Un abisso riempito

d’amore

Sorella Lisa - Bose

4 giugno 2018


In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:«Un uomo aveva due figli. 12Il più giovane dei due disse al padre: «Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta». Ed egli divise tra loro le sue sostanze. 13Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. 14Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. 16Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. 17Allora ritornò in sé e disse: «Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; 19non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati». 20Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. 21Il figlio gli disse: «Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio». 22Ma il padre disse ai servi: «Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l'anello al dito e i sandali ai piedi. 23Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». E cominciarono a far festa.
25Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; 26chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. 27Quello gli rispose: «Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo». 28Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. 29Ma egli rispose a suo padre: «Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. 30Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso». 31Gli rispose il padre: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; 32ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato»».
Lc 15,11-32

Gregorio Magno in una lettera a un amico scrive: “Impara a conoscere il cuore di Dio nelle parole di Dio” (Lettera 5,46). Ed è proprio del cuore di Dio che si parla in questa parabola di Luca: Dio ha un cuore grande, non solo si dimentica del peccato ma dà all’uomo un cuore nuovo. Non c’è nessuna situazione irrimediabilmente perduta. Si può sempre ricominciare, perché Dio stesso ci viene incontro, ci abbraccia, ci riconduce a casa.
C’è un padre che ha due figli e ama entrambi, eppure tutti e due si allontanano dal suo amore, non lo hanno capito e non lo sanno fare proprio.
Il secondogenito chiede l’eredità quando il padre è ancora in vita, vuole andarsene lontano dal padre e dal fratello, sogna un’altra vita. Tante volte ospitiamo in noi il sogno, l’illusione di una vita senza difficoltà, in cui non ci siano né limiti né divieti e non si debba portare il peso dell’altro. Il padre non si oppone, sa che non servirebbe a nulla, e il figlio parte, mette una distanza tra sé e il padre, tra sé e il fratello. Crede di essere padrone e signore della propria vita, di farne ciò che vuole e si trova nell’abisso della disperazione. A questo punto rientra in se stesso. Non c’è nessuna idealizzazione della conversione di questo figlio, non si è pentito: si trova nel bisogno, non sa dove andare e decide di ritornare a casa. Mentre è ancora lontano, il padre lo vede, gli corre incontro, lo abbraccia; ha sofferto per la lontananza del figlio e probabilmente intuiva che sarebbe finito male, ma non ha lasciato che il suo amore si intiepidisse. Con il suo amore riempie quell’abisso che si era creato tra lui e il figlio. È un padre che per la seconda volta dà la vita a un figlio che era morto. Il perdono di Dio non suppone il pentimento del colpevole, anzi, è il perdono che genera il pentimento, è l’amore che induce a cambiare. Scrive Giovanni Climaco: “La conversione è figlia della speranza e rinnegamento della disperazione” (Scala 5,2). È la speranza che induce a cambiare, non abbiamo paura di far fiducia agli altri, di dare speranza.
Il padre dà ordine che si faccia festa; sembra che innalzi un canto pasquale: il figlio era morto, è tornato in vita. Lo ripete due volte, lo dice ai servi e poi lo dirà anche al figlio maggiore. La conversione è già una resurrezione, un’anticipazione della resurrezione finale. Ogni volta che nel nostro cuore si apre un cammino di conversione sperimentiamo qualcosa di quella vita che un giorno vivremo in pienezza.
La musica e la danze hanno offeso il fratello maggiore. Il fratello minore torni pure a casa, ma che sia trattato a pane e acqua, porti il cilicio da penitente e pianga amare lacrime di penitenza. È difficile sentirsi fratelli dei peccatori! Il fratello maggiore, rimasto sempre in casa, non si scandalizza tanto della condotta del fratello ma della bontà, della misericordia del padre. Era rimasto sempre in casa, ma aveva capito l’amore del padre? Aveva vissuto come un servo, forse senza incontrare nel corso della sua vita occasioni di grandi peccati, ma non aveva mai amato veramente il padre e non aveva mai imitato il suo amore, e alle parole del padre risponde con le sue rivendicazioni.
Nessuno dei due figli ha capito l’amore del padre. Ce n’è uno che l’ha capito: Gesù Cristo, il Figlio di Dio, che per amore ha lasciato la casa del Padre, si è mescolato a peccatori, a prostitute, a uomini dal cuore duro che si sentivano giusti, e non si è vergognato di chiamarci fratelli (cf. Eb 2,11). E a tutti noi ha indicato la via per ritornare al Padre.