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Chi ha più fede

vede più in alto

e in avanti!

Domenica XVIII del T.O. (B)

a cura di Franco Galeone * 

panedivita

1. Il fenomeno delle quaglie, come quello della manna, può essere del tutto normale, ma nel momento critico di Israele nel deserto assume un significato religioso; non è importante definire la natura scientifica del fatto, ma coglierne il valore teologico (I lettura). È questa visione religiosa dei fatti che interessa all’autore sacro: educare il popolo a vedere Dio presente nella vita. Ma Dio va oltre, invita a non fare affidamento solo sul cibo che perisce: le quaglie, la manna, e ogni altro cibo umano alla fine stancano: “non di solo pane vive l’uomo” (vangelo).

La libertà è un rischio, la schiavitù dà più garanzie!

2. Tutto il messaggio biblico si può leggere nel suo insieme come un invito alla liberazione dalla schiavitù, come un cammino verso la libertà. Quando nel Concilio si disse che la chiesa è il popolo di Dio in cammino, si affermò solennemente che essere cristiani è camminare, e non per cammini separati, ma tutti dentro il cammino comune dell’umanità. Anche ai cristiani può accadere di non voler camminare, di rimpiangere i tempi della sicurezza, quando tutto era chiaro, univoco nella predicazione e nel dogma, nella morale privata e pubblica. La parola di Dio è un messaggio di liberazione dalla schiavitù, che non è la schiavitù al solo peccato, ma ad ogni male. Non prendere coscienza di questa liberazione globale, significa ridurre il messaggio evangelico a vaniloquio, utile ad anime stanche, che cercano compensazioni nelle illusioni. L’urto della parola di Dio va avvertito non solo la domenica nella predica, ma nel vivere quotidiano, nella vita, nel reale. Qual è oggi la forma di schiavitù che viene smascherata dalla parola di Dio? È la ricerca della sicurezza, basata sulle garanzie materiali. Il popolo ebraico rimpiangeva la schiavitù, perché questa gli dava sicurezza materiale; la folla seguiva Gesù perché aveva risolto il problema della fame. Dà sicurezza entrare sotto l’ombra dei faraoni, entrare nella sala del comando, dove si sta bene perché ci viene assicurato il necessario. La libertà è un rischio, è mancanza di garanzie. La parola di Gesù ci mette fuori dalle zone di sicurezza ben tutelate dai tutori dell’ordine; questi hanno in mano il lenocinio della sicurezza; vivere nella fede vuol dire accontentarsi della “manna” dalla mattina alla sera, accogliere il dono del giorno, senza volere la sicurezza per il domani: la manna del deserto scendeva la mattina e doveva essere consumata durante il giorno, non poteva essere conservata; si doveva attraversare l’incertezza della notte. Il cristiano demistifica il presente, non rimpiange il passato, apre spiragli di futuro, fa sbocciare un fiore dall’asfalto. Il cristiano, se si ostina a vivere in modo così “irregolare”, secondo la vecchia mentalità dominante, porterà un contributo di speranza al mondo. Il vangelo diventa così una spinta verso il futuro, liberando l’uomo da quel passato, che la società vuole conservare solo per salvare se stessa.

 

Cosa dobbiamo fare? … Credere!

3. Subito dopo la moltiplicazione dei pani, la folla vuole fare re Gesù; non vuole più perdere di vista quel personaggio che assicura il pane e la pietanza. Ma Gesù non vuole presentarsi come un mago, un operatore di miracoli, un demagogo che manipola le folle, un rivoluzionario politico. Gesù passa sull’altra sponda del lago, ma la folla non si dà per vinta, e lo raggiunge a Cafarnao, dove Gesù tiene il famoso “discorso del pane”. Si tratta di un discorso, lungo ed impegnativo, che segna davvero un salto di qualità: Gesù passa dal pane materiale al pane spirituale; Gesù inizia con il “cibo che perisce” per concludere con il pane che “dura per la vita eterna”. Alla folla che gli chiede: “Che dobbiamo fare?” Gesù risponde: “Credere nella sua persona”; Gesù può essere realmente presente sull’altare, ma se non abbiamo fede, è come se un’orchestra suonasse davanti un uomo completamente sordo.

4. Gesù denuncia senza mezzi termini quanti lo cercano per motivi materiali: “Voi mi cercate perché avete mangiato e vi siete saziati”. Il verbo “cercare” è tipico del vangelo di Giovanni, che lo usa tante volte, ma Gesù fa capire che non ogni ricerca è buona. Non basta cercare: c’è infatti ricerca e ricerca; si può cercare Gesù e si può cercare altro. È il difficile passaggio dal bisogno alla fede: se manca la fede, i fatti restano muti, le parole sono fonte di dubbi, la novità rimane opaca. Oggi molte persone cercano segni; c’è un’ansia di spettacolarità; Gesù non vuole essere strumentalizzato, piegato ai voleri dell’uomo, diventare il “tappabuchi” delle nostre insufficienze. C’è una fame ed una sete che solo Dio può esaudire. Non ci sono surrogati che bastino; una convincente conferma l’abbiamo nelle Confessioni di sant’Agostino: nulla di ciò che è finito può saziare l’infinito dell’uomo: “L’uomo sarà sempre inquieto, finché non raggiunge Dio”. Nessuna parte può sostituire il tutto! L’uomo ha certo bisogno di pane, perché non è ancora giunto in patria, ma nello stesso tempo Gesù ricorda: “Non di solo pane vive l’uomo”.

Cercare Dio non è mai inutile!

5. L’uomo può cancellare Dio dalla sua vita; dipende dalla sua decisione. E allora Dio è sostituito da tanti altri surrogati, succedanei, idoli che conducono alla morte dell’uomo. “L’uomo è diventato talmente povero da non riconoscere la mancanza di Dio come povertà” (M. Heidegger). Ma l’uomo è stato fatto da Dio per Dio: il suo cuore sarà sempre inquieto finché non riposerà in Dio. L’uomo è sistematicamente insoddisfatto, perché confonde le cose penultime con l’Ultimo. Non occorre molta fenomenologia dell’agire umano per avere conferma di questa verità. Se esaminiamo, per esempio, l’attività conoscitiva dell’uomo, vediamo che la sua ricerca del sapere è insaziabile ed inesauribile. Altrettanto riscontriamo nell’attività volitiva; la nostra volontà non è paga di quello che ha compiuto e acquistato. Persino sul corpo umano sono iscritti profondamente i segni dello spirito. Il nostro corpo è veramente “fenomeno” ossia manifestazione dell’anima, e il corpo ad un tempo vela e rivela questo spirito. È sul corpo che noi leggiamo la bontà e la malizia, la lussuria e la purezza di un uomo. Entro il suo orizzonte si trova una regione per il divino, un santuario per una santità ultimale. Questo non potrà essere ignorato: l’ateo lo potrà chiamare vuoto; l’agnostico potrà insistere nel dire che la sua ricerca non è approdata a nessuna certezza; ma tutte queste negazioni presuppongono la scintilla entro la nostra argilla, il nostro innato orientamento verso il divino: “Non mi cercheresti, se già tu non mi avessi trovato” (Agostino). In ogni caso, “Dio è il solo che non può essere mai cercato inutilmente, neppure quando appare impossibile trovarlo” (S. Bernardo). A questa nostra ricerca del “Totaliter Alius”, Gesù viene incontro con la sua rivelazione. Dio è il Padre, che dall’origine ci ha conosciuti, ma che ancora al termine ci attende: che ci ha creati, ma insieme ci aspetta come figli fuggiti dalla sua casa. Dio è il Figlio, che è venuto come uomo in mezzo a noi, ha piantato la sua tenda nel nostro accampamento di esuli figli di Adamo. Dio è lo Spirito, vita della nostra vita, più intimo a noi di quanto possano esserlo i nostri sentimenti e pensieri.

Faust, cioè l’uomo onnipotente senza Dio!

6. Un umanesimo fondato su Dio è più umano: esso non rinnega i valori umani, ma li accoglie e li eleva. Dio non mortifica ma vivifica l’uomo. Il rapporto Dio-uomo, infatti, non è estrinseco né eteronomo. Quelle che noi chiamiamo «leggi di Dio» sono in realtà «leggi dell’uomo». Porre il fondamento ultimo e la giustificazione suprema in Dio non toglie valore all’umanesimo fondato sulla ragione, ma piuttosto lo rafforza nella sua assolutezza, impedendogli di scivolare nel relativismo scettico prima, e poi nel nichilismo etico. Una delle più acute descrizioni di questo relativismo scettico e nichilismo etico dell’uomo contemporaneo è il bellissimo Faust goethiano. Faust rispecchia precisamente la crisi dell’uomo, che si è liberato dalla fede religiosa tradizionale, ed avverte il vuoto della scienza razionalista. Conosciamo il destino di Faust. Per distruggere Dio, Faust, ossia l’uomo moderno, ha annientato tutto ciò che poteva opporsi all’uomo e, arrivato al termine del suo sforzo prometeico, non trova che la morte. L’uomo, trasfigurato dall’orgoglio, si scopre sfigurato. Mai scoperta è stata tanto inquietante. Faust vuole diventare dio al posto di Dio, attraverso l’onniscienza e l’onnipotenza, secondo l’illusione dell’antico tentatore: “Eritis sicut dii”. Perciò soffre di una malattia che è contemporanea, chimerica e realissima, della quale la «Volontà di potenza» è la giustificazione intellettuale. Questa malattia è la volontà di divinità superbamente nascosta nella mente e nel cuore di Faust, dell’uomo moderno, di ogni uomo, che adora, spesso inconsapevolmente, il Faust che porta in sé, il Mefistofele segreto, il tentatore che mette nell’uomo il desiderio tragico di essere come Dio, negando Dio. Ma al di fuori di Dio, l’io dell’uomo si dissolve nel tormento della sua autonomia. Il dramma che abbiamo ricordato è ben presente nella sensibilità della chiesa di oggi. Nella Costituzione Gaudium et Spes, per la prima volta nella storia, il Magistero ha tracciato un saggio di antropologia esistenziale, di «Daseinanalyse», nel quale l’uomo non è descritto secondo un astratto modello metafisico-teologico, ma secondo la sua anima faustiana, fatta di oscurità e di luci, di dubbi e di speranze, di fragili certezze e di gravi domande. Nel cuore dell’uomo è radicato un profondo squilibrio: “L’uomo o si esalta così da fare di sé una regola assoluta, o si abbassa fino alla disperazione” (GS 12). Al problema uomo “solo Dio dà una risposta piena e certa, Lui che chiama l’uomo a pensieri più alti e a ricerche più umili” (GS 21).
Buone vacanze e buona vita!

* Gruppo biblico ebraico-cristiano

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