Il "programma pastorale"

dei discepoli

Domenica XV del T.O. (B)

papa Francesco

a cura di Gianfranco Venturi 

Discepoli 2

Mc 6,7-13 Inviati in missione [1]

È Gesù che chiama e invia
Abbiamo ascoltato come Gesù chiama i suoi discepoli e li invia a portare il Vangelo: è lui che chiama. Il Vangelo dice che “chiamò a sé” e mandava e dava loro poteri: nella vocazione dei discepoli, il Signore dà il potere: il potere per cacciare gli spiriti impuri per liberare, per guarire. Questo è il potere che dà Gesù. Egli infatti non dà il potere di manovrare o fare grandi imprese; ma il potere, lo stesso potere che aveva lui, il potere che lui aveva ricevuto dal Padre, glielo consegna. E lo fa con un consiglio chiaro: andate in comunità, ma per il viaggio non prenderete nient’altro che un bastone, né pane, né sacca, né denaro: in povertà!
Il Vangelo è così tanto ricco e tanto forte che non ha bisogno di fare grandi ditte, grandi imprese per essere annunciato. Perché il Vangelo dev’essere annunciato in povertà, e il vero pastore è quello che va come Gesù: povero, ad annunciare il Vangelo, con quel potere. E quando il Vangelo viene custodito con questa semplicità, con questa povertà, si vede chiaramente che la salvezza non è una “teologia della prosperità”, ma è un dono, lo stesso dono che Gesù aveva ricevuto per darlo.
Guardiamo quella scena tanto bella della sinagoga, quando Gesù si presenta ai suoi: “Io sono stato inviato a portare salvezza, a portare il lieto annuncio ai poveri, ai carcerati la liberazione, ai ciechi il dono della vista. La liberazione a tutti quelli che sono oppressi e per annunziare l’anno di grazia, l’anno di gioia”. Proprio questo, ha detto, è lo scopo dell’annunzio evangelico, senza tante cose strane, mondane. Gesù manda così. 

Il “programma pastorale” di Gesù
Cosa comanda di fare ai discepoli, qual è il suo programma pastorale? Semplicemente quello di curare, guarire, alzare, liberare, cacciare via i demoni: questo è il programma semplice. Che coincide con la missione della Chiesa: la Chiesa che guarisce, che cura. Tanto che alcune volte io ho parlato della Chiesa come di un ospedale da campo: è vero! Quanti feriti ci sono, quanti feriti! Quanta gente che ha bisogno che le sue ferite siano guarite!
Questa è la missione della Chiesa: guarire le ferite del cuore, aprire porte, liberare, dire che Dio è buono, che Dio perdona tutto, che Dio è padre, che Dio è tenero, che Dio ci aspetta sempre.

Al ritorno: la felicità, il racconto, il riposo
Dalla loro missione, ci dice il Vangelo di Luca (10,17-20), i discepoli sono tornati felici, perché non credevano che ce l’avrebbero fatta. E dicevano al Signore: “Ma, Signore, anche i demoni se ne andavano!”. Erano appunto felici perché questo potere di Gesù, fatto con semplicità, con povertà, con amore, dava un buon risultato.
Proprio la frase rivolta a Gesù dai discepoli felici, secondo quanto riporta il Vangelo, ci spiega tutto. Essi raccontano: “Abbiamo fatto questo, e questo, e questo, e questo…”. Così, dopo averli ascoltati, Gesù chiude gli occhi e dice: “Io ho visto satana cadere dal cielo”. Una frase che rivela qual è la guerra della Chiesa: è vero, noi dobbiamo prendere aiuto e fare organizzazioni che aiutino, perché il Signore ci dà i doni per questo; ma quando dimentichiamo questa missione, dimentichiamo la povertà, dimentichiamo lo zelo apostolico e mettiamo la speranza in questi mezzi, la Chiesa lentamente scivola in una ONG e diviene una bella organizzazione: potente ma non evangelica, perché manca quello spirito, quella povertà, quella forza di guarire.
C’è di più: al loro ritorno, Gesù porta con sé i discepoli a riposarsi un po’, a fare una giornata in campagna, a mangiare panini con una bibita. Insomma il Signore vuole passare insieme un po’ di tempo per festeggiare. E insieme parlano della missione appena compiuta. Ma Gesù non dice loro: “Voi siete grandi, eh! Alla prossima uscita, adesso, organizzate meglio le cose!”. Si limita a raccomandare: “Quando avete fatto tutto questo che dovete fare, dite a voi stessi: ‘servi inutili siamo’” (Lc 17,10).

Il profilo dell’apostolo
In queste parole del Signore c’è il profilo dell’apostolo. E infatti, quale sarebbe la lode più bella per un apostolo? Ecco la risposta: “È stato un operaio del regno, un lavoratore del regno”. Proprio questa è la lode più grande, perché va su questa strada dell’annunzio di Gesù, va a guarire, a custodire, a proclamare questo lieto annunzio e questo anno di grazia. A fare che il popolo ritrovi il Padre, a fare la pace nei cuori della gente.

6,7-13 L’alveo della missione [2]

Ascoltiamo il discorso che il Signore rivolge ai suoi discepoli (Mc 6,7-13). Comincia con un’esperienza di abbandono nella provvidenza di Dio e si conclude con una condotta ferma a cui i suoi discepoli devono attenersi, al punto di scuotersi la polvere dai piedi. E devono predicare la conversione, espellere i demoni, ungere coloro che soffrono. Si tratta del limite invalicabile della nostra sequela che ha origine in Dio, che accetta l’alveo della realtà e precisa la missione. […] Se il nostro peccato è essere schiavi di Satana, la nostra conversione non significa lasciare che la nostra libertà si espanda a piacere. Convertirsi è voler essere incanalati dal Signore, accettando gli argini che egli ha voluto stabilire con questi criteri.

6,7-13 La parola chiave: ospitalità [3]

Le regole precise della missione…
Gesù chiama i suoi discepoli e li invia dando loro regole chiare, precise. Li sfida con una serie di atteggiamenti, comportamenti che devono avere. Non sono poche le volte che ci possono sembrare esagerati o assurdi; atteggiamenti che sarebbe più facile leggere simbolicamente o “spiritualmente”. Ma Gesù è molto chiaro. Non dice loro: “Fate in qualche modo” o “fate quello che potete”. Ricordiamo insieme queste raccomandazioni: “Non prendete per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, ne denaro… rimanete nella casa dove vi daranno alloggio” (cfr Mc 6,8-11). Sembrerebbe qualcosa di impossibile.

… si possono riassumere in “ospitalità”
Potremmo concentrarci sulle parole “pane”, “denaro”, “borsa”, “bastone”, “sandali”, “tunica”. E sarebbe legittimo. Ma mi sembra che ci sia una parola-chiave, che potrebbe passare inosservata di fronte all’impatto di quelle che ho appena enumerato. Una parola centrale nella spiritualità cristiana, nell’esperienza di discepolato: ospitalità. Gesù, come buon maestro, pedagogo, li invia a vivere l’ospitalità. Dice loro: “Rimanete dove vi accoglieranno”. Li manda ad imparare una delle caratteristiche fondamentali della comunità credente. Potremmo dire che il cristiano è colui che ha imparato ad ospitare, che ha imparato ad accogliere.
Gesù non li invia come potenti, come proprietari, capi, o carichi di leggi e di norme; al contrario, indica loro che il cammino del cristiano è semplicemente trasformare il cuore, il proprio, e aiutare a trasformare quello degli altri. Imparare a vivere in un altro modo, con un’altra legge, sotto un’altra normativa. È passare dalla logica dell’egoismo, della chiusura, dello scontro, della divisione, della superiorità, alla logica della vita, della gratuità, dell’amore. Dalla logica del dominio, dell’oppressione, della manipolazione, alla logica dell’accogliere, del ricevere e del prendersi cura.
Sono due le logiche che sono in gioco, due modi di affrontare la vita e di affrontare la missione. Quante volte pensiamo la missione sulla base di progetti o programmi. Quante volte immaginiamo l’evangelizzazione intorno a migliaia di strategie, tattiche, manovre, trucchi, cercando di convertire le persone con le nostre argomentazioni. Oggi il Signore ce lo dice molto chiaramente: nella logica del Vangelo non si convince con le argomentazioni, le strategie, le tattiche, ma semplicemente imparando ad accogliere, a ospitare.

La Chiesa casa dell’ospitalità
La Chiesa è madre dal cuore aperto che sa accogliere, ricevere, specialmente chi ha bisogno di maggiore cura, chi è in maggiore difficoltà. La Chiesa, come la voleva Gesù, è la casa dell’ospitalità. E quanto bene possiamo fare se ci incoraggiamo ad imparare questo linguaggio dell’ospitalità, questo linguaggio del ricevere, dell’accogliere! Quante ferite, quanta disperazione si può curare in una dimora dove uno possa sentirsi accolto! Per questo bisogna tenere le porte aperte, soprattutto le porte del cuore.
Ospitalità con l’affamato, con l’assetato, con lo straniero, con il nudo, con il malato, con il prigioniero (cfr Mt 25,34-37), con il lebbroso, con il paralitico. Ospitalità con chi non la pensa come noi, con chi non ha fede o l’ha perduta, e magari per colpa nostra. Ospitalità con il perseguitato, con il disoccupato. Ospitalità con le culture diverse, di cui questa terra paraguaiana è così ricca. Ospitalità con il peccatore, perché ognuno di noi pure lo è.

… per vincere la solitudine
Tante volte ci dimentichiamo che c’è un male che precede i nostri peccati, che viene prima. C’è una radice che causa tanti ma tanti danni, che distrugge silenziosamente tante vite. C'è un male che, poco a poco, si fa un nido nel nostro cuore e “mangia” la nostra vitalità: la solitudine.
Solitudine che può avere molte cause, molti motivi. Quanto distrugge la vita e quanto ci fa male! Ci separa dagli altri, da Dio, dalla comunità. Ci rinchiude in noi stessi. Perciò quello che è proprio della Chiesa, di questa madre, non è principalmente gestire cose, progetti, ma imparare a vivere la fraternità con gli altri. È la fraternità accogliente la migliore testimonianza che Dio è Padre, perché “da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). In questo modo Gesù, ci apre ad una nuova logica. Un orizzonte pieno di vita, di bellezza, di verità, di pienezza.

… e aprire orizzonti
Dio non chiude mai gli orizzonti, Dio non è mai passivo di fronte alla vita, non è mai passivo di fronte alla sofferenza dei suoi figli. Dio non si lascia mai vincere in generosità. Per questo ci manda il suo Figlio, lo dona, lo consegna, lo condivide; affinché impariamo il cammino della fraternità, il cammino del dono. È definitivamente un nuovo orizzonte, è una nuova parola per tante situazioni di esclusione, di disgregazione, di chiusura, di isolamento. È una Parola che rompe il silenzio della solitudine.
E quando siamo stanchi o ci diventa pesante il compito di evangelizzare, è bene ricordare che la vita che Gesù ci offre risponde alle necessità più profonde delle persone, perché tutti siamo stati creati per l’amicizia con Gesù e per l’amore fraterno (cfr EG 265).

Libertà di dare e ricevere ospitalità
Una cosa è certa: non possiamo obbligare nessuno a riceverci, ad ospitarci; è certo ed è parte della nostra povertà e della nostra libertà. Ma è altrettanto certo che nessuno può obbligarci a non essere accoglienti, ospitali verso la vita del nostro popolo. Nessuno può chiederci di non accogliere e abbracciare la vita dei nostri fratelli, soprattutto la vita di quelli che hanno perso la speranza e il gusto di vivere. Com’è bello immaginare le nostre parrocchie, comunità, cappelle, dove ci sono i cristiani, non con le porte chiuse, ma come veri centri di incontro tra noi e Dio. Come luoghi di ospitalità e di accoglienza.

Ospitali come Maria
La Chiesa è madre, come Maria. In lei abbiamo un modello. Accogliere, come Maria, che non ha dominato né si è impadronita della Parola di Dio, ma, al contrario, l’ha ospitata, l’ha portata in grembo e l’ha donata.
Accogliere come la terra che non domina il seme, ma lo riceve, lo nutre e lo fa germogliare.
Così vogliamo essere noi cristiani, così vogliamo vivere la fede in questo suolo paraguaiano, come Maria, accogliendo la vita di Dio nei nostri fratelli con fiducia, con la certezza che “il Signore ci darà la pioggia e la nostra terra darà il suo frutto”.

NOTE
[1] Meditazione, 5 febbraio 2015.
[2] Il Signore che ci riprende, in J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nel cuore di ogni Padre. Alle radici della mia spiritualità, Introduzione di Antonio Spadaro, S.J., Rizzoli Milano 2014, 238-244.
[3] Omelia nel Viaggio Ecuador, Bolivia e Praraguya, Campo Grande di Ñu Guazú, Asunción (Paraguay), 12 luglio 2015.