Semplicemente servi

Fratel Luigi - Bose

7 giugno 2018


In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:«7Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: «Vieni subito e mettiti a tavola»? 8Non gli dirà piuttosto: «Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu»? 9Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? 10Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare»».
Lc 17,7-10

Questa breve parabola ci urta non poco, riconosciamolo. Ci occorre però anzitutto comprendere che Gesù attraverso di essa non vuole neppure offrire un’immagine di Dio e del suo comportamento nei confronti dell’uomo. Il Dio che è venuto in Gesù, non è venuto “per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita” (Mc 10,45) e altrove, usando la stessa immagine del servizio a tavola, Gesù afferma chiaramente che, sebbene gli spetterebbe il posto del “più grande” che se ne sta a tavola per farsi servire, egli ha deciso però di stare “in mezzo a noi come colui che serve” (Lc 22,27). E ancora, parlando del ritorno del Figlio dell’uomo, capovolge di nuovo i ruoli: una volta ritornato, il Signore-signore farà sedere a tavola i suoi servi e cingendosi le vesti passerà lui stesso a servirli (cf. Lc 12,37). Dunque per Gesù il servizio, il servire per amore, è la vera condizione di libertà, degna di Dio.
Anche nella nostra parabola l’elemento importante è il servo, o meglio il suo comportamento. Il servo, in quanto servo, non appartiene a se stesso, ma al suo padrone: è chiamato ad avere una disponibilità totale, senza calcoli né pretese. Qualunque servizio faccia, non ha “diritto” a una ricompensa, perché il servizio non rappresenta per lui un mestiere o una funzione, ma definisce la sua condizione, il suo essere.
Così il discepolo a servizio del vangelo deve superare la mentalità del salariato che lavora in misura proporzionale a ciò che percepisce: nulla di più, nulla di meno. Deve sentirsi totalmente coinvolto, con tutto il suo essere, nella vita di sequela per il vangelo. Il suo discepolato è innanzitutto dell’ordine dell’essere più che del fare. Egli deve preoccuparsi di stare davanti al Signore e di guardare a lui più che a se stesso e alle proprie opere. Non sta a lui giudicare il valore di ciò che può aver compiuto, né attendere una ricompensa corrispondente. La ricompensa ci sarà, ma sarà gratuita e in una misura infinitamente superiore ai suoi meriti.
“Avrà forse gratitudine verso quel servo perché ha eseguito gli ordini ricevuti?”. In greco dietro “gratitudine” c’è charis, “grazia”, un termine pregnante, che dà uno spessore particolare alla domanda. Se a un primo livello è in questione la pretesa di un riconoscimento per quello che è solo un dovere, a un livello più profondo si intende mettere in guardia contro l’idea che la grazia di Dio dipenda dalle opere da noi compiute, quasi che Dio limitasse la sua grazia al solo momento in cui riceve da noi dei servizi. La grazia e l’amore di Dio durano “per sempre” (cf. Sal 100,5; 118,2) e vanno bene al di là delle nostre povere possibilità di fare qualcosa per lui!
Servendo generosamente e gratuitamente, noi imitiamo la generosità e la gratuità di Dio e manifestiamo ciò che siamo in verità: figli e figli a immagine e somiglianza di Dio. Ecco il vero senso di quell’urtante “siamo servi inutili”: noi “siamo semplicemente dei servi”, solo dei poveri servi e nulla di più. Il “servire” non è qualcosa che viene ad aggiungersi alla nostra condizione umana, creaturale, come un possibile merito. In quanto creatura a immagine di Dio l’essere umano (e ancor di più il discepolo) è chiamato a servire. Chi non lo fa, più che perdere una “ricompensa”, perde la propria identità, la vita stessa che gli è stata donata.