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Il capitolo 6 del

Vangelo di Giovanni

Pierpaolo Caspani


Benché il vangelo di Giovanni non riporti il racconto dell'istituzione, sono diversi i passi che potrebbero contenere riferimenti all'eucaristia [74]. Ci limitiamo qui a considerare il capitolo 6, nel quale si trova il grande discorso sul «pane di vita», che Gesù tiene nella sinagoga di Cafarnao. Prima di analizzarlo puntualmente, diamo un sintetico quadro delle diverse ipotesi interpretative che lungo la storia sono state messe in campo per comprenderlo.

LE DIVERSE LETTURE DEL DISCORSO DI CAFARNAO

La maggior parte dei Padri della Chiesa ha visto nell'intero capitolo il riferimento all'eucaristia. L'unica eccezione è costituita dai Padri Alessandrini (Clemente di Alessandria, Origene, Eusebio), che leggono il testo, escludendo un significato propriamente eucaristico: il pane della vita non sarebbe cioè l'eucaristia, bensì la parola di Dio che alimenta l'anima del credente.
L'esegesi storico-critica del XX secolo ha creduto di poter individuare due parti che costituiscono il discorso di Cafarnao: nella prima il pane di vita è Gesù come rivelazione del Padre (Gv 6,26-51b), mentre nella seconda si tratta dell'eucaristia (Gv 6,51c-58). Su questa base, tutta una linea esegetica ha considerato la sezione eucaristica come un'interpolazione redazionale: il contenuto sacramentale di questo testo non corrisponderebbe al pensiero del quarto vangelo, centrato sul valore salvifico della fede nella parola di Gesù e per nulla interessato ai sacramenti. Esponente di spicco di questa linea è R. Bultmann, il quale sostiene che tutti i riferimenti sacramentali ritrovabili nel vangelo di Giovanni sono aggiunte introdotte da un redattore ecclesiastico, preoccupato di integrare una carenza del testo evangelico, allineandolo all'insegnamento sacramentale della Chiesa. Tra le aggiunte in questione c'è anche Gv 6,51c-58, che Bultmann ritiene evidentemente riferito all'eucaristia [75]. Tra quanti sono convinti del carattere composito del testo, non mancano però coloro che spiegano in modo diverso il rapporto tra le due parti. È il caso ad esempio di R. Brown, secondo il quale «il capitolo sarebbe eucaristico anche se i vv. 51-58 non ne facessero parte; e se 51-58 sono una aggiunta posteriore, essi furono aggiunti non per introdurre un tema eucaristico, ma per mettere più chiaramente in luce gli elementi eucaristici che già vi erano» [76]. Questi versetti, cioè, sarebbero stati inseriti in uno stadio tardo della composizione del capitolo 6, ma comunque in profonda sintonia col pensiero giovanneo.
Soprattutto a partire dalla seconda metà degli anni '70, gli studi su Gv 6, specie quelli che privilegiano un approccio di tipo strutturale, sono invece propensi a riconoscere il carattere unitario del discorso di Cafarnao. Ciò non risolve i problemi interpretativi, perché le chiavi di lettura che vengono applicate all'intero discorso restano diverse. Alcuni esegeti lo considerano interamente riferito al pane eucaristico. Altri, invece, ritengono che debba essere interamente letto in termini sapienziali: il pane di vita sarebbe la persona di Gesù come rivelazione del Padre e tutto il discorso intenderebbe suscitare la fede in lui; anche la terminologia eucaristica della seconda parte, pertanto, sarebbe utilizzata per illustrare la tematica della fede. C'è infine chi ritiene che i due temi siano presenti dall'inizio alla fine del discorso: «il discorso sul pane di vita è una rivelazione sul rapporto che unisce indissolubilmente il sacramento e la fede» [77]. In tutto il discorso, dunque, il pane di cui si parla è sia la rivelazione di Dio in Gesù Cristo, sia il pane eucaristico; coerentemente l'espressione «mangiare questo pane» si riferisce sia alla fede nella rivelazione, sia alla manducazione del pane eucaristico. Ci pare questa la chiave di lettura più adeguata, sia perché una polivalenza semantica è insita nella logica del linguaggio simbolico, sia perché è sensato ritenere che, in una comunità che già celebrava l'eucaristia, il simbolo del pane di vita non potesse non contenere un rimando immediato al pane eucaristico. Va d'altra parte riconosciuto che il rimando all'eucaristia è presente «in filigrana» nella prima parte del discorso, mentre diventa esplicito e domina la scena nella seconda parte.

ANALISI DEL TESTO

Presentiamo anzitutto lo schema dell'intero cap. 6.
6,1-15: il segno della moltiplicazione dei pani;
6,16-21: l'autorivelazione di Gesù ai discepoli che attraversano il lago di Tiberiade in tempesta;
6,22-25: una breve sezione di passaggio: anche la folla passa alla sponda occidentale del lago e, stupita, constata che Gesù l'ha preceduta, per cui pone la domanda che dà avvio al discorso: «Rabbì, quando sei venuto qua?».
6,26-58: il discorso sul pane di vita che, secondo lo stile giovanneo, offre l'interpretazione del segno;
6,59-71: l'epilogo drammatico: di fronte alla durezza del discorso, molti discepoli abbandonano Gesù, mentre Pietro si fa portavoce della fede dei dodici e Gesù annuncia la presenza tra essi di un traditore.

6,1-15 – Con la moltiplicazione dei pani entra subito in scena il simbolo centrale su cui si regge il capitolo: quello appunto del pane. C'è un pane di cui l'uomo vive e che l'uomo da sé non può procurarsi. Questo pane non può che essere accolto come dono e solo in Gesù trova la propria origine. Non pochi particolari sembrano contenere riferimenti all'eucaristia. Analogamente a quanto fanno i racconti sinottici della cena, Giovanni sottolinea l'iniziativa di Gesù, il suo ruolo in qualche modo "presidenziale": è lui che interpella Filippo (6,5-6) ed è lui stesso a distribuire i pani moltiplicati (6,11) e a ordinare di raccogliere i pezzi avanzati (6,12). I gesti di Gesù, poi (élaben, eucharistēsas diédōken – 6,11), per quanto abituali all'inizio di ogni pasto giudaico, richiamano le sue azioni nell'ultima cena, così come sono riportate dai sinottici. Infine Giovanni colloca la moltiplicazione dei pani in prossimità della festa di Pasqua (6,4): il dato appare ancor più significativo considerando che, nel quarto vangelo, il richiamo alla vicinanza della Pasqua compare sempre in relazione con riferimenti alla morte di Gesù (Gv 2,13; 11,55-57). Il segno dei pani viene richiamato in 6,26: si apre così il discorso che si propone appunto di interpretare tale segno.
6,26-34 – Alla folla che, visto il miracolo dei pani, lo cerca per farlo re, Gesù anzitutto fa notare l'ambiguità di questa ricerca: la folla ha fermato la propria attenzione sui pani che ha potuto mangiare a sazietà e non ha percepito nel dono del pane il segno di un nutrimento diverso, un cibo «che dura per la vita eterna» e che il Figlio dell'uomo darà. L'immagine di un cibo che è vita allude alla Legge di Dio, che vivifica chi la pratica. In effetti gli interlocutori di Gesù colgono il senso delle sue parole e il dibattito si eleva ad affrontare il tema dell'osservanza perfetta della legge di Dio. Ai Giudei che chiedono quali "opere" fare (6,28), Gesù risponde che unica è l'opera da compiere: la fede nell'Inviato di Dio (6,29). Gli interlocutori intuiscono che Gesù si identifica con tale Inviato e manifestano una certa disponibilità a credere in lui, a condizione che egli si manifesti attraverso un segno adeguato. In questo caso, la richiesta di un segno non esprime incredulità, ma si inserisce nella tradizione profetica, secondo la quale un segno, per essere probante, dev'essere annunciato in anticipo dal suo autore. In effetti qui la gente chiede a Gesù: «quale segno fai? Dicci in anticipo quale segno farai, perché, quando esso sarà posto, noi possiamo darti credito, come i nostri padri hanno dato credito a Mosè che nel deserto aveva dato loro la manna» (6,30-31).
Gesù però non si presta alla richiesta di un segno e corregge il modo in cui i Giudei hanno inteso la Scrittura: il donatore della manna non è stato Mosè, ma Dio, quel Dio che Gesù qualifica come il «Padre mio». E Dio non è donatore solo in rapporto al passato, alla manna data ai padri nel deserto. Il dono di Dio è attuale: Dio dà adesso il pane vero, la Legge vera che discende dal cielo ed è destinata non solo a Israele, ma al mondo. «Signore, dacci sempre questo pane!» (6,34): i Giudei pensano dunque che Gesù sia capace di assicurare loro il pane di cui vivere – la Legge vera – e sono ben disposti ad ascoltare il suo insegnamento. Le difficoltà e l'ostilità si profilano quando Gesù identifica se stesso con il pane della vita («Sono io il pane della vita» – 6,35). Con questa dichiarazione si apre il corpo centrale del discorso, costituito da due parti parallele (6,35-47 // 6,48-58). Oltre al parallelismo che caratterizza i versetti iniziali e finali delle due sezioni (6,35 // 6,48 – 6,47 // 6,58), è la dinamica che le struttura entrambe a rivelarsi parallela. Ambedue, infatti, si aprono con una parola enigmatica di Gesù che suscita l'obiezione dei Giudei, la quale a sua volta spinge Gesù a ribadire con maggiore ampiezza quanto inizialmente enunciato [78].

6,35-47 – All'identificazione di se stesso col pane della vita, Gesù collega l'invito ad andare a lui e a credere in lui: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!» (6,35). Il parallelismo sinonimico lascia intendere che l'«andare verso» Gesù è un'immagine spaziale per dire la fede in lui. Fede nella quale la fame e sete dell'uomo trovano quella risposta che Isaia aveva preannunciato per i tempi escatologici (Is 49,10). In Gesù questi tempi sono giunti e il desiderio profondo dell'uomo trova il proprio appagamento. I vv. 36-40 hanno al centro l'espressione: «sono disceso dal cielo» (6,38). Questa dichiarazione ha un evidente rapporto con quella del v. 35 («io sono il pane della vita»): se infatti il pane di Dio che dà la vita al mondo discende dal cielo (6,33), è logico che Gesù confermi di essere lui quel pane affermando in prima persona: «sono disceso dal cielo». Il verbo discendere (katabáinō) si trova anche in Is 55,10-11, riferito alla parola del Signore che discende dal cielo come la pioggia e la neve. Il suo uso qui suggerisce un parallelo tra la discesa della parola del Signore, di cui parla Isaia, e la discesa del pane di Dio, di cui si tratta nel testo giovanneo. La dichiarazione di Gesù suscita la mormorazione dei Giudei (6,41-42). Il verbo "mormorare" assimila questa reazione all'atteggiamento dei padri, i quali più volte nel deserto avevano mormorato contro Mosè (Es 15,24; 17,3; Nm 11,1; 14,2.27...), ma, più radicalmente, contro il Signore (Es 16,7-8). I Giudei mormorano contro Gesù – cioè non gli credono – perché egli appare loro come una persona troppo comune, di cui tutti conoscono il padre e la madre: ciò rende assurda ai loro occhi la pretesa di essere disceso dal cielo. Da parte sua, Gesù esorta i Giudei a non mormorare e a lasciarsi piuttosto "istruire" da Dio, assecondando l'intervento del Padre che attira tutti gli uomini verso il Figlio. Questa attrazione che il Padre esercita sugli uomini non va intesa come una sorta di impulso interiore o nella linea di un'esperienza mistica. Si parla infatti di «essere istruiti da Dio», di «ascoltare il Padre» e di «imparare da lui» (6,45): tutti questi termini rimandano alla Scrittura, il che lascia intendere come sia proprio mediante la Scrittura che il Padre esercita sugli uomini la sua forza d'attrazione che li porta a credere nel Figlio.
In questa prima parte del discorso, dunque, Gesù rivela se stesso come pane disceso dal cielo, cioè da Dio. A questa rivelazione fa da contrappunto la fede, che consiste precisamente nel riconoscere Gesù come colui che viene da Dio; una fede possibile grazie all'attrazione che il Padre stesso esercita mediante la Scrittura.

6,48-58 – La seconda parte del discorso approfondisce le precedenti affermazioni sul pane di vita. Da un lato, si precisa che Gesù dà vita al mondo mediante il dono della propria vita sulla croce; dall'altro, si allude al fatto che il dono della vita di Cristo sulla croce è reso accessibile mediante l'eucaristia, alla quale il testo esplicitamente si riferisce.
Alla manna, incapace di preservare dalla morte coloro che di essa si nutrirono, si contrappone Gesù, «il pane vivo, disceso dal cielo», mangiando il quale si vive in eterno (6,49-51ab). A questo punto si colloca il v. 51c che, per il suo valore strategico, merita di essere considerato in modo analitico: «Il pane che io darò (dōso) è la mia carne (sárx) per (hypèr) la vita del mondo». Qui compare per la prima volta il termine "carne" (sárx) che, insieme a "sangue", gioca un ruolo chiave in quest'ultima parte del discorso. Sárx indica tutta la persona di Gesù nella sua condizione umana e mortale, quella condizione che il Verbo ha assunto con l'incarnazione (Gv 1,14). Questa carne (cioè la propria esistenza) Gesù la "darà": l'uso del verbo Mani è tradizionale per indicare il dono che Cristo fa della propria vita sulla croce (cf Mt 20,28 // Mc 10,45; Gal 1,4...). E il dono sarà «per (hypèr) la vita del mondo»: come nei sinottici, anche l'uso giovanneo della preposizione hypèr pare alluda al valore sacrificale della morte di Gesù. Queste parole dunque contengono l'annuncio della morte di Gesù e la interpretano come esistenza donata «per la vita del mondo». Contemporaneamente richiamano il fatto che tale morte è resa accessibile grazie al rito eucaristico: è infatti opinione diffusa che Gv 6,51c sia l'equivalente giovanneo della formula lucana dell'istituzione («Questo è il mio corpo che è dato per voi» – Lc 22,19), con la quale effettivamente rivela un certo parallelismo [79].
Alla dichiarazione di Gesù, i Giudei oppongono la loro obiezione: «come può costui darci la sua carne da mangiare?» (6,52). Mentre rifiutano la possibilità che la vita del mondo venga dal dono della vita di Gesù, queste parole esprimono l'incomprensione degli ambienti giudaici nei confronti dell'eucaristia cristiana. In risposta, i vv. 53-58 rimarcano e approfondiscono quanto enunciato nel v. 51c. In questa sezione, diversi elementi si comprendono solo presupponendo un riferimento all'eucaristia. Si noti anzitutto che, in parallelo con la frase «mangiare la mia carne», compare l'espressione «bere il mio sangue» (6,53.54.56) che non può essere presa alla lettera e si comprende solo pensando al vino eucaristico, sul presupposto che esso si identifichi col sangue di Cristo. Inoltre, accanto al verbo phaghéin ("mangiare" – 6,53.58), ricorre quattro volte il verbo trōghein (6,54.56.57.58), che significa "masticare" [80]: questa azione, compiuta in riferimento alla carne di Cristo, non può essere intesa in senso letterale, dato che il cannibalismo è del tutto estraneo al mondo biblico; d'altra parte risulta troppo forte per essere solo una metafora riferita alla fede. Non resta dunque che pensare a un gesto di effettiva manducazione: la manducazione del pane eucaristico, di cui è dunque presupposta l'identificazione con la carne di Cristo. Infine il v. 55 insiste sul fatto che la carne e il sangue di Gesù sono veramente cibo e bevanda: un'affermazione del genere presuppone la prassi della comunione eucaristica, sulla base – ancora una volta – di una reale identità tra pane e vino dell'eucaristia e carne e sangue del Signore.
I vv. 56-57 esplicitano in cosa consiste la vita data a colui che mangia la carne e beve il sangue del Figlio dell'uomo: si tratta della mutua dimora, dell'immanenza reciproca del credente in Cristo e di Cristo nel credente, evocata dal verbo ménein [81]. Il tema della dimora lascia intendere che la relazione con Cristo realizzata mediante l'eucaristia non va letta nella linea di un'assimilazione materiale di Cristo da parte del credente, bensì nell'ottica di un rapporto personale. E la relazione che si stabilisce tra il Figlio e il credente non può essere dissociata da quella che unisce Padre e Figlio. Anzi, il rapporto tra Padre e Figlio è il modello fondante la relazione tra il Figlio e il credente. A livello letterario, ciò è indicato dalla preposizione "come" (kathōs), che non si limita a introdurre un paragone, ma esprime un rapporto di causalità: la relazione Padre-Figlio non solo è il modello della relazione Figlio-credente, ma ne è la causa. Il Figlio si trova così al centro di una relazione che, per quanto qui non venga esplicitata, non per questo è meno presente: la relazione tra il credente e il Padre. Il Figlio disceso dal cielo è precisamente il "luogo" in cui questa relazione si attua. Gesù è il Figlio e il discepolo diventa figlio mediante la sua unione con Lui. In Gesù anche il credente è presso Dio, rivolto verso il Padre: l'alleanza è compiuta, mediante la fede in Gesù, cui l'eucaristia è indissolubilmente legata.

6,59-65 – Dopo aver precisato che «queste cose» sono state dette nella sinagoga di Cafarnao (6,59) e aver registrato l'osservazione di molti discepoli sulla durezza di tale insegnamento (6,60), la parte finale del capitolo riporta la risposta di Gesù che annuncia il proprio ritorno nella sfera divina, simbolicamente collocata in alto. Il verbo usato – "salire" (anabainō – 6,62) – corrisponde in modo speculare al verbo "discendere", caratteristico della prima parte del discorso: se la discesa dal cielo esprimeva la volontà del Padre di dare agli uomini il pane vero, la risalita indica che la missione si è compiuta. L'annuncio è formulato in maniera interrogativa, lasciando aperta una duplice possibilità di risposta: «se vedeste il Figlio dell'uomo salire là dove'era prima», che cosa direste? Per il credente questa eventualità diventerà motivo di fede piena nel Figlio dell'uomo. Per l'incredulo, invece, si tratterà semplicemente di una scomparsa che rafforzerà il suo scandalo. Senza attendere risposta, Gesù offre la chiave di lettura del suo discorso, evidenziandone la qualità "spirituale": «È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita» (6,63). Senza lo Spirito, la "carne" – l'uomo nella sua precaria condizione terrestre – non è in grado di comprendere le parole di Gesù. E senza tale comprensione, dischiusa dallo Spirito, cioè senza la fede, lo stesso pane eucaristico non è in grado di vivificare colui che lo riceve.

In conclusione – Il cap. 6 del vangelo di Giovanni è l'annuncio di Gesù, pane di vita, che discende dal cielo per dare la vita agli uomini, mediante il dono della propria vita sulla croce; dono reso "partecipabile" attraverso il pane eucaristico. L'"opera" che l'uomo deve compiere è una sola: la fede in Gesù, che include come propria necessaria dimensione la partecipazione al banchetto eucaristico. In effetti il discorso di Cafarnao presenta un intreccio continuo tra il piano della fede in Gesù e quello della partecipazione all'eucaristia, al punto, che si configura come «una rivelazione sul rapporto che unisce indissolubilmente il sacramento e la fede» [82]. Tale rapporto si muove lungo due direttrici: da un lato, la partecipazione all'eucaristia non si aggiunge in modo estrinseco alla fede in Gesù, pane di vita; tale fede, infatti, implica strutturalmente che di questo pane ci si nutra, mangiando la sua carne e bevendo il suo sangue; d'altra parte, la fede in Gesù e nell'efficacia vivificante della sua morte è l'anima che continuamente permea e conferisce significato al gesto di mangiare la sua carne e bere il suo sangue.

 

NOTE

74 Cf in particolare Gv 2,1-11 (l'acqua trasformata in vino a Cana); 13,1-21 (la lavanda dei piedi); 15,1-9 (la vite e i tralci); 19,34 (il sangue e l'acqua che escono dal fianco di Cristo morto); Gv 21,9-13 (il pasto del Risorto sul lago di Tiberiade).
75 Cf R. BULTMANN, Das Evangelium des Johannes, Mayers Kommentar, Göttingen 196810, qui 154, 177, 340-346.
76 R. BROWN, Giovanni. Commento al vangelo spirituale, Assisi, Cittadella 19862, qui 370.
77 X. LÉON-DUFOUR, Condividere il pane eucaristico, qui 257. Questa interpretazione è ripresa in X. LÉON-DUFOUR, Lettura dell'Evangelo secondo Giovanni, Edizioni Paoline, Cinisello B. 1992, vol. II, qui 11-250; cf anche V. MANNUCCI, Giovanni, il vangelo narrante, EDB, Bologna 1993, qui 115; B. MAGGIONI, La brocca dimenticata. I dialoghi di Gesù nel vangelo di Giovanni, Vita e Pensiero, Milano 1999, qui 81. Pur riconoscendo l'unitarietà del discorso, Galbiati ritiene che le due parti abbiano a tema rispettivamente la fede e l'eucaristia. Al tema eucaristico va riconosciuta la priorità «nell'ordine dell'intenzione, anche se nell'ordine dell'esecuzione è preceduto da una lunga preparazione avente per argomento la fede»: E. GALBIATI, L'Eucaristia nella Bibbia, qui 152.
78 Seguiamo lo schema proposto da X. LÉON-DUFOUR, Condividere il pane eucaristico, qui 242-243.
79 «L'incarnazione del Verbo di cui parla il prologo mira [...] all'offerta del corpo sulla croce, che diventa a noi accessibile nel sacramento»: J. RATZINGER -BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret, Rizzoli, Milano 2007, qui 313.
80 La traduzione della CEI non evidenzia la differenza, perché traduce sia phaghéin che trōghein con "mangiare".
81 Il verbo ménein ritorna soprattutto in Gv 15,4-10.
82 X. LÉON-DUFOUR, Condividere il pane eucaristico, qui 257.

(FONTE: Pane vivo spezzato per il mondo. Linee di teologia eucaristica, Cittadella 2011, pp. 49-57)

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