Essere gratuità

Fratel Luciano - Bose

12 luglio 2018


In quel tempo Gesù inviò i dodici ordinando loro: 8Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. 9Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, 10né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento. 11In qualunque città o villaggio entriate, domandate chi là sia degno e rimanetevi finché non sarete partiti. 12Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. 13Se quella casa ne è degna, la vostra pace scenda su di essa; ma se non ne è degna, la vostra pace ritorni a voi. 14Se qualcuno poi non vi accoglie e non dà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dei vostri piedi. 15In verità io vi dico: nel giorno del giudizio la terra di Sòdoma e Gomorra sarà trattata meno duramente di quella città."
Mt 10,8-15

C’è un dare che ha come condizione il non possedere, il non avere, il non procurarsi. Così emerge dalla sequenza: “Gratuitamente date, non procuratevi …”. Si tratta non solo, infatti, di dare gratuitamente, ma di dare gratuità, dunque, di essere gratuità. E condizione di questa gratuità è la gratitudine, la coscienza del dono ricevuto: “Gratuitamente avete ricevuto”. Il ritratto dell’inviato in missione è quello dell’uomo eucaristico e la missione si presenta come evento simbolico che investe la persona stessa dell’inviato. La domanda che emerge dalle istruzioni di Gesù ai discepoli inviati in missione non è “Che cosa deve fare l’inviato?”, ma “Chi deve essere?”.
I comandi che proibiscono oggetti e strumenti diversi all’inviato sono come colpi di scalpello dello scultore che, togliendo dalla massa informe, fa apparire la forma finale, riuscita, essenziale, dell’opera. E ciò che viene anzitutto tolto è il denaro: “Non procuratevi oro, né argento, né (monete di) bronzo nelle vostre cinture”. Si parte dall’oro, dalle monete più preziose, e si termina col bronzo, con il denaro più vile, e non si tratta solo del denaro che uno potrebbe portare con sé al momento della partenza, ma anche di quello che potrebbe essergli dato come offerta durante il cammino e che potrebbe essere sublimato come dovuto alla provvidenza.
Quindi viene proibita la bisaccia, la “sacca da viaggio”, cioè la sacca che conteneva cibo, viveri per il cammino: e si tratta di viveri essenziali, non superflui. Non portare con sé questi viveri significa porsi in una situazione peggiore ancora di quella di un mendicante. Viene poi proibito di portare “due tuniche”, cioè di avere la veste di riserva per domani, nel caso che la prima si laceri o divenga inutilizzabile. Vengono proibiti i sandali, che proteggerebbero dalle pietre taglienti e dagli scorpioni, e di certo il ricordo va all’esperienza di Israele nel cammino nel deserto, quando il suo piede “non si è gonfiato durante i quarant’anni” (Dt 8,4); viene proibito il bastone, che serve a guadare un ruscello, a difendersi da un animale, a stare in equilibrio su un terreno sassoso.
Non viene proibito il superfluo ma il necessario, per insegnare la fiducia, l’abbandono al Signore. Gesù priva gli inviati di tutti quei mezzi che renderebbero più rapida, efficiente, visibile e fruttuosa la missione. Viene chiesto all’inviato di non prevenire il domani, il futuro, per vivere l’oggi di Dio.
Viene smentita quell’idea, che sempre è presente in tanti ambienti ecclesiali per cui per dare bisogna avere e possedere. Invece ciò che appare dal discorso di Gesù ai suoi inviati è che la fiducia che essi nutrono nel Signore si manifesta nella loro povertà e precarietà. Gerolamo commenta il testo dicendo che i discepoli sono inviati “pressoché nudi”. Del resto, se i primi destinatari del vangelo sono i poveri, come potrebbero gli annunciatori del vangelo operare con dispiegamento di beni, di ricchezze, di forza economica e grandiosità di opere? Come potrebbero autorevolmente annunciare la beatitudine dei poveri? Non si tratterebbe di una controtestimonianza?