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«Che altro mi manca?» (Mt 19,20). Il Sinodo, un tempo per acquisire un dinamismo giovanile


Salvatore Currò

(NPG 2018-06-45)


Il tempo del Sinodo è strategico e opportuno per recuperare alcuni dinamismi giovanili sia nella Chiesa che nei giovani. Ma quali sono i caratteri propri della giovinezza, che dovrebbero essere logicamente anche quelli della Chiesa, che nel famoso e insuperato “Messaggio ai giovani” al termine del Concilio Vaticano II (8 dicembre 1965) si autodefinisce “la giovinezza del mondo”?
Lo abbiamo chiesto al prof. Salvatore Currò, docente stabilizzato di pastorale giovanile presso la Facoltà di Teologia dell’Università Pontificia Salesiana di Roma, chiedendogli di riprendere i fili delle due interviste nell’ottica di un rilancio dei temi emersi in ottica antropologica e biblica, aiutandoci così ad entrare nel vivo del lavoro sinodale.

Tempo di apertura e di speranza

La Chiesa si vuole in uscita e vuole misurarsi con le sfide del nostro tempo. Lo si avverte soprattutto laddove essa si apre di più ai giovani. Il desiderio di apertura c’è, ma si evidenziano anche delle difficoltà: la pastorale giovanile, spesso, è troppo in prospettiva intraecclesiale; non riesce ad aprirsi a tutti i giovani ma raggiunge solo coloro che si mostrano già disponibili alla proposta cristiana. I giovani possono aiutare la Chiesa a mettersi in cammino con tutti e a lasciarsi animare di più dallo Spirito. Questi conduce la Chiesa a cose nuove, ad abitare profeticamente questo mondo, a farsi interprete di speranza e segno della presenza di Dio. Coi giovani la Chiesa può farsi aperta a tutti, anche ai più lontani, esprimere la sua vocazione all’universalità e mettersi davvero in uscita. In realtà, la provocazione ad uscire è per tutti. I giovani stessi sono chiamati a tenersi in uscita, e, per questo, hanno bisogno, essi stessi, di sostegno e incoraggiamento. Sono chiamati a tenersi aperti alla speranza, responsabili degli altri, fiduciosi nella possibilità di costruire un futuro di bene, non solo il proprio personale, ma anche quello della società e del mondo intero. Questa apertura fa parte costitutivamente dell’essere giovani, anche se, in questo tempo, a volte fa fatica a manifestarsi.
La fatica, in realtà, è di tutti. La tentazione alla chiusura, al ripiegamento su di sé, sul proprio piccolo mondo, sugli interessi propri o del proprio gruppo, è forte in tutti: giovani e adulti, credenti e non credenti. È facile, in un mondo così complesso, carico di risorse e possibilità ma anche disorientante, farsi prendere dalla paura o dalla sfiducia. Può prevalere il senso che le dinamiche disumanizzanti che segnano la cultura, l’economia, la politica, la comunicazione, non possano cambiare. Siamo chiamati a sostenerci (giovani e adulti, credenti o non credenti) per costruire una cultura (e quindi una politica, un’economia) dell’inclusione, dell’incontro, della capacità di vedere le cose dal punto di vista degli ultimi e delle periferie, del primato del bene comune, della dignità del lavoro, della cura della terra, della pacifica convivenza e dell’accoglienza reciproca.
È dentro questo orizzonte che i giovani e gli adulti devono cercare l’incontro, e anche (e forse ancor più) i giovani e gli anziani (il Papa lo richiama). È dentro questo orizzonte - che poi, nel linguaggio biblico, è l’orizzonte del Regno di Dio - che i giovani e la Chiesa possono incontrarsi proficuamente. Ed è dentro questo orizzonte che si situa la preoccupazione ecclesiale dell’evangelizzazione dei giovani. Non c’è niente di proselitismo. C’è il desiderio di condividere il Vangelo, perla preziosa di crescita in vera umanità, e la compagnia di Gesù Cristo, che ci apre alla pienezza della vita e che sostiene la fiducia, la speranza, l’apertura.
La Chiesa, che - come si legge nel Messaggio del Concilio ai giovani dell’8 dicembre 1965) - sa di essere «la vera giovinezza del mondo» (ma non lo è se non con l’aiuto dei giovani!), che sa di possedere «ciò che fa la forza e la bellezza dei giovani» (ma lo possiede solo grazie ai giovani!) e cioè «la capacità di rallegrarsi per ciò che comincia, di darsi senza ritorno, di rinnovarsi e di ripartire per nuove conquiste», è testimone di vera speranza. È una speranza concreta, non forzata o superficiale, fondata sulle tracce di creazione e di redenzione che attraversano la vita e la cultura, e che la Chiesa sa leggere. È la stessa speranza che alberga “naturalmente” nel cuore di ogni giovane, fortemente presente per quanto possa essere talvolta assopita o frustrata, nascosta dentro attitudini di chiusura. Si può assopire nei giovani, si può assopire nella Chiesa.
Una figura biblica della tentazione del ripiegamento su di sé e, allo stesso tempo, del superamento di tale tentazione è quella di Giona. In essa può ritrovarsi la Chiesa e si possono ritrovare i giovani stessi.
Giona, di fronte alla chiamata di Dio ad andare a Ninive, nel cuore del mondo pagano, si lascia prendere dalla paura e si chiude nelle sue sicurezze. La paura è mascherata da ragionamenti: Dio non può volere una missione così aperta, tra i pagani; a Ninive non c’è niente di buono, solo immoralità; le cose non potranno cambiare; ogni presenza e annuncio di un profeta sarebbe inutile. La chiusura si maschera anche di motivazioni religiose (di una teologia chiusa piuttosto che in uscita). La resa di Giona alla chiamata dimostrerà che nel cuore dei Niniviti si nasconde, invece, desiderio di bene e disponibilità alla Parola di Dio. Si manifesterà l’universalità della Rivelazione. Giona ritroverà, grazie ai pagani, cioè grazie a quelli per i quali è stato inviato, la capacità di stupirsi e il senso del suo essere profeta. La vicenda ci mostra che la fedeltà a Dio implica il coraggio di uscire dai propri schemi (anche teologici) e guardare, senza pregiudizi, a chi sembrerebbe distante dal bene e da Dio; ci mostra anche che il cambiamento in bene è sempre possibile, anche quando non sembrerebbero esserci segnali di speranza.
La fedeltà a Dio, l’abitare il mondo senza pregiudizi e profeticamente, l’apertura a tutti, la fiducia che il mondo, al di là delle apparenze, può cambiare, perché tanti germi di bene e di presenza di Dio si nascondono nel cuore di tutti, si intrecciano profondamente. Un tale intreccio potrebbe dare uno slancio all’attuale impegno educativo e pastorale della Chiesa in rapporto ai giovani. Sono necessari: un’apertura sincera a tutti i giovani, un coinvolgimento coi i giovani per il cambiamento delle condizioni sociali e culturali, un respiro sociale e culturale alla pastorale giovanile liberandola dai rischi di una intraecclesialità rassicurante e del ripiegamento su se stessa, la capacità di dialogo e di annuncio a partire dai luoghi di vita dei giovani stessi e a partire dai doni e dalle tracce di presenza di Dio che essi si portano dentro.

Tempo di vocazione e di amore

Nella fase della giovinezza prende corpo il progetto di vita. In questo tempo, segnato da complessità, frammentazione, incertezza per il futuro, progettare la vita diventa faticoso. Il percorso di costruzione dell’identità è segnato spesso da alti e bassi, da cadute e fallimenti, da erranza e da assenza di riferimenti sicuri, dalla necessità di ricominciare continuamente. Si fa spesso fatica a diventare adulti, ad approdare a una stabilità affettiva, lavorativa, valoriale. È complice una cultura che rischia di smarrire il senso delle specifiche fasi della vita. Il mondo degli adulti, poi, gioca al giovanilismo; finge di credere nei giovani; in realtà, rinuncia ai compiti propositivi e all’accompagnamento educativo. Eppure c’è nei giovani una domanda di accompagnamento, implicita ma forte, rivolta agli adulti e alla Chiesa stessa.
In questa situazione di crisi del progetto di vita, l’impegno ecclesiale, nella pastorale e nell’educazione dei giovani, è orientato fortemente (e, per certi versi, giustamente) nella direzione di sostenere la progettualità. Si tratta di aiutare i giovani a dare unità alla propria vita, dandole direzione e senso; si tratta anche di mostrare che Cristo può diventare il senso della vita e il perno del progetto di vita. Possiamo dire che molte volte la pastorale e l’educazione cristiana, sono attraversate da una antropologia del progetto di vita. Nei casi più fortunati e laddove i giovani sono più disponibili, la pastorale del progetto di vita aiuta i giovani a scoprire la loro vocazione. Vocazione è, in fondo, una parola per pochi. Dice il culmine del progetto. Si parla di vocazione, nella Chiesa, all’interno di una cultura e di una antropologia del progetto. Ma questo non riduce e compromette il senso della vocazione? Non bisognerebbe invece pensare il progetto all’interno di una cultura e di una antropologia vocazionale?
Si evidenzia spesso la necessità di promuovere una cultura vocazionale. Cosa vuol dire cultura vocazionale? E inoltre: una cultura vocazionale non ha bisogno di una antropologia vocazionale? Il senso della vita come vocazione non potrebbe dare qualità e slancio alla pastorale e educazione dei giovani?
Una lettura approfondita della realtà giovanile (una lettura antropologica e, allo stesso tempo, kairologica) mostra forse che la fatica più grande non si riferisce al progetto ma alle condizioni e al fondamento stesso del progetto. Benedetto XVI ha intercettato questo piano più radicale, quando, nella lettera sull’emergenza educativa, ha evidenziato una crisi antropologica, che sottostà alla crisi educativa e che si manifesta come «crisi di fiducia nella vita» (Lettera alla Diocesi e alla città di Roma sul compito urgente dell’educazione, 21 gennaio 2008). Lo ha intercettato anche Francesco quando, soprattutto durante il Giubileo della Misericordia, ha evidenziato un bisogno di misericordia e di riconciliazione come kairos del nostro tempo.
La fiducia in se stessi, l’accoglienza di se stessi (a partire dal proprio corpo), il sentirsi amati e riconosciuti come si è (e non a condizione che...), la riconciliazione con le proprie fragilità (dentro cui si nascondono ricchezze e potenzialità), sono condizioni necessarie per mettere ordine nella vita, per costruire sentimenti stabili, per integrare affettività e ragione, identità e responsabilità sociale, attenzione a sé e apertura agli altri. L’attenzione a questo piano più radicale, pre-progettuale, apre a (e richiede allo stesso tempo) una fedeltà alla Rivelazione che, in realtà, è nel segno della vocazione più che del progetto; addirittura è spesso nel segno dello sconvolgimento del progetto.
Possiamo pensare all’incontro tra Gesù e il giovane ricco (Mt 19,16-22; Mc 10,17-22; Lc 10,25-28), dove Gesù non sostiene il progetto di vita del giovane e nemmeno ne propone il coronamento; non propone un impegno in più e nemmeno, in fondo, vuole colmare un vuoto del giovane, che pure aveva chiesto: «Che altro mi manca?»; perlomeno, non vuole colmarlo rimanendo e confermando la logica progettuale del giovane. Non si tratta di riempire un vuoto, ma di svuotarsi, di donare ciò che si ha.
È una chiamata al rischio, a perdere il già acquisito, alla fiducia. È provocazione a rompere con la mentalità progettuale che, se esasperata (se non ha, cioè, un fondamento vocazionale o se non è attraversata da un afflato vocazionale), dice narcisismo, chiusura in se stessi (al di là delle apparenze). Gesù, a rigore, non propone un progetto di vita, ma invita a entrare in una logica (a dire il vero illogica) di dono, di alterità, di sequela. La provocazione (la chiamata) di Gesù è accompagnata o preceduta da un intenso sguardo d’amore. «Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: “Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi”» (Lc 10, 21). Il dramma della vicenda sta non solo nella mancata risposta del giovane, ma anche e prima di tutto nel non essersi lasciato raggiungere da questo sguardo d’amore. Tanti altri, nel Vangelo, spesso emarginati, falliti, scontenti della vita, si sono lasciati raggiungere dallo sguardo d’amore di Gesù, che contiene sempre anche una chiamata. La possibilità di rispondere a una chiamata è strettamente connessa alla capacità di lasciarsi amare. Si pensi a Pietro. Egli, che pure ha tradito Gesù, si lascia raggiungere dal suo sguardo di amore e di misericordia, e si pone in una disponibilità ad amare; perciò può lasciarsi raggiungere dalla chiamata a pascere le pecore (Gv 21, 15-19). C’è un misterioso intreccio tra vocazione e amore.
La pastorale-educazione dei giovani deve intercettare, prima di tutto, lo sguardo di amore di Gesù. Questa sintonia con lo sguardo di Gesù permette di intercettare quel piano della vita dove è in gioco l’amore: il lasciarsi amare e la disponibilità a scommettere sull’amore. Tale piano ha a che fare con le dimensioni pre-progettuali: quella della corporeità, dell’affettività, dell’emotività, dei sentimenti. Qui ci sono già, in effetti, tracce della grazia di Dio, del suo amore e della sua chiamata. Siamo chiamati, prima di tutto, perché provocati a riconoscere il dono che siamo a noi stessi, ad abitare il “di più” (che tante volte ci sembra un “di meno”) rispetto alla nostra coscienza progettuale, ad arrenderci ai legami con gli altri che precedono (e contestano) l’affermazione di noi stessi. Siamo chiamati e amati, chiamati perché amati, amati e perciò chiamati. Siamo chi-amati.
Il Vangelo si situa in questo intreccio di amore e vocazione. Il Vangelo è l’annuncio che siamo amati così come siamo, che Dio ha fiducia in noi e ci chiama a collaborare per il Regno. Cristo cammina con noi. Ci mette e ci rimette sempre in questo orizzonte di amore e di chiamata, di grazia e di responsabilità. Egli, prima che colui che dà senso della vita, è colui che cammina con noi, facendoci sentire amati così come siamo e capaci di donare noi stessi. In questo senso, la vita più che costruzione continuata di un progetto, è una rinascita continua, un ricominciare sempre di nuovo ad amare e a rispondere, a lasciarsi amare e a decifrare la chiamata.
Anche qui c’è una possibilità di alleanza tra Chiesa e giovani. I giovani possono aiutare la Chiesa a riscoprire il primato della grazia e a non cadere in quel pericolo di neopelagianesmo (che è un altro nome per dire l’enfasi sul progetto) a cui Francesco ci richiama spesso. Possiamo tentare, come Chiesa, come adulti cristiani, di entrare nell’esperienza di Nicodemo (Gv 3, 1ss.). Alla sua veneranda età, è chiamato, in certo modo, a farsi giovane. Non c’è niente di giovanilismo. C’è in gioco una rinascita dall’alto, difficile da comprendere perché è fuori da una logica progettuale e perché ha a che fare con la capacità di rischiare, di lasciarsi raggiungere, di lasciarsi amare.

Tempo di incontro e di gratuità

La Chiesa realizza una buona educazione e pastorale giovanile quando pone attenzione alla qualità delle relazioni, quando cura il contesto relazionale dell’evangelizzazione, quando è capace di vero incontro. I giovani domandano ascolto, spazi di protagonismo, relazioni di reciprocità. Domandano, appunto, vero incontro, al di là delle contraddizioni, dei segni di chiusura e pur fuggendo realmente, tante volte, dall’incontro (si pensi alle ambiguità delle relazioni in rete, che, allo stesso tempo, si allargano e si impoveriscono). La crescita dei giovani, anche la crescita nella fede, implica relazioni umanamente ricche e vere. L’incontro, la sete di incontro, è un tratto caratteristico della giovinezza. La Chiesa è sfidata a farsi segno e luogo di vero incontro. Ma non è vero che la Chiesa stessa deve imparare il senso vero dell’incontro? Non è vero che talvolta le relazioni ecclesiali sono segnate da strumentalità, unilateralità, giudizio sull’altro? Non è vero che la testimonianza della verità cristiana e la proposta della fede fanno fatica a situarsi dentro relazioni di vera accoglienza? I giovani percepiscono talvolta negli uomini di chiesa chiusura, giudizio, paura delle diversità (dottrinali, etiche, di valori), difficoltà ad accogliere la persona in quanto tale con la sua storia e con le sue fragilità.
L’incontro, nella sua verità, è segnato dalla gratuità. Implica sempre uscita da sé, apertura, stupore, senso del mistero. Implica un dare ma anche un ricevere. La Chiesa sta facendo un grande sforzo, e soprattutto coi giovani, a crescere nell’accoglienza, nel proporre accogliendo. Ma non bisogna anche saper ricevere e lasciarsi accogliere? La pastorale dell’accoglienza non deve essere controbilanciata dalla pastorale del cedere l’iniziativa, del sapersi inserire in situazioni e dinamiche a lei estranee, in luoghi altri, all’interno di iniziative gestite da altri (dai giovani stessi, anche da non credenti che però sono aperti alla collaborazione su sentieri di vera umanità)? Ciò implica un’azione educativa e pastorale che riconosce l’evento e la grazia dell’incontro. L’annuncio del Vangelo e la proposta educativa e di fede vanno situati dentro relazioni che sprigionino il sapore dell’evento. La relazione non è, nel fondo, in funzione di far accogliere una proposta, ma è luogo dove qualcosa di grande sta avvenendo e dove Dio sta operando, raggiungendoci in modo sempre nuovo e inaspettato. Ciò vale per l’evangelizzato ma anche, e prima di tutto, per l’evangelizzatore.
Gli incontri di Gesù nel Vangelo vanno continuamente rimeditati. Gesù è maestro di vero incontro e di gratuità dell’incontro. Egli sa accogliere ogni persona guardando al di là delle apparenze, senza far pesare gli errori, scorgendo il desiderio di bene che abita il cuore di ciascuno. Manifesta accoglienza e fiducia anche quando interviene in modo duro e deciso. Dà ma sa anche ricevere e lasciarsi raggiungere da ciò che abita l’animo del suo interlocutore. Le sue relazioni aprono spazi perché si faccia strada il dono di Dio.
Entra in contatto con la samaritana (Gv 4, 5ss.) andando oltre le convenzioni culturali e religiose. Le manifesta la sua sete e il suo bisogno di aiuto. Sa ricondurla alla verità di sé, senza farle pesare gli errori. Le annuncia la verità senza violenza o proselitismo, ma intercettando la sua sete di acqua viva. Crea le condizioni perché si manifesti il dono di Dio. È un incontro di reciprocità, di scambio di doni; è, soprattutto, un incontro nel segno della grazia.
Gesù, che incontra tutti, a partire dai più poveri e dai più scartati, sa dare fiducia a tutti, quella fiducia sempre necessaria per ripartire nella vita. La donna adultera (Gv 8, 1-11), giudicata e condannata da tutti, ritrova, grazie all’accoglienza di Gesù, la possibilità di ripartire. Non parole di condanna ma una presenza di accoglienza e di fiducia.
Giustamente Francesco riprende le parole di Benedetto che mettono a fuoco la centralità dell’incontro nella vita cristiana e che conducono al centro del Vangelo: «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva» (Evangelii gaudium, 7). L’incontro con Cristo si situa dentro una trama di incontri, gli incontri pastorali, che non sono estrinseci (funzionali) all’incontro con Cristo, ma, in certo modo, già lo contengono. La stessa esperienza sacramentale, luogo privilegiato dell’incontro con Cristo, sprigiona il suo senso nella trama pastorale degli incontri, laddove la Chiesa manifesta il suo essere sacramento di Cristo. La fede è davvero nel segno dell’incontro.

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