La condizione giovanile

in Italia:

le evidenze del

Rapporto Giovani 2018 

Davide Girardi [1]


Il presente articolo riprende i principali risultati del Rapporto Giovani 2018 dell’Istituto Giuseppe Toniolo. I dati riguardano sia la dimensione pubblica che quella privata dei giovani italiani, e restituiscono un quadro molto composito.
Da un lato, c’è la consapevolezza di essere poco rappresentati e di non essere valorizzati fino in fondo all’interno della società italiana, soprattutto nella fase di transizione alla vita adulta; c’è però anche la consapevolezza di voler agire per mutare le cose.
Sul piano valoriale, i riferimenti sono molto articolati: lo dimostrano approfondimenti come quello sull’hate speech on line, sulla fede e sui valori religiosi oppure quelli sulla percezione delle persone di origine straniera e sugli orientamenti nei confronti dell’infertilità di coppia e della genitorialità.
Più in generale, il lavoro dell’Istituto Toniolo rende chiara un’avvertenza: comprendere la complessità dei giovani italiani è necessario per capire fino in fondo le loro tante potenzialità, che il Paese dovrebbe riconoscere più di quanto fatto fino ad ora.

Introduzione

La crisi vissuta dal Paese a cavallo tra il primo decennio del nuovo secolo e il secondo decennio che sta per concludersi ha visto non solo in Italia, ma anche in Europa, una fascia particolarmente colpita dalle dinamiche recessive: quella giovanile [2].
Su questo concordano gli studiosi nazionali [3] e internazionali [4], evidenziando come le crescenti difficoltà di creazione di nuovo lavoro si siano riversate soprattutto su coloro che stavano effettuando la transizione dal sistema scolastico a quello d’impiego.
Limitando l’attenzione al nostro Paese, ad esempio, proprio negli anni successivi al 2008 e fino a due anni fa la disoccupazione giovanile ha visto andamenti progressivamente in aumento, con livelli mai sperimentati nella fase precedente. In tempi più recenti, questa tendenza ha osservato un mutamento di segno, con una leggera contrazione dei livelli raggiunti in precedenza, ma si permane comunque in una situazione di gran lunga peggiore rispetto agli anni precedenti la crisi.
Un’altra grande evidenza di questi ultimi anni è la riduzione del peso demografico complessivo dei giovani italiani, presentandosi oggi una società italiana altamente sbilanciata sulle coorti mature e anziane [5]. Ciò, chiaramente, non è slegato dalle condizioni strutturali di transizione allo stato adulto, poiché, ad esempio, un mercato del lavoro più inclusivo garantirebbe migliori possibilità di formazione di una propria famiglia e potenzialmente più ampie chances di fecondità a livello aggregato (anche se la predisposizione alla formazione di una famiglia e i comportamenti di fecondità non dipendono esclusivamente da ragioni di natura strutturale).
Di fatto, gli andamenti occupazionali e quelli demografici sono tra i riscontri strutturali più critici per rappresentare l’attuale condizione dei giovani adulti italiani, e sono quelli che hanno goduto di più ampia stampa quotidiana anche in periodi recenti.
Il discorso pubblico, tuttavia, raramente apre alla complessità del mondo giovanile in modo sufficientemente attento alle differenti dimensioni di cui esso si compone, preferendo non di rado semplificazioni utili a rendere in modo immediato il focus d’interesse, ma facendo così torto a un tema – quello della condizione giovanile – che si esplicita invece in modo molto articolato e per ciò suscettibile di altrettanta articolazione delle letture possibili.
Adottando quest’ultima prospettiva, da anni opera invece l’analisi dell’Istituto Toniolo, che – raccogliendo quelle che in precedenza furono le meritorie analisi dell’Istituto IARD [6] – affronta la condizione giovanile nei propri “Rapporti” annuali, diversificando gli sguardi e restituendo un prisma di ciò che oggi i giovani italiani vivono, pensano e ipotizzano per il proprio futuro.
Nelle pagine seguenti, cercheremo appunto di dedicare spazio ai contenuti del “Rapporto Giovani 2018” [7], facendo emergere le sfaccettature delle analisi condotte e, così, i principali tratti emergenti dell’attuale condizione dei giovani italiani.

Una “generazione di valore”

Come giustamente sottolinea Alessandro Rosina [8] nella sua introduzione al volume, gli approfondimenti sulla condizione giovanile dovrebbero partire dal presupposto che le giovani generazioni sono intrinsecamente importanti per il futuro di un Paese, perché: «[...] le nuove generazioni sono per propria natura diverse dalle generazioni precedenti. Questo non significa che abbiano più valore, ma nemmeno che ne abbiano meno. Ogni generazione ha un proprio valore che va riconosciuto, nelle sue specificità, dalle generazioni precedenti e messo nelle condizioni di dare frutto rispetto alle sfide del proprio tempo» (p. 7). Si tratta di un’annotazione centrale, perché parte dal presupposto che i giovani dell’Italia presente siano i migliori interpreti del proprio tempo, quelli sui quali il Paese dovrebbe puntare per disegnare il proprio futuro, oltre che il proprio presente, dando loro piena cittadinanza sostanziale ed evitando, invece, di cadere in facili riduzionismi. Ancora con le parole di Rosina: [...] serve quindi un reciproco riconoscimento di valore: le nuove devono riconoscere il valore di quello che hanno ricevuto, le vecchie devono riconoscere e aiutare a promuovere il nuovo valore di cui le nuove generazioni sono portatrici» (p. 7).
Nel Rapporto Giovani 2018, l’indagine su questo “nuovo valore” si snoda, come si diceva, mediante il vaglio di numerose dimensioni d’interesse. Provando a introdurle in modo ragionato, possiamo affermare che le analisi condotte riguardano sia i comportamenti e gli orientamenti più vicini a quella che potremmo definire “sfera intima”, sia quelli che invece possono essere declinati sul piano della cosiddetta “sfera pubblica”; senza, ovviamente, alcuna pretesa di esaustività e dando per acquisita la non soluzione di continuità che esiste tra queste due macrodimensioni.
In tema di “sfera intima” il Rapporto Giovani 2018 si sofferma soprattutto sul tema del “benessere” così come percepito dai rispondenti nei differenti aspetti che lo compongono, sul tema dell’infertilità di coppia e sugli orientamenti religiosi e di fede.
Per quel che riguarda invece la “sfera pubblica”, il volume si è soffermato sugli atteggiamenti nei confronti dei sistemi formativi e di orientamento, sulle cosiddette “soft skills”, sulle domande di rappresentanza politica, sulle percezioni relative ai temi dell’immigrazione e del multiculturalismo e – tema molto dibattuto anche sul versante della cronaca – sulla questione della “ostilità in rete”.

La sfera pubblica: tra critica e attesa di cambiamento

Una prima ripresa dei risultati del Rapporto prende avvio dall’analisi dei contributi curati da Mesa e Triani [9] – sui sistemi formativi e di orientamento – e di Poy, Rosina e Sironi [10], sulle soft skills. Si tratta di due saggi che contribuiscono non poco a fare chiarezza su temi collegati, come sono quelli della formazione e delle competenze. Come noto, infatti, il mercato del lavoro italiano è caratterizzato da una strutturale incapacità di valorizzare appieno le competenze di cui i lavoratori sono portatori [11], soprattutto quelle più qualificate; a ciò si aggiunga che uno dei temi centrali nei prossimi anni sarà non solo come fare in modo che il sistema d’impiego sappia riconoscere le competenze di cui i giovani sono latori in fase d’ingresso, ma anche a quali condizioni sarà possibile consentire un apprendimento e una messa in gioco continua delle proprie competenze, soprattutto in virtù della crescente mobilità e frammentarietà che caratterizza la domanda di lavoro, con ricadute evidenti sulle peculiarità che dovrà possedere l’offerta di lavoro rispetto a ciò; è il tema, questo, delle soft skills.
Questioni, queste, che emergono evidenti anche nelle pagine del Rapporto Giovani 2018. Un primo elemento importante sembra giungere dalla chiara richiesta dei giovani italiani di “più competenze” (e di maggiore qualità) al sistema scolastico. In linea con i giovani spagnoli – come emerge dal confronto condotto su diversi campioni nazionali dagli estensori del contributo oggetto d’analisi – i giovani italiani chiedono alla scuola di formarli in modo più abilitante sul versante professionale; apprezzando gli insegnanti sul piano dei contenuti posseduti, ma criticandoli tuttavia di più sulle loro capacità di metterli in gioco con un’adeguata propensione al cambiamento accelerato che è oggi cifra delle società contemporanee. A ciò si aggiunga anche l’insieme delle osservazioni svolte sui temi, collegati, dell’orientamento: da una parte è evidente come i giovani italiani attestino – anche rispetto ai coetanei di altri paesi europei – una buona capacità di autoattivazione, che non procede solo tramite i canali istituzionali, ma anche e soprattutto tramite quelli web; dall’altra parte si evidenzia una centratura delle attività orientative soprattutto sul versante scolastico, quando invece sarebbe necessaria un’apertura a diversi soggetti istituzionali e una governance di rete delle stesse. Si conferma cioè una delle “tare” strutturali di raccordo tra sistema formativo e sistema d’impiego: un raccordo che funziona soprattutto per vie individuali, spesso informali e quindi non sufficientemente in grado di superare quella asimmetria informativa (tra domanda e offerta) che affligge il funzionamento tutt’altro che ottimale del (mis)matching tra domanda e offerta di lavoro [12].
Su quest’ultimo piano, giocano un ruolo forte anche le capacità di misurarsi con i cambiamenti, non solo a livello lavorativo ma più ampiamente relazionale.
Nel Rapporto tale questione – si diceva in precedenza – è stata approssimata mediante l’attenzione al tema delle soft skills, quelle competenze trasversali distinte dagli autori nelle seguenti macro-classi: sfera individuale e valoriale, atteggiamento positivo, gestione di compiti e attività, relazione con gli altri, leadership e direzione.
L’elemento forse più interessante – che dovrebbe essere considerato soprattutto in ottica prospettica – è che i rispondenti configurabili come NEET osservano la percezione di un peggioramento delle proprie competenze trasversali al crescere dei mesi di inattività, che inficiano soprattutto la determinazione nel continuare a mettersi in gioco; da questo punto di vista, si conferma l’idea che nel rapporto tra domanda e offerta di lavoro non andrebbero considerati solo questi due poli, ma anche la dimensione delle aspettative, che – quando sistematicamente disattese – conducono a uno scoraggiamento che accresce i rischi di marginalità occupazionale e più ampiamente sociale. Rispetto alle soft skills, gli autori si soffermano soprattutto sugli elementi ad esse di agio: tra esse, il livello d’istruzione posseduto e il capitale culturale delle famiglie d’origine; ancora, però, appare di rilievo l’annotazione per cui la questione delle soft skills possiede un tratto “sistemico” in particolare per i giovani con le minori opportunità: «Nella scuola, nelle aziende e nelle esperienze che si possono fare in contesti informali, essi hanno bisogno di trovare l’incoraggiamento e gli stimoli giusti, con alleati che aiutano a crescere» (p. 107).
Forzando forse un po’ la lettura dei risultati, potremmo utilizzare il riferimento relativo “all’incoraggiamento” anche per quanto concerne il tema della rappresentanza. Negli ultimi anni, infatti, le indagini hanno evidenziato un progressivo allontanamento dei giovani dalla dimensione politica, almeno se con essa intendiamo quella relativa alla dialettica tra elettori ed eletti di volta in volta designati. Eppure, sarebbe troppo facile cadere nella semplice constatazione di una generazione di giovani disinteressati. Se si tratta spesso di una “generazione altrove” [13], per usare le parole di Diamanti, è perché troppo facilmente si disperde la capacità di ascoltarne le istanze e di tradurle adeguatamente sul piano pubblico.
Anche perché, quando si tratta di partecipazione sociale (ad esempio, tramite associazioni) quella dei giovani non è affatto meno marcata di quella delle fasce più adulte [14]; anzi. Il richiamo a evitare troppo semplici toni definitivi sui “giovani disinteressati” giunge anche da Bonanomi, Migliavacca e Rosina. Innanzitutto, c’è forte consapevolezza da parte dei rispondenti degli squilibri generazionali che tratteggiano il presente del nostro Paese soprattutto sul piano del mercato del lavoro, alimentandosi così una percezione d’iniquità. Ne consegue una domanda di rappresentanza che non è svilita come tale, che deve tuttavia trovare più efficaci capacità di sintonizzarsi sulle sfide presenti, un’avvertenza questa che vale anche per il sindacato, sul quale i giovani intervistati non si esprimono in termini necessariamente squalificanti, cui però chiedono un’opera di forte rinnovamento.
In un contesto di forte mobilità da un punto di vista delle scelte politiche potenziali, i giovani non criticano quindi la politica tout court, ma appaiono molto più sfiduciati nei confronti dei rappresentanti concreti di quest’ultima. Va da sé che continuando su questa china, le conseguenze potrebbero tracimare anche sulle valutazioni di più ampio respiro riferite alla dimensione politica come tale.
A proposito di domande di partecipazione inespresse, molti approfondimenti degli ultimi anni si sono soffermati sul ruolo dell’agorà digitale quale spazio pubblico complementare o al contrario alternativo a quello “fisico” [15]. I fenomeni legati alla dimensione digitale, però, sono affrontati nel Rapporto Giovani del 2018 osservando un’altra dimensione declinata da molta cronaca sul piano del “bullismo”: quella del cosiddetto hate speech, «[...] l’addensarsi di una cupa atmosfera di ostilità e di odio che proprio sui social ha iniziato a trovare i canali della propria diffusione» (p. 138), secondo le parole degli estensori dello specifico contributo. Quanto i giovani italiani sembrano indulgere a questo hate speech anche nel confronto con altri coetanei europei? Quanto sono disponibili a legittimarlo come espressione più accettabile di altre forme di violenza? I risultati sono per molti aspetti confortanti, ma non per questo acquisiti in via definitiva; sono anche controintuitivi, perché segnalano una consapevolezza della questione che in molte retoriche pubbliche non viene attribuita ai maggiori utilizzatori del web, che sono appunto i giovani. Innanzitutto, a livello aggregato si nota come la violenza online sia giustificata meno di quella offline. I giovani italiani, nel contesto tuttavia di un più esteso andamento europeo, sono consapevoli della gravità dell’hate speech, verso il quale appaiono poco indulgenti. I sentimenti più presenti – quando si assiste direttamente a fenomeni di hate speech – sono infatti quelli di “tristezza” e “rabbia”, non di “divertimento” o “paura”. Le caratteristiche che più di altre attivano l’odio sono la religione, la nazionalità, il colore della pelle, la lingua e le origini; in un contesto europeo mediamente “confortante”, i dati del Rapporto Giovani dicono che i giovani dimostrano un buon livello di tolleranza. «Il termometro dell’ostilità misura 36.5: per ora niente febbre» (p. 168), affermano gli autori in relazione all’ostilità in rete, rammentando tuttavia la necessità di continuare a vigilare.
Il filo rosso che lega il contributo dedicato all’ostilità in rete a quello relativo al multiculturalismo potrebbe essere dato proprio dall’hate speech. Come dimostrano le vicende degli ultimi anni, in Europa come in Italia, il tema preferito da molti “imprenditori della paura” è stato quello delle persone d’origine straniera quale pericolo di prima grandezza per le società europee future. Che cosa ne pensano i giovani italiani, soprattutto alla luce del fatto che – dati alla mano, volenti o nolenti – la società italiana ha visto strutturarsi e consolidarsi una presenza migratoria che oggi attraversa generi e generazioni [16]? Il punto di partenza, secondo Bichi e Rubin [17], è quello per cui: «[...] l’atteggiamento degli italiani nei confronti di queste persone con background migratorio è mutato nel tempo, rimanendo comunque a livelli capaci di destare preoccupazione e segnando la distanza tra quella che si può definire la realtà migratoria e la percezione che di questa si ha» (p. 169). Nell’osservare i risultati del Rapporto, potremmo allora leggerli alla luce di questo potenziale quesito: qual è l’opinione dei giovani italiani su multiculturalismo e diversità nel contesto di una società italiana oramai – dati alla mano – divenuta da tempo un Paese d’immigrazione normale, tutt’altro che estemporanea ed emergenziale? I dati presentati del Rapporto non sono del tutto confortanti. Collegando gli atteggiamenti rilevati allo sfavorevole clima d’opinione generato da difficoltà economiche, terrorismo internazionale e incapacità istituzionale di affrontare adeguatamente il tema migratorio – e, in ciò, alle difficoltà strutturali vissute soprattutto dalle persone più giovani sul versante occupazionale – gli autori marcano come diffidenza e timore siano i sentimenti più diffusi tra i giovani italiani, che percepiscono gli immigrati soprattutto come fonte di problemi economici e legati alla sicurezza. In questo quadro, l’immigrazione regolare registra una controtendenza evidente, nel non essere percepita come un problema e nella percezione dei vantaggi non solo economici ma anche culturali che al Paese potrebbero derivarne. Al netto di quest’ultima evidenza, sembra potersi affermare che i temi legati alle migrazioni siano tutt’altro che “scontati” presso le generazioni più giovani, che non per un maggiore contatto con la pluralità culturale – via scuola, ad esempio – sembrano essere del tutto immuni a un discorso semplicistico e poco aderente all’evoluzione dei fatti. Si potrebbe evidenziare in tal senso la necessità di un diverso “discorso pubblico” sull’immigrazione che coinvolga tutti, in coerenza con quel tratto di “fenomeno sociale totale” che i fenomeni migratori costituiscono.

La sfera intima: la conferma di una crescente complessità

Uno dei meriti più evidenti del lavoro svolto dall’Istituto Toniolo è quello di aver contemperato nel Rapporto un’attenzione poliedrica all’esperienza – necessariamente plurale – dei giovani italiani, rendendo così giustizia alla complessità delle esperienze di cui essi si fanno latori.
Accanto ai principali risultati fin qui ripresi, è quindi opportuno dedicare attenzione anche a quelli che riguardano più la dimensione privata dell’esistenza, senza ovviamente intendere con ciò alcuna scissione rispetto a quanto detto in precedenza ma al contrario osservandola per molti aspetti in continuità.
Quanto dicevamo sui temi della rappresentanza politica, ad esempio, potrebbe in parte legarsi anche all’approfondimento che Paola Bignardi [18] dedica ai temi della fede e dei valori religiosi così come esperiti e vissuti dai giovani italiani, facendo anche riferimento agli approfondimenti sul tema già condotti in momenti precedenti proprio dal gruppo di lavoro del Rapporto Giovani.
Prestando attenzione ai risultati, infatti, emerge certamente un profilo di pratica in cui i praticanti regolari sono una limitata minoranza; un allontanamento dai percorsi di partecipazione tradizionali; una sconfessione della dimensione istituzionale molto marcata. Emerge, insomma, quella pluralizzazione degli universi di senso religiosi evidenziata anche da altre indagini recenti, come quella di Garelli [19].
Emerge però, nel contempo, una disponibilità non estinta al discorso religioso, tutt’altro che scomparso anche se non più in linea con gli attori di legittima rappresentanza del campo com’è la Chiesa cattolica. Una Chiesa – secondo Bignardi – nei confronti della quale si guarda soprattutto con sfiducia, ritenuta superata soprattutto sul versante simbolico-comunicativo. Eppure, come si diceva per la dimensione politica, sarebbe improprio derivare da ciò un disinteresse oramai acquisito dei giovani nei confronti della dimensione religiosa come tale. Con l’esclusione di Papa Francesco che – come ricorda Bignardi – gode di una legittimità propria: «[...] questo rifiuto della Chiesa [...] rispecchia la tendenza dei giovani a respingere tutto ciò che è oggettivo [...]» (p. 227). Ne deriva la considerazione per cui: «[...] i dati [...] conducono a ritenere che i giovani acquisiscono il loro modo di pensare la vita non dal mondo religioso, che nella maggioranza dei casi hanno frequentato, ma dal contesto in cui vivono. [...] Nei giovani di oggi la fede va generata attraverso un processo che parte dai suoi elementi sorgivi. E gli educatori non possono essere coloro che insegnano semplicemente in che cosa credere e come vivere, ma persone capaci di accompagnare una crescita come processo multiforme, aperto a diversi, possibili, sbocchi» (p. 229).
A proposito di quanto appena detto, già nel 2003 una ricca analisi condotta sul panorama religioso italiano evidenziava un “singolare pluralismo” [20], con ciò intendendo la soggettivizzazione dei percorsi religiosi e l’impossibilità per gli stessi cattolici praticanti di essere letti secondo un approccio olistico.
Una tale evidenza si manifestava anche sul versante etico-morale, che all’interno del Rapporto è stato approssimato sul piano degli atteggiamenti nei confronti dell’infertilità di coppia e delle eventuali risposte ad essa. Nel contributo di Scabini, Canzi e Lombi [21], ai giovani italiani sono state poste delle domande sui seguenti temi: gli atteggiamenti dei giovani nei confronti delle diverse opzioni generative a disposizione di una coppia eterosessuale che non riesce ad avere figli o di una coppia gay o lesbica che vuole avere un figlio; il grado di approvazione nei confronti della donazione di ovulo o sperma e il livello di conoscenza delle relative pratiche mediche; il ruolo di alcune variabili nelle risposte sui temi appena ripresi, anche in relazione all’orientamento valoriale; l’impatto sull’identità della maternità o paternità potenziali.
Osservando i risultati, si nota come gli intervistati consiglierebbero a un amico con problemi d’infertilità opzioni differenti in base al fatto che quest’ultimo abbia una relazione di coppia con una persona di sesso opposto oppure dello stesso sesso: in quest’ultimo caso consiglierebbero di “cercare di avere una buona vita di coppia anche senza figli”, mentre nel primo caso quest’ultima sarebbe vissuta come scelta rinunciataria rispetto a percorsi che puntano sulla filiazione. Un elemento comune, invece, è dato dalla preferenza riservata all’adozione come “consiglio”, sia per le coppie omosessuali che eterosessuali. Prestando poi attenzione a quanto siano approvati i comportamenti relativi alla donazione di sperma oppure di ovuli, la maggioranza dei giovani si rivela favorevole. Interessante è il risultato relativo alla fecondazione eterologa: i giovani si dimostrano più cauti nel consigliarne l’uso rispetto a quanto si dichiarino favorevoli in termini di approvazione/ disapprovazione; in questo contesto, si segnala la scarsissima conoscenza dell’iter per donare seme od ovulo. Osservando il ruolo del retroterra valoriale, si staglia inoltre il legame tra consiglio adottivo e livelli di autotrascendenza (tema di cui si dirà poco oltre), mentre tra quanti consiglierebbero fecondazione eterologa o maternità surrogata prevalgono rispondenti con superiori livelli di autopromozione. È interessante, infine, l’insieme dei risultati che emergono mettendo in relazione le differenti opzioni generative con l’identità individuale, una volta chiesto ai rispondenti d’immaginarsi nella condizione di avere un figlio: avere un figlio in modo naturale risulta arricchire l’identità individuale; più problematica appare invece la fecondazione assistita, specie eterologa: «[...] che mette alla prova il senso di identità delle giovani donne forse perché vivono all’interno del loro corpo la presenza di un elemento estraneo» (p. 210).
L’ultimo approfondimento contenuto nel Rapporto, sebbene collocato nel presente paragrafo – dedicato alla “sfera intima” – è in realtà una sorta di richiamo trasversale a quanto contenuto negli altri approfondimenti, nel proprio interrogarsi sugli orientamenti valoriali soggettivi e sulla percezione di benessere da parte dei rispondenti. Il modello di riferimento assunto da Alfieri, Barni e Marta [22] per articolare le argomentazioni è quello di Schwartz, declinato in quattro macro-dimensioni: “apertura al cambiamento” (composta dai valori di edonismo, stimolazione e autodirezione), “autotrascendenza” (universalismo e benevolenza), “autopromozione” (potere e successo), “conservazione” (tradizione, conformismo, sicurezza).
I risultati evidenziano il tratto “post-acquisitivo” dei valori dei giovani rispondenti: ai primi due posti si trovano infatti l’autotrascendenza e l’apertura al cambiamento; secondo le autrici, non si sbaglia quindi ad affermare che: «[...] l’autodeterminazione (in termini di autonomia di pensiero e di azione) la ricerca della novità e il divertimento sono oggi i valori preferiti dai giovani adulti italiani» (p. 42). Per quel che riguarda l’autotrascendenza, possiede anch’essa un carattere molto trasversale, al contrario dell’autopromozione (sottolineata soprattutto dai più giovani e dai residenti nel Nord Est del Paese). Evidentemente, nel Rapporto Giovani vi sono altre disaggregazioni interessanti e utili al lettore che desideri approfondire gli andamenti di ciascuna delle sottodimensioni che costituiscono le quattro macro-aggregazioni, la cui gerarchia – a livello aggregato – presenta tuttavia un andamento ben definito nei termini osservati in precedenza: «[...] tra i giovani italiani escono senza dubbio vincitori i valori dell’agency. Non si evidenziano sostanziali differenze se si considera l’ordine di importanza assegnato ai valori, mentre il quadro si articola per caratteristiche socio-demografiche quando a essere analizzato è il punteggio d’importanza [...] (che) si mostra strettamente legata ai compiti di sviluppo della fase di vita e al contesto sociale, carente o rafforzante, in cui i giovani vivono» (p. 45). Se si osservano i valori del benessere soggettivo e della salute percepita, poi, gli uomini attestano livelli superiori rispetto alle donne, così come i soggetti in fase di transizione alla vita adulta mostrano difficoltà soprattutto nella fase contrassegnata dall’uscita dal percorso di laurea (triennale e magistrale), momenti in cui: «[...] può risultare faticoso il perseguimento dei propri obiettivi» (p. 46). Mentre le disaggregazioni di genere – secondo quanto notano le autrici – possono rinviare a un diverso atteggiamento delle ragazze nei confronti della propria vita (essendo cioè più propense a riconoscere eventuali problemi legati alla salute e mostrando una eventuale, maggiore insoddisfazione per il proprio corpo), quelle per età suggeriscono che la dimensione dell’autoefficacia aumenti invece dai trent’anni in poi, quando ci si può mettere in gioco e “scoprire definitivamente le proprie abilità e i propri talenti” (p. 46). La relazione tra valori e benessere, infine, mostra una relazione consistente tra le dimensioni dell’autotrascendenza e della conservazione e la soddisfazione di vita. Di più: a un sistema valoriale indifferenziato è associata la percezione di una salute peggiore e bassi punteggi di autoefficacia.

In conclusione

Come di consueto, il “Rapporto Giovani” si rivela una lettura molto utile per chiunque intenda affrontare l’analisi della condizione dei giovani italiani in modo attento e poco incline alle facili soluzioni.
In prima battuta, infatti, è proprio l’affresco complessivo disegnato dai dati a suggerire l’attenzione costante che dovrebbe mantenersi nell’interpretare l’attuale stagione dei giovani italiani: evidentemente poco valorizzati strategicamente dalla società italiana e di ciò consapevoli, ma non per questo indulgenti alle facili ritirate o ad auto-vittimizzazioni. Un ritorno, questo, suggerito dai dati sugli atteggiamenti nei confronti della politica e dei meccanismi di rappresentanza (che percepiscono come suscettibili di un necessario recupero di credibilità) e, insieme, da quelli sui valori di riferimento (in cui l’agency appare cifra trasversale). A proposito di valori, si nota la pluralizzazione oramai strutturale che attraversa le coorti giovani, anziché chiare polarizzazioni. Un’annotazione, questa, che vale sul versante religioso e anche per quanto attiene il grado di apertura verso l’altro, che – in una società italiana divenuta da molti anni meta migratoria di prima grandezza – resta contraddistinto da rilevanti “distinguo” tra migrazioni regolari e non regolari; così come vale per i dati sulle opzioni di genitorialità, in cui non è facile intravedere delle direzioni scontate. In tema di sistemi formativi, mercato del lavoro e competenze trasversali, poi, i dati rispecchiano un forte richiamo a una doppia tematizzazione strategica: quella del raccordo tra percorsi d’istruzione e formazione e mercato del lavoro, percepito ancora come deficitario e risolto soprattutto a livello individuale, e quella sulla necessità di operare per contesti favorevoli a una “messa in gioco” di sé che non sia solo un facile richiamo all’autoattivazione, ma sia anzi il risultato di un impegno corale a garantire che la società italiana sappia fornire ai giovani le migliori possibilità di espressione, a vantaggio di sé e del più ampio contesto sociale.
Più in generale, la lettura del “Rapporto Giovani” lancia ancora una volta un messaggio esplicito: trattare la condizione giovanile come se si trattasse della più importante leva di sviluppo del Paese nei prossimi decenni.


NOTE

1 Ph.D, Coordinatore di ricerca del Dipartimento di Pedagogia – Università IUSVE.
2 SGRITTA G.B. (2014), De-generazione: il patto violato, in Sociologia del lavoro, n. 136, 2014, pp.
279-294.
3 SCHIZZEROTTO A. – TRIVELLATO U. – SARTOR N., (a cura di), Generazioni disuguali. Le condizioni di vita dei giovani di ieri e di oggi: un confronto, Bologna, il Mulino 2011.
4 O’REILLY J. et al. (2015), Five Characteristics of Youth Unemployment in Europe: Flexibility, Education, Migration, Family Legacies, and EU Policy, Sage Open, January-March, pp. 1-19 2015.
5 ROSINA A. (2008), L’Italia nella spirale del degiovanimento, 7 luglio, in lavoce.info., 2008.
6 Cfr BUZZI C. – CAVALLI A. – DE LILLO A., (a cura di), Rapporto giovani. Sesta indagine dell’Istituto Iard sulla condizione giovanile in Italia, Bologna, il Mulino 2017.
7 ISTITUTO GIUSEPPE TONIOLO, La condizione giovanile in Italia. Rapporto Giovani 2018, Bologna, il Mulino, 2018.
8 ROSINA A., Introduzione. Generazione di valore, in ISTITUTO GIUSEPPE TONIOLO (2018), La condizione giovanile in Italia. Rapporto Giovani 2018, Bologna, il Mulino, 2018, pp. 7-16.
9 MESA D. E TRIANI P., Sistemi formativi e di orientamento. Le istanze di cambiamento dei giovani europei, in ISTITUTO GIUSEPPE TONIOLO, La condizione giovanile in Italia. Rapporto Giovani 2018, Bologna, il Mulino, 2018, pp. 49-78.
10 POY S., ROSINA A. E SIRONI E., Il valore delle soft skills per le nuove generazioni, in ISTITUTO GIUSEPPE TONIOLO, La condizione giovanile in Italia. Rapporto Giovani 2018, Bologna, il Mulino, 2018, pp. 79-107.
11 ROSINA, A., Una generazione ignorata, sfruttata, incompresa, orfana di un proprio futuro, 5 febbraio 2016, in www.neodemos.it.
12 REYNERI E., Sociologia del mercato del lavoro. 1. Il mercato del lavoro tra famiglia e welfare, Bologna, il Mulino, 2011.
13 DIAMANTI I., Giovani e politica, una generazione altrove, in la Repubblica.it, 17 aprile 2013.
14 DIAMANTI I., op. cit, 2015.
15 DIAMANTI I., Democrazia ibrida, Roma-Bari, Laterza 2014.
16 FONDAZIONE ISMU, XXIII Rapporto sulle migrazioni 2017, Milano, FrancoAngeli 2017.
17 BICHI R. e RUBIN A., Immigrazione e multiculturalismo: il valore della diversità, in Istituto Giuseppe Toniolo (2018), La condizione giovanile in Italia. Rapporto Giovani 2018, Bologna, il Mulino, 2018 pp. 169-182.
18 BIGNARDI P., Fede e valori religiosi, in ISTITUTO GIUSEPPE TONIOLO, La condizione giovanile in Italia. Rapporto Giovani 2018, Bologna, il Mulino, 2018 pp. 211-229.
19 GARELLI F., Piccoli atei crescono. Davvero una generazione senza Dio?, Bologna, il Mulino 2016.
20 GARELLI F., GUIZZARDI G. e PACE E. (a cura di)), Un singolare pluralismo. Indagine sul pluralismo morale e religioso degli italiani, Bologna, il Mulino, 2003.
21 SCABINI E., CANZI E. e LOMBI L., La risposta all’infertilità di coppia nella percezione dei giovani italiani, in Istituto Giuseppe Toniolo, La condizione giovanile in Italia. Rapporto Giovani 2018, Bologna, il Mulino, 2018 pp. 183-210.
22 ALFIERI S., BARNI D. e MARTA E., Valori in salute: giovani, orientamenti valoriali e benessere, in ISTITUTO GIUSEPPE TONIOLO, La condizione giovanile in Italia. Rapporto Giovani 2018, Bologna, il Mulino, 2018, pp. 17-47.

(FONTE: Rassegna CNOS 2/2018, pp. 171-182)