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Di santi e di eroi

Lettura dell’esortazione apostolica
«Gaudete et exsultate»: Geografia spirituale

Jean-Pierre Denis

Un docente universitario profondamente francese, non molto tempo fa, ha riscosso un buon successo pubblicando un saggio erudito ma piacevole, dal titolo Comment parler des livres qu’on n’a pas lu. Un libro di cui hanno subito parlato tutti, spesso senza neanche averlo letto. È d’altronde un atto di banale indolenza nella conversazione mediatica commentare opere o lunghi testi ufficiali a partire da un semplice comunicato stampa. Questo cibo di bassa qualità basta ad alimentare le voci che circolano. È più desueto, ma certo più interessante, leggere i libri e parlarne solo dopo aver compiuto l’arduo sforzo della lettura. Come giornalista pratico ancora felicemente quest’arte che alcuni giudicano ridicola.
Mi piace anche, prima o dopo la lettura, riprendere i libri rileggendo le citazioni, i riferimenti, le note a pie’ di pagina. Vi si scopre spesso un immaginario, un paesaggio intellettuale, l’ambito stesso di una ispirazione.
È questo che ho fatto con l’esortazione apostolica Gaudete et exsultate . Dopo aver letto l’intero testo, l’ho ripreso con in mano un evidenziatore. Che cosa cercavo? Nomi e luoghi. Nomi legati a luoghi, a culture. «Non esiste piena identità senza appartenenza a un popolo», ricorda lo stesso Papa nel testo. «Sembra che i miei fratelli cardinali sono andati a prenderlo [il Papa] quasi alla fine del mondo», aveva detto scherzosamente dal balcone di San Pietro a Roma, la sera della sua elezione. Ma allora, quale può essere la geografia personale dell’autore dell’esortazione apostolica? Quale via intraprende per giungere alle idee, per arrivare fino a noi? Quali sono gli uomini e le donne ai quali fa riferimento? E soprattutto, quali sono i santi e le sante? Io non ho la pretesa d’inventare una scienza. Ma se fosse necessario, forse la chiameremmo “agiogeografia” e cercheremmo di sperimentarla con questo testo.
Non ci si sorprenderà di trovare diverse volte in questa geografia spirituale il Poverello (e con lui Antonio da Padova). E quattro volte Ignazio di Loyola, di cui una per ricordare il celebre invito gesuitico alla «santa indifferenza». E altri due gesuiti, il cardinale Martini e, più “ratzingeriano”, Hans Urs von Balthasar. E poi padri e dottori della Chiesa: Agostino, Tommaso d’Aquino, Bonaventura, Basilio Magno, Giovanni Crisostomo... E papi naturalmente: Giovanni Paolo II e Paolo VI. Simili riferimenti sono inerenti a questo tipo di documento. Cercare di tracciare, sulla loro base, una cartografia interiore originale non porterebbe molto lontano. Più significativamente, gli ordini votati alla mendicità e alla carità sono ricordati attraverso tradizioni e periodi diversi: i francescani, i fondatori dei Servi di Maria, o ancora l’amica di Giovanni Paolo II, Teresa di Calcutta. Infine l’ineludibile presenza del fiorentino Filippo Neri, fondatore della congregazione dell’Oratorio. Non perché fu una figura importante della Controriforma, ma perché era soprannominato «il santo della gioia».
Il testo è destinato a mettere la santità alla portata di tutti, quasi in modo pratico, talvolta nel tono della conversazione. Nasce allora un paradosso: è la grande mistica a dominare queste pagine. Una mistica che ha dato al cristianesimo alcuni dei suoi principali capolavori spirituali, ma anche letterari o poetici. Va sottolineata l’importanza che occupa qui la spiritualità carmelitana, in ogni sua forma. Anzitutto Giovanni della Croce, menzionato quattro volte; con lui Teresa d’Ávila, Teresa Benedetta della Croce, vale a dire Edith Stein; e poi Teresa di Lisieux, citata o ricordata quattro volte. Papa Francesco attinge a tutte le fonti cristiane, come i Racconti di un pellegrino russo. Ma sembra mostrare un interesse particolare per la mistica femminile.
Nel corso del testo s’incrociano Ildegarda di Bingen, Brigida di Svezia, Caterina da Siena o Faustina Kowalska, per non parlare “delle” Teresa che ho appena ricordato. Nessuna di loro aveva una personalità scialba. Molte aiutarono il papato a superare le sue debolezze e le sue crisi. Papa Francesco ricorda inoltre «stili femminili di santità», sottolineando la loro importanza «anche in epoche nelle quali le donne furono maggiormente escluse». Nel testo figurano personalità femminili tanto diverse come santa Monica e suor Maria Gabriela Sagheddu, una trappista italiana beatificata da Giovanni Paolo II.
Ritorniamo alla cartografia per fare un’altra osservazione: l’agiogeografia di Papa Francesco rimane quasi esclusivamente europea. Ho ricordato prima Faustina Kowalska, beatificata e poi canonizzata da Giovanni Paolo II, divenuta la santa forse più emblematica del pontificato wojty?iano. Attraverso la festa della divina misericordia, la religiosa, morta a Cracovia il 5 ottobre 1938, sembra dunque tendere un filo invisibile tra l’Argentino e il Polacco. Ci riporta verso il Vecchio Continente.
Nel corso delle pagine di Gaudete et exsultate, non ci si allontanerà granché da lì. Non si navigherà sulle acque del Rio de la Plata, ma si peregrinerà vicino alle rive della Vistola, del Reno, dell’Arno e del Tevere, o del Tamigi con Tommaso Moro. Si salirà spesso sugli austeri altipiani della Castiglia. Si cavalcherà attraverso la Spagna poetica e mistica, quella che percorsero Teresa d’Ávila e Giovanni della Croce. Non si scoprirà quindi molto il Nuovo Mondo.
L’unica concessione a una “biogeografia” sarà il ricordo del “santo padre Brochero”, il sacerdote argentino morto di lebbra che Francesco ha canonizzato nel 2016. Al di là di questo caso particolare, e del ricordo del cardinale vietnamita François-Xavier Nguyên Van Thuân, bisogna attendere il paragrafo 141 (su 177) per lasciare l’Europa per un cattolicesimo globalizzato, raggiungendo Paul Miki in Giappone, André Kim Taegon in Corea o Roque González e Alfonso Rodríguez in America del Sud.
Mi sia concesso di sottolineare infine che l’agiogeografia di Papa Francesco risulta molto francese. Al primo posto c’è Teresa di Lisieux, indubbiamente la santa francese più universale, patrona delle missioni. Ma l’esortazione apostolica abbonda di riferimenti intellettuali e spirituali alla figlia primogenita della Chiesa. Al punto che vi si può praticamente leggere l’abbozzo di una storia e di una geografia religiosa della Francia. Vi si incontra la tradizione monastica con Bernardo di Chiaravalle, la carità missionaria con Vincenzo de’ Paoli, la dolcezza apostolica con il savoiardo Francesco di Sales. Fatto importante, si attraversa il Mediterraneo per ritrovare Charles de Foucauld e i monaci di Tibhirine, che Papa Francesco ha beatificato con altri martiri dell’Algeria. A questa lista di santi francesi, si devono aggiungere un romanziere caduto nell’oblio, Joseph Malègue, e uno scrittore che tutti conoscono ma che nessuno o quasi ha purtroppo letto, l’indomito Léon Bloy. Con un simile paesaggio interiore, una visita di Papa Francesco in Francia appare indispensabile.

Coincidenza o segno dei tempi?

Coincidenza o segno dei tempi? Il giorno stesso in cui è stata presentata l’esortazione apostolica, il presidente della Repubblica francese ha pronunciato un discorso storico di fronte alla Conferenza dei vescovi. Sotto le volte medievali del Collège des Bernardins, divenuto un centro culturale inaugurato da Benedetto XVI, Emmanuel Macron non ha mancato di ricollocare l’eredità cattolica in quello che viene a volte chiamato, a rischio di generare polemiche, il racconto nazionale. Ha ricordato scrittori e intellettuali così diversi come Pascal e Paul Claudel, ma non Léon Bloy. E neppure santi e beati, a parte Giovanna d’Arco, figura di riconciliazione tra la Francia religiosa e la Francia laica. Tuttavia, i due testi, quello del Papa e quello del Presidente, s’inseriscono nello stesso contesto e in un certo senso, visti dalla Francia, “fanno epoca”.
Emmanuel Macron ha ricordato la sconvolgente storia di padre Hamel. Si può pensare che, tra qualche tempo, verrà riconosciuto il martirio di questo anziano prete assassinato da due giovani terroristi mentre celebrava la sua messa mattutina nella chiesa di Saint-Etienne-du-Rouvray, vicino a Rouen in Normandia. Tra l’altro si sa quanto il Papa sia stato colpito dalla morte di padre Hamel. Il capo di Stato ha anche ricordato il sacrificio del tenente colonnello Arnaud Beltrame, un gendarme ucciso dopo aver preso il posto di una giovane donna tenuta in ostaggio in un supermercato di Trèbes, vicino Carcassonne, nel sud della Francia. «Non si può capire il suo sacrificio se lo si separa dalla sua fede personale. È il gesto di un gendarme e il gesto di un cristiano. Per lui le due cose sono legate, non si possono separare l’una dall’altra», mi ha confidato Marielle, la moglie di Beltrame, due giorno dopo la sua morte.
Mentre la Repubblica rendeva un omaggio nazionale al gendarme, in Francia si è aperto un ampio dibattito sull’eroismo e il dono di sé, e sulla componente cristiana di un simile atto, mentre un’obbedienza massonica rivendicava l’appartenenza del tenente colonnello a una delle sue logge. Personalmente, fin dall’inizio di quella che sarebbe poi diventata una tragedia, ho visto nel gesto di Arnaud Beltrame quello di un cristiano che offre liberamente la propria vita. Si può addirittura inserire nella tradizione dei trinitari e dei mercedari medievali che riscattavano i prigionieri, a volte a rischio della propria vita. Ma in ultima analisi il mistero di un simile atto resta noto solo a Dio, e la sua grandezza dipende anche dal fatto che nessuno lo può recuperare, mentre tutti se ne possono appropriare.
Quali che siano le letture che si possono o si vogliono fare, se la santità e l’eroismo appartengono a due ordini diversi, il bisogno d’identificazione con figure esemplari rinasce quasi per caso in un’epoca ritenuta appiattita, immanente e indifferente. Papa Francesco lo ricorda nelle prime righe di Gaudete et exsultate, Gesù non vuole che «ci accontentiamo di un’esistenza mediocre, annacquata, inconsistente». Secolarizzata o religiosa, l’agiografia ha dunque bei giorni dinanzi a sé. Mentre aumentano le tentazioni autoritarie e ritornano le logiche di potere nelle relazioni internazionali, non permettiamo ai “malvagi” di diventare le sole figure identificabili! Rallegriamoci perché la Francia ha già dimenticato il nome del suo assassino ma si ricorda di quello di Arnaud Beltram, al quale molti comuni hanno dedicato una via. Sembrerebbe che, persino in culture secolarizzate, la comunione dei santi abbia ancora un senso. Come nella poesia del comunista Aragon (La rose et le réséda), la mistica del dono di sé riunisce «colui che credeva al cielo e colui che non ci credeva». A maggior ragione in epoche agitate, demoralizzate e divise.

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