Sinodo: dono

per i giovani.

Giovani: dono

per la Chiesa

 

Il sinodo aiuti le nostre comunità a voltare pagina e ad aprirsi a un vero dialogo coi giovani

Domenico Sigalini

Se la Chiesa, e il papa in prima persona, sono convinti che sul mondo giovanile occorra una seria riflessione, facendosi per questo promotori di una azione sinodale, significa che tra Chiesa e giovani (e loro futuro) - come soggetti responsabili della propria vita e delle proprie scelte a partire dalle proprie qualità, sogni, desideri, ponendosi esplicitamente nei confronti di una chiamata di Dio (così traduco in termini più pratici e globali il discernimento vocazionale) -, non «corre buon sangue», ovvero non c'è una grande collaborazione vissuta in una compagnia relazionale ampia, popolare, e nemmeno si può disporre di una serie di proposte impegnative per i singoli cristiani, le comunità, le famiglie.
Ho vissuto molti anni del mio presbiterato, a partire dal '68, tra i compagni di una università statale, a leggere, condividere, cercare assieme le risposte alle domande fondamentali della vita dei giovani, senza pregiudizi, a fotografare icasticamente comportamenti e contraddizioni, a seguire cambi repentini e involuzioni, esperienze eroiche di generosità, di altruismo, di fede accolta e corrisposta, e fragilità evidenti. Il cambiamento veloce è sempre stato una caratteristica che li mobilitava; la possibilità, per noi, stando con loro, di leggere il futuro immediato, di non sedersi a rassegnarsi all'andazzo generale e ai tradimenti del mondo adulto, un regalo impagabile anche per me adulto e quindi educatore per statuto antropologico. I giovani sono ancora sicuramente un dono impareggiabile per la Chiesa, una forza motrice di lettura dei segni dei tempi. Purtroppo, con questa crisi, anche noi ci siamo «afflosciati» e adattati a non vedere con loro un minimo di futuro possibile; ci siamo comportati da contemporanei di età diverse, invece che da adulti. Oggi è giusto riprendere e valorizzare i doni che Dio per la vita del mondo pone solo in loro, e «accompagnarli», come usava dire san Giovanni Paolo II.
Questo dossier apre, in un certo senso, i lavori della 68.ma Settimana di aggiornamento pastorale (25/28 giugno 2018), affrontando alcuni aspetti dell'ampio orizzonte del mondo giovanile che non riusciranno ad essere tema di dibattito durante II consolidato appuntamento del COP. Lo facciamo Innanzitutto soffermando l'attenzione su quelli che sono gli aspetti generali e pastorali della condizione giovanile. Siccome ne passano ormai troppo pochi di giovani nelle nostre comunità, ma soprattutto non sentono più di appartenervi o di esserne accolti, è utile dare alcune
proprio ambiente ritessere, se occorre, approfondire e rendere parlanti e invocanti modi di vivere, mode di divertirsi, fragilità costanti e generosità tenute sottotraccia.
Può essere utile, in questo senso, definire il ruolo del presbitero (ed in particolare del prete giovane) nei confronti dei giovani. Sappiamo tutti che I preti giovani sono giovani che fanno i preti, cioè che la loro componente giovanile trasborda la figura del prete, ne è come una condizione da cui passare con fatica; proprio per questo ha la ricchezza unica di mettersi dentro il mondo giovanile non da estraneo, non da censore, ma da compagno che fa la stessa strada, magari talvolta con il morale ai tacchi —come i due discepoli di Emmaus —, ma capace di intuire Gesù che si mostra risorto, di entusiasmare con la propria coerenza la possibilità e la bellezza di seguire Cristo.
In questo impegno di rilettura del mondo giovanile, non è di minore importanza la rete e il lavoro di rete. Siamo già alla generazione dei nativi digitali, i post millennials, per i quali il virtuale non è un insieme di tecniche, ma un ambiente in cui vivono, pensano, ridicono la loro vita e vogliono ridire la loro fede, i loro sogni. Possono contribuire con le loro proposte a uno svecchiamento dei nostri modelli statici o troppo autoreferenziali e dire nel linguaggio del web la bellezza delle esperienze di Gesù che molti fanno. Questo farebbe nascere anche una rete di adulti, educatori, ancora troppo intenti a donarsi a quelli che fanno parte della propria comunità e forse purtroppo a isolarli, a tener divisi gli oratori, a obbligare ad appartenenze strette, asfittiche e auto referenziali, quando l'Europa come minimo, e il mondo intero, sono gli orizzonti che già li caratterizzano.
L'oratorio è certamente uno degli ambienti più idonei per riuscire a dialogare con i giovani. Siamo convinti però che un oratorio che non si apre al massimo di collaborazione tra tutti i giovani e le aggregazioni che lo frequentano sia con le varie aggregazioni giovanili del territorio che sono In aumento, ma piuttosto raramente aperte alla dimensione religiosa, siano essi laici e pure laicisti, ha poca vita, riesce ancora per un poco a tenere I ragazzi delle elementari e delle medie e qualche rimasuglio di adolescenti, che tra l'altro esplodono nelle settimane estive e si acquattano nelle altre. E deve soprattutto aprirsi ad alcune responsabilità: il lavoro, la scuola e la preparazione alla professione, e la famiglia da progettare e far nascere. Il sinodo, quindi, diventa esperienza imperdibile di dialogo tra giovani e Chiesa. Questo vale per la preparazione (nel coinvolgimento del massimo di giovani a comunicare di sé, della loro fede, e del rapporto con la Chiesa e la società), come per il tempo dello svolgimento (come partecipazione attiva In forme originali, usando tutti gli strumenti della comunicazione sia personale che comunitaria). Aiutati i ragazzi qui esploderebbero, per noi che siamo ancora fermi al fax e al telefono fisso.
Il Centro dl orientamento pastorale, con il linguaggio e gli strumenti che lo contraddistinguono, tenterà un piccolo progetto di comunicazione virtuale durante Il sinodo, da offrire online alle parrocchie.


I giovani cambiano e domandano, la Chiesa condivide la gioia del vangelo

Michele Falabretti *

1. Aspetti generali e pastorali della condizione giovanile

Ne passano pochi, di giovani, nelle nostre comunità. Osservazione superficiale, nel senso che non bisogna inforcare chissà quale paio di occhiali per rendersene conto. Il primo sguardo (evidentissimo) cade sui banchi vuoti la domenica, al momento della celebrazione eucaristica. A ruota vengono le altre constatazioni: il gruppo, la catechesi, l'impegno per la carità o la missione, il coro...
Un disastro su tutto il fronte verrebbe da dire: sembra che non sia più possibile una tenuta secondo i canoni che ci siamo costruiti nel tempo, soprattutto quelli che ci permettevano di incontrare i giovani con assiduità.
Eppure, lo sguardo sarebbe decisivo: se continuiamo a guardare ai giovani con lo specchietto retrovisore, pensando di applicare alla loro vita i tempi e i processi dei percorsi che sono serviti a noi adulti per diventare grandi, ci sarà sempre qualcosa che non quadra, che non torna. Il forte impulso riformatore di papa Francesco (a cui non solo non ci siamo abituati, ma che sta incontrando forti resistenze) va a scontrarsi soprattutto con una pigrizia pastorale che non accetta di prendere coscienza del grande cambiamento d'epoca che ha completamente cambiato prospettive e orizzonti.
Non si tratterebbe di schierarsi «a prescindere» dalla parte dei giovani (come se avessero bisogno di essere difesi): essere in crescita li porta inevitabilmente a commettere errori. Il punto sta nel fatto che soltanto un atteggiamento di comprensione (capace di riandare anche alle proprie fatiche e fragilità giovanili) permetterebbe di arrivare a voler loro bene. Qualche volta penso alle persone che hanno scommesso su di me quando non ero nessuno, quando ero un ragazzino normalissimo: non credo che l'abbiano fatto perché si aspettassero di vedere chissà cosa da me; piuttosto –lo so – voler bene era il loro modo di vivere il vangelo. Rendere testimonianza al vangelo significa rimanere in attesa dell'umanità di Dio che viene nel fratello cercando di farle spazio, di farla crescere, di riconoscerla.
È questa tensione, questo riconoscimento, mi pare, che manca oggi alla comunità cristiana, ed essa traspare dall'insofferenza che si ha quando si tratta di muoversi, di riflettere, agitarsi e decidere cosa fare e come stare accanto alle giovani generazioni considerandole non un problema da sopportare, ma esistenze da accompagnare. Il risultato sembra essere il rancore di chi non vede più accadere le cose «come una volta», oppure lo sconforto che prende chi si arrende con troppa facilità.

2. La giovinezza non esiste

Il sinodo dei giovani è ormai sulla bocca di tutti: intanto perché il processo sinodale è abbastanza avviato, e poi, soprattutto, perché ci si sta accorgendo di quante implicazioni esso abbia nella vita ecclesiale. Ma perché una Chiesa decide di occuparsi dei giovani quando la società degli adulti non dà segnali seri di prenderli in considerazione e di pensare a loro come capaci di generare futuro? Questa preoccupazione nei loro confronti non deve suonare ipocrita: i giovani ci smaschererebbero subito.
La prima cosa da fare per comprendere qualcosa dei giovani è mettersi in ascolto del loro mondo, cercando di dare un nome al loro desiderio profondo di vita e di assoluto. Dice papa Francesco: «Mi piace pensare che la giovinezza quindi non esiste, e che al suo posto esistono i giovani. Allo stesso modo non esiste la vecchiaia, ma esistono i vecchi».[1]
Di libri sulla condizione giovanile ne esistono a scaffali. Ma se li vogliamo capire, non si può considerare una perdita di tempo guardarli negli occhi, a uno a uno, e ascoltare il racconto della loro vita, del loro cuore. Un'operazione che da molti è ancora considerata inutile. Eppure, chi ha la pazienza di fare questo esercizio, scopre ogni volta che il volto di un giovane non corrisponde mai alle descrizioni che la sociologia (anche religiosa) tende a consegnare e un po' a costruire.
Qualche volta ho il sospetto che l'ascolto mette in crisi le nostre certezze, semplicemente perché mette di fronte a un modo diverso di guardare la vita e soprattutto costringe alle domande. Occorre che gli adulti per primi s'interroghino sulla loro visione della vita, sull'eredità che pensano di lasciare ai giovani. Il sinodo si sta rivelando un'opportunità per entrare in dialogo con loro, senza prenderli in giro e nemmeno senza lamentarsi perché non li vediamo più prendere parte alle nostre celebrazioni.
Cosa sta succedendo al mondo delle nuove generazioni? Una volta si diventava adulti molto presto: si tornava a vent'anni dal militare e quasi subito il matrimonio inaugurava una vita che era già da uomini adulti. Entrare in questa nuova condizione comportava naturalmente un cambiamento importante, ma non particolarmente faticoso, perché il modo con cui l'intera società era costruita forniva modelli concreti a cui ispirarsi. Essa sapeva indicare un sentiero al giovane: sapeva, senza neanche rendersene conto, orientare la ricerca delle giovani generazioni e dare loro concreti modelli di esistenza. Quello che sembra profondamente cambiato nel nostro tempo, in una frenetica manciata di decenni, sta nel fatto che il tempo della giovinezza si è allungato tantissimo e sembrano scomparsi quei passaggi di vita che decretavano l'inizio di un'età adulta: è scomparsa, insomma, la cosiddetta «iniziazione». La domanda, ora, è: come si diventa adulti oggi? Come si entra nel mondo dei grandi? Come s'impara, e con chi, a fare le scelte giuste?
L'età della giovinezza, col suo vitalismo e la sua libertà, è diventata una condizione invidiata da tutti, divenuta anzi un ideale collettivo. Tutti oggi vogliono restare giovani. Per il maggior tempo possibile (nessuno vuole invecchiare, perché la vecchiaia è percepita come una «malattia» o un fastidio, un ingombro dal quale stare ben lontani). Gli stessi valori sociali si orientano inseguendo le predilezioni delle giovani generazioni, osservate come fonte di una novità diventata un valore assoluto. Così l'intera società, anziché guidare i giovani, li ha fatti diventare le proprie guide alla ricerca continua del nuovo, in un circolo vizioso in cui tutti perdono l'orientamento.
«Come si crea questo asse senza mortificare la condizione giovanile, che ha bisogno di fare i suoi esperimenti e di trovare la propria strada e non può semplicemente essere inquadrata in schemi preconfezionati? E come fare in modo che gli adulti si assumano la responsabilità d'essere il punto di traino per fare posto alla nuova generazione, senza chiudere le porte del mondo ai giovani perché ci si sente minacciati dalla loro esuberanza, ma anche senza adottare l'atteggiamento opposto e patetico di volerli scimmiottare, salvo poi tenere saldamente in mano le leve della politica, dell'economia e delle cose che contano?».[2]
In questo orizzonte s'inserisce il dialogo evangelico tra Gesù e i discepoli nel testo che il sinodo ha scelto come icona: «Che cercate?», «Maestro, dove abiti?», «Venite e vedrete», (cf. Gv 1,35ss). Il dialogo svela una reale preoccupazione giovanile: la ricerca di senso, senza la quale la vita stessa risulta povera. I giovani, che l'opinione pubblica liquida come «bamboccioni» e «sdraiati», sembrerebbero abitati dall'«ospite inquieto» del nichilismo; in realtà, essi sono ancora in grado di esprimere il coraggio di abitare la loro stagione culturale con generosa vitalità. Dal «che cercate?» al «chi cercate?» il passo è breve: la ricerca di una vita sensata è da trovare una buona causa attorno alla quale organizzare le migliori energie esistenziali, da un generoso investimento di sé verso l'altro da sé; e insieme è sempre ricerca di testimoni che rendono credibile la vita stessa.
La vita per cui investire l'esistenza risulta promettente soltanto se hai il coraggio di affidarti a qualcuno che te la mostra, appunto, promettente: venite e vedrete. Il che sarebbe già una gran bella novità. La vita ruota attorno a due grandi principi: la generazione e la restituzione. Si è generati e si genera. Si ha ricevuto (un patrimonio o eredità valoriale) e lo si restituisce. In vita, come dono.

3. La costruzione dei legami e la grammatica degli affetti

Senza passaggio generazionale nemmeno la Chiesa e il cristianesimo possono sperare in un futuro. Siamo consapevoli - almeno dal '68, quando le generazioni sono entrate pesantemente in conflitto - che da tempo si è consumato il divorzio tra giovani e Chiesa. L'obiettivo per questo tempo, dunque, non è vedere il ritorno alla partecipazione alla pratica religiosa, ma il guadagno di una stima, di un riconoscimento per il quale il racconto evangelico può ancora dire qualcosa di autenticamente umano per le nuove generazioni in cerca di senso e di un ruolo nel mondo.
Esiste un tempo della vita in cui si forma pazientemente una «grammatica degli affetti e dei sentimenti»; un «alfabeto delle relazioni»: s'impara fin da bambini in maniera quasi spontanea, veicolato dall'esperienza familiare, e solo nella giovinezza viene acquisita definitivamente mettendo in gioco la vita. Il problema è che una giovinezza così allungata da non sembrare mai finita, favorisce la convinzione che questa educazione degli affetti sia sempre un esperimento alquanto aperto, temporaneo, provvisorio.
La giovinezza tende anzi a essere vista come una forma di vita in cui tutti alla fine hanno il diritto di rimanere. Le meraviglie della tecnica, le pratiche dei consumi e il desiderio di restare nel pieno godimento di sé, rendono le giovani generazioni molto più ricche di competenze, ma molto più povere di una minima grammatica dei legami e delle loro responsabilità.
Il vangelo è anche la storia di un legame, come racconta la parabola del discepolo che osa appoggiare il proprio capo sul petto di Gesù. Il cristianesimo è il legame con una persona (ricordava Benedetto XVI nella Deus est caritas), ed è interessante che le azioni educative più forti nella storia della Chiesa siano sempre avvenute in un contesto di relazione. Si tratterebbe, però, di non rinunciare a questo contesto di relazione che, in fin dei conti, è la prossimità possibile nella parrocchia. Essa non può vivere di inerzia (possiamo suonare le campane quanto vogliamo, ma questo non farà crescere di una unità la presenza dei fedeli), ma ha bisogno di una paternità visibile e più efficace (grande tema da rileggere con i presbiteri), di una fraternità pur fragile ma che sia almeno prospettata (impresa in cui coinvolgere in modo più maturo i laici), di una volontà di spendersi che si esprime nell'annuncio e nella celebrazione, ma anche nel prendersi cura dei piccoli, degli anziani, dei poveri: è in questo esercizio che è possibile il coinvolgimento delle persone. Che magari saranno meno in termini numerici, ma non per questo saranno meno significative per la vita di tutti.
Mi colpisce questo dato: più del 90% dei bambini che nascono in Italia chiedono ancora il battesimo. Credo che una percentuale simile (se non più alta) si possa attribuire ai funerali religiosi. Il nascere e il morire chiedono ancora con forza un segno religioso per la propria vita: cosa accade in mezzo a questi due estremi? E, soprattutto, dove siamo noi cristiani mentre la gente prova a vivere la propria esistenza?

4. Il dovere della restituzione (e il diritto di ricevere)

Affinché il desiderio degli adulti di parlare dei giovani non risulti una pretesa inappropriata, i grandi dovrebbero confessare apertamente la responsabilità di aver consegnato alle nuove generazioni un mondo non proprio all'altezza delle attese e delle speranze che le stesse nuove generazioni meriterebbero. Per esempio, abbiamo preparato loro un ventaglio di valori all'insegna del facile consumo, della chiacchiera, della ricerca ossessiva del potere e del primato economico-finanziario. Il triste spettacolo della situazione politica a cui stiamo assistendo ne è un'immagine emblematica. Anche la Chiesa ha le sue responsabilità, quando non è riuscita a consegnare una religione più affascinante, anche per la testimonianza poco coerente di alcuni che hanno riempito le cronache recenti...
Quando nelle riflessioni degli ultimi trent'anni abbiamo descritto il cambiamento d'epoca, abbiamo invocato la secolarizzazione e l'individualismo. Ci vorrebbe un po' più di coraggio nel misurare quanto queste cose siano ormai pervasive della vita ecclesiale e non una specie di nuvola che aleggia sopra di noi come elemento esterno. Soprattutto l'individualismo, ormai evidentissimo in molti atteggiamenti: dal prete che vive senza più far riferimento al proprio vescovo o alla comunità, al cardinale che deve suonare il campanello della porta del papa per andare a richiamarlo su come dovrebbe esercitare il suo compito; al laico rancoroso che usando gli strumenti della rete web come una dava preistorica, aggrega scontenti di tutti i tipi che si traducono in offese pesanti distribuite a destra e a manca. L'ostentata cultura dei diritti, portata ai suoi estremi, ha reso familiare l'idea che il desiderioindividuale deve essere il criterio che domina tutto e deve essere soddisfatto. Funziona così: prima l'individuo e i suoi diritti, poi la socialità e i suoi problemi.
In questa visione delle cose e della vita non ci stiamo accorgendo che stiamo autorizzando i giovani a crescere immaginando di trovarsi in una grande società/mamma in cui ci è garantito per sempre di ricevere, essere accuditi, nutriti, serviti in ogni bisogno e in ogni desiderio.
«Tutti insieme siamo chiamati all'opera di costruire nei figli il patrimonio dell'umanità di domani: diamo meno cose e più valori, doniamo meno beni e più tempo, concediamo meno possibilità e regaliamo più presenza. Il ragazzo, e poi soprattutto l'adolescente, ha bisogno di adulti presenti, affidabili, pazienti, stimolanti, tonici, creativi, affascinanti, persuasivi. Per "tirar fuori" dalla loro vita una libertà solida hanno bisogno di faticare, rischiare, sperimentare, lavorare, confrontarsi, imparare, attendere, donare, spendersi, essere generosi».[3]
Abbiamo bisogno di restituire dignità morale all'idea che diventare grandi non solo è inevitabile, ma è anche bello, anche se comporta il cambiamento di tante cose, dal corpo alle responsabilità; aspettando quel tempo in cui viene il momento di restituire, di prendersi cura, di dare, di perdere per altri.
Il tempo della responsabilità rende adulti e coincide con la «restituzione». Si è davvero adulti quando si è capaci di dono. E come restituire se non in termini di donazione e di accoglienza dell'invito a stare nel mondo con passione e fiducia? Ma si restituisce solo ciò che si ha ricevuto: cosa ricevono davvero le nuove generazioni? La comunità è chiamata a farsi carico delle nuove generazioni non con atteggiamento di accudimento materno ma di accoglienza delle istanze reali giovanili, motore di futuro e di speranza.

5. Capacità carismatica e profetica delle nuove generazioni

La corsa fra i due discepoli in cui quello più giovane arriva prima comprendendo le cose all'istante (cf. Gv 20), è sempre stata interpretata anche come quella capacità che la giovinezza possiede di uno sguardo che vede lontano, che sente nell'aria il bisogno di cambiare le cose per renderle autentiche. Anche oggi i giovani hanno questa capacità. Come nel racconto evangelico, la loro profezia non va lasciata semplicemente libera di autoaffermarsi. Può rimanere una corsa in avanti la cui concitazione si rivela distruttiva.
Tutta la società guarda ai giovani come spazio umano in cui vedere segnali utili per il presente e per il futuro. Ma l'impressione è che sia più un sondaggio di marketing che un desiderio di capire.
Oggi il mondo giovanile manifesta la sua profezia in forme anche molto diverse. In molti casi persino esprimendo una predilezione per il passato, non sempre edificante, che svela un bisogno di ordine e di riferimenti dei quali si sentono orfani. Non sembra avanzare, oggi, una gioventù rivoluzionaria che vuole in fretta costruire un mondo nuovo. Sembra più una sequela di generazioni in cerca di sicurezza, di riferimenti credibili. Molte tentazioni possono accompagnare questi bisogni; per questo bisogna saperli interpretare.
Un grande e illuminante lavoro ci è stato consegnato nell'ultimo rapporto Caritas. Fa davvero impressione leggere tabelle e grafici di Futuro anteriore, il dossier dedicato alla marginalità dei giovani che per la prima volta dal dopoguerra sono destinati a essere più poveri di quanti li precedono.[4] Abituati come siamo a pensare, magari un po' ingenuamente, che l'unico indicatore possibile sia rivolto all'incremento, i giovani millennials social smart erasmus e low cost, sembrano destinati all'esclusione. Molti dei nostri giovani hanno ormai uno sguardo disincantato verso un futuro che vedono costellato di incognite e di incertezze e quasi uno sguardo nostalgico verso il passato.
«La direzione del pendolo della mentalità e degli atteggiamenti pubblici è cambiata: le speranze di miglioramento, che erano state riposte in un futuro incerto e palesemente inaffidabile, sono state nuovamente reimpiegate nel vago ricordo di un passato apprezzato per la sua presunta stabilità e affidabilità. Con un simile dietrofront il futuro, da habitat naturale di speranze e aspettative legittime, si trasforma in sede di incubi».[5]
Il mondo degli adulti dovrebbe cominciare a dare credito all'inedito: sono i giovani che per primi spingono l'acceleratore verso il futuro, perché vedono ciò che tendenzialmente un adulto fatica a vedere o si rifiuta di vedere. Stiamo vivendo il tempo i cui gli adulti sembrano desiderosi di consegnare ai figli la loro idea di mondo e di vita, più che di liberare le energie giovanili. Una volta ho visitato

6. Un cammino possibile

Non so bene come fosse per gli altri, ma il decennio di questi orientamenti (Educare alla vita buona del vangelo, 2010) mi sembra infinito. Sono successe talmente tante cose in una manciata di anni che si fa davvero fatica a prendere le misure. Un esercizio interessante è quello di un confronto fra il clima nel quale vennero consegnati gli orientamenti del decennio e quello di oggi. Sono passati poco più di sette anni, e basta rileggere qualche pagina introduttiva per capire. Emergeva, allora, la convinzione nella forza del vangelo di offrire una parola buona all'esperienza di ogni uomo: si chiedeva semplicemente uno scatto, un colpo d'ala da ritrovare con un po' di fiducia. Oggi emerge di più la consapevolezza del contesto difficile: non solo del contesto culturale, ma anche di quello pastorale, interno alla Chiesa. La parola d'ordine di sette anni fa era «emergenza educativa»; come dire «siamo in missione, c'è un compito da svolgere». Oggi rischia di prevalere un certo smarrimento di fronte alle fragilità che emergono quotidianamente nella vita della Chiesa.
L'aratro poggiato a terra evocato da Gesù (Lc 9,62) potrebbe essere una delle icone capaci di descrivere l'odierna situazione ecclesiale. Ma non si può: accettarlo significherebbe dichiararsi indegni del vangelo di Gesù. Per certi versi sarebbe anche ingiusto: tra le mille fatiche sopravvivono anche molti segnali di impegno che va raccolto e rilanciato.
- Anzitutto le molte azioni educative in favore dei giovani, mantenendo l'educazione cristiana in un contesto di relazioni e di comunità. Forti sono le azioni di vita pastorale offerte da molti soggetti ecclesiali: le associazioni, i movimenti e la presenza (ancora diffusa) della vita consacrata. Ma pare ancora lontano il tempo di uno scambio virtuoso e di una collaborazione efficace fra la diocesi e il suo naturale prolungamento (le parrocchie) e le altre realtà ecclesiali. Rischiamo di essere come un grande centro commerciale: tutti sotto lo stesso tetto, ma ogni esercizio in concorrenza con gli altri...
- Non abbiamo ancora deciso bene quale sia il luogo ecclesiale dove si gioca la partita. I giovani sono diventati terreno di caccia: sopravvive la convinzione che chi se li guadagna riesce poi a tenere viva la propria realtà ecclesiale. Questo atteggiamento, francamente di visione piuttosto corta, è all'origine di una certa «fuga» da parte di una generazione che non accetta appartenenze, che vuole tenere aperte mille opportunità. Sopravvive l'idea che i giovani si possano astrarre dal proprio contesto per poterli in qualche modo plasmare. La sfida vera è tornare a intessere relazioni con il territorio, la comunità e le famiglie perché i giovani possano intravvedere un'esperienza di Chiesa che si radica nella storia, tra le case degli uomini, condividendone gioie e speranze.
- C'è poi il tema della vita dei presbiteri, soprattutto di quelli più giovani. Non manca la preoccupazione che i preti tornino alla gioia del proprio ministero attraverso la cura delle persone che vengono loro affidate. Si è troppo diffusa l'idea che oggi il prete possa essere esclusivamente uomo del sacro, ministro solo di servizi religiosi. Anche questo, credo (anche se non solo), potrebbe essere medicina per molte crisi spirituali e affettive: la recessione dei numeri non autorizza un ministero per le élite o di tipo esclusivamente identitario. Attraverso la dedizione e la cura dei piccoli che crescono, c'è la possibilità seria di trovare ragioni profonde per il proprio ministero: ma per questo è richiesta una maggiore spesa di sé che pretende un coinvolgimento più grande rispetto all'esercizio del sacro; la liturgia non a caso ha le sue regole a cui obbedire e di cui nemmeno il presidente è padrone. Una liturgia che è veramente «fonte e culmine», deve virtuosamente comprendere l'esistenza quotidiana: oggi questo è un esercizio che i preti sembrano far fatica a vivere.
- Risulta difficile legare i luoghi di vita dei giovani con l'esperienza di Chiesa: prima questo era garantito dal prete che manteneva un legame con la scuola e l'oratorio. Oggi questo legame è considerato una fatica supplementare, soprattutto perché il territorio vive della famosa «liquidità»: così ci perdiamo gli insegnanti di religione (abbandonandoli a se stessi) o gli allenatori sportivi. È il tema delle alleanze educative con le diverse agenzie (istituzioni o associazioni) di un territorio che non può essere ridotto alle strutture parrocchiali. Più crescono e più i giovani si muovono: rimarrà comunque faticoso (ma non per questo da dimenticare) il tema di come rendere loro possibile un riferimento che per loro abbia il sapore di casa a cui tornare (almeno ogni tanto) per poter raccontare ciò che si sta vivendo.
- Un caso emblematico, mi sembra, riguarda almeno due terzi del territorio italiano rispetto all'esperienza universitaria di moltissimi fuori sede. Se da una parte molto si fa per poterli accompagnare nelle strutture accademiche, nulla è pensato rispetto ai tempi di rientro a casa. È, appunto, impensabile il «gruppo giovani» di trenta-quarant'anni fa che si riuniva in parrocchia ogni settimana. Ma non sarebbe una buona idea che un parroco (anche se non più giovane) trovasse il modo di rendersi vicino ai propri giovani universitari e attenderli quando rientrano a casa? Gran parte delle parrocchie dei fuori sede è fatta di piccole comunità: oggi i social permettono rapidi ma graditi messaggi. E una cena in casa parrocchiale a Natale e a Pasqua, o prima di ripartire dopo l'estate, aprirebbe spazi di narrazione e di scambio interessantissimi. Soprattutto permetterebbe ai giovani di sentire che continuano ad avere casa nella propria comunità.
- Ci sarebbe bisogno di creare una collaborazione trasversale intorno al soggetto dei giovani per non perdere una grande opportunità di radunare e far crescere gli adulti nella comunità. C'è ancora troppa difficoltà a pensare una pastorale che sia davvero di insieme: progettata, realizzata e verificata insieme. Fare squadra nella Chiesa è una fatica ancora troppo grande. Nella nostra dinamica di governo siamo ancora poco corresponsabili. Davvero pensiamo che tutto questo i giovani non lo vedano e in qualche modo lo compatiscano?

Per concludere

Se la Chiesa riuscirà a riprendere le fila di una cura intergenerazionale, guadagnerà la capacità di rivitalizzare la propria esperienza pastorale. Nel suo bellissimo «Messaggio ai giovani», il concilio scriveva: «La Chiesa, durante quattro anni, ha lavorato per ringiovanire il proprio volto, per meglio corrispondere al disegno del proprio Fondatore, il grande Vivente, il Cristo eternamente giovane».6
In un mondo come il nostro questa potrebbe apparire come una sfida impossibile. La Chiesa invece può convincersi che camminare con i giovani voglia dire – anche –riuscire a ringiovanire il proprio volto e affrontare in modo serio il discorso vocazionale; è questo che rende felici: il dono di sé che è il segreto svelato dal vangelo.
Forse, invece che perderci nelle geremiadi dei tempi che corrono, abbiamo davvero bisogno di imparare che credere in un futuro possibile per il quale spendersi, è il modo più bello di ringiovanire il cuore.


NOTE

1 PAPA FRANCESCO, Dio è giovane, Edizioni Piemme, Segrate (MI) 2018, 15.
2 P. SEQUERI, «Ricucire l'alleanza», in Il Regno attualità (2018)2.
3 F.G. BRAMBILLA, «Il futuro dei giovani», in La Rivista del clero italiano (2018)2.
4 CARITAS ITALIANA, Rapporto 2017 su povertà giovanili ed esclusione sociale in Italia.
5 Z. BAUMAN, Retropia, Laterza, Roma-Bari 2017.in Valle Aurina le miniere: il cunicolo che porta il trenino nel ventre della montagna, è stato scavato nel XIX secolo. Lavorando 12 ore al giorno, si andava avanti di due centimetri per ogni giornata. Ho pensato a quanti hanno accettato di lavorare una vita al buio, senza vedere il tunnel finito; ho pensato a quanto dovesse essere forte il legame con i propri figli e la comunità per accettare di non andarsene a cercare un altro luogo e un altro lavoro, rimanendo e con ostinazione dando la propria vita per concedere ad altri un domani. Immaginare il futuro, e immaginarsi nel presente per costruire il futuro: questo dovremmo poter riconoscere ai giovani.
6 Messaggio del concilio Vaticano II ai giovani, 7 dicembre 1965.

* Responsabile del Servizio nazionale per la pastorale giovanile della CEI

 

Il ruolo del presbitero nei confronti dei giovani

Luigi Maria Epicoco *

In un tempo come il nostro di emergenza educativa è quanto mai necessario e urgente interrogarci sul rapporto educativo che esiste tra le nuove generazioni e i nuovi presbiteri.
Uso volutamente la parola «nuovo» invece che la parola giovane per sottolineare come la caratteristica principale della giovinezza sia innanzitutto la «novità». Ci si trova davanti a una dimensione giovanile non quando ci si trova solamente davanti a una dimensione anagrafica, ma quando ci si trova davanti a un contesto che è portatore di novità. E questa novità consiste innanzitutto in un ripensamento radicale della vita a partire proprio dall'esperienza particolare delle nuove generazioni. Ma è proprio questo il punto più problematico, perché le nuove generazioni sembrano soffrire di una mancanza di novità, di una mancanza di desiderio, di una mancanza di vita.

La crisi del mondo giovanile

In un'opera scritta a due mani dal filosofo e psicoanalista argentino Miguel Benasayag e dallo psichiatra infantile francese Gerard Schmit dal titolo L'epoca delle passioni tristi noi troviamo un'analisi abbastanza chiara di questa crisi che attraversa le nuove generazioni. È una sorta di ricaduta nichilista sull'educazione. Questi due autori si sono accorti che per la gran parte delle persone esaminate le sofferenze non avevano una vera e propria origine psicologica ma riflettevano la tristezza diffusa che caratterizza la nostra società contemporanea percorsa da un sentimento permanente di insicurezza e di precarietà. Il futuro per queste persone non è così più percepito come promessa ma come minaccia, da ciò la crisi. La psiche è sana quando è aperta al futuro. Quando non è così il futuro chiude le sue porte o si apre per presentarsi come insicurezza, inquietudine, precarietà. Si spegne ogni iniziativa, scemano le energie vitali, si svuotano le speranze, dominano le demotivazioni dell'impotenza, la crisi attacca i fondamenti stessi della nostra civiltà.
È crollata la visione ottimistica del mondo, la convinzione che la storia dell'umanità è una storia di progresso e di salvezza. Inquinamenti, disuguaglianze sociali, disastri economici, nuove malattie, esplosioni di violenza e di intolleranza, razzismo, il radicamento di egoismi, speculazioni selvagge, la pratica abituale della guerra hanno fatto precipitare il mondo in una casualità senza direzione e orientamento.
Venuta meno la promessa di un futuro, genitori, insegnanti ed educatori in genere non sono più in grado di indicare la strada. La perdita di autorità, il rapporto paritario, hanno lasciato i giovani soli di fronte alle loro pulsioni e alle loro ansie. La famiglia e la scuola soprattutto non li aiutano più a costruirsi una identità. Gli insegnanti istruiscono ma non educano. Non rafforzano con il riconoscimento, deprimono piuttosto con critiche e derisione. Quel potente motore di formazione culturale che è l'auto-stima è entrato completamente in crisi. L'identità, un bisogno assoluto per ciascuno di noi, si costruisce attraverso il riconoscimento dell'altro. Se questo manca, se famiglia,scuola, Chiesa sono assenti, resta la strada con le sue lusinghe di sesso, alcool, droga, nel parossismo di una musica sparata e di una velocità elettrizzante. Le conseguenze sono la rimozione del reale, l'incapacità di affrontarlo, o la frustrazione che spinge verso il divertimento. Il rifugio nel sesso e nella droga è il meglio per chi non è stato accettato nella realtà a causa dei mancati riconoscimenti. Umberto Galimberti nel suo libro L'ospite inquietante così scrive: «I giovani cercano i divertimenti perché non sanno gioire, ma la gioia è soprattutto gioia di sé, quindi identità riconosciuta, realtà accetta, frustrazione superata, rimozione ridotta al minimo».
Noi potremmo dire che la scuola, in questo momento storico, sembra non fare nulla, ritenendo che il suo compito sia istruire e non educare, svolgendo semplicemente i programmi ministeriali. Così i nostri giovani trascorrono l'adolescenza nella prima giovinezza parcheggiati nella terra di nessuno dove famiglia, scuole, agenzie educative sembrano brillare per assenza. Il tempo è vuoto. L'identità non ha riscontri. L'autostima deperisce. La forza biologica emotiva, intellettuale propria dell'età sfocia così in uno stordimento dell'apparato emotivo con le notti in discoteca e nei percorsi della droga, nel disinteresse di tutto ciò che porta all'ignavia, all'indifferenza, alla non partecipazione. Tutto diventa gesto violento per scaricare la tensione, ma se si trovasse di nuovo un percorso per incanalare queste energie diverrebbe genialità creativa. Ecco che cos'è la novità, la novità è una genialità creativa insita nel cuore di ognuno.
Allora, se il punto di partenza e l'analisi che abbiamo appena fatto del contesto giovanile, la domanda è: che cosa può fare un giovane sacerdote rispetto alla giovane generazione? Per par-condicio dovremmo riservare anche una parte della nostra riflessione ad analizzare anche le caratteristiche delle nuove generazioni di sacerdoti.

Nuovi preti o preti nuovi?

Come sono i nuovi sacerdoti di oggi? Come si percepiscono? Come gli altri li percepiscono? Il calo vocazionale che ha caratterizzato gli ultimi decenni ci ha portato a riflettere in maniera profonda sul perché di una vocazione. Ci siamo accorti così che a essere entrata in crisi è innanzitutto la nostra capacità di fare scelte definitive. Però allo stesso tempo le nuove generazioni sacerdotali mostrano come una scelta vocazionale non è più legata semplicemente a un ruolo riconosciuto all'interno della società, ma a una vocazione che ha molto a che fare con la gente, con i problemi reali, con una chiamata a testimoniare un vangelo autentico che possa davvero arrivare al cuore delle persone. Se l'età media degli ingressi nei seminari è aumentata, sembra essere aumentata anche la consapevolezza con cui i nuovi sacerdoti vivono il proprio ministero. La grande sfida è cercare una sintesi convincente fra due proposte educative che sono agli antipodi ma che allo stesso tempo sono entrambe negative. Da una parte la figura educativa eccessivamente autoritaria, istituzionalizzata, distante, che si pone semplicemente come garante della legge, delle regole. E l'autoritarismo del padre/padrone che è diventato insopportabile e non più proponibile. Eppure, assistiamo a dei rigurgiti del passato, che invece di salvaguardare la Tradizione profonda della Chiesa fanno emergere un tradizionalismo malato, una riproposizione di un'immagine sacerdotale che è completamente fuori contesto, che è nostalgica di un autoritarismo figlio di un pensiero debole che cerca in realtà sicurezza, soprattutto nella forma e nelle idee graniticamente chiuse. È l'immagine di un educatore che ha le risposte a tutto, che è certo di tutto, che non intercetta nessuna domanda, che non educa, bensì al massimo istruisce. Forme del genere possono trovare anche un seguito all'interno delle nuove generazioni, specie a causa dell'eclissi della figura paterna di riferimento. E facile riempire questo vuoto paterno con chi si pone con sicurezza come un fake-padre che millanta di conoscere il nome del nostro destino, o il senso della nostra vita. Ma un giovane sacerdote che si pone semplicemente come la riproposizione di una sicurezza perduta, in realtà non aiuta all'annuncio del vangelo, che è innanzitutto un annuncio che passa attraverso l'educazione della domanda. È interessante ad esempio come nel Vangelo di Giovanni il primo dialogo che Gesù intesse con i discepoli che cominciano a seguirlo, incominci non con una risposta ma con una domanda: «Che cercate?». In questo modo Gesù dà di nuovo cittadinanza all'inquietudine della domanda. È come se volesse dire a ciascuno di noi che non c'è nessuna paura nel vivere una domanda che ci interroghi così profondamente, una domanda che ci metta faccia a faccia con il grande dramma della ricerca di senso della vita.
Le nuove generazioni hanno bisogno innanzitutto di qualcuno che gli riconsegni la positività delle domande. Che possa guarire la possibilità dell'inquietudine come qualcosa che ci conduce da qualche parte e non il dramma di chi si sente spinto a un viaggio e gli viene detto che non esiste nessuna meta. Si guarisce quindi dal male del nichilismo, dal vuoto che attraversa questo momento storico, non perché ci vengono date risposte che concludono il viaggio, che fermano le nostre domande, che troncano le nostre inquietudini. Ma si guarisce dalla ferita del nichilismo quando ci viene ridonato un destino come destinazione, una meta che risignifichi daccapo la possibilità del viaggio stesso. Che ridia di nuovo valore alle domande. Che riempia di nuovo di significato l'inquietudine stessa. È un po' come voler dire che non c'è nulla di male a essere in crisi, e che se da una parte abbiamo la tentazione di volere che qualcuno ci tolga dalla crisi, dobbiamo riconoscere come figure autorevoli solo coloro che ci aiutano ad attraversare le nostre crisi, e che non ci evitano lo scontro con le grandi domande. Non abbiamo bisogno di chi risponda al posto nostro alle grandi domande, ma abbiamo bisogno di chi ci aiuta a non scappare davanti alle grandi domande.
Il contrario di una figura educativa che si pone con autoritarismo come guardiano delle regole e della legge, come possessore di tutte le risposte più decisive è l'educatore che sostituisce alla distanza l'assenza di una distanza. Una sorta di prossimità eccessiva. All'educatore padre/padrone viene così contrapposto l'educatore/amico, l'educatore alla pari, l'educatore che non pone più nessuna distanza dall'altro. E la visione di un sacerdozio pop, che crea immediatamente consensi, ma solo in maniera superficiale, e questo semplicemente perché non si può educare se non a partire da una distanza decisiva, non si può educare se non a partire da un dislivello, da una diversità di rapporti. Un giovane non ha bisogno di trovare l'ennesimo amico in un sacerdote giovane, ma ha bisogno di trovare ciò che è diventato così raro in questo momento, ha bisogno di trovare un educatore, ha bisogno di trovare davvero un padre.

Il padre testimone

Così dal padre/padrone al prete/amico, l'unica via percorribile è il padre/testimone. E infatti nella categoria della testimonianza la sintesi migliore tra due posizioni che risultano essere inefficaci ed eccessivamente mondane. Chi è il padre testimone? E colui che non nasconde le domande, è colui che sa mostrare se stesso a partire proprio da quelle domande. E proprio attraverso la sua personale testimonianza che mostra all'altro qual è la maniera migliore di viversi le domande, di attraversare il tempo della crisi. Non si pone come ideale bensì come testimone, come qualcuno a cui guardare, come qualcuno da cui imparare che cosa significhi essere umani. Non è il prete buon esempio bensì e il prete autentico. Lo è perché sa creare prossimità prendendo sul serio le domande e sa creare fiducia perché con tutta la sua vita testimonia che esiste una risposta alle nostre domande, anche quando è difficile riuscire a comprendere questa risposta, anche quando è difficile trovare le parole giuste per poter dire questa risposta.
Lo dice bene Massimo Recalcati: «La testimonianza di un padre non pretende mai di essere esemplare, ideale, compiuta. Sono i figli che devono riconoscere negli atti dei loro genitori il valore di una testimonianza; questo avviene nel tempo, retroattivamente. Io posso pensare alla vita silenziosa, operaia, ai ritmi sempre uguali di questa vita, della vita di mio padre e di mia madre, adesso che ho cinquant'anni, come la vita di due testimoni che mi hanno insegnato come unire il desiderio alla Legge, come cioè poter dare senso alla vita sebbene la vita non sia in nostro possesso, non sia governabile, sebbene io non sia il fondamento della mia vita».
Il testimone non ha le risposte a tutto, ma tutta la sua vita infonde fiducia nel fatto che esista una risposta a quello che ci portiamo nel cuore. È così allora che la novità che è insita nel cuore di un giovane si sprigiona di nuovo. E così che il viaggio riparte, che la vita riparte, e ciò può accadere per alcuni motivi fondamentali: il primo è il recupero vero e sincero di una Tradizione.
Dovremmo cioè liberarci da quella grande menzogna che ci fa credere di dover trovare cose nuove per essere ascoltati. La Tradizione della Chiesa è una novità perenne, è la capacità di saper trovare il nuovo nello stesso, di saper trovare il nuovo in un gesto antico, di saper trovare il nuovo in quello che in questo momento non trasmette più alcun significato e questo perché non ne comprendiamo più il linguaggio, non ne capiamo più la ragione di fondo. Non si crea un rapporto educativo efficace perché si contesta la Tradizione. Essa infatti rappresenta un'appartenenza soltanto a partire da una appartenenza che ci si può proiettare anche in avanti. È solo a partire da un'appartenenza che ci si può fare anche una domanda sulla destinazione. La sfida di essere Chiesa in questo contesto passa attraverso alcune decisioni concrete e pratiche che in maniera originale dobbiamo essere in grado di poter prendere. La Tradizione non ci rassicura, ma ci incoraggia. Non ci dà già la risposta a tutto, ma rende possibile una risposta. Aveva ragione Giovanni XXIII quando, inaugurando il concilio Vaticano II, disse che la Chiesa non cercava un vangelo nuovo da annunciare, ma un nuovo modo di annunciare lo stesso vangelo.
In tempi come i nostri, di grandi cambiamenti, di grandi scoperte, di grande evoluzione tecnica e scientifica, informatica, non possiamo trascurare il cambiamento antropologico che tutto questo ha comportato. L'uomo contemporaneo ha diritto a una risposta a lui contemporanea, è troppo poco proporgli un cristianesimo che è semplicemente una riproposizione del passato, ed è anche ancora troppo poco promettergli qualcosa che ha a che fare con un futuro che non c'è ancora. È il presente il tempo propizio, il tempo opportuno, il tempo a cui rispondere. Allora l'opera più grande che un giovane sacerdote può dare alle giovani generazioni è quello della testimonianza del desiderio, la testimonianza del desiderio è la testimonianza di una vita veramente viva. I nostri giovani non hanno bisogno di nuove idee, hanno bisogno di vedere con i propri occhi che la vita è qualcosa di vivo, e che è Gesù Cristo il motivo per cui la vita è qualcosa di vivo. E anche se a volte la vita è difficile e contraddittoria, anche se a volte la vita ci fa sperimentare la nostra debolezza, la nostra umanità rimane straordinariamente bella, straordinariamente viva. Il cristianesimo quindi non è una vita che non sbaglia mai. Il cristianesimo è una vita che nonostante gli errori e le cadute annuncia una vita perennemente nuova. Il cristianesimo è poter dire che la vita vale la pena nonostante tutto, e poter vedere sui volti negli occhi e nelle scelte dei cristiani, e innanzitutto di coloro che devono annunciare il cristianesimo la possibilità di una vita così.
Ecco l'insistenza di papa Francesco sulla dimensione della gioia. È la gioia la cartina tornasole dell'annuncio cristiano. È la gioia la cartina tornasole delle relazioni educative presenti nella Chiesa. La trasmissione autentica di ciò che conta nella vita passa attraverso la trasmissione della gioia, della gioia di poter vivere, della gioia di poter affrontare, della gioia di poter trovare la propria strada, la propria vocazione: «La gioia del vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall'isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia» (EG 1).

Il dito del Battista

Ogni sacerdote assomiglia sempre un po' a Giovanni Battista. Il suo compito è poter indicare l'Agnello di Dio (cf. Gv 1,29). Egli non è lo sposo, ma l'amico dello sposo (cf. Gv 3,29). Egli non ha la risposta a tutto, ma ha la domanda giusta. Egli è il prolungamento di quella voce che duemila anni fa risuonò negli orecchi dei primi discepoli: «Che cercate?».
Solo a partire dal realismo e dal coraggio di questa domanda può nascere una storia nuova, una strada nuova. Sappiamo che i discepoli a quella domanda risposero con una richiesta: «Maestro dove abiti?». Non domandarono una spiegazione a quel Maestro. Non domandarono semplicemente parole o idee, ma domandarono a quell'uomo, che era il Figlio di Dio, un'esperienza. Un'esperienza che abbia a che fare con la quotidianità, un'esperienza che sia «casa» dove poter vivere la propria vita. E quel Maestro, che era il Figlio di Dio, rispose a quella richiesta con un invito: «Venite e vedrete». Ed è così che è tracciata la doppia vocazione di ogni sacerdote, ma soprattutto di un sacerdote giovane che vive in mezzo alla sua gente, ai suoi ragazzi: risvegliare la domanda di senso e dare l'opportunità di un'esperienza.
Recuperare queste due dimensioni credo che faccia dell'esperienza sacerdotale delle nuove generazioni di presbiteri una sfida da raccogliere. Dalla propria giovinezza prendere «le domande», e dal proprio ministero «offrire un'esperienza». Ma il luogo vero di questo incontro è una parola che pronunciamo sempre con risentimento: quotidianità. Per sfregiarla la chiamiamo routine, ma è proprio nel tempo più normale, più feriale, più quotidiano che tutto può cambiare. I nuovi presbiteri sono nuovi perché vogliono abitare la quotidianità co-
me luogo decisivo, e smettere di avere un'eccessiva fiducia in una pastorale tutta incentrata sull'entusiasmo del grande evento che come una meteora accende fuochi per poi spegnerli con altrettanta velocità. È saper perdere tempo con chi ci è stato affidato. È saper abitare con loro il quotidiano che molto spesso è considerato la tomba della novità. Ma è proprio li che va data testimonianza che ciò che conta non può
mai essere archiviato in un'abitudine cancerogena. In fondo la meglio gioventù di Cristo è stata vissuta nella ferialità di trent'anni vissuti a Nazareth. Non è forse questa per noi una luminosa indicazione?

* Docente di filosofia, Pontificia Università Lateranense — parroco presso la parrocchia universitaria L'Aquila


L'importanza della rete e della vita in rete

Massimiliano Padula [1]

1. Premessa (storico-sociale)

Può darsi che vi giunga nuova, ma nella vita c'è di più che starsene seduti a stabilire contatti (David Foster Wallace)

«Le reti costituiscono la nuova morfologia sociale della nostra società e la diffusione logica di rete modifica in modo sostanziale l'operare e i risultati dei processi di produzione, esperienza, potere e -cultura».[2] Sono passati poco meno di due decenni da quando Manuel Castells, il profeta intellettuale della network society, intravedeva nel concetto di «rete» il paradigma con il quale decifrare il (media)mondo, i comportamenti degli individui e le relative ricadute socio-culturali.
La rete, infatti, ha trasformato radicalmente il nostro sensus technologicus: grazie alla tecnologia microelettronica e all'informatica nascono quelle che Longo definiva «le macchine delle mente», fatte proprio di reti e calcolatori elettronici che in poco tempo diventano «macchine del corpo-mente», ibridi (sempre secondo la visione di Longo) capaci di partorire il simbionte uomo-macchina, quell'homo technologicus [3] capace di auto-organizzarsi, auto-narrarsi e auto-rappresentarsi grazie agli innumerevoli meccanismi artificiali di sostituzione della nostra umanità. Ed ecco che dimensioni come ubiquità, virtualità, oltre il senso del luogo, [4] mediapolis,[5] technopoly, [6] megamacchina, [7] mediamorfosi, [8] nativi digitali [9]. convergenza,[10] (e molte altre ancora) prendono il sopravvento nell'universo caotico dei media studies delineando i contorni di quella che ormai definiamo comunemente «cultura digitale».
Una cultura che alcuni considerano un vero e proprio ambiente dell'esistenza, uno spazio capace di fagocitare tutto il preesistente, un contesto polisemico e di difficile comprensione nel quale esiste una «distribuzione spaziale della produzione che permette di individuare centri e periferie della comunicazione».[11]
Questa dicotomia (tra centro e periferia) ha caratterizzato la storia dell'umanità. Vivere al centro di una città, ad esempio, significa(va) essere protagonisti della vita urbana, interpreti dinamici del presente ma anche esploratori del futuro. Abitare in periferia invece ha, da sempre, rimandato a un'esistenza distante, esclusa, statica. L'uomo della periferia è immobile, estraneo alle innovazioni del centro, emarginato. Con l'avvento della tecnomedialità, questa separazione concettuale si è certamente ridotta, anche se non del tutto. Se da un lato le nuove tecnologie dell'informazione si sono diffuse in tutto il globo collegandolo, dall'altro la velocità di diffusione tecnologica è stata selettiva sia sotto il profilo sociale che funzionale.
Scrive Castells: «La sequenza differenziale nell'accesso al potere della tecnologia di popoli, Paesi e aree geografiche costruisce una causa decisiva dell'ineguaglianza della nostra società. Le aree disconnesse sono discontinue in termini culturali e spaziali: si trovano nelle inner cities [12] americane o nelle banlieues francesi, nonché nelle baraccopoli dell'Africa o nelle aree rurali povere di Cina e India. Tuttavia, le funzioni, i gruppi sociali e i territori del globo dominanti sono connessi, agli albori del XXI secolo, a una nuova rete tecnologica che ha iniziato a prendere forma come tale soltanto negli anni Settanta».
Oggi, più di 40 anni dopo, il progresso ha permesso alle connessioni tecnologiche di diventare una delle priorità delle policies di governi e istituzioni. Ma non solo. Si è passati da una logica (puramente tecnica) del be connected a una prospettiva (onnicomprensiva) dell'always online. Ciò che conta non è tanto il tipo di connessione o di rete ma le modalità attraverso le quali mi connetto e costruisco esperienze di rete. Il tecnocentrismo, quindi, ha perso il suo peso specifico lasciando spazio alle capacità creative, alle relazioni, alla coscienza. In una sola parola all'uomo. Si è passati da ambienti nei quali l'uomo non è più immerso [13] ma emerge con la sua umanità, dei quali decide le sorti e i colori nel bene e nel male, nei quali proietta se stesso. Nella contemporaneità digitale quello che era il centro (la tecnica) cede il passo a ciò che era periferia (l'uomo) ristabilendo l'equilibrio originario che vede nell'individuo il nucleo generatore di ogni espressione tecnologica.

2. Dalle reti digitali all'umanità mediale

I media sono rimasti senza un proprio medium (Francesco Casetti).

Questo passaggio di consegne (dal tecno-centro all'uomo-centro) è la risultante di un apparente paradosso. L'avvento delle reti sociali (Facebook e gli altri «social»), la facilità di utilizzo dei diversi device (sempre accessibili a livello di costi), la diffusione esponenziale della tecnologia wifi, il moltiplicarsi di applicazioni capaci di soddisfare bisogni, invece di rafforzare la dimensione tecnologica l'ha, di fatto, sfumata, permettendo alle categorie umane di (ri)affermarsi. Questo paradosso si traduce in una condizione che Ruggero Eugeni definisce postmedialità, un processo culturale che vede i media naturalizzarsi, soggettivizzarsi, socializzarsi.[14] Si tratta di un passaggio complesso che investe non soltanto i dispositivi tecnici ma i comportamenti comunicativi, le logiche della produzione culturale, le relazioni, il consumo e, quindi, anche i processi educativi e pastorali. Comprendere il postmediale significa rendersi conto che il nostro legame con i media va al di là della concretezza tecnologica (lo strumento da utilizzare o lo spazio da abitare) ma diventa un'esperienza naturale. La vita non è né online né offline ma si dispiega interamente nella continuità tra materialità e simbolica tecnologica, secondo un'esperienza onlife [15] nella quale «comunicazione, interazione simbolica e vita quotidiana sono tenute insieme dallo stesso tessuto connettivo tecnologico digitale. Questa "interpretazione biologica" della tecnologia apre all'idea che non si tratti semplicemente di sapersi "spostare" saltuariamente all'interno di una dimensione digitale "separata", ma di saper vivere quotidianamente in relazione sia con il fisico sia con l'elettronico; saper gestire lo spazio e il tempo quotidiano con lo spazio e il tempo digitale, che si compenetrano fra di loro. Questa situazione rappresenta una grande sfida educativa [e pastorale] perché si tratta di un'attività completamente inedita, che coinvolge tutte le generazioni: tutti sono chiamati a sviluppare una serie di competenze – una volta destinate a un ristretto gruppo di professionisti – relative alla produzione culturale mediale (elaborare l'informazione, creare contenuti, gestire la produzione simbolica)».[16]
L'individuo, dunque, si trova di-fronte a una importante sfida: quella di riappropriarsi di sé. Lo potrà fare anzitutto abbattendo pregiudizi e barriere culturali che per troppo tempo lo hanno subordinato al moloch tecnico, lo hanno inquadrato come nodo sterile di una rete materiale e impersonale, sacrificando inevitabilmente la sua essenza personalistica e sociale: quella di essere uomo o donna in una società. Per indicare questo processo di (ri)emersione dell'umano usiamo l'espressione umanità mediale,[17] ovvero quella condizione che, da un certo punto in poi della storia, vede l'individuo convivere e coesistere con i tecnomedia in modo libero e progettuale. L'umanità mediale ristabilisce i termini di questo legame (tra uomo e media) evidenziando come il suo equilibrio sia la risultante di decisioni prese in totale libertà, senza meccanismi (presunti) di controllo, potere e sopraffazione.
L'organizzazione dell'umanità mediale è certamente favorita dai meccanismi del digitale che con la loro infinitizza, disponibilità, facilità di accesso, diventano opportunità straordinarie per l'affermazione delle categorie dell'umano. Non siamo più soltanto spettatori di un programma televisivo, consumatori di prodotti mediali, utilizzatori di uno strumento, ma diventiamo protagonisti di pratiche dalle quali prima eravamo esclusi. Da spettatori diventiamo spettAttori,[18] da consumatori diventiamo prosumer.[19] E tutto questo avviene attraverso un meccanismo che possiamo definire proiettivo; nei media digitali, infatti, possiamo proiettare (dal latino pròiectirs, progetto) ciò che siamo: il bello (il buono, il giusto) che ci contraddistingue, o il brutto (il falso, l'illecito) che può sporcare le nostre esistenze. L'umanità mediale, quindi, destruttura idee alterate e patologiche (di uomo) come simbionte, cyborg, post-umano e ci (ri)colloca lì, dove siamo sempre stati, senza alcuna forzatura. Libertà, autodeterminazione, indipendenza diventano i criteri guida di una società onlife, nella quale i formati tradizionali dell'esistenza si mescolano (senza impedimenti) alle nuove pratiche digitali. Ci guardiamo in faccia e ci relazioniamo su WhatsApp, leggiamo i giornali e ci informiamo su Twitter, guardiamo un film al cinema e una (web)serie su YouTube, compriamo nel negozio sotto casa e acquistiamo su Amazon. La congiunzione «e» evidenzia come un'azione non sia sostitutiva o oppositiva rispetto a un'altra ma sia così integrativa da costruire paradigmi sociali misti, eterogenei eppure riflessi autentici della nostra umanità. Questi, formati dell'esistenza, riguardano tutti indipendentemente dall'età, dalla provenienza geografica, dal reddito e dalle altre variabili sociometriche che caratterizzano gli attori sociali. Il digitale normalizza le differenze intellettuali create da decenni di determinismo tecnologico (i media come strumenti) e visioni ecologiche (i media come ambienti) e destruttura stereotipi concettuali che inquinano la realtà sociale mediata dalle tecnologie digitali. Tra questi il cliché del «nativo digitale», che altro non è che il «volto che abbiamo dato a una paura: la rapidità del progresso di questi anni e dei ritmi di vita a cui siamo sottoposti che porta il dialogo fra le generazioni, già di per sé arduo, a incepparsi di più. Il mito, una volta smitizzato, ci riporta faccia a faccia con il mostro: non ci capiamo e ci capiamo sempre meno perché andiamo velocissimo. La velocità è una delle cause della "crisi dell'esperienza". Andiamo così veloci che non riusciamo a fare esperienza delle cose, figuriamoci trasmetterla alla generazione successiva».[20]

Conclusione: dall'umanità in rete alle «reti di umanità»

E andate con l'unica promessa che abbiamo: in mezzo al deserto, alla strada, all'avventura, ci sarà sempre la «connessione», esisterà un «carica-batterie» (Papa Francesco)

La crisi dell'esperienza si traduce spesso in comportamenti deresponsabilizzanti. E molto più semplice, ad esempio, per un adulto liberarsi dagli obblighi genitoriali attribuendo la responsabilità degli errori dei figli all'utilizzo eccessivo di uno smartphone. Nello stesso tempo (i numerosi casi di cronaca ce lo confermano) assistiamo a derive di giovani adultizzati che deformano se stessi attraverso un uso distorto del dispositivo tecnologico. L'ostentazione della propria immagine (la cosiddetta «schiavitù del selfie»), le dialettiche conflittuali fino a veri e propri atti criminosi (bullismo, gioco d'azzardo, pedopornografia, solo per citarne alcuni) evidenziano come spesso l'individuo non è ancora capace di comprendere appieno che l'online rappresenta soltanto una porzione (vera) della propria, intera esistenza. In rete, spesso tendiamo a plusumanizzarci (eccediamo di umanità) [21] ossia a radicalizzare i nostri comportamenti, le nostre idee, le nostre posizioni. Oppure ci limitiamo, nascondiamo, evitiamo di «esserci» perché vittime delle nostre paure (essere spiati, derubati dell'identità, adescati). Le giovani generazioni non sono esenti da queste deviazioni, anzi rappresentano la prima generazione che vive come «normale» l'esperienza tecnologica. Sarà necessario, pertanto, che genitori, insegnanti, educatori, pastori, non si sottraggano alla responsabilità educativa. Educare ai media, significa educare i media, ovvero tutti quanti noi in quanto loro proiezione. Significa scoperchiare ciò che di buono ci contraddistingue ed eliminare, di conseguenza, il negativo. Significa traslare la nostra qualità etica negli spazi digitali senza essere altro da ciò che siamo. Significa, infine, essere non solo un'umanità in rete ma soprattutto reti di umanità, gruppi di persone che oltrepassano la materialità tecnica per tornare a connettersi realmente sia offline che online. La generazione che oggi nasce con i media digitali non sarà diversa da quelle passate se da loro erediterà e assimilerà le virtù e buone maniere. Allo stesso tempo toccherà agli adulti farsi carico di questo transito educativo carico di insidie ma anche di meravigliose possibilità. I giovani di oggi saranno adulti connessi non esclusivamente in senso tecnico. Saranno connessi perché potranno essere artefici di reti globali nelle quali riverberare la propria umanità fatta di bellezza e di rispetto. È questo il senso autentico della connessione, della rete e della vita in rete. Reti fatte di uomini connessi. Reti verticali (genitori/figli, insegnanti/discepoli) nelle quali il rispetto dell'autorità è imprescindibile. E reti orizzontali (i fratelli, gli amici, i compagni di studio, i colleghi di lavoro) nelle quali dovranno prevalere il confronto, la condivisione, l'aiuto reciproco, la gratuità, il dono.
Concludiamo con una parola: amore. Quell'«amore per gli altri che – come ci chiede papa Francesco – non può essere riservato a momenti eccezionali, ma deve diventare la costante della nostra esistenza»,[22] online e offline.


NOTE

1 Massimiliano Padula è docente di sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l'Istituto pastorale Redemptor Hominis della Pontificia Università Lateranense. Presso lo stesso ateneo coordina il Centro Alti Studi. Insegna sociologia alla Pontificia Facoltà di Scienze dell'educazione Auxilium di Roma e svolge anche attività di docenza presso il Pontificio Istituto Teologico San Giovanni Paolo II per le scienze sul matrimonio e sulla famiglia e presso l'Istituto internazionale di pastorale sanitaria Camillianum. Collabora con diverse testate giornalistiche tra cui Avvenire e l'agenzia SIR della Conferenza episcopale italiana. In passato ha lavorato per uffici stampa e agenzie di comunicazione. È autore di molte pubblicazioni di carattere scientifico, con particolare focalizzazione sulle dinamiche mediali e comunicative. Tra queste: Umanità mediale. Teoria sociale e prospettive educative (ETS, Pisa 2016) scritto insieme a Filippo Ceretti. È presidente del Copercom (Coordinamento delle Associazioni per la comunicazione) e membro effettivo del Comitato media e minori del Ministero dello sviluppo economico.
2 M. CASTELLS, La nascita della società in rete, Università Bocconi 2003, Milano, 11.
3 Cf. G.O. LONGO, Homo technologicus, Meltemi, Roma 2005.
4 Cf. MEYROWITZ, Oltre il senso del luogo. L'impatto dei media elettronici sul comportamento sociale, Baskerville, Bologna 1995.
5 Cf. R. SILVERSTONE MEDIAPOLIS, La responsabilità dei media nella civiltà globale, Vita e Pensiero, Milano 2008.
6 Cf. N. POSTMAN, Technopoly. La resa della cultura alla tecnologia, Bollati Boringhieri, Torino 1993.
7 Cf. S. LATOUCHE, La megamacchina. Ragione tecnoscientifica, ragione economica emito del progresso, Bollati Boringhieri, Torino 1995.
8 Cf. R. FIDLER, Mediamorfosi. Comprendere i nuovi media, Guerini e Associati, Milano 2005.
9 Cf. H. JENKINS, Cultura convergente, Apogeo, Milano 2013.
l° Cf. M. PRENSKY, «Digital Natives, Digital Immigrants. Part 1», in On the Horizon, vol. 9/5, 2001, 1-6.
11 P. ORTOLEVA, Mediastoria. Mezzi di comunicazione e cambiamento sociale nel mondo contemporaneo, Net, Milano 2002, 213.
12 Aree centrali di una città degradate e/o in stato di abbandono.
13 Cf. M. PADULA, Immersi nei media. Il nuovo modo di essere vivi, Rubbettino, Soveria Mannelli (CZ) 2009.
14 Cf. R. EUGENI, La condizione post-mediale. Media, linguaggi e narrazioni, La Scuola, Brescia 2015.
15 Cf. L. FLORIDI (a cura di), The onlife manifesto. Being human in a hyperconnected era, Spriger, Berlino 2015.
16 E CERErn, «Educare i media: la pedagogia di fronte alla sfida digitale. Nuove tecnologie comunicative ed educazione della persona», in I Laterani, 6, Lateran University Press, Città del Vaticano 2018 (in corso di stampa).
17 Cf. E CERETTI - M. PADULA, Umanità mediale. Teoria sociale e prospettive e educative, Ets, Pisa 2016.
18 Cf. M. PADULA - G. BAGGIO (a cura di), Dalla mondovisione all'endovisione. Pratiche e formati dello spazio televisivo, ETS, Pisa 2017.
19 «Il prosumer è colui che riunisce in sé le azioni della produzione e del consumo. Nel web 2.0 il prodotto in parte è creato da coloro che poi lo consumeranno: in luoghi virtuali come Facebook, Wikipedia o i veri e propri blog, sono gli stessi consumatori-fruitori a produrre i contenuti». Cf. G. RITZER - N. JURGENSON, «Production, consumption, prosumption. The nature of capitalism», in The age of the digital «Prosumer»: Journal of consumer culture 10(2010)1, 13-36.
20 A. D'AVENIA, «Il mito dei nativi digitali», in La Stampa, 18 dicembre 2013, 1, 31.
21 F. CERETTI - M. PADULA, Umanità mediale. Teoria sociale e prospettive e educative.
22 PAPA FRANCESCO, Regina coeli, 6 maggio 2018.

 

Oratori «in uscita»

Riccardo Pascolini

Nel panorama ecclesiale è possibile individuare numerose sfaccettature dell'unica missione di annuncio del vangelo. Tra queste sicuramente l'oratorio – inteso come insieme di tradizioni di vita ecclesiale (come per es. quella salesiana, ambrosiana) e organizzazioni regionali e nazionali – occupa una posizione importante sia per la sua azione pastorale all'interno della comunità cristiana, sia per la sua naturale vocazione di apertura e dialogo con tutte le dimensioni della vita delle persone, in particolare dei giovani.
Ecco perché l'oratorio, da sempre, ha rappresentato un punto di osservazione e di azione privilegiato all'interno della comunità cristiana perché capace di coniugare le infinite esperienze di vita delle persone con il tessuto ecclesiale e sociale di un determinato territorio o contesto culturale. Se è vero che, come indicato dai vescovi italiani lo scorso settembre, nel comunicato finale del Consiglio permanente della CEI, «lo slancio missionario rimane il termometro della vitalità di ogni diocesi»,[1] la presenza e vitalità degli oratori costituisce un elemento discriminante per misurare la «temperatura» dell'azione pastorale e dell'annuncio del vangelo.

L'oratorio: storia di una vocazione all'accoglienza e all'amore

Da sempre, fin dalla sua nascita, l'oratorio è l'espressione della cura, della carità e della sollecitudine educativa della comunità cristiana nei confronti di tutti, ma in particolare delle giovani generazioni e delle famiglie. Prima san Filippo Neri e poi, in particolare, san Giovanni Bosco intravedono nell'oratorio lo strumento privilegiato per educare alla fede e alla vita e quindi alla dimensione ecclesiale e sociale dei giovani.[2] Non è quindi prima di tutto un luogo – il campo da calcio, la sala polivalente, il bar, il cortile – ma una comunità di persone che vi abitano, frequentano e operano e in esso instaurano rapporti educativi. In quanto espressione di una comunità cristiana e della sua vocazione missionaria, l'oratorio accoglie la possibilità di una adesione diversificata: non ci sono infatti preclusioni nei confronti di nessuno e non pone come condizione esclusiva l'essere credenti: piuttosto aperti comunque alla proposta di fede. In particolare, in questi ultimi anni e durante le attività pomeridiane ed estive, l'oratorio si è proposto come luogo privilegiato per favorire l'integrazione e l'accoglienza nei confronti di coloro che provengono da altri Paesi, quale che sia la religione da essi praticata.
Nell'ambito dell'educazione alla fede l'oratorio da sempre indica una gradualità della maturazione umana e cristiana: non si limita, infatti, a proporre la catechesi, ma offre molteplici e diversificate attività – da quelle specificatamente formative a quelle ludiche e animati-ve (linguaggi di animazione), sportive o di altro genere – capaci di coinvolgere educativamente persone di ogni età, partendo quindi dal diverso livello di maturazione umana e cristiana in cui ciascuno si trova. Da questo punto di vista l'oratorio si identifica come laboratorio di evangelizzazione e palestra di vita, una sorta di cantiere sempre aperto nel quale si accoglie e allo stesso tempo si apprende; si cresce e ci si sperimenta e allo stesso tempo si testimonia; ci si apre alla relazione con l'altro e allo stesso tempo si annuncia; si progetta e si attuano iniziative e allo stesso tempo si vive l'annuncio del vangelo, con quella attenzione all'educazione integrale della persona, chiamata a realizzare pienamente la propria esistenza. A tutti vengono proposti i valori cristiani, nel rispetto della libertà e nella disponibilità di ciascuno ad accoglierli, in un ambiente capace di proporre un progetto di educazione alla fede, in cui i giovani stessi possono essere protagonisti responsabili. Si prospettano quindi una sorta di «percorsi educativi individualizzati» dove ogni persona può trovare una propria prospettiva di crescita umana e cristiana partendo dal punto in cui si trova, ma allo stesso tempo vivendo questo cammino insieme agli altri, a una comunità. Tutto questo rende l'oratorio capace di abitare di più il territorio, per accompagnare il quotidiano alla luce della dimensione «domestica» della fede, come «casa» abitabile da tutti e nella quale tutti incontrano il «significato» del vivere.

Le trasformazioni e gli adattamenti dell'oratorio

Così descritto l'oratorio sembra essere uno degli ambiti più promettenti per la comunicazione della fede della comunità cristiana. In realtà da sempre l'oratorio ha dovuto fare i conti con le risorse intra ecclesiali, in termini di persone e di strutture e con le continue spinte esterne della società in continua trasformazione.
«Da ambiente capace di aiutare a farsi una visione cristiana fino a pervadere tutto il vissuto, diventa ambiente di secondaria importanza nel soddisfacimento dei bisogni di aggregazione, gioco, cultura. L'oratorio, da sempre forza propulsiva di vita sociale, si trova ora ai margini. Sempre meno viene riconosciuto, anche perché i suoi servizi sociali sono di qualità inferiore a quelli che offrono le istituzioni specializzate nel tempo libero».[3]
Non solo: in un contesto di ripensamento della vita ecclesiale nelle parrocchie, di ricerca di nuovo slancio pastorale, spesso occorre fare i conti con la carenza di figure educative capaci di donare tempo per le attività dell'oratorio. Ne consegue una ri-calibrazione delle attività, sempre più spesso focalizzate nel periodo estivo o in alcuni momenti particolari dell'anno e che hanno come destinatari bambini e ragazzi, in una sorta di «tempo pieno» durante il lavoro dei genitori. Non è insolito vedere oggi oratori funzionare più come centri di integrazione piuttosto che aggregazione, in particolare in quelle realtà parrocchiali dove i cancelli restano aperti per i poveri che utilizzano la mensa della Caritas o per i bambini del doposcuola, anche stranieri e di altre religioni. Certo, l'oratorio resta la casa di tutti coloro che intendono la vita in senso cristiano, ma nei fatti appare spesso svuotato della comunità di persone che lo abitano, mentre rimane efficiente nei servizi di assistenza e di volontariato. Anche dal punto di vista degli spazi sembrano esserci delle trasformazioni: il campo da calcio, se non diviene un parco, viene spesso affidato ad associazioni sportive esterne alla vita parrocchiale; dove c'era una sala polivalente o il cinema si fanno prevalentemente riunioni condominiali o feste di ogni genere.
La domanda che spesso le comunità cristiane si pongono è: questa trasformazione è inevitabile?

Verso una nuova responsabilità ecclesiale

«Poi io udii la voce del Signore che diceva: "Chi manderò e chi andrà per noi?". E io risposi: "Eccomi, manda me!"» (Is 6,8).
Questa domanda non è semplicemente rivolta al singolo credente: è la domanda che interpella tutta la comunità cristiana, in ogni suo ambito, anche quello forse più informale dell'oratorio.
Parafrasando la risposta di Isaia, anche l'oratorio potrebbe dire: «Ecco, manda noi»! E una risposta che impone di fare il punto nel cammino della proposta ecclesiale dell'oratorio.
Nel corso della sua prolusione in occasione del Consiglio permanente, il cardinale Gualtiero Bassetti, da pochi mesi presidente della Conferenza episcopale italiana, ha fatto riferimento al Festival della Missione: «Siamo chiamati, innanzitutto, ad essere Chiesa al servizio di un'umanità ferita. Che significa, inequivocabilmente, essere Chiesa missionaria. E la prima missione dei cristiani consiste nell'annuncio del vangelo nella sua stupenda, radicale e rivoluzionaria semplicità. Un annuncio gioioso, come ci ricorda l'Evangelii gaudium, che punti all'essenziale, "al kerygma" perché "non c'è nulla di più solido, di più profondo, di più sicuro, di più consistente e di più saggio di tale annuncio" (EG 165)».[4]
Questa dimensione missionaria si attua nell'oratorio quando diventa sempre più «ponte tra la Chiesa e la strada». Lo auspicava san Giovanni Paolo II, parlando ai giovani di Roma: «Condividendo la vita dei vostri coetanei nei luoghi dello studio, del divertimento, dello sport e della cultura, cercate di recare loro l'annuncio liberante del vangelo. Rilanciate gli oratori, adeguandoli alle esigenze dei tempi, come ponti tra la Chiesa e la strada, con particolare attenzione per chi è emarginato e attraversa momenti di disagio, o è caduto nelle maglie della devianza e della delinquenza» [5]. La prospettiva ma anche la sfida, viste le difficoltà che può vivere l'oratorio, è quella di favorire spazi di accoglienza e di dialogo, dei veri ponti tra l'istituzionale e l'informale, tra il reale e il virtuale, tra la «leggerezza» e l'assunzione di responsabilità.
Proprio in questo ambito di responsabilità l'oratorio, per la sua naturale vocazione educativa alla formazione integrale della persona, di apertura e testimonianza sul territorio, inteso come luogo nel quale si stabilisce il modo di abitare e di produrre, è chiamato ad essere in prima linea, in particolare nel mondo della scuola, del lavoro e della costruzione della famiglia, chiesa domestica. La presa di coscienza della corresponsabilità nella vita della città degli uomini, deve portare l'oratorio ad aprirsi e formare ad ogni esigenza di questo servizio, proprio partendo dal volontariato e dall'attenzione ai più piccoli. È il caso per esempio delle attività di alternanza scuola-lavoro, oggi parte integrante del percorso scolastico, che intende fornire agli studenti adolescenti le competenze necessarie a inserirsi nel mondo del lavoro, alternando le ore di scuola in aula a ore trascorse all'interno di realtà del territorio, per garantire loro esperienza «sul campo». L'oratorio appare un luogo in cui gli studenti più grandi possono sperimentarsi, in particolare mettendo in gioco e acquisendo competenze relazionali ed educative, in coerenza con quanto di teorico appreso nelle discipline scolastiche. Negli spazi informali dell'oratorio è possibile acquisire la capacità di mediazione tra i diversi interlocutori: adulti o bambini, stranieri o del luogo, frequentatori abituali o solo di passaggio; oppure mettersi in gioco come educatori e animatori nel servizio e la cura verso i più piccoli.
Anche la dimensione affettiva trova nell'oratorio una sua collocazione speciale, grazie al clima di relazione che favorisce la scoperta dell'amicizia e fiducia reciproca, premessa per una riflessione e maturazione sulle emozioni e sull'amore inteso come dono. Sono tutti passaggi che portano i giovani a maturare, in questo ambiente educativo, il desiderio della vocazione alla vita familiare sperimentando il rispetto, l'accoglienza, la delicatezza, l'ascolto. Anche la presenza delle famiglie, di adulti maturi costituisce un prezioso contributo alla creazione di quel clima che aiuta i giovani a considerare la comunità cristiana «casa che accoglie», nella quale la famiglia si «configura come laboratorio quanto mai fecondo per sperimentare anche nuovi percorsi di corresponsabilità educativa. È importante che nell'oratorio si respiri un clima familiare anche per aiutare i tanti ragazzi e giovani alle prese con situazioni familiari problematiche, per i quali spesso l'oratorio diventa una seconda famiglia»; [6] essa infatti, per la sua vocazione «possiede vincoli vitali e organici con la società, perché ne costituisce il fondamento e l'alimento continuo mediante il suo compito di servizio alla vita: dalla famiglia, infatti, nascono i cittadini e nella famiglia essi trovano la prima scuola di quelle virtù sociali, che sono l'anima della vita e dello sviluppo della società stessa». [7]

Oratorio in uscita: le porte aperte alla società

Il grande appuntamento del sinodo dei vescovi del 2018 interamente dedicato al mondo giovanile spinge le comunità cristiane alla fiducia e alla speranza che la Chiesa possa ancora camminare accanto alla vita delle persone facendosi loro prossimi, abitando i loro spazi per raggiungerli lì dove essi vivono. Saranno decisivi la capacità di ascoltare le domande più profonde dei giovani, di incoraggiare e accompagnare i loro percorsi senza pregiudizi o in atteggiamento di difesa. Per questo la proposta dell'oratorio, nella sua dimensione di apertura alla vita delle persone e alla comunità civile, deve necessariamente avere la caratteristica di porta larga e accogliente, segno appunto di una Chiesa che è madre, che genera e che accompagna ogni uomo nel proprio percorso di vita.
Una prima 'porta" verso l'esterno è certamente lo sviluppo della coscienza dei ragazzi e dei giovani, dove è incoraggiato il ragionamento, la capacità critica, per uscire dall'individualismo e dall'esperienza virtuale. Questa competenza diventa indispensabile in una prospettiva di impegno sociale, di cittadinanza attiva e orientamento verso la propria professione futura. Diceva san Giovanni Bosco: «Se vogliamo una società buona dobbiamo far convergere tutti i nostri sforzi nell'educare cristianamente la gioventù, che fra breve formerà la umana generazione. Se essa sarà bene educata avremo la società domestica e civile costumata. La vostra carità giova alla civile società, giova alle famiglie cristiane, e, diciamolo pure, giova anche alle non cristiane». [8]
L'oratorio, inoltre, non è uno luogo in cui si entra perché iscritti o perché parte di un'iniziativa: la porta per l'accoglienza – sempre aperta – testimonia tutta la sua attenzione alla persona. Far entrare e stare accanto, anche nel rispetto di una distanza, corrisponde alla natura profonda dell'oratorio che trova in alcune iniziative (doposcuola, attività pomeridiane, feste), un prezioso contributo a quel clima di integrazione sociale di cui la nostra società civile ha sempre più bisogno. Più l'oratorio permette alle persone di entrare, più manifesta la sua prospettiva di uscita!
La carità educativa, la possibilità di prendersi cura dei più piccoli, dei più poveri fa dell'oratorio una porta profetica aperta verso il mondo. In una società che spesso tende all'individualismo, all'efficienza, al rifiuto del diverso, appare indispensabile questa dimensione del servizio, della gratuità; la presenza di volontari, di persone competenti che donano tempo e risorse rappresentano una testimonianza profetica di vita evangelica e di costruzione di una nuova società civile. [9]
Tutto questo è già in atto, anche se spesso minacciato dalle fatiche che caratterizzano il cammino ecclesiale. Occorre allora una nuova passione non semplicemente educativa ma ancora più profonda: la passione per la vita e la cura delle persone.
«L'oratorio, a ogni "latitudine", ci chiede passione e restituisce passioni. L'oratorio ci restituisce passioni per la vita, facendoci scoprire e sperimentare le nostre attitudini. E in questa restituzione ci ricorda come l'educazione non sia un qualcosa di teorico ma qualcosa di profondamente concreto che coinvolge ogni attività dell'animo umano. Come concreta e visibile è la scelta della passione verso le nuove generazioni per prima cosa, prima di tutto il resto, sempre sbilanciati verso i ragazzi e i giovani. Una passione generativa, mai sazia, in grado di trovare costantemente percorsi nuovi per avvicinare anche chi in oratorio fa fatica ad entrare, perché è attraverso i giovani che la società si rigenera».[10]
Così impostato l'oratorio diventa un traguardo: non esiste per se stesso o perché i giovani vi rimangano per sempre. Esso ha una prospettiva che diventa anche un criterio di discernimento: i giovani sono chiamati a «uscire» – continuando comunque a farne parte – dall'oratorio ed «entrare nella società» per testimoniarvi la vita cristiana con un impegno evangelico nei vari ambiti di responsabilità.
Quando questo traguardo viene raggiunto, l'oratorio "dimostra di avere svolto bene il suo compito e manifesta di essere una realtà ecclesiale capace di fornire un grande servizio alla società civile.
Forse l'immagine più eloquente di questa dimensione di apertura, di accoglienza incondizionata, di missione dell'oratorio, è quella che ci offre una grande santa, Madre Teresa di Calcutta, che alle sue religiose vietava – per vivere nell'essenzialità – di possedere gli specchi «perché, diceva, dobbiamo sempre guardare gli altri e non noi stessi».

* Segretario nazionale Forum oratori italiani


NOTE

1 CEI, Comunicato finale del Consiglio episcopale permanente, sessione del 25/27 settembre 2017.
2 La formula «buon cristiano e onesto cittadino» diventa elemento essenziale per definire in termini rigorosi non solo la visione umanistico-cristiana dell'educazione proposta dal santo salesiano, ma anche, e in particolare, la dimensione sociale di essa. Cf. Pedagogia ecclesiale in don Bosco. Atti della XII Settimana di spiritualità della Famiglia salesiana, Editrice SDB, Roma 1986.
3 «L'oratorio dei Giovani /1. Ripartire dall'oratorio», in Note di Pastorale giovanile, 89-3-44.
4 SIR, Prolusione del card. Gualtiero Bassetti al Consiglio permanente CEI de125 settembre 2017.
5 GIOVANNI PAOLO II, Discorso ai giovani di Roma, 5 aprile 2001, n. 5.
6 COMMISSIONE EPISCOPALE PER LA CULTURA E LE COMUNICAZIONI SOCIALI DELLA CEI, COMMISSIONE EPISCOPALE PER LA FAMIGLIA E LA VITA DELLA CEI, Il laboratorio dei talenti. Nota pastorale sul valore e la missione degli oratori nel contesto dell'educazione alla vita buona del vangelo, 2 febbraio 2013.
7 GIOVANNI PAOLO II, Esortazione apostolica Familiaris consortio, 22 novembre 1981, n. 42.
8 P. BRAIDO (a cura di), «Buon cristiano e onesto cittadino. Una formula dell'"umanesimo educativo" di don Bosco», in Ricerche storiche salesiane 1(1994), 7-75.
9 «L'oratorio è scuola di servizio dove si impara a lavorare generosamente per la comunità, per i piccoli, per i poveri. Ed è proprio il servizio, animato dalla preghiera, la via privilegiata per la nascita e la crescita di una vita autentica improntata alla dedizione di sé nel servizio verso gli altri [...]. Camminate sempre uniti per essere "sale della terra e luce del mondo». Giovanni Paolo II ai partecipanti al pellegrinaggio dell'oratorio San Vittore di Varese, 31 agosto 2002, in Note di Pastorale giovanile, 11-01-42.
10 ANSPI, «Passione d'Oratorio», in Orientamenti, 2010-2011.

 

Il sinodo, esperienza imperdibile di dialogo tra giovani e Chiesa

Domenico Sigalini * - Fortunato Ammendolia **


PRIMO FOCUS
Ascoltare i giovani, perché il sinodo sia per loro e con loro

Abbiamo fatto in questo tempo in tutte le diocesi, le parrocchie, le scuole, le piazze, in convegni ad hoc, in feste e veglie, un bel lavoro per metterci in contatto soprattutto con i giovani, e offrire loro dei minimi spazi di espressione, dialogo, apprezzamento, provocazioni e proposte.
In questo spazio, fatto di schede, di cose semplici, di strumenti già collaudati con vari tipi di giovani, vengono offerti alcuni elementi non tanto in preparazione al sinodo — che è fatto da cose più serie —, ma per attivare la comunità cristiana e il mondo giovanile, per cominciare a conoscersi e presentarsi, per rompere il ghiaccio e aiutare un dialogo con loro e tra loro.
Queste schede sono semplici perché nascono da alcune idee semplici.[1]
Parto da una qualsiasi riunione o serata di conferenza: dopo un intervento, magari «palloso» — come dicono loro —, si dà solitamente la parola con un: «Chi ha domande da fare?». Succede, nella quasi totalità dei casi, che tutti guardano in terra, in attesa che il solito dica la sua (che è sempre quella!), indipendentemente dal tema. Se poi si tratta di domande di carattere religioso, in un ambiente laico — come la scuola —, la difficoltà è ancora più alta, perché o risponde il solito che ha da scaricare i suoi veleni contro il nostro modo di proporre cose religiose, o un eroe che va a messa e che è abituato a farsi prendere in giro dai compagni.
E se invece, prima di fare proposte, potessimo aiutare i ragazzi a guardarsi dentro, a definirsi, a lavorare con rispetto sulle loro immagini, i loro atteggiamenti, le loro problematiche?
Ecco allora quattro schede, adatte a questo scopo.
La prima scheda è Essere giovani. Ovvero: descrizione di modi di vivere, di pensare, di essere, di desiderare.
Si deve per prima cosa consegnare a ciascuno una scheda. Le affermazioni sono numerate perché poi nel confronto ci si può riferire con il numero a una idea senza leggerla ogni volta che la si dice: basta dire il numero. Dopo aver distribuito la scheda, una copia ciascuno, si formano gruppetti da tre. Si stabilisce un tempo di lavoro, durante il quale ogni gruppetto, dopo aver letto la scheda, sceglierà le cinque affermazioni che gli sembra rappresentino maggiormente i propri amici. Alla fine ci si riunisce nuovamente tutti insieme: uno della terna dà il risultato e deve dire soltanto i cinque numeri individuati. Grande facilità di parola! Si raccolgono nel giro di pochissimo tempo un insieme di affermazioni che si ritengono più condivise dagli amici.
A questo punto parte la discussione: «È vero? Che cosa vorresti fosse messo più in chiaro? Che cosa manca che condividete maggiormente coi vostri amici? Quali immagini, tra queste, hanno i vostri genitori di voi o sono più "creativi"? ecc.». Tutto dipende dall'obiettivo che assieme, ragazzi e adulto, si vuol raggiungere.
Si può utilizzare lo stesso metodo di lavoro per la scheda n. 2, Essere ragazzi e ragazze (per le medie e per le professionali), e per la scheda n. 3, Alcuni tipi di giovani che vogliamo invitare al sinodo (per giovani anche universitari e lavoratori).
L'ultima scheda (Ritratti di giovani d'oggi) è invece più orientata al discernimento, al progetto di vita, esplicitamente al tema della fede, ed esige un poco di ricerca in questo campo, anche se si è atei convinti o pratici. Il metodo potrebbe essere all'inizio molto libero; dire per esempio i tre ritratti più rappresentativi dei giovani della propria età. Oppure più personale: per quali di questi si sta transitando nella propria vita o ci si trova oggi.
Si deve fare sempre molta attenzione che i giovani non si sentano personalmente giudicati, ma solo aiutati a riflettere e a conoscersi di più.
Prima di mettersi al lavoro, propongo alcuni suggerimenti.
Utilizzare con qualche gruppo di giovani, possibilmente «non troppo frequentanti», le schede Essere giovani e Alcuni tipi di giovani che vogliamo invitare al sinodo. Lo stesso andrebbe fatto per la scheda Essere ragazzi e ragazze, avendo come target gli adolescenti, magari anche una terza media.
Sarebbe utile fare questo lavoro in scuole delle superiori dove sicuramente i ragazzi sono più rappresentativi di tutti, o in qualche scuola professionale, oppure nel bar dell'oratorio o, d'accordo col titolare, in qualche bar, offrendo un momento musicale, con gruppi di cover del posto, e un aperitivo. Nelle scuole va fatta particolare attenzione alla privacy e al parere del dirigente scolastico.
Con la scheda Ritratti di giovani d'oggi, si potrebbe andare un po' più in profondità, lavorando con studenti o giovani che fanno gli animatori.

Prima scheda
Essere giovani

1. Essere giovani è avere un'età che ti permette di essere al massimo della salute, al massimo della voglia di vivere, al massimo dei sogni.
2 Essere giovani è sentirsi liberi da ricordi, è alzarti una mattina deciso a conquistare il mondo e il giorno dopo stare a letto fino a quando vuoi, perché tanto c'è qualcuno che farà per te.
3. Essere giovani è sapere di stare a cuore a qualcuno, magari anche solo a papà e mamma, che ti rimproverano continuamente, ma che alla fine ti lasciano fare quel che vuoi e di fronte agli altri ti difendono sempre.
4. Essere giovani è sballare e sapere di avere energie per uscirne sempre, anche se un po' acciaccati.
5. Essere giovani è sbagliare e far pagare agli altri.
6. Essere giovani è trovare pronti i calzini, le camicie ben stirate e i jeans lavati e profumati.
7. Essere giovani è parlare con i vestiti, perché ti mancano parole per dire chi sei.
8. Essere giovani è passare per fuori di testa e accorgerti che gli adulti spesso sono più fuori di te.
9. Essere giovani è portare i pantaloni bassi e vedere tua madre che ti imita e fa pietà.
10. Essere giovani è sognare che oggi ci divertiremo al massimo, anche se qualche volta quando torni e chiudi la porta dietro le spalle ti sale una noia insopportabile.
11. Essere giovani è trovare sempre in piazza qualcuno con cui stare a tirare sera sparando idiozie, senza problemi.
12. Essere giovani è sgommare e sorpassare sperando che ti vada sempre bene.
13. Essere giovani è avere il cuore a mille perché ti ha guardato negli occhi e ti senti desiderata.
14. Essere giovani è avere un bel corpo, anche se qualche volta non hai il coraggio di guardarti allo specchio e stai con il fiato sospeso a sentire come ti dipingono gli altri.
15. Essere giovani è il desiderio di vita piena che senti e che Gesù sa offrire, e la debolezza di non decidersi mai, sempre avvitati su di sé.
16. Essere giovani è sentirsi fatti per cose grandi e trovarsi a fare una vita da polli.
17. Essere giovani è sentirsi precari: oggi qui, domani là, un po' soddisfatto e subito dopo scaricato.
18. Essere giovani è aprire la mente, incuriosirsi delle cose belle del mondo, della scienza, della poesia, della bellezza.
19. Essere giovani è affrontare la vita giocando, sicuri che c'è sempre una qualche rete di protezione.
20. Essere giovani è sentirsi addosso un corpo di cui si vuol fare quel che si vuole, perché è tuo e nessuno deve dirti niente.
21. Essere giovani è sentirsi dalla parte fortunata della vita, e avere un papà che tutte le volte che ti vede, gli ricordi che lui non è mai stato così spensierato, si commuove e stacca un assegno, allora non c'è più bisogno di niente e di nessuno.
22. Essere giovani è sentire che nel pieno dello star bene ti assale una voglia di oltre, di completezza, di pienezza che non riesci a sperimentare. Hai un cuore che si allarga sempre più, e le esperienze fatte non sono capaci di colmarlo.
23. Essere giovani è sentirsi dentro un desiderio di altro cui non riesci a dare un volto, e anche il ragazzo più bello che sognavi ti comincia a deludere, e la ragazza del cuore ti accorgi che ti sta usando.
24. Essere giovani è alzarti un giorno e domandarti, ma dove sto andando? che faccio della mia vita? chi mi può riempire il cuore? Posso realizzare questi quattro sogni che ho dentro, c'è qualcuno che lassù mi ama? Che futuro ho davanti?
25. Essere giovani è capire che divertirmi oggi per raccontare domani agli amici non mi basta più. È avere una sete che non ti passa con la birra; aver rotto tutti i tabù di ogni tipo di spinello, di coca, di ragazzo o ragazza, ma sentire ancora un vuoto.

Seconda scheda
Essere ragazzi e ragazze

1. Essere ragazzi è non correre sempre fuori casa per andare dagli amici, ma stare in casa, come loculo per usare lo smartphone.
2. Essere ragazzi è avere l'Iphone X a 1.200 euro quando lo chiedi a papà e gli dimostri un poco di ascoltarlo.
3. Essere ragazzi è sentire una solitudine, da cercare amici da toccare e da palpare.
4. Essere ragazzi è fare domande religiose a papà e mamma e sentirti dire: «Sono tutte favole inventate dai preti».
5. Essere ragazzi è avere mille domande sull'aldilà, su Dio, e i genitori che non sanno rispondere niente.
6. Essere ragazzi è trovare la mamma compiacente che si fa riprendere da noi che facciamo lo youtuber.
7. Essere ragazzi è stare almeno tre ore al giorno con lo smartphone e sentirsi ogni tanto depressi.
8. Essere ragazzi è avere 1000 contatti e nessuno che ti scrive e vai in paranoia.
9. Essere ragazzi è fare la cresima e dire «è stato bello stare assieme... meno male che è finita».
10. Essere ragazzi è imparare presto a farsi le canne e sentire i genitori che dicono «l'abbiamo fatto anche noi con le sigarette».
11. Essere ragazzi è avere bisogno di un gruppo per uscire dalla solitudine purché si faccia qualcosa.
12. Essere ragazzi è andare alle feste di compleanno vestiti come vuole papà e mamma con nello zaino i nostri costumi vertiginosi.
13. Essere ragazze è farsi belle e convincere i ragazzi che lo siamo, anche se sono sempre un po' rozzi.
14. Essere ragazzi è cercare un posto in cui al centro c'è il cuore libero di chi impara ad amare.
15. Essere ragazze è sapere di valere di più dei maschi e vederli ancora troppo bambini.
16. Essere ragazzi è avere molta voglia di fare e sentirsi sempre tenuti a balia.
17. Essere ragazze è sentire tua madre che dice sempre «la mia piccina» e invece sono già larga come un armadio.
18. Essere ragazzi è raccontarsi in Facebook senza nessun pudore, tanto i miei amici mi conoscono già.
19. Essere ragazzi è provare la bellezza del confronto, la tristezza della stupidità e il fascino del cercare.
20. Essere ragazzi è stare in Facebook con un nickname per uscire dall'immagine che tutti hanno di me e inventarmene un'altra che accetto di più.

Terza scheda
Alcuni tipi di giovani che vogliamo invitare al sinodo

Magari vorrebbero andare al sinodo, o per lo meno domandarsi che vuole papa Francesco da loro, e se riescono a lasciarsi convincere:
1. Quelli che fanno guerra alla Chiesa e ne sono continuamente attratti.
2. Quelli che hanno una loro vita bevuta spesso dalla società, ormai sono nativi digitali, si fanno domande tra una birra e l'altra, che può diventare una sbornia e poi succede di tutto.
3. Quelli che si sono fatti e si fanno delle canne e ne hanno una piccola scorta tra i calzini per sopravvivere.
4. Quelli che sono ancora costretti ad abbandonare la scuola necessaria per gustare la vita con qualsiasi lavoro.
5. Quelli che sanno di essere uno scarto, ma «prima faranno i conti con me quelli che mi portano alla discarica».
6. Quelli che si godono tutti i loro sfizi, ci vivono bene, e ogni tanto si scatenano con la banda.
7. Quelli che li vedi sposarsi, non hanno lavoro, ma fanno finta di averlo anche loro.
8. Quelli che sono i duri e puri che non si adattano al mondo delle raccomandazioni anche se continuano a deglutire e hanno un pomo di Adamo che sporge sempre di più.
9. Quelle che sono belle e basta, affettuose e carine, sempre disponibili a creare nuovi trend.
10. Quelle che sono anche capaci di guardarti dall'alto in basso alla guida di un trattore, tenaci e testarde, consapevoli che non ti regala mai niente nessuno.
11. Quelle che sono studenti eterne, specializzazioni e stages, curriculum seriali a fotocopia, ma senza un minimo di lavoro.
12. Quelle che sono babysitter di grido con una esposizione di quadretti di laurea che occupano tutte le pareti di casa perfino di fronte allo specchio del bagno per non perdere mai l'appuntamento col futuro.
13. Quelli che vivono sempre di rendita sia col papà che con la nonna, mandano mamma a cercare lavoro o farsi raccomandare e si adattano a vivere alla giornata.
14. Quelli che hanno già capito tutto, hanno messo in piedi una aziendina coi soldi del papà, fanno lavorare in nero e non si ricordano nemmeno lontanamente di quando, ribelli al padre, escogitavano rivoluzioni e gridavano all'inganno degli adulti.
15. Quelli che non hanno coraggio, né forza, né fede, né senso della società, né soldi – dicono loro – da buttare e vanno a convivere.
16. Quelli che hanno già due bambini bellissimi, sono soddisfattissimi, ma prima di sposarsi devono pagare il mutuo e devono riuscire a capire perché bisogna proprio andare in chiesa adesso che oramai sono morti i nonni che ci tenevano tanto.
17. Quelli che hanno il morale ai tacchi e hanno giù la catena: vivono di passato e di «ormai»; vorrebbero avere sempre un amico e una birra per sedersi sulle gradinate di una chiesa a maledire il passato ormai, appunto, morto e sepolto.
18. Quelli che stanno impazienti dentro una chiesa a forzare i loro preti perché facciano qualcosa.
19. Quelli che si sono sentiti provocati dal papa, hanno un selfie con lui, ma nessuno fa niente, ti dicono appena, che prima devi venire a messa la domenica e aiutarmi a fare catechismo.
20. Quelli che nella notte di Natale sono stati in fondo alla chiesa ad aspettare che finisse, per dire il giorno dopo a pranzo coi nonni che c'erano anche loro.
21. Quelli che fanno gli youtubers e non hanno rispetto nè di buon gusto, né di parolacce.
22. Quelli che hanno già vissuto tutto: fidanzamento, convivenza, separazione, matrimonio finalmente e divorzio pure.
23. Quelli della serie: «Non voglio che nessuno venga a farsi i fatti miei».
24. Quelli che sono nostalgici di una ideologia e sono tentati di fare i foreign fighters.
25. Quelli che: «ci ho un gran casino in testa e non trovo un cane che mi aiuta se non dicendomi di andare a confessarmi o di andare a messa che ti passa».

Quarta scheda
Ritratti di giovani d'oggi

1. Provocato di continuo
Credo proprio che non nasca da me. Non ne volevo sapere, ma mi sento continuamente provocato. Ma chi è questo Dio che mi viene a stanare anche dalle fughe che faccio con la mia ragazza/ragazzo? Che cosa c'è al fondo di questa esistenza? Avevo la felicità in tasca e me la sono lasciata portare via da pensieri di fede che credevo di avere già sepolti. Ho trovato qualcosa che non sospettavo ci fosse: che faccio? ma che c'entra una chiesa? Da quali brecce si è fatta strada questa domanda dopo che l'avevo sepolta con tutta la razionalità e la convinzione che avevo in corpo? Ho giocato a fare l'anticlericale, poi mi sono accorto che il problema sono io.

2. L'autocentrato
Sono credente, ma non troppo; prego, ma non sempre; credo, ma non per sempre. Tento di nascondere, ma non ci riesco, almeno con me stesso. Alla fede rispondo io quando voglio e come voglio. È un campo assolutamente personale e privato del quale non devo rendere conto a nessuno. A volte mi sembra di aver toccato il cielo col dito, e l'indomani di rinnegare tutto perché ne perdo l'evidenza più scontata. Ma caschi il cielo se qualcuno ti tende una mano!

3. Il neofita
Sono da poco arrivato al liceo, ma non mi incantano quelli più vecchi di me, tanto più che fanno più cretinate di me, anzi mi sembra che vogliano essere allegri e spensierati come me, ma non ce la fanno. Anche se devo ammettere che vorrei essere più autosufficiente e meno pauroso di quello che mi dicono gli altri.

4. L'animatore di razza
Ho portato avanti per anni una fede da animatore/animatrice: tutto per i ragazzi, tutto per il gruppo, tutto per il don, tutto per la causa... Spontaneo, vivo, altruista, una «crocerossina da Afghanistan» e mi sono trovato svuotato dall'interno. Non posso dire che non credo, ma c'è qualcosa che non gira.

5. L'ex rientrata
Le ho provate tutte. La mia vita era uno scatolone con dentro un sacco di cretinate, di tutto insomma. Non ne potevo proprio più. Ho trovato un prete, gli ho parlato, mi ha convinto, ma poi non mi sono più fatta vedere. Sono continuamente sospesa non so dove. Qualche volta mi commuovo, mi si fa tutto chiaro, ma qualcuno mi aiuta a mandare al diavolo tutto. E non ditemi che ho paura di cambiare.

6. Il convertito
Mi è venuto un flash, non solo in discoteca; era un altro tipo di flash cui non ero abituato, ero nell'angolino fuori mano dove vanno tutti a calarsi, o in qualche stradina dietro l'oratorio; mi è bastato potermi guardar dentro per aver vergogna di me, ma ci sarà qualcuno dietro questa luce? Ho trovato dopo aver girato tanto, ma che cristiani mi sono visto tra i piedi! Questa gente crede a qualcosa o fa il mestiere di credere? Sono tentato di dimenticare quel flash.

7. L'ex rassegnato
Per un bel po' ho fatto a meno di Dio, mi è partita una bella fetta di vita. Qualche mio amico l'ha già conclusa in un incidente, ma mi spaventa l'idea di continuare senza un minimo di grinta. E oggi non ho ancora trovato niente che mi dia un po' di adrenalina. Sarà perché ho chiuso ogni finestra sull'eternità.

8. Il malato di carriera
Lo studio mi ha preso, ci riesco pure e credo che farò anche carriera, non voglio essere secondo a nessuno, anche se mi mette ansia; conta avere un ideale, un po' alla volta però sto annusando l'odore dei soldi e penso che lo trasformerò in profumo. Ma mi sento uno straccio. La vita me la devo vivere ancora tutta da solo. I miei amici nicchiano. Ho provato a rientrare in parrocchia, ma danno tutto per scontato. Per loro Gesù Cristo non è una bestemmia, ma un intercalare.

9. Il «non sarà proprio vero che mi devo fare prete?»
Avrei mai pensato di sentirmi dentro la voglia di farmi prete? Sì, da ragazzo qualche volta mi attraeva quell'uomo alto, sempre sorridente, capace di sopportarci, sempre deciso a inventare qualcosa di nuovo nel grigiore del paese; poi ho fatto la mia strada, mi sono pure vergognato di essere stato troppo attaccato ai preti e adesso mi ritorna di nuovo quel desiderio. Una mia amica invece mi ha piantato in asso ed è partita per un convento. Scrive email da sballo. E felicissima, proprio perché si è decisa.


SECONDO FOCUS
Un ascolto «allargato» al continente digitale

«Saluto tutti i 15.340! Speriamo che domani siano di più in questo nostro interloquire, per fare uscire quello che ognuno di voi e di noi abbiamo nel cuore. Parlare con coraggio. Senza vergogna [...]. Quello che sento lo dico e se qualcuno si sente offeso, chiedo perdono e vado avanti. [...] Ma bisogna ascoltare con umiltà. Se parla quello che non mi piace, devo ascoltarlo di più, perché ognuno ha il diritto di essere ascoltato, come ognuno ha il diritto di parlare. Grazie per aver accettato l'invito di venire qui. Alcuni di voi hanno dovuto fare un lungo viaggio. Altri, invece sono collegati con voi». Si tratta di frasi graffiate dall'incipit del discorso pronunciato da papa Francesco lunedì 19 aprile 2018, in apertura dell'incontro pre-sinodale. Un esordio che la dice tutta sull'importanza dell'ascolto e sul come ascoltare, per un'autentica pastoralità.[2]La Chiesa non può parlare dei giovani se prima non ha parlato con i giovani senza escludere nessuno. «Dobbiamo ascoltare i giovani. [...] Le conclusioni della riunione pre-sinodale saranno trasmesse ai padri sinodali». Così si era espresso il pontefice mercoledì 4 ottobre 2017, nell'annunciare una riunione pre-sinodale «con giovani provenienti dalle diverse parti del mondo: sia giovani cattolici, sia giovani di diverse confessioni cristiane e altre religioni, o non credenti». Il pre-sinodo, per un ascolto del mondo giovanile che prendesse in considerazione non soltanto le voci dei 315 giovani invitati a Roma, non poteva ignorare il «continente digitale»,3 di fatto quotidianamente abitato dalle giovani generazioni. Di qui, l'invito ai giovani di tutto il mondo a partecipare al pre-sinodo attraverso i social network,4 perché «ogni frammento di vita, in ogni angolo del pianeta, ha diritto di entrare nell'aula sinodale».5 Va evidenziato che la presa di coscienza dell'importanza di un ascolto dei giovani «allargato» al continente digitale era già emersa il 14 giugno 2017, con la pubblicazione del questionario online.6 Questo, rimasto attivo fino al 31 dicembre 2017, ha di fatto permesso a circa 221mila giovani di far sentire la loro voce, la loro sensibilità, la loro fede, ma anche i loro dubbi e le loro critiche.
Alla luce di quanto detto, si può affermare che l' Instrumentum laboris, ovvero il documento base su cui poggerà la discussione della XV Assemblea generale ordinaria del sinodo dei vescovi,7 sarà segnato profondamente dal vissuto reale dei giovani, appreso anche con un «uscire» nei sentieri digitali.
Quindi, non è fuori luogo asserire che il cammino preparatorio al sinodo dei giovani ha attivato una esperienza di «pastorale digitale»8 che va oltre i siti vetrina. In quest'esperienza trova pure collocazione la piattaforma attiva dal 9 gennaio 2018 all'indirizzo www.velodicoio.it. Essa implementa il progetto web #Velodicoio promosso dal Servizio nazionale per la pastorale giovanile della CEI. Un progetto di ascolto digitale tutto italiano, teso ad esplorare ambizioni speranze e paure dei giovani dai 16 ai 29 anni. «Fai sentire la tua voce, cosa pensi, cosa senti, cosa sogni, cosa credi» è lo slogan in homepage che invita a esprimersi su ciascuna delle dieci aree tematiche (o «parole») elencate: «ricerca», «fare casa», «incontri», «complessità», «legami», «cura», «gratuità», «credibilità», «direzione», «progetti». Ciascun'area tematica è costituita da 61 domande a risposta guidata, ed è arricchita da un video in cui sono raccolte le reazioni di giovani che in anteprima hanno voluto dire la loro. #Velodicoio offre la possibilità di esprimersi senza essere giudicati. Per accedere alla piattaforma, infatti, non occorre registrarsi. È interessante notare che i dati richiesti al primo accesso, ovvero età, sesso, provincia di residenza e situazione scolastica o professionale, servono soltanto a disegnare il profilo del partecipante; le risposte, quindi, nel rispetto della riservatezza, sono «anonime». Si osserva pure che la modalità d'interazione implementata permette il superamento dell'hic et nunc (qui ed ora), con l'intento di educare a una reazione digitale «ragionata» e far emergere il rispetto dei ritmi di vita della persona. Infatti, è consentito esprimersi su parole diverse in accessi alla piattaforma successivi; inoltre, nell'esprimersi su una parola, il partecipante può salvare lo stato delle risposte, fermarsi per pensare o fare altro, e riprendere l'intervista in un secondo momento utilizzando il link inviato dal sistema all'indirizzo email specificato. #Velodicoio non è un nuovo sondaggio socio-religioso sulla realtà dei giovani; alla sua origine non c'è una preoccupazione statistica. Esso promuove uno strumento di ascolto che vuole favorire un confronto di gruppo laddove i giovani vivono, cioè a scuola, in università, nei gruppi parrocchiali e in quelli informali. Più largamente, esso consente a tutti di fare un passo in un mondo generazionale che spesso si descrive senza esserci mai entrati per davvero e senza essersi sporcate le mani. La
sezione «risultati» della piattaforma risponde, quindi, a tali finalità. Ben si comprende che il progetto #Velodicoio non intende sostituire l'incontro. In esso non c'è neppure la presunzione di voler rendere la piattaforma esaustiva rispetto all'ascolto: risposte «altre» rispetto a quelle «previste» potranno emergere ed essere consegnate solo in un dibattito dal vivo. In tal modo, ascolto digitale (per regione) e incontri dal vivo permetteranno a ciascuna Chiesa locale di giungere ad una sintesi che apra la pastorale giovanile a nuove prospettive.
Non sappiamo se e come i lavori sinodali prevedranno un ascolto «allargato» al continente digitale. Sappiamo però che i giorni del sinodo possono costituire per la parrocchia un tempo opportuno per fare esperienza di ascolto digitale, ed avviare processi in tal senso. È quanto il Centro di orientamento pastorale, che vede nella parrocchia il suo principale interlocutore, desidera incoraggiare e sostenere con il progetto web #Giovani&Chiesa. Un progetto che prende forma anzitutto dall'idea di amplificare nel web messaggi dal sinodo, affinché ogni parrocchia, ogni persona, possa sentirsi «uditore»; un progetto che contempla pure il dare la parola, ovvero permettere l'espressione di opinione su alcune affermazioni. Più esplicitamente, il progetto #Giovani&Chiesa, che avrà un suo momento di presentazione ufficiale nella 68a Settimana nazionale di aggiornamento pastorale,9 prevede, in prossimità del sinodo, l'attivazione di una piattaforma web in lingua italiana, costituita dai seguenti ambiti: «Messaggi», «Sinodo 2018», «Forum di pastorale», «Ora di religione».1°
Di questi, qui di seguito, diamo una descrizione sommaria e certamente non esaustiva.
L'ambito «Messaggi», da considerarsi primario, riporterà fondamentalmente affermazioni rilevanti che emergeranno nel corso dei lavori sinodali. Tali affermazioni potranno essere utili per un confronto in parrocchia; postate su social potranno essere lette a lungo raggio e suscitare opinione.
Ad incoraggiare uno sguardo più ampio sull'evento, sarà invece l'ambito «Sinodo 2018»: esso conterrà rimandi a risorse web istituzionali, ovvero al sito ufficiale del sinodo dei giovanili- e a quello del Servizio nazionale per la pastorale giovanile della CEI.12 Da quanto detto, ben si comprende che il progetto #Giovani&Chiesa non prevede duplicazione di informazioni; esso piuttosto intende promuoverelaboratori all'interno di un evento ed oltre l'evento.
Si può quindi asserire che gli ambiti «Forum di pastorale» ed «Ora di religione» peroreranno due particolari laboratori: il primo, di ricerca pastorale; il secondo, educativo. L'ambito «Forum di pastorale», con l'attivazione di discussioni su questioni emerse come rilevanti, permetterà ad esperti di entrare in dialogo. L'ambito «Ora di religione», invece, permetterà al docente di religione di porre all'attenzione degli studenti alcuni «messaggi» dal sinodo, di discuterli insieme e di elaborare una risposta: il filtro del «docente» garantirà che questa sia «ragionata» e «rispettosa delle differenze». L'attivazione di questi due ambiti non è utopica. L'individuazione a priori sia di esperti sia di docenti di religione disposti ad iscriversi e partecipare al proprio ambito di competenza, permetterà alle due inedite iniziative di muovere i primi passi.


NOTE

1 Sul sito www.centroorientamentopastorale.it è possibile scaricare le quattro schede in formato A4.
2 «In questo consiste effettivamente l'idea di "pastoralità": nel fatto che non si può pensare all'annuncio del vangelo senza l'intrinseca considerazione dei suoi interlocutori», R. SALA, «Anno Domini 2018. Un tempo favorevole per la pastorale giovanile», in NPG, 1, gennaio 2018, Elledici.
3 L'espressione «continente digitale» è ricorrente nel magistero di Benedetto XVI:così il pontefice definiva l'ambiente digitale.
4 Cf. Sui social media le voci dei giovani per il Sinodo di ottobre. 15 hashtag per raccontarsi. Lettera d'invito alla riunione presi-nodale, consultabile su www.synod2018.va
5 Cf. Lettera d'invito alla riunione presinodale, consultabile su www.synod2018.va
6 Redatto in italiano, inglese, francese, spagnolo, tedesco e portoghese, il questionario online ha espresso una serie di domande a risposta guidata e due domande a risposta aperta.
7 Si terrà dal 3 al 28 ottobre, sul tema «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale».
8 «La pastorale digitale è quell'uscire annunciare abitare educare trasfigurare della Chiesa nel continente digitale. E esperienza di presenza che non si riduce a condividere risorse digitali, ma che attiva «storie» di relazione autentica superando il dualismo online-offline; è riflessione, fondata teologicamente e attenta alle scienze umane, per una presenza nei new media che sa di vangelo; è promozione di criteri per un uso dei media digitali che fa crescere l'umano; è promozione di sviluppo di applicativi per una sua migliore attuazione». E AMMENDOLIA, «Introduzioni a riflessioni ed esperienze di pastorale digitale», in Orientamenti Pastorali 5(2016), 65-68.
9 Giovani per una "Chiesa in uscita", Assisi, 25-28 giugno 2018.
10 La denominazione degli ambiti potrebbe subire qualche variazione.
11 www.synod2018.va
12 www.giovani.chiesacattolica.it

* Presidente del COP
** Informatico e animatore della comunicazione e della cultura del COP, studioso di «opinion mining» in ambito religioso

(FONTE: Orientamenti pastorali 5/2018, pp. 32-80)