Riccardo Tonelli

(NPG 2011-08-37)


Sulla GMG si può riflettere da tanti punti di vista. E ciascuno ha il diritto di farlo. Del resto, l’evento è tanto complesso che solo un approccio coraggiosamente interdisciplinare può aiutare a comprenderlo in tutta la sua innegabile ricchezza.
Le rapide note che seguono suggeriscono qualche provocazione per una riflessione personale dal punto di vista pastorale. Va precisato che «pastorale» non è un contenitore vuoto, che può essere colmato con qualsiasi prodotto.
Considero pastorale quella lettura e interpretazione dell’esistente, finalizzata esplicitamente alla esperienza di fede e alla sua maturazione e che assume seriamente, per una precisa scelta di campo, le esigenze educative come categorie di validazione.
Su questa precisazione suggerisco qualche rapida indicazione per una lettura pastorale della esperienza della GMG.
Come ogni seria esperienza ecclesiale, la GMG coinvolge prima di tutto coloro che hanno avuto la fortuna di parteciparvi. Di riflesso, però, coinvolge anche coloro che sono restati a casa per scelta o per necessità.

FARE PROPOSTE, FACENDO FARE ESPERIENZE

Il significato fondamentale della GMG è dato da una grande e intensa esperienza di fede e di Chiesa, che si fa proposta, in una stagione di grandi silenzi o di proposte solo seducenti. Lo sappiamo tutti molto bene: facciamo esperienze non perché abbiamo vissuto un evento speciale, ma perché questo evento ha prodotto una trasformazione, sulla forza della sua interiorizzazione.
Il richiamo all’esperienza connota il fatto e le condizioni.

Il significato dell’esperienza nella prassi educativa

C’è un ritornello che rimbalza frequentemente dalle pagine della rivista e che trova tutta la sua ragione d’essere proprio in questa circostanza.
In una stagione come la nostra siamo sollecitati a ritrovare il coraggio di fare proposte, forti e impegnative, per non lasciare la parola solo a coloro che sarebbe meglio stessero molto più in silenzio, se utilizziamo la vita e la speranza come criterio di validazione.
Il modo di fare proposte diventa però qualificante. Per questo è legato alla indicazione «far fare esperienze».
Il «far fare esperienze» indica un modo concreto di fare proposte. Ridimensiona le pretese oggettivistiche, oggi decadute, riaffermando la soggettività delle persone, progetta confronti con esigenze e valori che misurino la soggettività e la aprano verso l’autenticità, propone contatti con mondi interiori che stanno oltre il già sperimentato. In una parola, inquieta, consolida, progetta.
La GMG è una grande esperienza, segnata proprio dai toni forti di una esperienza di fronte alla quale siamo sollecitati a prendere posizione. Dunque… funziona come una proposta coraggiosa in ordine alla maturazione della fede, tipica e in sintonia con la nostra stagione culturale.
Non finiremo mai di essere riconoscenti a Giovanni Paolo II per aver pensato, voluto e progettato questo evento.

Una esperienza autentica

La partecipazione ad eventi deve diventare esperienza «autentica». Cosa significa?
Questa è la mia proposta: si fa esperienza quando la persona riesce a collegare realtà, pensiero e linguaggio nell’unico gesto compiuto. Mi spiego, spendendo una parola di precisazione sui tre elementi e sul loro intreccio.
L’esperienza comporta prima di tutto un contatto vitale con la realtà, nella sua forza provocante che, in qualche modo, precede l’atteggiamento personale. Questo contatto deve risultare non troppo lontano e difficoltoso, per non apparire estraneo, né troppo familiare, perché altrimenti non provocherebbe a sufficienza.
In questo confronto disponibile, che giudica la nostra soggettività, è dischiusa la possibilità di prospettive sorprendenti, nuove e promozionali. Questo contatto, però, non è solo fredda oggettività. Esso è sempre riempito dai ricordi, dalle sensazioni e dai progetti di colui che fa esperienza. Esperienza è quindi interpretazione soggettiva di dati oggettivi. Interpretando (operando cioè sul reale attraverso il nostro pensiero), noi identifichiamo ciò di cui abbiamo fatto esperienza. Da una parte, infatti, raccogliamo ed evidenziamo gli elementi d’interpretazione che trovano la loro ragione e fonte nella realtà sperimentata, che il nostro pensiero rende trasparente; dall’altra, colmiamo questa realtà della nostra soggettività, fino al punto che attraverso il nostro pensiero interpretante noi abitiamo in un mondo diverso da quello abitato da persone che hanno fatto esperienze differenti dalle nostre.
È importante mettere in evidenza che questa interpretazione del vissuto non è un fatto di ordine puramente razionale, ma coinvolge tutta la persona, anche se richiede un momento di riflessione sull’interpretazione esistenziale, per favorire l’integrazione riflessa del vissuto.
Infine, chi ha fatto esperienza sente il bisogno di comunicarla, a sé e agli altri. Racconta quanto gli è capitato e tale narrazione pone in movimento qualcosa di nuovo. Per raccontare (interiorizzando in modo riflesso quello che si è vissuto e comunicandolo agli altri), serve un linguaggio. Può essere utilizzato l’insieme dei segni linguistici accumulati nello sviluppo della tradizione, oppure ci si può sentire sollecitati a produrre nuovi sistemi simbolici, perché si costata l’insufficienza di quelli già posseduti.
È evidente che parlo di linguaggio in senso globale: sistemi simbolici verbali e non-verbali (parole e gesti), anche se riserviamo un compito importante alla parola, soprattutto nel momento riflessivo, come atto di metacomunicazione dell’esperienza stessa.
Facendo così, allacciamo profondamente parola, gesto e vissuto.

E quelli che sono rimasti a casa?

Le condizioni che rendono autentica (dunque… pastoralmente significativa) l’esperienza, quando sono comprese bene, nel loro significato più impegnativo, rimandano alla quotidianità.
Il ritmo normale e quotidiano è quello in cui misuriamo le scelte di fondo della nostra vita, viviamo di fede, speranza e carità e confessiamo con i fatti che Gesù è il Signore. Affermare questo nei momenti celebrativi e ignorarne le esigenze nel tessuto delle scelte di tutti i giorni, è una contraddizione pericolosa, come sappiamo molto bene.
L’esperienza – nel nostro caso: la partecipazione alla GMG – è profondamente legata alla quotidianità. Nasce nella quotidianità, esprime un salto di qualità rispetto alla quotidianità, per tornare alla quotidianità arricchiti da quello che è stato vissuto.
Nella descrizione di esperienza autentica ho espresso questa dimensione con una formula forse un poco sibillina. L’ho fatto per provocare. Lo riprendo ora, in traduzione concreta.
L’esperienza vissuta si trasforma in un sistema simbolico: nella elaborazione e condivisione di parole e gesti, che esprimono quello che è stato interiorizzato. Ci tengo a giocare questa esigenza sulla doppia frontiera dei «sistemi simbolici tradizionali» e dei «sistemi simbolici innovativi», come ho detto poco sopra.
Questo significa una doppia esigenza.
Il ritorno alla quotidianità comporta l’inserimento nel ritmo della quotidianità: studio e lavoro, amicizie e incontri, silenzi e preghiera, disponibilità al servizio, partecipazione alle celebrazioni della comunità ecclesiale…
Prima della partecipazione alla GMG, spesso, predomina in molti giovani e in tanti avvenimenti ecclesiali una logica e un ritmo di routine. Emergono logiche e prospettive che sono quelle dell’aria che si respira d’attorno. La specificità dell’appartenenza ecclesiale si manifesta in espressioni di folclore o in movimenti gestiti dalla pressione di conformità.
Riempire di novità questi sistemi simbolici significa… continuare a viverli e a programmarli, in modo che sia avvertibile, per chi li pone e per chi li contempla, che qualcosa di nuovo è capitato.
Lo dico con un doppio esempio.
Due ragazzi che si vogliono intensamente bene, non si isolano dal gruppo e neppure cercano spazi autonomi, perché l’amore non è isolamento ma qualità della relazione globale. Eppure tutti constatano che gli sguardi e le parole sono cariche di qualcosa di nuovo, che ha trasformato dentro. L’esperienza nuovo dell’amore reciproco ha modificato i modelli espressivi normali e quotidiani.
Un ragazzo che ha partecipato ad un campo di servizio di volontariato missionario, quando torna allo spazio della sua vita abituale, ha una sensibilità e un’attenzione nuova. Quello che ha vissuto lontano da casa, l’ha abilitato ad essere nuovo nella trama delle relazioni quotidiane. Scopre situazioni che prima lo lasciavano indifferente. Si esprime con un linguaggio e giudizi, nuovi e alternativi rispetto a quelli dominanti. Si rende disponibile a servizi «normali», sui quali prima era totalmente indifferente. L’esperienza vissuta ha consolidato in lui una struttura nuova di personalità, che si manifesta nella comprensione, valutazione, disponibilità originale.
Nei due esempi… vale anche il contrario. L’assenza di questi sistemi simbolici manifesta che l’esperienza vissuta non ha operato trasformazioni sufficienti. E tutto questo dovrebbe preoccupare il bravo educatore.
Questa è la prima esigenza. L’ho indicata con l’espressione «riempire di spessore nuovo i gesti simbolici del quotidiano».
La seconda la esprimo ricordando la necessità di inventare sistemi simbolici nuovi, che rispecchino qualcosa dell’esperienza forte vissuta.
Questa operazione fa procedere in avanti, verso un futuro di speranza, la prassi quotidiana, a vantaggio di tutti.
Faccio un esempio, di constatazione quotidiana.
Chi ha vissuto un periodo intenso in qualche luogo di preghiera un poco speciale, tornando a casa sente il bisogno di costruire anche fisicamente qualcosa di cui ha goduto il significato prezioso. Costruisce un piccolo spazio di preghiera, dove ritirarsi nel silenzio dell’interiorità, elimina panche e banchi per sostituirli con cuscini e tappeti, toglie le grosse strutture esteriori e colloca in un punto centrale una bella icona soprattutto trova la gioia e la necessità di formule particolari di preghiera, con riscoperta, per esempio, della Bibbia.
Non si tratta di scelte alternative a quelle tradizionali: non sarebbe una autentica esperienza quella che produce esigenze di rottura. Sono momenti complementari, che si arricchiscono reciprocamente.
In tutto questo, è evidente il «guadagno» anche per coloro che non hanno potuto partecipare alla GMG. Chi c’è stato, «restituisce» con la ricchezza del proprio vissuto il capitale impegnato a chi è rimasto a casa.

PER IMMAGINARE UN PERCORSO FORMATIVO

Provo a ridire quello su cui ho suggerito qualche teoria pastorale attraverso la rassegna di piccoli gesti concreti. Li ho raccolti dal vissuto e da esigenze di buon senso condiviso. Spero possano rappresentare una fotografia di quello che moltissimi di noi hanno realizzato in questi anni, dopo la partecipazione ad eventi forti. Vale per la GMG e, per trasposizione, ai tanti eventi forti a cui abitualmente partecipiamo.

Prima dell’evento

La preparazione alla GMG parte certamente da lontano. Molti partecipanti a quella di Madrid, prima di lasciarsi, si sono dati già l’appuntamento per il Brasile.
Di questi aspetti tecnici non mi preoccupo qui.
La partecipazione all’evento diventa esperienza formativa ad alcune condizione di preparazione preventiva:
– una condivisione del significato e delle ragioni della partecipazione;
– il confronto con l’esperienza di chi vi ha già partecipato uno o due volte;
– la previsione anticipata di difficoltà già certe e il tentativo di motivarle nell’insieme dell’evento per interiorizzare il significato;
– l’approfondimento del messaggio di indizione della GMG (lettera del Papa) per cogliere il senso dell’evento;
– la decisione su alcune iniziative particolari (a livello di gruppo e di insieme organizzativo: diocesi, movimento… ).

Durante l’evento

Sono convinto che l’evento debba essere vissuto in pienezza, lasciandosi afferrare da esso, senza eccessive condizionamenti e preoccupazioni.
Un evento tanto complesso di problemi ne porterà un’infinità. Vanno compresi e risolti momento per momento, senza eccessive (e inutili) inquietudini.
Immagino che l’educatore sapiente si annota le cose più rilevanti che ha intravvisto. Le tiene per sé e si ripromette di riprenderle a fine percorso, per trasformare questi frammenti di vissuto in significati e in scelte di prospettiva.
Il punto quotidiano, a conclusione della giornata, è certamente un fatto positivo. Lo immagino più tecnico che progettuale, maggiormente orientato a risolvere le difficoltà e a recuperare alla collaborazione anche qualche persona che si è ritagliata uno spazio marginale. Tutta la preoccupazione formativa è riservata al «dopo».

Dopo l’evento

La qualità formativa dell’esperienza è legata moltissimo al «dopo». Certo, il «dopo» è condizionato al «durante» e al «prima». Ma senza un lavoro educativo serio a questo livello, la partecipazione non è esperienza: resta… turismo.
Sottolineo tre momenti speciali: la raccolta delle impressioni, la festa della condivisione, il tempo della interiorizzazione.

* La raccolta delle impressioni.
La prima tappa è costituita da una prima raccolta di impressioni, positive e negative, «a caldo». Lo stimo importante, perché l’immediatezza assicura la capacità di cogliere e rilanciare le dimensioni più significative del vissuto. Purtroppo, viviamo in un clima culturale che fa dimenticare anche gli eventi più belli, sotto l’onda d’urto delle cose successive.
Si tratta quindi di «far parlare» i partecipanti, proprio mentre i ricordi sono vivacissimi… quasi prima di addormentarsi per recuperare, nel viaggio di ritorno, il sonno perduto nelle ultime notti. In questo operazione chiedo al responsabile del gruppo di essere… impietoso, per mettere in evidenza tutti i momenti, quelli grandi e felici, e quelli meno riusciti e più dolorosi (sonno, fame, stanchezza, disorganizzazione, scomodità, spostamenti…).
Non si tratta certamente di rivangare il passato. L’invito nasce dalla consapevolezza che fanno parte dell’evento tutte le sue dimensioni. Quelle non verbalizzate, ritorneranno prepotenti nel momento della interiorizzazione dei suoi significati, quasi come condizionamenti negativi. Verbalizzate e comprese bene, possono invece diventare prezioso momento formativo, quasi una scelta, vissuta per necessità di cose prima e riconquistata e motivata ora.
Queste annotazioni vanno conservate accuratamente: il verbale a caldo vale più di ogni tentativo di elencare dopo…

* La festa della condivisione.
Una buona abitudine prevede, qualche giorno dopo la conclusione dell’evento, la partecipazione ad un incontro festoso per ricordare e per approfondire.
Lo stimo indispensabile.
Serve a condividere tra tutti i partecipanti quello che ciascuno ha vissuto in proprio, mettendo veramente in comune i frammenti personali, per farli diventare ricchezza di tutti.
Strumento privilegiato di questa festa è di sicuro la proiezione delle diapositive che fanno rivivere i momenti salienti dell’evento.
Non mancherà di certo un momento di preghiera, per riproporre qualche celebrazione tra le più riuscite dell’evento.

* Il tempo della interiorizzazione.
Nella festa della condivisione un momento da privilegiare (nella distribuzione del ritmo e del tempo) è quello della interiorizzazione.
È un momento difficile e impegnativo. Ma funziona come la condizione indispensabile per trasformare la partecipazione all’evento in una autentica esperienza formativa.
Il responsabile… recupera i fogli in cui aveva annotato le reazioni a caldo. Le ripropone (senza commenti né aggiustamenti) e su questo si apre il confronto. Avevo indicato la necessità di raccogliere indicazioni positive e negative.
Su tutte si apre l’approfondimento, perché tutte diventano formative solo quando sono comprese nelle motivazioni e nelle provocazioni.
Le domande attorno cui può girare la conversazione sono quelle fondamentali:
– cosa abbiamo vissuto;
– perché questa situazione;
– cosa ci consegna quello che abbiamo vissuto;
– come farlo diventare ragione personale di scelta di vita e prassi pubblica e collettiva.
L’incontro di interiorizzazione si conclude con due momenti complementari, di «verità»: una preghiera, per riconoscere il dono sperimentato, affidarci al Signore della nostra vita, chiedere a lui quel dono di conversione che ogni esperienza forte evoca; un progetto che dia continuità, piccolo, collettivo, concreto e verificabile, come suggerirò tra un momento.

E gli altri?

Ci sono persone che prima di imbarcarsi per il ritorno a casa si riempiono la valigia di souvenir. Ce ne sono per tutti e per tutti i gusti. Servano a dichiarare: ti ho pensato e ti ho ricordato.
Anche la partecipazione alla GMG favorisce la raccolta di souvenir da spargere attorno. Alcuni provengono dallo zaino del partecipante e sono impreziositi del sudore del protagonista. Molti sono stati acquistati con gli ultimi soldi rimasti nel portafoglio.
Nulla da eccepire. L’educatore attento, in uno dei rari momenti di tranquillità, coinvolge il gruppo con la domanda provocante: cosa portiamo a casa per chi non ha partecipato?
L’interrogativo ha tradotto subito in una formula meno consumistica: da che cosa i nostri amici potranno scoprire che abbiamo vissuto un evento, forte e impegnativo?
La risposta e la decisione relativa funzionano quando sono caratterizzati da tre qualità: collettiva, concreta e verificabile, un poco «profetica».
Deve essere collettiva: coinvolgere tutti i partecipanti e ricadere sull’insieme sociale a cui i partecipanti appartengono, per assicurare un coinvolgimento di tutti, anche se solo alcuni hanno potuto vivere l’evento in prima persona.
Deve essere concreta e verificabile: troppi impegni lasciano il tempo che hanno trovato, perché peccano di astrattezza o, peggio, sono formulati in modo tale da non poter mai valutare se si è realmente scatenato quel processo che porterà – a tempi programmati – alla realizzazione.
E infine, dovrebbe essere profetica: capace cioè di collocarsi come alternativa e trasformativa rispetto alle logiche correnti, anche per mostrare con i fatti che la partecipazione alla GMG non è stata una bella avventura di turismo, più o meno spirituale, realizzato a prezzi contenuti, ma una vera esperienza ecclesiale.