La preghiera:

specchio del cristiano

Fratel Matteo - Bose

9 giugno 2018


In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli 9ancora questa parabola per alcuni che avevano l'intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: 10«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l'altro pubblicano. 11Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: «O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. 12Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo». 13Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: «O Dio, abbi pietà di me peccatore». 14Io vi dico: questi, a differenza dell'altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».
Lc 18,9-14

Gesù parla “per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri”. Gesù dunque, anche qui, parla a noi, parla per noi, che spesso ci illudiamo di essere dei “giusti” e sulla misura della nostra presunta giustizia giudichiamo e disprezziamo gli altri.
La parabola si sviluppa attorno a una tensione tra due poli: la condizione di chi si ritiene “giusto” e quella di chi è “giustificato, reso giusto, dichiarato giusto” benché non lo sia. Questi due poli sono incarnati da due figure emblematiche, ritratte – come in un’istantanea – nel momento della loro preghiera, fatta di posture, atteggiamenti, e parole.
Della prima figura, il fariseo, si dicono due cose: pregava “stando in piedi”, e pregava “tra sé”. Il pregare in piedi, nel contesto della parabola, è espressione della smodata fiducia che il fariseo ha in sé. Sicuro di sé, certo di quella giustizia che gli deriva dalla sua effettiva irreprensibilità morale oltre che dalle sue pratiche religiose, costui prega tra sé, letteralmente “verso se stesso”: prega rivolto a se stesso, dunque il suo pregare non va oltre se stesso. Quella del fariseo è una preghiera ripiegata su di sé. Il fariseo, pregando, nomina Dio all’inizio, ma poi lo perde di vista, annegandolo in mezzo alle altre parole che si affretta a pronunciare, nelle quali pone se stesso, non Dio, come soggetto. Se la preghiera è dialogo, questo, per essere autentico dialogo e non un monologo, ha la necessità di fare silenzio in sé, di svuotarsi di sé, smettendo di ascoltare solo se stessi per accogliere in sé ciò che l’altro è e dice. Chi ha un “io” troppo ingombrante difficilmente riuscirà a pregare veramente.
Diversamente dalla natura verbosa della preghiera del fariseo, quella del pubblicano è una preghiera essenzialmente corporale. Il pubblicano “non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto”, si batteva – più profondamente – il cuore. Poche le sue parole: “O Dio, abbi pietà di me peccatore” o, più propriamente: “Sii riconciliato con me peccatore”. Il verbo usato qui si riferisce, più che alla compassione, all’atto di ristabilimento di una comunione che pone fine a una situazione che contraddice l’alleanza. Qui è Dio che si riconcilia, cioè per sua iniziativa ristabilisce l’alleanza infranta: riconcilia se stesso con noi rinnovando la comunione con lui.
Solo il pubblicano torna a casa “rifatto giusto”, ristabilito in una relazione “giusta” con il Signore. E questo avviene non in virtù di una giustizia che viene dall’uomo, poiché è dono: non è qualcosa che si possa meritare, cui si possa arrivare attraverso le proprie opere, ma è qualcosa che viene da Dio, se si riconosce la propria miseria e ci si lascia rigenerare dalla sua misericordia.
La preghiera è dunque lo specchio che rivela la fisionomia del nostro volto spirituale. Ma attenzione a che questa non diventi specchio in cui noi contempliamo noi stessi! È ciò che fa il fariseo della parabola, che mostra così di vivere ancora sotto il proprio sguardo, e non sotto quello di Dio. Mentre l’altro, il pubblicano, si riconosce peccatore, si lascia guardare in verità, e comincia a vivere, liberato da se stesso, sotto lo sguardo di Dio.