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Continua 

ad avere fede!

Domenica XIII del T.O. (B)

a cura di Franco Galeone *

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Misericordia voglio, non sacrifici!

1) Il brano propone due miracoli, inseriti l’uno nell’altro, secondo una tecnica cara a Marco. Nei primi versetti entra in scena Giairo, uno dei capi della sinagoga (vv.21-24); poi è narrata la guarigione di una donna, da dodici anni afflitta da perdite di sangue (vv.25-34); infine riprende il racconto della rianimazione della figlia di Giairo (vv.35-43). Cominciamo dalla guarigione della donna: da dodici anni la malattia non migliora, nessun medico riesce a curarla, è rimasta senza soldi e senza salute! I medici e i giudici non fanno mai una bella figura nella Bibbia! La donna si sente umiliata perché colpita nella sua intimità, in quella parte del corpo che dovrebbe essere la sorgente della vita; per queste perdite di sangue - simbolo della vita ma anche della morte - diventa impura, viene evitata da tutti come una lebbrosa. L’evangelista sottolinea il numero dodici: tanti sono gli anni della malattia e tanti sono gli anni della fanciulla morta. Il dodici richiama alla mente le dodici tribù d’Israele, malate e morte perché lontane da Dio! Gesù la guarisce, nessuna malattia diventa ostacolo per avvicinarsi a Dio; davanti a Dio non ci sono puri e impuri, ma tutti purificati grazie a Gesù. Solo gli ipocriti si credono sani, pensano di non avere bisogno del medico e di Dio. Rappresentano quella grande folla (v.31) che tocca Gesù ma senza fede, che lo ascolta ma senza effetto, che si comunica ma in realtà si scomunica!

 

Non una religione in più ma un progetto di vita buona

2) Bisogna dirlo ancora una volta. Il centro delle preoccupazioni di Gesù non è la religione e le sue osservanze, ma la sofferenza umana e le sue conseguenze. Questo è chiaro nel caso della donna che soffriva emorragie mestruali. Le religioni insegnavano (ed alcune continuano ad insegnare) la paura che deriva dal pensiero che il sangue contiene vita (Lv 17,10-14; Dt 12,23). Ebbene, Gesù si è messo dalla parte della donna “impura” e respinta dalla religione “pura”. Ha restituito a quella donna la salute, la dignità e la felicità che non aveva trovato nella religione e nella società. La vicinanza di Gesù trasforma le persone e dà loro dignità. È importante ricordare, ancora una volta, che i racconti di miracoli del vangelo di Gesù non sono stati utilizzati per lodare il suo “potere religioso”, ma per mostraci la sua “bontà umana”. E prova di ciò è il fatto che le autorità religiose, a causa dei fatti prodigiosi, hanno considerato Gesù come un “alleato di Belzebù” (Mc 3,22 par), un “trasgressore del sabato” (Mc 3,1-6; Gv 5,16; 9,16), un “bestemmiatore” (Mc 2,7 par; 14,64 par), un “impostore” (Mt 27,63). Gli esperti in religione si resero conto del fatto che Gesù non voleva più religione ma più bontà, non era venuto a fondare una nuova religione, alternativa e concorrenziale alle altre, ma un nuovo progetto di vita, una nuova qualità nei rapporti umani.

Solo l’uomo sa di essere mortale!

3) “L’uomo, dice lo scrittore e politico francese André Malraux, è l’unico animale che sa di dover morire”. Non siamo davvero uomini se non guardiamo in faccia questo mistero, se non troviamo, non dico la soluzione, almeno qualcosa per sopportarlo. La prigione del nostro orizzonte terrestre ha qualcosa di spietato che contraddice tutte le nostre profonde aspirazioni. Si dice che l’amore è più forte della morte, e però la morte separa inesorabilmente quelli che si amano. Amare e non comunicare è solo dolore. Come si comprende Orfeo che, a rischio della vita, scende negli inferi a ricercare la bella Euridice; ma appena tenta di comunicare con lei, gli sfugge! Come si comprendono i sostenitori della metempsicosi e dello spiritismo! Ma ribellarsi è inutile: ribellarsi significa rinunciare a comprendere, e invece bisogna continuare a cercare. Il mistero non è l’assurdo; l’assurdo è ciò che non ha senso e non ne può avere, invece il mistero è una verità che non finiremo mai di comprendere. Le domande sempre aperte sono queste: “Cosa ci aspetta dopo la morte? Cosa ci aspettiamo dopo la morte?”. A queste domande, Gesù non risponde ma agisce, vive e fa vivere; attraverso i suoi gesti insinua che c’è una vita oltre la morte, come la coscienza persiste attraverso il sonno: la morte, come il sonno, assomiglia alla fine, ma per tutti e due c’è il risveglio, che smentisce le apparenze.

Risurrezione dei corpi, non immortalità dell’anima

4) I primi cristiani, quando annunciavano la vita eterna, trovavano forse un terreno favorevole, perché la filosofia dell’epoca affermava l’immortalità dell’anima: c’era una predisposizione culturale all’accoglimento. Ma anche al tradimento: l’immortalità veniva infatti pensata in termini spiritualistici; il corpo sembrava un peso da eliminare, per cui la ricchezza realistica della risurrezione veniva abbandonata a vantaggio di una visione tutta spirituale nell’al di là. Ma l’immortalità di cui parla il vangelo non va pensata in termini spiritualistici; il corpo non è qualcosa da eliminare. Oggi non si può parlare di immortalità senza suscitare il sorriso della gente istruita, che si presume adulta solo perché ha raggiunto grandi conquiste nella sfera della scienza, ma che non ha più alcun messaggio da offrire alla coscienza: “La terra, interamente illuminata dalla ragione, brilla all’insegna di trionfale sciagura”. Uno dei grandi maestri della filosofia antica ha scritto che ogni scienza parte dalla meraviglia. Purtroppo noi abbiamo disimparato a stupirci, ma chi non prova più stupore, alla fine diventerà stupido.

Gesù, il Signore della vita

5) Una certa filosofia, antica e moderna, si è sforzata di fare accettare la morte con razionale se-renità. Viviamo per morire, siamo destinati alla morte. Dura lex, sed lex! Ma l’uomo si ribella a questa lucida dottrina; chi ha gustato la vita, non vuole più morire. Dominatore della natura, esploratore dell’universo, l’uomo si scontra sempre con lo scacco della morte: anche noi, come il dittatore Stalin, dobbiamo amaramente concludere che “alla fine c’è solo la morte che vince”. G. Marcel avverte che “la speranza è vana se non ci libera dalla morte”. Non si sceglie veramente per l’uomo, se non si sceglie tutto l’uomo. Anche nella visione cristiana, la morte c’è ma non ci doveva essere; Dio non ha creato l’uomo per la morte, ma per la vita; la morte non entrava nel piano di Dio, è entrata per il peccato dell’uomo (Sap 1,13). Gesù non dice: “Preparati a morire”, ma “Preparati a vivere”; dalla cenere deve germogliare la vita. Gesù non è un “persuasore di morte”, non prepara a morire, come ci hanno insegnato alcuni educatori. Egli teme la morte, ne ha terrore, si ribella, perché la morte è il negativo, è ciò che non dovrebbe essere. Prepararsi a fare una buona morte non è la sua filosofia! I santi lo hanno ben compreso. Ecco perché, accanto ad espressioni di angoscia, troviamo esempi di pace, addirittura parole di desiderio, come quelle dell’apostolo Paolo: “Desidero morire per incontrarmi con Cristo”, e di Francesco di Assisi che lodava il Signore “per sora nostra morte corporale”.
Il cimitero, cioè il “dormitorio”

6) “La bambina non è morta, ma dorme”. Queste parole non esprimono un desiderio, ma una constatazione. Quella “piccola risurrezione” anticipa ed è segno della “grande risurrezione”, inaugurata da Gesù a Pasqua. Se comprendiamo bene questa verità, allora quelli che ci sembrano immensi luoghi di morte, diventano immensi luoghi di vita. Dimentichiamo che i “cimiteri” sono in realtà – così li chiamavano i primi cristiani – solo “dormitori”, cioè luoghi in cui si dorme in attesa del risveglio. Si realizza quella speranza che da sempre gli uomini avevano manifestato onorando i defunti. Quando entriamo in un cimitero, ci dobbiamo sentire circondati da una immensa folla di “dormienti” che attendono, come noi, il giorno della risurrezione. La bambina ebrea del racconto evangelico, di cui ignoriamo il nome, è la nostra piccola antenata. Ancora oggi, dopo duemila anni, essa non è morta, ma dorme. Con lei, come lei, tutti noi “dormiremo” in attesa del risveglio ad opera di Dio Padre. Gesù emerge in tutta la sua semplice potenza; il suo gesto solenne, in quella cameretta, richiama il Dio creatore di Michelangelo, che con il dito chiama alla vita Adamo; a Gesù bastano due semplici parole in aramaico popolare “Talità, kum!” e un gesto della mano. Nessun rito magico o sceneggiatura miracolistica. E infine, quel particolare così delicato di Gesù che raccomanda ai genitori di dare da mangiare alla loro bambina! Meraviglioso questo vere Deus et vere homo!
Buona vita!

* Gruppo biblico ebraico-cristiano

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