Volontari

senza appartenenza

Figura postmoderna dell'impegno sociale

Maurizio Ambrosini *


Il volontariato, tradizionalmente legato al mondo delle associazioni, sta vivendo una stagione in cui si affacciano come nuovi protagonisti i cosiddetti "volontari episodici". Quali sono le motivazioni alla base di questo fenomeno? Come può essere letto rispetto alle forme di volontariato tradizionale? Sono due forme in netta contrapposizione o in qualche modo possono arricchirsi a vicenda?

Nel composito panorama dell'impegno solidaristico da qualche tempo si è affacciato un nuovo fenomeno: quello di un volontariato episodico, senza etichette, svincolato da affiliazioni e appartenenze organizzative. Secondo l'Istat (2014), 6,63 milioni di persone nel nostro Paese (circa un cittadino su otto) svolgono attività gratuite al servizio della società. Di queste, 4,14 milioni prestano un servizio mediante un gruppo o un'organizzazione, mentre 3 milioni si impegnano in maniera non organizzata; vi sono poi 538mila persone che hanno svolto attività di servizio gratuito sia in modo organizzato sia individualmente. L'Istat stima dunque che il tasso di quello che definisce "volontariato individuale" sia pari al 5,8%, mentre l'incidenza sul totale dei volontari è superiore a un terzo, precisamente il 37,6%. Stiamo dunque parlando di un fenomeno che riguarda in vario modo una componente cospicua e composita del mondo del volontariato, generalmente poco visibile e trascurata.

Il volontariato nell'orizzonte della soggettività

Un numero sempre maggiore di cittadini è disposto a impegnarsi per una buona causa, ma allergico a sottoscrivere una tessera e ad aderire a un'associazione: si potrebbero chiamare "altruisti senza divisa", mutuando la definizione che ne ha dato alcuni anni fa Caltabiano (2006). Si manifesta quindi una crescente divaricazione tra l'impegno volontario espresso dai singoli e quello incanalato e organizzato con la mediazione di soggetti collettivi di tipo associativo. Se finora parlare o anche studiare il volontariato ha significato quasi automaticamente fare riferimento alle associazioni, ora non è più così. Forme di volontariato brevi, occasionali, legate a manifestazioni o esigenze specifiche, stanno incontrando un notevole successo, mentre molte associazioni incontrano crescenti difficoltà a reperire volontari per attività continuative e strutturate. Si spiega così la distanza tra rilevazioni come quella dell'Istat sopra citata, in cui milioni di cittadini dichiarano di impegnarsi in forme di volontariato, e quelle in cui, interpellando le associazioni, si coglie al contrario un declino della partecipazione.
Si può interpretare questo fenomeno nella prospettiva della crescente soggettività dell'impegno altruistico. Non è vero infatti che l'affermazione dell'individuo sia sempre nemica della sollecitudine per gli altri. Il volontariato moderno è anzi una tipica espressione di scelte individuali: la personale e libera decisione di dedicare tempo, risorse ed energie a una causa giudicata meritoria (Ambrosini 2005). Ricerche condotte negli Stati Uniti, un Paese permeato dai valori individualistici, mostrano che i processi di modernizzazione e la crescita della soggettività possono favorire l'impegno altruistico (cfr Wuthnow 1991). Le motivazioni possono essere varie: spingono al coinvolgimento la volontà di dedicare tempo ed energie ad attività percepite come appaganti, dotate di senso, meritevoli agli occhi degli altri; la consapevolezza delle fratture sociali, dei bisogni inascoltati, delle cause degne di essere difese che interpellano gli individui e li sollecitano a intervenire; altre volte, il bisogno di socialità, le catene amicali, la curiosità intellettuale, la percezione che la partecipazione a un'esperienza di servizio sia umanamente ricca.
Nel caso dei giovani, emergono come vettori di partecipazione motivazioni come l'esplorazione del mondo, la scoperta di sé e delle proprie capacità, il desiderio di misurarsi con ruoli e responsabilità adulte, l'opportunità di intrecciare nuove amicizie, a volte il desiderio di saggiare la propria predisposizione verso determinati ambiti professionali, oppure di acquisire competenze coerenti con studi e aspirazioni. Come il lavoro, il volontariato prevede dei ruoli, dei compiti, degli orari, degli obiettivi da raggiungere, delle responsabilità di cui rispondere, delle relazioni di collaborazione da intrattenere; in questo senso, esso avvicina agli stili di comportamento del mondo adulto, richiedendo serietà e impegno. A differenza del lavoro, l'impegno volontario non comporta però un contratto vincolante: può essere esercitato con maggiore libertà, modulato in funzione di altri impegni e interessi, articolato in relazione a inclinazioni e disponibilità. Inoltre, si svolge in un clima solitamente amicale, è intriso di rapporti personali significativi, è sottoposto a codici non scritti che prescrivono accoglienza e disponibilità nei confronti dei nuovi arrivati e dei compagni di impegno. Per un giovane ancora in formazione, può essere considerato come un luogo intermedio e complementare tra la compagnia degli amici e la società adulta con le sue regole e i suoi rituali (Ambrosini 2004; Famà e Purpura 2017). Nel caso invece delle persone che arrivano alla pensione, l'esperienza del volontariato diventa un'occasione per continuare a svolgere un ruolo attivo nella sfera pubblica, per riempire un tempo che diventa improvvisamente troppo lungo e troppo povero di senso, per continuare a sperimentare una dimensione di socialità non più rinvenibile nell'ambito del lavoro oramai lasciato. Per chi lavora, può invece rappresentare uno spazio di espressione di sé e della propria personalità che non si trova nel lavoro, e magari per esercitare attitudini, propensioni e competenze che il lavoro spinge a sacrificare.

Il volontariato e la logica del dono

È sbagliato dunque contrapporre motivazioni altruistiche a motivazioni orientate alla realizzazione individuale. L'idea di un'abnegazione assoluta, che nega il sé per dedicarsi agli altri, appare irrealistica, forse disumana. Nell'esperienza dei volontari le due dimensioni s'intrecciano: andrebbe presa maggiormente sul serio la frequente affermazione secondo cui «è più quel che ho ricevuto di ciò che sono riuscito a dare» (Wuthnow 1991). Anche in relazioni di aiuto apparentemente unidirezionali, si può rintracciare una gratificazione intrinseca nel rapporto umano che si costruisce, denso di rimandi e di scambi reciproci (Godbout 2000).
Il sociologo Alain Caillé coglie bene il punto: anziché inseguire una donazione di sé "eroica", in cui non si intravede un qualche ritorno per chi la compie, è preferibile immaginare che non solo il dono possa essere gratuito da parte di chi lo offre e vantaggioso per chi lo riceve, ma anche capace di rispondere a bisogni e aspettative dei donatori, ossia dei volontari. Di qui discende «una concezione modesta del dono» (Caillé 1998), in cui si ammette che dono e interesse si compenetrano nell'azione delle persone ordinarie, non sono incompatibili ma si richiamano vicendevolmente. Pur ammettendo che quanti si dedicano al volontariato, soprattutto quello episodico, cerchino anche un luogo di realizzazione per sé, e che nella partecipazione a un grande evento emerga un desiderio di socializzazione, di occupazione del tempo, di riconoscimento sociale, entrare nella logica del dono significa però rompere con la logica circolare e chiusa del calcolo egoistico razionale, rinunciando a contabilizzare costi e benefici e mettendo la ricerca di benefici per sé in relazione con il benessere di altri.
Ciò che il volontariato episodico aggiunge è un'accentuazione delle istanze soggettive, sotto forma di diffidenza per i vincoli organizzativi, gli impegni stabili, le dinamiche associative. Le domande che traspaiono sono quelle di flessibilità, limitazione, reversibilità delle scelte di dedizione. I volontari informali sono disposti a donare, a dedicare tempo ed energie a una causa ben individuata, ma non intendono entrare a far parte di un soggetto collettivo di cui condividere l'identità culturale e la missione sociale al di là dei singoli eventi, una dimensione a cui non sono sensibili. Soprattutto non sono disponibili a farsi carico delle responsabilità e degli adempimenti connessi alla vita associativa. In questo senso accentuano la dimensione soggettiva dell'azione volontaria: desiderano che il loro tempo vada interamente speso sul campo, in attività visibili, identificabili, apprezzabili dal pubblico, così come i donatori di aiuti economici desiderano che le loro offerte vadano interamente ai beneficiari finali, alle persone in condizioni di bisogno o alle cause che scelgono di sostenere. Adottando un termine del linguaggio politico contemporaneo, si situano in una logica di disintermediazione.
Si può qui rintracciare un'analogia con altri fenomeni sociali del nostro tempo: moltissimi cittadini diffidano dei partiti, eppure in grandi numeri si mettono in coda per votare alle elezioni primarie. La Chiesa cattolica perde praticanti regolari, ma raduna grandi masse in occasione degli incontri con il Papa o in altri eventi straordinari. Le associazioni spesso si riducono a livello di membri, ma non di rado organizzano a loro volta eventi premiati da notevoli adesioni da parte del pubblico.

Il volontariato episodico e la cittadinanza attiva

Nello stesso tempo però il volontariato episodico presenta dei punti di contatto con i movimenti di cittadinanza attiva analizzati e promossi da Gregorio Arena (2011) e dal sociologo Giuseppe Cotturri (2013): anche in questo caso entrano in gioco dei cittadini che assumono delle responsabilità nei confronti della comunità locale, partecipando insieme ad altri ad attività socialmente utili. Se la cittadinanza attiva può assumere molteplici forme, qui si manifesta secondo modalità essenzialmente operative, in cui la partecipazione non implica appartenenze strutturate e può esaurirsi nell'adesione a una singola iniziativa. Lo si coglie chiaramente nelle crescenti esperienze di volontariato promosse dai Comuni, da altri enti locali o sorte informalmente dal basso. Un numero crescente di cittadini sta scoprendo che può prendersi cura del verde, ripulire angoli degradati del quartiere, organizzare giochi o feste presso la scuola dei figli senza indossare la casacca di un'associazione: forme di impegno per la collettività, in cui si esprime lo spirito civico, ossia il desiderio di dare alla propria cittadinanza contenuti di dedizione ai luoghi in cui si vive e di contributo al loro miglioramento.
In via generale, si può osservare un'evoluzione del concetto di
cittadinanza. Nella seconda metà del Novecento, il grande sviluppo dei diritti sociali (educazione, sanità universalistica, pensioni, servizi sociali, cfr Marshall 2002) è stato concepito come un avanzamento delle frontiere della democrazia sostanziale,
intesa come inclusione sociale delle masse popolari storicamente escluse. Le istituzioni dello Stato hanno ottenuto lealtà e consenso estendendo il raggio dell'intervento pubblico e della protezione sociale. I cittadini sono diventati sempre più consapevoli di essere titolari di diritti e di poter chiedere allo Stato di onorarli. La cittadinanza è diventata foriera di aspettative nei confronti delle istituzioni pubbliche a ogni livello. Oggi, in tempi di restrizione dell'intervento pubblico e della protezione sociale accordata dal-
lo Stato, la reazione più ovvia è quella della disaffezione, della protesta, del voto antisistema. Ma sorgono anche minoranze in-
traprendenti che riscoprono la dimensione attiva della cittadinanza come impegno diretto per il bene comune, e specialmente per la qualità dell'ambiente urbano in cui vivono.
Questo fenomeno emergente si può collegare alle riflessioni del politologo Robert Putnam (1993; 2004) su capitale sociale e spirito civico. La sua tesi di fondo è che l'interazione tra le persone e la partecipazione associativa accrescono il capitale sociale:
reti sociali che alimentano la fiducia negli altri, la disponibilità e la capacità di cooperare in vista di obiettivi comuni. Gli effetti benefici sono sia per i singoli, che instaurano relazioni sociali, sia per il contesto in cui vivono. Lo studioso statunitense collega però strettamente lo spirito civico alla partecipazione associativa ed esprime pertanto un pessimismo di fondo circa la corrosione di capitale sociale e spirito civico negli Stati Uniti degli ultimi decenni, a motivo fra l'altro del declino della partecipazione associativa.
Tuttavia la cittadinanza attiva e la stessa formazione di capitale sociale non passano necessariamente attraverso la mediazione di attori collettivi già istituiti. Il piacere della partecipazione e i benefici che gli individui si attendono dall'adesione a un'attività socialmente utile hanno un'attrattiva propria, non necessitano della cinghia di trasmissione dei circuiti associativi. Nello stesso tempo, ricollegandoci alla riflessione svolta in precedenza, la gratificazione intrinseca a forme di impegno sociale condivise con altri si traduce in cittadinanza attiva al servizio della collettività.
Partecipazione spontanea e partecipazione associativa non sono in realtà contrapposte: molti cittadini prendono parte a forme di volontariato spontaneo perché hanno sviluppato un'attitudine alla cittadinanza attiva grazie alla partecipazione associativa, così come varie forme di mobilitazione spontanea assumono in seguito una fisionomia associativa.

Una proposta interpretativa

Può essere utile a questo punto cercare di fissare le differenze con il volontariato organizzato di tipo più tradizionale mediante uno schema (cfr Ambrosini 2016 e Tab. 1). Parleremo in proposito di volontariato moderno e di volontariato postmoderno, senza addentrarci in questa sede in una discussione sulle controverse caratteristiche delle due formazioni sociali (cfr Bauman 1999; Lasch 1981; Giddens 1994; per una sintesi: Ambrosini e Sciolla 2015).

ambrosini
Il volontariato che definiamo "moderno" ha caratteri strutturati e costanti, ritmato da un impegno a cadenze fisse, ad esempio settimanali. Si realizza in associazioni che richiedono un'adesione organizzativa, sviluppano attività di socializzazione, sensibilizzazione e formazione; propongono e perseguono, almeno in una certa misura, un'identificazione dei partecipanti con l'associazione stessa (gli obiettivi, la visione e l'approccio ai temi di cui si occupa). Le organizzazioni non nascono in un vuoto sociale, ma hanno una storia, un'identità, spesso delle matrici culturali o ideologiche. L'adesione dei volontari è mediata in molti casi da riferimenti comuni, da linguaggi condivisi e da legami sociali. In un'associazione ai volontari è poi richiesta idealmente una duplice forma di impegno: nel servizio verso gli scopi associativi, ma anche nel funzionamento dell'associazione, assumendo cariche sociali o almeno partecipando ai momenti istituzionali. Fare volontariato è un tutt'uno con il fare parte di un'associazione di volontariato.
Il volontariato postmoderno prescinde invece dalla mediazione delle strutture associative, privilegia gli aspetti della flessibilità e della scelta personale, spesso riferita a singoli eventi. È più congeniale a individui con molteplici interessi, svariati impegni e riluttanza ad assumere decisioni troppo vincolanti per quanto riguarda sia l'identificazione con un soggetto collettivo, sia l'impiego del proprio tempo. È un volontariato poco incline a dedicare energie alle incombenze e alle dinamiche associative, non ama gli aspetti di servizio "indiretto" necessari per il funzionamento delle associazioni, mentre privilegia il servizio "diretto" nei confronti di una causa o di un pubblico di beneficiari. Entra spontaneamente in contatto con chi offre opportunità di servizio alla società, perlopiù ricorrendo a canali mediatici, come Internet. Le dimensioni dell'adesione ideale e dell'appartenenza culturale passano in secondo
piano: i volontari postmoderni sono individui che aderiscono a una proposta specifica e circoscritta di impegno gratuito del proprio tempo.
I due tipi di volontariato appena descritti non vanno però separati in modo rigido, ma comunicano e s'intersecano più di quanto ci si possa attendere, come attestano le storie, i percorsi e le motivazioni di chi si dedica al volontariato. Le persone spesso li combinano, oppure transitano dall'uno all'altro, scegliendo quello ritenuto più appropriato per la fase della vita che stanno attraversando e nella combinazione con altri obblighi e interessi. La contrapposizione tipologica serve dunque a scopi analitici, per cogliere i termini della questione e porre in rilievo le dimensioni da approfondire. Per diversi aspetti, le posizioni che abbiamo individuato possono essere viste come gli estremi di un continuum, più che dei termini mutualmente esclusivi.

Sviluppi possibili e problemi aperti

Se rileggiamo queste nuove forme di volontariato dal punto di vista dello sviluppo della cittadinanza attiva e della solidarietà sociale, si può anzitutto ribadire che le forme episodiche, a basso coinvolgimento organizzativo, possono rappresentare la porta d'ingresso verso esperienze di volontariato più complesse e strutturate. Sono un'occasione di incontro con determinati bisogni e un modo per entrare in contatto con organizzazioni che se ne occupano in maniera competente. Non ha quindi molto senso contrapporre il volontariato episodico e occasionale a quello stabilmente organizzato: l'uno può evolvere nell'altro, così come pratiche di volontariato continuative possono accompagnarsi alla partecipazione occasionale, ad altre forme di cittadinanza attiva o di servizio verso la società.
Anche quando la partecipazione rimane puntuale e riferita a qualche evento costituisce comunque una finestra sul mondo: un'opportunità di sensibilizzazione, di socialità, di scoperta di altri ambienti e di nuovi significati. Contribuisce ad accrescere il capitale sociale, la fiducia interpersonale e lo spirito civico, nei termini di Putnam (2004), soprattutto quando l'azione volontaria richiede scambio e collaborazione tra le persone.
Pur avendo sottolineato la disconnessione tra volontariato episodico e appartenenze associative, va ricordato in uno scenario più ampio che il ruolo di connessione e mediazione sociale delle associazioni resta ineludibile per alcuni importanti aspetti. Esse non solo rendono dei servizi a persone o a cause meritevoli, ma rappresentano bisogni e istanze sociali presso i decisori politici, i mass media e l'opinione pubblica. Sono protagoniste delle azioni di lobby a favore di soggetti deboli e di questioni sociali trascurate che altrimenti stenterebbero a trovare canali di rappresentanza e di ascolto nello spazio pubblico.
Nei confronti dei partecipanti, inoltre, non svolgono soltanto funzioni organizzative, ma anche di formazione e di accompagnamento. Educano a conoscere i problemi di cui si occupano e suggeriscono pratiche sperimentate per affrontarli. Il volontariato episodico corre invece il rischio di una costruzione soggettivistica tanto dei bisogni, quanto delle modalità di risposta: i volontari individuali potrebbero entrare in gioco con categorie interpretative inadeguate e strumenti di intervento sbagliati. Hanno comunque bisogno di essere formati, guidati e incanalati da logiche d'ingaggio chiare e strutture organizzative adeguate.
Le associazioni di volontariato sono quindi attori fondamentali di una società civile dinamica, incisiva e capace di produrre innovazione sociale: la crescita del volontariato episodico non può ingenerare un'idea di disintermediazione della società che sacrifichi il ruolo di soggetti collettivi come le associazioni. Queste infatti non sono una risorsa della società solo per i servizi che erogano, ma anche per la sensibilità che diffondono e per le occasioni di cittadinanza attiva che propongono: non solo in termini di servizi, ma di presa di parola e di partecipazione sociale. Fanno parte di quel complesso di corpi intermedi che rende le democrazie più vitali e partecipate, riempiendo lo spazio tra i singoli cittadini e i poteri pubblici. Il loro ruolo è tanto più necessario in quanto si fanno carico di beni collettivi, come l'ambiente, il paesaggio urbano, la vitalità dei quartieri periferici o il patrimonio culturale, oppure difendono gli interessi di gruppi marginali e sottorappresentati. Pensare a un impegno sociale ridotto soltanto alla partecipazione puntuale a singoli eventi, magari su invito da parte delle istituzioni pubbliche, produrrebbe un impoverimento del tessuto democratico.
Ci possiamo domandare però come la crescita di forme non convenzionali di impegno sociale interpelli il volontariato organizzato. Andando oltre la fuorviante contrapposizione tra le due forme di impegno altruistico, si tratta di cogliere gli elementi di comunanza e di continuità tra di esse. Per le associazioni, il volontariato episodico può rivelarsi un'opportunità di allargamento del pubblico in contatto e della propria base sociale. Da questo punto di vista, manifestazioni come «Volontari per un giorno» o giornate aziendali presso mense dei poveri, dormitori o altri luoghi di incontro con il disagio hanno un impatto culturale: non hanno la possibilità e neppure l'ambizione di risolvere problemi sociali, probabilmente per le organizzazioni sono più un costo che un beneficio, ma contribuiscono a rompere il diaframma tra minoranze impegnate e maggioranze indifferenti, a diffondere consapevolezza e apertura presso chi era in precedenza estraneo a problemi sociali e orizzonti civici. Anche se non si traduce in forme continuative di volontariato, la disponibilità di un pubblico di volontari occasionali potrebbe poi essere valorizzata in diverse forme dalle associazioni, come già alcune riescono a fare: per esempio in giornate di sensibilizzazione e raccolta di fondi, oppure per far fronte a emergenze o eventi straordinari, oppure ancora nel contribuire al dibattito pubblico e alla divulgazione delle istanze delle associazioni.


BIBLIOGRAFIA

AMBROSINI M. (ed.) (2016), Volontariato post-moderno. Da Expo Milano 2015 alle nuove forme di impegno sociale, FrancoAngeli, Milano.
- (2005), Scelte solidali. L'impegno per gli altri in tempi di soggettivismo, il Mulino, Bologna.
- (ed.) (2004), Per gli altri e per sé. Motivazioni e percorsi del volontariato giovanile, FrancoAngeli, Milano.
AMBROSINI M. - SCIOLLA L. (2015), SociologiaMondadori, Milano.
ARENA G. (2011), Cittadini attivi. Un altro modo di pensare l'Italia, Laterza, Roma-Bari.
BAUMAN Z. (1999), La società dell'incertezza, il Mulino, Bologna.
CAILLB A. (1998), Il terzo paradigma. Antropologia filosofica del dono, Bollati Boringhieri, Torino.
CALTABIANO C. (2006), Altruisti senza divisa. Storie di italiani impegnati nel volontariato informale, Carocci, Roma.
COTTURRI G. (2013), La forza riformatrice della cittadinanza attiva, Carocci, Roma.
FAMA A. – PURPURA N. (2017), «Giovani e volontariato. Una via per formare cittadini responsabili», in Aggiornamenti Sociali, 12, 829-839.
GIDDENS A. (1994), Le conseguenze della modernità. Fiducia e rischio, sicurezza e pericolo, il Mulino, Bologna.
GODBOUT J.T. (2000), «Dono e solidarietà», in Sociologia e politiche sociali, 2, 7-17.
ISTAT (2014), Attività gratuite a beneficio di altri, Statistiche Report, 23 luglio 2014, in <www. istat.it>.
LASCH C. (1981), La cultura del narcisismo, Bompiani, Milano.
MARSHALL T.H. (2002), Cittadinanza e classe sociale, a cura di MEZZADRA S., Laterza, Roma-Bari (ed. or. 1950).
PUTNAM R.D. (2004), Capitale sociale e individualismo. Crisi e rinascita della cultura civica in America, il Mulino, Bologna.
- (1993), La tradizione civica nelle regioni italiane, Mondadori, Milano.
WUTHNOW R. (1991), Acts of compassion. Caring for others and helping ourselves, Princeton University Press, Princeton.

* Professore di Sociologia, Università di Milano

(FONTE: Aggiornamenti Sociali giugno-luglio 2018 (483-492)