposta del diavolo a Gesù nelle tentazioni: una sul pane, proprio; l’altra sullo spettacolo. E cioè: «Ma facciamo un bello spettacolo, così tutta la gente crederà in te!». E poi la terza tentazione, «l’apostasia: cioè, l’adorazione degli idoli».

… anche per noi quotidianamente
E questa è una tentazione quotidiana dei cristiani, nostra, di tutti noi che siamo la Chiesa: la tentazione non del potere, della potenza dello Spirito, ma la tentazione del potere mondano. Così «si cade in quel tepore religioso al quale ti porta la mondanità, quel tepore che finisce quando cresce, cresce, cresce, in quell’atteggiamento che Gesù chiama ipocrisia. Tanto da dire ai discepoli: «Guardatevi dal lievito dei farisei, dei dottori della legge». Dunque «lievito, pane: guardatevi da quello, che è l’ipocrisia».
In tal modo, infatti, si finisce per diventare cristiano di nome, di atteggiamento esterno, ma il cuore è nell’interesse. In proposito alla folla che lo seguiva, Gesù dice: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati». Proprio questa è la nostra tentazione quotidiana: scivolare verso la mondanità, verso i poteri e così si indebolisce la fede, la missione. Si indebolisce la Chiesa.

La testimonianza dei santi
Il Signore però ci sveglia con la testimonianza dei santi, con la testimonianza dei martiri che ogni giorno ci annunciano che andare sulla strada di Gesù è quella della sua missione: annunciare l’anno di grazia. Il Vangelo ci dice anche che la gente capisce il rimprovero di Gesù e per questo gli domanda: «Ma cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù risponde loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato». Cioè la fede in lui, soltanto in lui; la fiducia in lui e non nelle altre cose che ci porteranno, alla fine, lontano da lui.
Il Signore ci dia questa grazia dello stupore dell’incontro e anche ci aiuti a non cadere nello spirito di mondanità, cioè quello spirito che dietro o sotto una vernice di cristianesimo ci porterà a vivere come pagani.

6,22-29 L’incontro con Gesù determina tensioni [2]

Il contesto di una cronaca
Nel contesto di una cronaca asciutta, Giovanni colloca un dialogo tra Gesù e il suo popolo. Con rapide pennellate ricorda che il Signore aveva nutrito cinquemila uomini, che i suoi discepoli lo avevano visto camminare sull’acqua, che il giorno successivo la moltitudine si accorge che Gesù non è partito con i suoi «lisi i poli, che nel frattempo - alcune barche venute da Tiberiade attraccano nel luogo della moltiplicazione dei pani e - quando si rendono conto che Gesù non è là - ripartono e vanno a Cafarnao a cercare Gesù, e lo trovano. Fin qui la cronaca. E, in questa cornice, il dialogo con Gesù: «Maestro, quando sei venuto qua?». «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati» (Gv 6,25-26).

Il cambiamento della folla
Gesù fa notare un cambiato atteggiamento nel cuore di quel popolo che, prima del miracolo dei pani, lo seguiva «perché vedeva i segni che compiva sugli infermi» (ivi, 2) e più tardi si stupisce per il segno del cibo dato alla folla e confessa con fede ed entusiasmo: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!» (ivi, 14). E poi vuole andare a prenderlo per farlo re (ivi, 15). I sentimenti del cuore di quella gente slittano impercettibilmente dalla confessione messianica al desiderio di fondare il regno temporale. Ne conseguono tutto quel movimento e la domanda, quasi un rimprovero, al Signore nel momento dell’incontro: «Maestro, quando sei venuto qua?» (ivi, 25). Il cambio di atteggiamento della gente non è un fatto nuovo, e questa non sarà l’ultima volta che accade. Era già successo nella sinagoga di Nazaret (Lc 4,16-30) e tornerà a ripetersi poi sotto forma di delusione o timore o stanchezza o debolezza (Gv 6,66-67). Alla Domenica delle palme seguirà il Venerdì santo davanti a Pilato: l’«osanna» si trasforma in «crocifiggilo». I suoi stessi discepoli, così affezionati a lui, nel momento della prova fuggono spaventati e al mattino della Risurrezione tendono a optare per la sicurezza dello scetticismo, del dubbio, e perfino ad allontanarsi da Gerusalemme.

L’incontro con Gesù fa traballare la sicurezza umana
Esiste un momento, nell’esperienza della relazione con Gesù, in cui lo stupore prodotto dall’incontro con Lui, da ogni incontro con Lui, fa traballare la sicurezza umana, e il cuore ha paura ad allargarsi nella felicità di quell’incontro, si spaventa e fa marcia indietro rifugiandosi in quello che potremmo chiamare autocontrollo, un prendere le briglie della relazione con il Signore, adeguandola ai parametri meramente umani di una certa sensatezza e buonsenso. Luca descrive benissimo quest’esperienza nell’apparizione del Signore risorto ai discepoli: «Per la gioia non cre-devano ancora ed erano pieni di stupore» (Lc 24,41). Paura della gioia, paura della donazione di sé implicata dall’incontro con Gesù Cristo, paura di lasciarsi guidare dallo Spirito.

… e provoca una reazione
Allora accade una sorta di reazione della nostra autonomia. Il dominio che ci fu dato sul crealo (Gn 1,28) reclama i suoi diritti: l'uomo vuole essere lui a condurre e controllare la relazione con Dio, ma dimentica che il suo dominio è ferito dal peccato. Da qui il riduzionismo dell’esperienza religiosa all’ambito del controllabile. L’ammonimento di Gesù ai suoi interlocutori si riferisce a questo: «Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo» (Gv 6,27). In questo dominio ferito, Gesù semina un nuovo lievito, e ci ricorda che il compito consiste nel compiere le opere di Dio, cioè credere in Colui che ha inviato (cfr. ivi, 28-29). Nel bel mezzo di quell’esitante desiderio di rifugiarci nel nostro dominio malato, il Signore pianta la bandiera della fede, come ha fatto nel mattino della Risurrezione (cfr Lc 24,39- 40). Anni dopo, e sotto le persecuzioni, Giovanni spiegherà queste parole del Signore: «Questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede. E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio?» (1Gv 5,4-5).

La nostra vita è strattonata da questa tensione
La nostra vita di uomini, di cristiani e di pastori sarà sempre strattonata da questa tensione. Da una parte, esercitare il nostro dominio umano con le qualità e i mezzi che il Signore ci dà, e, dall’altra parte, non cadere nella seduzione di fermarci a questo, alle iniziative e alle realizzazioni, accontentandoci soltanto di «quel pane». Lo Spirito ci incita a cercare oltre i risultati e le soddisfazioni immanenti; ci chiama all’incontro con Gesù Cristo, sul quale «il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo» (Gv 6,27); a tendere a quell’incontro che ci spiazza e ci unge della forza di Dio, quell’incontro che non possiamo controllare mentre facciamo esperienza dello stupore e della gioia. Lo Spirito ci conduce a vivere non per noi stessi ma per il Signore, ad appartenere al Signore (cfr Rm 14,7-8). Le proposte mondane o immanenti - invece - ci riempiono a metà e ci lasciano a mezza strada nella sequela di Gesù Cristo. Le tentazioni contro la libertà e la felicità dell’incontro con il Signore saranno sempre le stesse: quel riduzionismo di tutto all’ambito del nostro mondo umano (cfr. At 1,6), quel volere addomesticare il Signore con alternative chiuse nel limite di quello che il Signore chiama «il cibo che non dura» (Gv 6,27) come voleva Pietro (Mt 16,22 ss.) o lo stesso Satana nel deserto (Mt 4,1- 11); può venire anche la tentazione idolatrica, con la pretesa di ridurre il ministero a mera gestione, o la tentazione di superficialità che ci offre il rifugio prèt-à-porter di teologie o spiritualità gnostiche che spogliano il Signore della sua sovranità e soddisfano soltanto a metà e per qualche tempo; e anche la tentazione di pretendere o cercare, nel nostro lavoro, una Chiesa simile alla donna curva del Vangelo (cfr. Lc 13,11), Chiesa autoreferenziale che, alla lunga, non può uscire da sé verso l’annuncio e, con la sua psicologia chiusa, perde la felicità di essere la Sposa fedele e feconda in figli di Dio.

L’esempio di Stefano
In mezzo a questa tensione che ciascuno di noi molte volte sperimenta, oggi la Chiesa ci propone l’esempio di Stefano, la sua opzione in favore dell’alimento della vita eterna, la sua opzione per l’opera di Dio, la fede in Colui che il Padre ha inviato, Gesù Cristo (cfr Gv 6,29), opzione fino al martirio. Stefano non è vissuto per sé e non è morto per sé, ma per il Signore. Sia nella vita sia nella morte è appartenuto al Signore (cfr Rm 14,7-8). Si è assunto il suo momento storico e l’ha fatto con un atto di confessione della sovranità e del dominio supremo di Gesù Cristo sul suo personale dominio umano; ha consegnato il suo spirito in adorazione di Gesù Cristo e al suo servizio nella persona degli altri, dando testimonianza e chiedendo perdono per loro. Contemplando il suo volto trasfigurato, lasciamo che la bandiera della fede venga piantata nella nostra vita di tutti i giorni, adoriamo Gesù Cristo in questa messa e disponiamo il nostro cuore sacerdotale al servizio del prossimo. E penso che, guardando il nostro popolo, ci farà bene ricordare l ’appello di Paolo ai Romani: «Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rm 12,1-2).

6,24-35 Gesù è dono e donatore [3]

Andare oltre il dono…
Dopo la moltiplicazione dei pani, la gente si era messa a cercare Gesù e finalmente lo trova presso Cafarnao. Egli comprende bene il motivo di tanto entusiasmo nel seguirlo e lo rivela con chiarezza: «Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati» (Gv 6, 26). In realtà, quelle persone lo seguono per il pane materiale che il giorno precedente aveva placato la loro fame, quando Gesù aveva fatto la moltiplicazione dei pani; non hanno compreso che quel pane, spezzato per tanti, per molti, era l’espressione dell’amore di Gesù stesso. Hanno dato più valore a quel pane che al suo donatore. Davanti a questa cecità spirituale, Gesù evidenzia la necessità di andare oltre il dono, e scoprire, conoscere il donatore. Dio stesso è il dono e anche il donatore. E così da quel pane, da quel gesto, la gente può trovare Colui che lo dà, che è Dio. Invita ad aprirsi ad una prospettiva che non è soltanto quella delle preoccupazioni quotidiane del mangiare, del vestire, del successo, della carriera. Gesù parla di un altro cibo, parla di un cibo che non è corruttibile e che è bene cercare e accogliere. Egli esorta: «Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna che il Figlio dell’uomo vi darà (v. 27). Cioè cercate la salvezza, l’incontro con Dio.

… oltre la fame fisica
E con queste parole, ci vuol far capire che, oltre alla fame fisica l’uomo porta in sé un’altra fame – tutti noi abbiamo questa fame – una fame più importante, che non può essere saziata con un cibo ordinario. Si tratta di fame di vita, di fame di eternità che Lui solo può appagare, in quanto è «il pane della vita» (v. 35). Gesù non elimina la preoccupazione e la ricerca del cibo quotidiano, no, non elimina la preoccupazione di tutto ciò che può rendere la vita più progredita.

… fino all’incontro con Lui, pane di vita
Ma Gesù ci ricorda che il vero significato del nostro esistere terreno sta alla fine, nell’eternità, sta nell’incontro con Lui, che è dono e donatore, e ci ricorda anche che la storia umana con le sue sofferenze e le sue gioie deve essere vista in un orizzonte di eternità, cioè in quell’orizzonte dell’incontro definitivo con Lui. E questo incontro illumina tutti i giorni della nostra vita. Se noi pensiamo a questo incontro, a questo grande dono, i piccoli doni della vita, anche le sofferenze, le preoccupazioni saranno illuminate dalla speranza di questo incontro. «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà sete, mai!» (v. 35).
E questo è il riferimento all’Eucaristia, il dono più grande che sazia l’anima e il corpo. Incontrare e accogliere in noi Gesù, “pane di vita”, dà significato e speranza al cammino spesso tortuoso della vita. Ma questo “pane di vita” ci è dato con un compito, cioè perché possiamo a nostra volta saziare la fame spirituale e materiale dei fratelli, annunciando il Vangelo ovunque. Con la testimonianza del nostro atteggiamento fraterno e solidale verso il prossimo, rendiamo presente Cristo e il suo amore in mezzo agli uomini.

6,32 Il Padre mio vi dà il pane vero [4]

L’Eucaristia è dono del Padre
Gesù vuole farcelo comprendere: «È il Padre mio che vi dà il pane del cielo, quello vero» (Gv 6,32). Questo pane non è più cibo provvisorio, come la manna; il Corpo di Cristo è il cibo definitivo, capace di dare vita, e vita eterna. L’Eucaristia ci rende tangibile l’amore del Padre: un amore vicino, incondizionato; un amore accessibile in ogni momento, «commestibile», puro dono; conveniente a ogni persona umile e affamata che ha bisogno di rigenerare le proprie forze.

… di tale dono rendiamo grazie
Nella festa del Corpus Domini celebriamo questo immenso dono e, seguendo l’insegnamento di Gesù, ogni nostro ringraziamento si rivolge al Padre suo e Padre nostro. Gesù vuole che rendiamo grazie al Padre per questo cibo: a Lui la gloria e la lode. A Lui il ringraziamento. Con questo non togliamo nulla a Gesù, perché Lui non è altri che il Figlio, e si sente lui stesso puro dono del Padre. E inserisce anche noi nel suo ringraziamento e nella sua offerta di sé: «Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me» (ivi, 57).

Gesù ricordo vivente del Padre
Gesù, il figlio di Maria, nell’Eucaristia è il ricordo vivente del Padre.
Ricordati di tuo Padre, popolo fedele di Dio!
Ricordati di tuo Padre per riguadagnare oggi giorno la tua dignità, quella dignità che al giorno d’oggi viene troppo spesso disprezzata, al punto che vivi da esule nella tua stessa terra.
Ricordati di tuo Padre per vivere grato; Lui che nutre i passeri, nutre anche te con la carne del suo amato Figlio. Ricordati di tuo Padre per sentirti protetto: con la certezza che nessuno potrà strapparti dalle sue mani, come Gesù ha promesso. Ricordati di tuo Padre per sentirti fratello dei tuoi fratelli, solidale, compagno, buon amico. Ricordati di tuo Padre e fioriranno i migliori talenti del tuo cuore: Lui ti ha insegnato a lavorare per i tuoi figli e a festeggiare in famiglia. Lui fa sì che tu giudichi con equità, che ti preoccupi per i più deboli, e ti fa assumere responsabilmente i tuoi impegni. Ricordati di tuo Padre, che ti ha donato Gesù, te lo dà ogni giorno nell’Eucaristia. Popolo di Dio, popolo di Buenos Aires, il ricordo di tuo Padre ti ha reso un popolo umile e speranzoso.

6,33.38.41.50-51.59 “Discese dal cielo” [5]

La contemplazione del mistero di Cristo…
Solo attraverso la contemplazione del mistero di Cristo possiamo farci un'idea di ciò che significa la speranza teologale, che si manifesta in maniera particolare quando le circostanze scartano ogni speranza umana, e bisogna fare spazio affinché il Signore irrompa «contro ogni speranza».
In questo caso si ha il fenomeno dell’«abbassamento», un abbassamento delle possibilità di successo, un abbassamento di «potere», un abbassamento di probabilità di ottenere quello che si spera. Il precursore sentì nella sua carne tale «declino», i suoi discepoli furono testimoni di questo opacizzarsi della speranza umana: le angosce in carcere, i dubbi, l'impossibilità di essere liberato, finché «l'uomo più grande nato da una donna» finisce per consegnare la propria testa (e con quella, apparentemente, tutta la speranza d'Israele) ai capricci di una ballerina incoraggiata da una depravata. Gesù segue il cammino del suo precursore.

… è contemplazione del suo “discendere”, del suo abbassamento
I due «Credo» ci parlano di «discesa» del Verbo: «descendit de coelis», «descendit ad inferos». A partire dall'incarnazione, il Figlio di Dio non fece altro che «discendere» (cfr. Gv 6,33.38.41.50-51.59). Si tratta di una dinamica, di una maniera di vivere: l'umiliazione, la synkatàbasis che - lasciando da parte e superando le potenzialità puramente naturali - «faceva spazio» a un'altra di-mensione che si sarebbe rivelata a poco a poco, attraverso la pazienza, fino alla fine. Attraverso questo «discendere», la speranza si svela nella sua dimensione più totale, radicata nell'esempio di Gesù Cristo, il quale «mantenne» fedelmente la promessa. Di qui l'esortazione a mantenere, «senza vacillare, la professione della nostra speranza, perché è degno di fede colui che ha promesso» (Eb 10,23). La speranza getta le proprie radici nella sovrana fedeltà di Dio, la cui promessa si sublima nella nullità per il successo e nel fallimento delle sole potenzialità umane. L'«attesa», per trasformarsi in speranza, deve passare attraverso il crogiolo della «passione», deve essere «passione pura».

NOTE
[1] Meditazione, 20 aprile 2015.
[2] Omelia nella messa di apertura dell’Assemblea plenaria della Conferenza episcopale argentina, Buenos Aires, 7 aprile 2008, in J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires. 1999-2013. Introduzione e cura di Antonio Spadaro S.I., Rizzoli, Milano 2016,611-614.
[3] Angelus, 2 agosto 2015.
[4] Omelia nella messa del Corpus Domini, Buenos Aires 5 giugno 1999, in J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires. 1999-2013. Introduzione e cura di Antonio Spadaro S.I., Rizzoli, Milano 2016, 14-15.
[5] “In Lui solo riporre la speranza”, meditazione del dicembre 1991, in FRANCESCO, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica pensati alla luce della speranza, Oscar Mondadori – LEV, 2014, 161-172.

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