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L'uomo diviso

tra il bene e il male

Domenica X del T.O. (B)

a cura di Franco Galeone * 

Gesù-e-i-discepoli-02

Adam, dove sei?

1. Il brano di Genesi 3,9-15 corre il rischio di interpretazioni semplicistiche e invece è un testo di difficile ermeneutica. Non è il resoconto di un fatto accaduto all’inizio del mondo ma un testo che, servendosi di un linguaggio mitico, dà un risposta alla presenza del male nel mondo. Spiega non ciò che un certo Adam e una certa Eva avrebbero fatto, ma ciò che noi oggi facciamo. Non è serio immaginare Adam che, dopo aver mangiato la mela (veramente la Bibbia parla solo di albero del giardino עֵ֥ץ הַגָּֽן), gioca a nascondino con Dio, si vergogna di essere nudo, mentre prima non provava alcun disagio. Non è serio ritenere che i serpenti oggi striscino per terra perché Dio li avrebbe castigati (prima avevano le zampe?). Nel racconto di dice anche che sono stati condannati a mangiare polvere il che non risulta… Il racconto del cosiddetto peccato originale è in realtà la descrizione dell’origine del nostro peccato e questo ci tocca molto da vicino. Il serpente non è null’altro che la follia dell’uomo, che, in un delirio di onnipotenza, pretende di sostituirsi a Dio e si dichiara autonomo riguardo al bene e al male.

 

Restare fuori?

2. Del brano del vangelo vorrei riflettere sui versetti che all’inizio e alla fine parlano dei parenti di Gesù. Si mettono in viaggio da Nazaret per Cafarnao. Perché? Nel suo paese di nascita erano arrivate voci pericolose su Gesù; qualcuno ne parla con entusiasmo, molti con sconcerto; il suo messaggio urta la dottrina ufficiale degli scribi e dei farisei; qualcuno comincia a definirlo pazzo, eretico e samaritano (Gv 8,48.52); altri pensano a come eliminarlo (Mc 3,6). Le relazioni di Gesù con la sua famiglia non sono state facili. In Mc 6,1-6, siamo informati del fatto che i parenti più vicini di Gesù non credevano in lui. Anzi, il vangelo di Luca (4,28-29) arriva a dire pubblicamente che nella sua città (Nazareth) lo volevano uccidere gettandolo nel burrone. Per convincere Gesù a rientrare nell’ufficialità, interviene, come è solito nell’Oriente, il clan dei parenti. Quando la madre, i fratelli, le sorelle giungono a Cafarnao, Gesù si trova in casa, in mezzo a tante persone; non entrano, gli vogliono parlare e pretendono che sia Gesù a uscire. Questo fatto ha una valen-za teologica enorme: c’è una netta distinzione tra chi è fuori e chi è dentro, tra gli antichi e i nuovi fratelli, sorelle, madri. I vecchi parenti che restano fuori rappresentano, nel pensiero di Marco, quanti preferiscono il vino vecchio, la sterile saggezza, la tradizione immobile. Non è Gesù che deve uscire; chi resta fuori da questa “nuova casa”, anche se biologicamente è un figlio di Abramo, anche se sacramentalmente è un battezzato, si esclude dal Paradiso. Materialmente appartengono alla famiglia di Gesù, hanno i loro nomi scritti nei registri dei battesimi ma in realtà sono fuori dal Vangelo di Gesù, rimangono fuori dalla nuova casa, perché chi compie la volontà di Dio, costui è fratello, sorella e madre di Gesù (Mc 3,35).

"Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?"

3. L’ultimo concilio ecumenico ha ridimensionato numerosi aspetti della devozione a Maria. Alcuni decenni fa era di moda la formula: “De Maria numquam satis”, che oggi è stata giustamente corretta così: “numquam satis bene”. Dobbiamo imparare a parlare della Madonna senza forzature sentimentali o retoriche, senza banalizzare il suo mistero, senza smancerie devozionali, ma anche senza le formule asettiche di certi teologi inamidati. Insomma, non dobbiamo sporcare nulla; non la curiosità ma lo stupore, non “dimostrare” nessun teorema, ma “mostrare” affetto sincero. Maria è certo una donna festiva ed eccezionale, ma è anche una donna feriale e quotidiana. Proviamo a togliere per un attimo a Maria l’aureola per ammirare quanto è bella a capo scoperto. Proviamo a spegniamo i riflettori e le luci, le dodici stelle, per misurare meglio l’onnipotenza di Dio. Maria, all’interno della casa di Nazaret, tra lacrime e preghiere, ha vissuto dolori ma senza disperazione. Maria ci insegna che non è grande ciò che facciamo, ma come lo facciamo, che la vera grandezza è nello spirito e non nelle rivendicazioni di diritti separati dai doveri. Maria ci ricorda che nella vita si possono realizzare grandi progetti svolgendo un oscuro lavoro, in un’oscura famiglia, in un oscuro paese, quando Dio, l’Emanuele, è dentro di noi. Nei secoli precedenti, una pietà intemperante e una teologia speculativa hanno fatto di Maria una causa di divisione, mentre Maria, proprio perché madre, è fatta per l’unione. Il nostro tempo va alla ricerca dell’essenziale. Quando un’epoca è poco religiosa, le devozioni possono risultare pericolose, ma possono anche diventare occasione di un ritorno alle origini, in profondità. Il concilio ecumenico raccomanda un ritorno alla Scrittura. Bene, è proprio il vangelo la fonte più autentica della vera pietà mariana. I cattolici devono rileggere (o leggere per la prima volta) il vangelo, per scoprire l’umanità, la pienezza, la meraviglia dei testi che parlano di Maria.

Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella, madre

4. Ci troviamo davanti ad un vangelo in parte sconnesso e di difficile spiegazione; in apertura, i parenti di Gesù, che sono preoccupati del buon nome della famiglia, e in chiusura di nuovo i parenti ma quasi cancellati da nuove presenze; si parla di una non meglio precisata “bestemmia contro lo Spirito” che non può essere perdonata, e i commentatori si sono lanciati nelle interpretazioni più disparate; come se non bastasse, ecco apparire il Maligno con un nome nuovo, Beelzebul, che significa signore del letame o delle alture o delle mosche o dell’inimicizia. Difficile tenere legati tutti questi elementi eterogenei. Soprattutto imbarazza quel giudizio dei familiari sul conto di Gesù: “È fuori di testa!”. Solo Marco ha avuto il coraggio di raccontare l’episodio, mentre Matteo e Luca ignorano tutto! Difficoltà a parte, resta chiaro che la famiglia di Gesù è composta solo da quelli che compiono la volontà di Dio. Non chi dice, ma chi fa. Quante persone, oggi, nel mondo, fanno la volontà di Dio senza nemmeno esserne consapevoli, senza nemmeno sentirsi personaggi eccezionali. Gesù guarda questi suoi nuovi consanguinei con amore. Nessuno è escluso, ognuno può farne parte. Anche io posso diventare, in un certo senso, madre di Gesù, e non solo fratello o sorella. Anche io posso appartenere a questa famiglia infinita. Si chiude proprio così, con questa incredibile possibilità offerta a quanti sono disposti a fare la volontà di Dio, questa pagina decisiva e sconcertante di vangelo!

Costui è posseduto dal Maligno

5. La “divisione” dell’uomo è una costante antropologica universale; tutta la storia umana si presenta come una lotta tremenda, che inizia alle origini del cosmo e dell’uomo (lotta degli angeli, peccato di Adamo, uccisione di Abele, Torre di Babele) e si concluderà solo alla fine dei tempi, quando Satana e Diavolo saranno vinti per sempre come annuncia il profeta dell’Apocalisse. E saremo finalmente “unum”. Ma oggi facciamo tutti l’esperienza della divisione e della tentazione. Catullo, il poeta dell’amore non corrisposto, ha fissato con lapidaria brevità questa divisione che caratterizza l’uomo. “Odi ed amo”. Non meno incisivo il buon Orazio: “Video bona proboque, deteriora sequor”. E il convertito Paolo di Antiochia nella lettera ai romani lanciava questo grido: “Non faccio il bene che voglio, ma faccio il male che non voglio. Me infelice!”. Agostino, Petrarca, Pascal, Blondel … hanno descritto questa lacerazione esistenziale in forma così realistica da anticipare la Guernica di P. Picasso, tante teorie psicanalitiche di S. Freud, e alcune sinfonie terribili di G. Mahler. La più bella definizione di Dio è “uno”; la più realistica definizione dell’uomo è “divisione”; e questo per la presenza reale ma invisibile, fascinosa ma negativa, di un essere che ha tentato anche Gesù durante la sua vita. Oggi sono tanti i cristiani che non credono più all’esistenza del Maligno; certo, il male esiste, ma non occorre – così dicono – postulare l’esistenza del Maligno. La personificazione del male appartiene, si dice, all’epoca ormai tramontata in cui l’uomo si riteneva fantoccio di forze cosmiche. La mitologia popolare di ieri, oggi è respinta, e ciò che prima si chiamava possessione diabolica oggi viene spiegato con la psicologia del profondo.

La malattia di oggi: la mancanza di amore

6. I primi cristiani hanno convertito il mondo con la forza eloquente e persuasiva dell’amore. “Guardate come si amano i cristiani!” era l’esclamazione dei pagani. L’uomo oggi è già troppo ingannato dalle menzogne della pubblicità; troppe illusioni, troppe delusioni. Si arrenderà solo a questa evidenza: l’amore! I primi cristiani hanno fatto questo; quando i pagani hanno intravisto le piccole comunità cristiane, innocenti, gioiose, fraterne, hanno abbandonato i loro vizi, i loro giochi da circo, e hanno detto loro: “Vogliamo diventare anche noi come voi!”. È, quindi, facile convertire il mondo: basta rendere visibile l’amore! Le nostre chiese, fredde e impersonali, sono spesso luoghi in cui l’amore circola poco, anche quando sono piene di fedeli, spettacolo sempre più raro. Ci troviamo lì, più giustapposti dalla legge che convocati da Dio; sembriamo più dei precettati che degli invitati! L’indifferenza reciproca è palpabile, l’amore non è visibile, e nessuno si converte assistendo alle nostre liturgie domenicali: “Per farmi imparare a credere nel loro Dio, bisognerebbe che mi cantassero dei canti migliori, bisognerebbe che i suoi discepoli avessero un’aria più amabile” (Nietzsche).
Buona vita!

* Gruppo biblico ebraico-cristiano

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