Nella luce di Dio

Sorella Lisa - Bose

11 luglio 2018


In quel tempo 18notabile interrogò Gesù: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». 19Gesù gli rispose: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. 20Tu conosci i comandamenti: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non testimoniare il falso, onora tuo padre e tua madre». 21Costui disse: «Tutte queste cose le ho osservate fin dalla giovinezza».22Udito ciò, Gesù gli disse: «Una cosa ancora ti manca: vendi tutto quello che hai, distribuiscilo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli; e vieni! Seguimi!». 23Ma quello, udite queste parole, divenne assai triste perché era molto ricco.
24Quando Gesù lo vide così triste, disse: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio. 25È più facile infatti per un cammello passare per la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio!». 26Quelli che ascoltavano dissero: «E chi può essere salvato?». 27Rispose: «Ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio».
28Pietro allora disse: «Noi abbiamo lasciato i nostri beni e ti abbiamo seguito». 29Ed egli rispose: «In verità io vi dico, non c'è nessuno che abbia lasciato casa o moglie o fratelli o genitori o figli per il regno di Dio, 30che non riceva molto di più nel tempo presente e la vita eterna nel tempo che verrà».
Lc 18,18-30

Celebriamo oggi la festa di san Benedetto e, paradossalmente, per ricordare la sua vocazione a seguire Gesù abbandonando ogni altro bene per amore suo, “mosso dal desiderio di piacere a Dio a Dio solo” (Dialoghi II,1), leggiamo il racconto di una vocazione mancata. Un uomo potente ha interrogato Gesù: “Che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”; ha già osservato il comandamento della Legge fin dalla giovinezza ma quando il Signore gli chiede di vendere tutto quello che ha, di distribuirlo ai poveri e poi di seguirlo, resta paralizzato dalla tristezza. “Divenne molto triste, perché era molto ricco”. La ricchezza, in qualunque forma, è di impedimento alla gioia. Evagrio Pontico, il grande padre del deserto del iv secolo, così parafrasa le parole di Gesù: “Va’, vendi ciò che sei, poi vieni e seguimi”; la ricchezza cui più siamo attaccati è il nostro io, l’amore egoistico per noi stessi, che ci porta a imporre la nostra volontà.
Quando Pietro fa osservare a Gesù che lui e gli altri discepoli hanno lasciato tutti i loro beni e lo hanno seguito, quegli risponde che non c’è nessuno che abbia lasciato “casa o moglie o fratelli o genitori o figli per il regno di Dio che non riceva molto di più nel tempo presente e la vita eterna nel tempo che verrà”. Nel testo di Marco, dal quale Luca dipende, Gesù afferma che chi ha lasciato tutto riceve “cento volte tanto … insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà” (Mc 10,30). Forse ci è più facile comprendere quello che è detto in Marco; chi cerca di seguire il Signore, lo sappiamo, prima o poi sperimenta il rifiuto, l’inimicizia di chi vuole seguire altre vie e non è disposto a non imporre il proprio io. Ma in che cosa consiste il centuplo di cui parla Marco o quel “molto di più” del vangelo di Luca?
Gregorio Magno nel raccontare nei suoi Dialoghi la vita di Benedetto ricorda “le persecuzioni” da lui patite. I monaci che gli avevano chiesto, in assoluta concordia e con suppliche insistenti, di divenire loro abate, non appena si accorgono che sotto di lui non si poteva “rendere lecito ciò che era illecito” e che era cosa dura passare da cattive abitudini inveterate a un nuovo di modo di vita più conforme al vangelo, tentano di avvelenarlo. Vi sarà un altro tentativo di avvelenamento da parte di un prete preso da cieca gelosia nei suoi confronti. Ma dov’è il “molto di più”? Indubbiamente ci viene da pensare ai molti fratelli buoni e fedeli che hanno amato Benedetto e hanno custodito i suoi insegnamenti, ma io credo che nella vita dell’uomo di Dio quel “molto di più” sia qualcos’altro. Me lo suggerisce Gregorio nel capitolo 35 dei Dialoghi. Una volta Benedetto si sveglia prima dell’ora della preghiera comune; accanto alla finestra della torre che guarda sul monastero dove i suoi fratelli riposano, si mette a pregare. Non sappiamo per chi o per cosa pregasse, né quali fossero i suoi pensieri e le sue preoccupazioni, ma a un certo momento, come egli stesso raccontò più tardi, vide “il mondo intero come raccolto sotto un unico raggio di sole” e “a quella luce che rifulse agli occhi del corpo corrispondeva una luce interiore dello spirito”. L’uomo di Dio ormai vede la sua vita intera, le sue sofferenze e le sue gioie, i fratelli che il Signore gli ha affidato, gli uomini tutti, l’intera creazione nella luce di Dio, con gli occhi di Dio, e allora tutto acquista un senso, tutto è accolto e portato con pace. È questo “il molto di più”!