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Eucaristia, profezia

di comunione

Raniero Cantalamessa


La Chiesa comunione

Nella lettera apostolica Novo millennio ineunte, che possiamo considerare il suo testamento pastorale, Giovanni Paolo II pone la koinonia al centro della sua visione della Chiesa del terzo millennio. Scrive:
“L’altro grande ambito in cui occorrerà esprimere un deciso impegno programmatico, a livello di Chiesa universale e di Chiese particolari è quello della comunione (koinonìa) che incarna e manifesta l’essenza stessa del mistero della Chiesa […].È realizzando questa comunione di amore che la Chiesa si manifesta come ‘sacramento’, ossia ‘segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano’ (Lumen gentium, 1)” [1].
Con queste parole Giovanni Paolo II non ha solo raccolto e sintetizzato la dottrina del Vaticano II sulla Chiesa come comunione, ma le ha fatto fare un passo avanti. “La comunione incarna e manifesta l’essenza stessa del mistero della Chiesa”: la Chiesa dunque è comunione. Solo così la Chiesa è veramente riflesso della Trinità. Il principio base della teologia trinitaria è: “In Dio tutto è comune, eccetto la distinzione derivante dalla relazione”[2]; il principio fondamentale dell’ecclesiologia è: ”Nella Chiesa tutto è comune, eccetto la distinzione derivante dal ministero”.
Due concetti ci possono aiutare a capire la novità di questa ecclesiologia rispetto a quella anteriore: il concetto di stato e quello di nazione. “Nazione” indica il popolo, la realtà sociale, le persone; “stato” indica l’organizzazione di questa realtà: il governo che la regge, la costituzione su cui si regge, i diversi poteri (giudiziario, legislativo ed esecutivo), i simboli che la rappresentano. Non è la nazione che è a servizio dello stato, ma lo stato a servizio della nazione.
Potremmo dire, per analogia, che un tempo la Chiesa era vista soprattutto come stato, ora è vista soprattutto come nazione, come popolo di Dio; una volta era vista prevalentemente come gerarchia, ora è vista prevalentemente come koinonia. L’una e l’altra cosa, si sa, è essenziale: cosa sarebbe, per rimanere nel piano dell’analogia, uno stato senza la nazione, se non un’entità puramente teorica e senza scopo? Ma cosa sarebbe una nazione senza uno stato, se non una moltitudine amorfa di persone, in perenne conflitto tra di loro? Ciò che è cambiato non sono, dunque, gli elementi costitutivi della Chiesa, ma semmai il loro ordine e la priorità tra di essi.
“Se dunque, conclude la Novo millennio ineunte, la saggezza giuridica, ponendo precise regole alla partecipazione, manifesta la struttura gerarchica della Chiesa e scongiura tentazioni di arbitrio e pretese ingiustificate, la spiritualità della comunione conferisce un’anima al dato istituzionale con un’indicazione di fiducia e di apertura che pienamente risponde alla dignità e responsabilità di ogni membro del Popolo di Dio”.
Attenendomi al tema propostomi, “L’Eucaristia, profezia di comunione”, vorrei riflettere sull’Eucaristia come il sacramento che realizza e manifesta la koinonia della Chiesa e nello stesso tempo ne proclama le esigenze. In altre parole, l’Eucaristia come profezia, ma anche epifania della comunione ecclesiale. Nell’enciclica “Ecclesia de Eucaristia”, lo stesso Sommo Pontefice Giovanni Paolo II scriveva: “
“La Chiesa, mentre è pellegrinante qui in terra, è chiamata a mantenere ed a promuovere sia la comunione con Dio Trinità sia la comunione tra i fedeli. A questo fine essa ha la Parola e i Sacramenti, soprattutto l’Eucaristia, della quale essa « continuamente vive e cresce » e nella quale in pari tempo esprime se stessa. Non a caso il termine comunione è diventato uno dei nomi specifici di questo eccelso Sacramento”[3].
Per svolgere il tema proposto, prendo lo spunto dal seguente noto testo di S. Paolo: “Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane” (1 Cor 10, 16-17).
La parola “corpo” ricorre due volte nei due versetti, ma con un significato diverso. Nel primo caso (“il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?”), corpo indica il corpo reale di Cristo, nato da Maria, morto e risorto; nel secondo caso (“siamo un corpo solo”), corpo indica il corpo mistico, la Chiesa. Non si poteva dire in maniera più chiara e più sintetica che la comunione eucaristica è sempre comunione con Dio e comunione con i fratelli; che c’è in essa una dimensione, per così dire, verticale e una dimensione orizzontale e che perciò la comunione eucaristica è l’attuazione sacramentale dei due massimi comandamenti della legge: “Amerai il Signore Dio tuo…e il prossimo tuo come te stesso”.

L’Eucaristia comunione con Cristo

Paolo parla dell’Eucaristia come comunione con il corpo e il sangue di Cristo. Ma che significano esattamente le parole corpo e sangue? La parola “corpo”, nella Bibbia non indica, come nel nostro linguaggio attuale, una componente, o una parte, dell’uomo che, unita alle altre componenti che sono l’anima e lo spirito, forma l’uomo completo; indica tutta la vita in quanto si svolge in una dimensione corporea. Ha lo stesso significato che ha la parola “carne” in Giovanni ,14: “Il Verbo si è fatto carne”. Istituendo l’Eucaristia, Gesù ci ha lasciato in dono tutta la sua vita, dal primo istante dell’incarnazione all’ultimo momento, con tutto ciò che concretamente aveva riempito tale vita: silenzio, sudori, fatiche, preghiera, lotte, umiliazioni; in una parola “il vissuto” esistenziale e storico di Gesù.
Cosa aggiunge allora la parola “sangue”, se Gesù ci ha già donato tutta la sua vita nel suo corpo? Aggiunge la morte! Il termine “sangue” nella Bibbia non indica, infatti, un organo del corpo, cioè una parte di una parte dell’uomo; indica un evento: la morte. Se il sangue è la sede della vita (così si pensava allora), il suo “versamento” è il segno plastico della morte. Dire che l’Eucaristia è il mistero del corpo e del sangue del Signore, significa dire che è il sacramento della vita e della morte del Signore, il sacramento che rende presente nello stesso tempo l’incarnazione e la passione del Salvatore.
Cerchiamo di approfondire quale genere di comunione si stabilisce tra noi e Cristo nell’Eucaristia. In Giovanni 6, 57 Gesù dice: “Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me”. La preposizione “per” (in greco, dià) ha qui valore causale e finale; indica insieme un movimento di provenienza e un movimento di destinazione. Significa che chi mangia il corpo di Cristo vive “da” lui, cioè a causa di lui, in forza della vita che proviene da lui, e vive “in vista di” lui, cioè per la sua gloria, il suo amore, il suo Regno. Come Gesù vive del Padre e per il Padre, così, comunicandoci al santo mistero del suo corpo e del suo sangue, noi viviamo di Gesù e per Gesù.
E’ infatti il principio vitale più forte che assimila a sé quello meno forte, non viceversa. E’ il vegetale che assimila il minerale, non viceversa; è l’animale che assimila e il vegetale e il minerale, non viceversa. Così ora, sul piano spirituale, è il divino che assimila a sé l’umano, non viceversa. Sicché mentre in tutti gli altri casi è colui che mangia che assimila ciò che mangia, qui è colui che è mangiato che assimila a sé chi lo mangia. A colui che si accosta a riceverlo, Gesù ripete ciò che diceva ad Agostino: “Non sarai tu che assimilerai me a te, ma sarò io che assimilerò te a me”[4].
Un filosofo ateo ha detto: “L’uomo è ciò che mangia”, intendendo dire, con ciò, che nell’uomo non esiste una differenza qualitativa tra materia e spirito, ma che tutto, in esso, si riduce alla componente organica e materiale. Ma, ancora una volta, è avvenuto che un ateo ha dato, senza saperlo, la migliore formulazione a un mistero cristiano. Grazie all’Eucaristia, il cristiano è veramente ciò che mangia! Scriveva già, tanto tempo fa, san Leone Magno: “La nostra partecipazione al corpo e al sangue di Cristo non tende ad altro che a farci diventare quello che mangiamo”[5]
Nell’Eucaristia non c’è dunque solo comunione tra Cristo e noi, ma anche assimilazione; la comunione non è solo unione di due corpi, di due menti, di due volontà, ma è assimilazione all’unico corpo, l’unica mente e volontà di Cristo. “Chi si unisce al Signore forma con lui un solo Spirito” (1 Cor 6, 17).
Questi sono concetti ed esempi classici. Vorrei insistere su un aspetto esistenziale della comunione eucaristica del quale si parla meno. La Lettera agli Efesini dice che il matrimonio umano è un simbolo dell’unione tra Cristo e la Chiesa: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola. Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!” (Ef 5, 31-33). Ora, secondo san Paolo, la conseguenza immediata del matrimonio è che il corpo (cioè, nel senso biblico di corpo, tutta la persona) del marito diventa della moglie e, viceversa, il corpo della moglie diventa del marito (cfr. 1 Cor 7, 4).
Applicato all’Eucaristia questo significa che la carne incorruttibile e datrice di vita del Verbo incarnato diventa “mia”, ma anche la mia carne, la mia umanità, diventa di Cristo, è fatta propria da lui. Nell’Eucaristia noi riceviamo il corpo e il sangue di Cristo, ma anche Cristo “riceve” il nostro corpo e il nostro sangue! Gesú, scrive sant’Ilario di Poitiers, assume la carne di colui che assume la sua[6]. Egli dice a noi: “Prendi, questo è il mio corpo”, ma anche noi possiamo dire a lui: “Prendi, questo è il mio corpo”.
Non c’è nulla della mia vita che non appartenga a Cristo. Nessuno dovrebbe dire: “Ah, Gesú non sa cosa vuol dire essere sposato, essere donna, aver perso un figlio, essere malato, essere anziano, essere persona di colore!” Ciò che Cristo non ha potuto vivere “secondo la carne”, essendo stata la sua esistenza terrena, come quella di ogni uomo, limitata ad alcune esperienze, lo vive e “sperimenta” ora da risorto “secondo lo Spirito”, grazie alla comunione sponsale con la Chiesa. Tutto ciò che “mancava” alla piena “incarnazione” del Verbo si “compie” nell’Eucaristia. Aveva compreso il motivo profondo di ciò la beata Elisabetta della Trinità quando scriveva: “La sposa appartiene allo sposo. Il mio mi ha presa. Vuole che sia per lui un’umanità aggiunta” [7].
Quale inesauribile motivo di stupore e di consolazione al pensiero che la nostra umanità diventa l’umanità di Cristo! Ma anche quale responsabilità da tutto ciò! Se i miei occhi sono diventati gli occhi di Cristo, la mia bocca quella di Cristo, quale motivo per non permettere al mio sguardo di indugiare su immagini lascive, alla mia lingua di non parlare contro il fratello, al mio corpo di non servire come strumento di peccato. “Prenderò dunque le membra di Cristo e ne farò membra di una prostituta?” (1Cor 6,15).
Dare a Gesú le nostre cose –fatiche, dolori, fallimenti e peccati- è però solo il primo atto. Dal dare si deve passare subito, nella comunione, al ricevere. Ricevere nientemeno che la santità di Cristo! Se non facciamo questo “colpo di audacia” non capiremo mai “l’enormità” che è l’Eucaristia.
C’è un atto che a compierlo con gli uomini costituisce reato ed è punito dalla legge, a compierlo invece con Cristo è non solo permesso, ma sommamente raccomandato: la “appropriazione indebita”. In ogni comunione Cristo ci “istiga” a fare una appropriazione indebita! (“Indebita”, cioè non dovuta, non meritata, puramente gratuita!). Dove mai si attuerà, concretamente, nella vita del credente, quel “meraviglioso scambio” (admirabile commercium) di cui parla la liturgia, se non si attua al momento della comunione? Lì abbiamo la possibilità di dare a Gesú i nostri cenci e ricevere da lui il “manto della giustizia” (Is 61,10). È scritto infatti che egli “per opera di Dio è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione” (1 Cor 1,30). Ciò che egli è diventato “per noi” ci è destinato, ci appartiene. È una scoperta capace di mettere le ali alla nostra vita spirituale.

L’Eucaristia, comunione con la Trinità

Riflettere sull’Eucaristia è come vedersi spalancare davanti, a mano a mano che si avanza, orizzonti sempre più vasti che si aprono uno sull’altro, a perdita di vista. L’orizzonte cristologico della comunione si apre infatti su un orizzonte trinitario. In altre parole, attraverso la comunione con Cristo noi entriamo in comunione con tutta la Trinità. Nella sua “preghiera sacerdotale”, Gesù dice al Padre: “Che siano come noi una cosa sola. Io in loro e tu in me” (Gv 17, 23). Quelle parole: “Io in loro e tu in me”, significano che Gesù è in noi e che in Gesù c’è il Padre. Non si può, perciò, ricevere il Figlio, senza ricevere, con lui, anche il Padre. La parola di Cristo: “Chi vede me vede il Padre” (Gv 14, 9) significa anche “chi riceve me riceve il Padre”.
Il motivo ultimo di ciò è che Padre, Figlio e Spirito Santo sono un’unica e inseparabile natura divina, sono “una cosa sola”. Scrive, a questo proposito, sant’Ilario di Poitiers: “Noi siamo uniti a Cristo che è inseparabile dal Padre. Egli, pur rimanendo nel Padre, resta unito a noi; così anche noi arriviamo all’unità con il Padre. Infatti, Cristo è nel Padre connaturalmente, in quanto da lui generato; ma, in certo modo, anche noi attraverso Cristo, siamo connaturalmente nel Padre. Egli vive in virtù del Padre e noi viviamo in virtù della sua umanità”[8].
Volendo esprimerci con precisione teologica, diciamo che nell’Eucaristia, il Figlio Gesù Cristo è presente naturalmente (cioè con la sua duplice natura divina e umana) ed è presente anche personalmente (come persona del Figlio); il Padre e lo Spirito Santo direttamente, sono presenti soltanto naturalmente (in forza dell’unità della natura divina), ma indirettamente in forza, cioè della pericoresi delle persone divine, sono presenti anche personalmente. In ognuna delle tre persone della Trinità, infatti, sono presenti le altre due.
Ciò che si dice del Padre vale anche dello Spirito Santo. Nel sacramento si ripete ogni volta (quotiescunque) quello che avvenne una sola volta (semel) nella storia. Al momento della sua nascita terrena, è lo Spirito Santo che dona al mondo il Cristo (Maria concepì per opera dello Spirito Santo!); al momento della morte, è Cristo che dona al mondo lo Spirito Santo (morendo, “emise lo Spirito”). Similmente, nell’Eucaristia, al momento della consacrazione è lo Spirito Santo che ci dona Gesù (è per l’azione dello Spirito che il pane si trasforma nel corpo di Cristo!), al momento della comunione è Cristo che, venendo in noi, ci dona lo Spirito Santo.
Sant’Ireneo dice che lo Spirito Santo è “la nostra stessa comunione con Cristo”[9]. Per usare il linguaggio di un teologo moderno, Heribert Muhlen, egli è la stessa “immediatezza” del nostro rapporto con Cristo, nel senso che fa da intermediario tra noi e lui, senza però costituire alcun diaframma; senza che nulla stia “in mezzo” tra noi e Gesù, perché Gesù e lo Spirito Santo sono anch’essi – come Gesù e il Padre – “una cosa sola”. Nella comunione Gesù viene a noi come colui che dona lo Spirito. Non come colui che un giorno, tanto tempo fa, diede lo Spirito, ma come colui che ora, consumato il suo sacrificio incruento sull’altare, di nuovo, “emette lo Spirito” (cf Gv 19, 30).
Intorno alla mensa eucaristica si realizza la “sobria ebbrezza dello Spirito”. Commentando un testo del Cantico dei Cantici, sant’Ambrogio scrive: “Ho mangiato il mio pane con il mio miele” (Ct 5, 1): vedi come non c’è amarezza, ma ogni soavità, in questo pane? “Ho bevuto il mio vino con il mio latte” (ibid.): vedi come si tratta di una gioia non inquinata da alcuna macchia? Ogni volta, infatti, che tu bevi, ricevi la remissione dei peccati e ti inebri spiritualmente. L’Apostolo dice: “Non ubriacatevi di vino, ma siate ricolmi dello Spirito” (Ef 5, 18); chi si inebria di vino vacilla ed è incerto, ma colui che si inebria di Spirito, viene come radicato in Cristo. Una santa ebbrezza è questa che opera la sobrietà del cuore”[10].
Di qui la celebre esclamazione dello stesso sant’Ambrogio, in un suo inno che ancora oggi si recita nella Liturgia delle Ore: “Beviamo con gioia l’abbondanza sobria dello Spirito!” (Laeti bibamus sobriam profusionem Spiritus). L’espressione “sobria ebbrezza” non è solo un ossimoro, un paradosso, o un tema soltanto poetico; è pieno di significato e di verità. L’effetto dell’ebbrezza è sempre quello di far uscire l’uomo da se stesso, dal proprio angusto limite. Ma mentre nell’ebbrezza materiale (vino, droga) l’uomo esce da sé, per vivere “al di sotto” del proprio livello razionale, quasi alla stregua delle bestie, nell’ebbrezza spirituale, esce da sé per vivere “al di sopra” della propria ragione, nell’orizzonte stesso di Dio. Ogni comunione dovrebbe terminare in un’estasi, se intendiamo, con questa parola, non i fenomeni straordinari, ma accidentali, che talvolta l’accompagnano nei mistici, ma, alla lettera, l’uscita (extasis) dell’uomo da se stesso, il “non sono più io che vivo” di Paolo.
Di questa presenza dell’intera Trinità nell’Eucaristia, i santi hanno fatto talvolta l’esperienza vissuta. “Mi sembrava di stare e giacere in mezzo alla Trinità”,diceva la B. Angela da Foligno parlando di una sua esperienza mistica durante la comunione. Nel Diario di santa Veronica Giuliani si legge: “Mi parve di vedere nel SS. Sacramento, come in un trono, Dio Trino e Uno: il Padre con la sua onnipotenza, il Figlio con la sua sapienza, lo Spirito Santo con il suo amore. Ogni volta che noi ci comunichiamo, l’anima nostra e il nostro cuore divengono tempio della SS. Trinità e, venendo in noi Dio, vi viene tutto il paradiso. Vedendo come Dio sta racchiuso nell’Ostia sacrosanta, stetti tutto il giorno fuori di me per il giubilo che provavo. Dovessi dare la vita a conferma di tale verità, la darei mille volte”[11].
Anche l’arte cristiana ha espresso questa visione trinitaria dell’Eucaristia. L’esempio più illustre è l’icona della Trinità di Rublëv. In essa Padre, Figlio e Spirito Santo, simboleggiati nei tre angeli che apparvero ad Abramo sotto la quercia di Mamre, formano una specie di mistico cerchio intorno all’altare e sembrano dire a chi guarda: “Siate in comunione tra voi come noi siamo in perfetta comunione tra di noi”. Nell’Eucaristia diventiamo commensali della Trinità.

L’Eucaristia e la koinonia ecclesiale

In questa seconda parte del mio intervento parlerò della dimensione orizzontale della comunione eucaristica, la comunione con il corpo di Cristo che è la Chiesa e, in senso diverso, con tutti gli uomini.
Il corpo di Cristo che è la Chiesa, scrive Agostino, si è formato a somiglianza del pane eucaristico; è passato attraverso le stesse vicissitudini: i suoi membri erano prima distinti e separati, come lo erano i diversi chicchi di grano sulle colline; sono stati mietuti, cioè riuniti dalla parola, macinati dai digiuni e dalle penitenze, impastati con acqua nel battesimo, cotti al fuoco dello Spirito Santo e sono diventati un unico corpo, come i chicchi di grano diventano un unico pane e gli acini di uva un unico vino[12]. Un inno della festa del Santissimo corpo e sangue di Cristo ha raccolto questa visione:
Frumento di Cristo noi siamo
cresciuto nel sole di Dio,
nell’acqua del fonte impastati,
segnati dal crisma divino.
In pane trasformaci, o Padre,
per il sacramento di pace:
un Pane, uno Spirito, un Corpo,
la Chiesa una-santa, o Signore.
Il pane eucaristico realizza dunque l’unità delle membra di Cristo tra di loro, significandola. Anche in questo, il sacramento significando causat. Nella comunione, dice la Lumen gentium, “l’unità del popolo di Dio è adeguatamente espressa e mirabilmente prodotta”[13]. In altre parole, ciò che i segni del pane e del vino esprimono sul piano visibile e materiale – l’unità di più chicchi di frumento e di una molteplicità di acini d’uva –, il sacramento lo realizza sul piano interiore e spirituale.
“Lo realizza”: non però da solo, automaticamente, ma con il nostro impegno. In questo senso si può dire che l’Eucaristia è “profezia” di comunione: nel senso che spinge ad essa, ne proclama le esigenze. Io non posso più disinteressarmi del fratello nell’accostarmi all’Eucaristia; non posso rifiutarlo, senza rifiutare Cristo stesso e staccarmi, io, dall’unità. Il Cristo che viene a me, nella comunione, è lo stesso Cristo indiviso che va anche al fratello che è accanto a me; egli, per così dire, ci lega gli uni agli altri, nel momento in cui ci lega tutti a sé. Qui risiede, forse, il significato profondo di quella frase che si legge talvolta negli scritti del Nuovo Testamento e dei primi secoli della Chiesa: “Uniti nella frazione del pane” (cf At 2, 42). Un paradosso: uniti nel dividere (“frazione” significa divisione!): noi siamo uniti nel dividere, meglio nel condividere, lo stesso pane!
All’interno della Messa, la comunione è il momento che più di tutti mette in luce la fondamentale unità di tutti i membri del popolo di Dio. In questo senso, oltre che profezia, essa è anche epifania di comunione. “L’Eucaristia crea comunione ed educa alla comunione”[14] Fino a quel momento prevale la distinzione dei ministeri: nella liturgia della parola il sacerdote rappresenta la Chiesa docente e l’assemblea la Chiesa discente; nella consacrazione appare la distinzione tra il sacerdozio ministeriale e quello universale di tutti i fedeli dal momento che solo il primo agisce in persona Christi. Nella comunione, al contrario, prevale ciò che accomuna tutti i credenti. L’Eucaristia che riceve il vescovo o il papa è esattamente la stessa che riceve l’ultimo dei battezzati.
Vediamo come si potrebbe esprimere più chiaramente nelle nostre eucaristie questa esigenza di comunione. Tocco un punto delicato, la comunione sotto le due specie. Non intendo sollevare nessuna polemica o contestazione; solo richiamare il pensiero e la novità del concilio che, su questo punto, rischiano di rimanere disattesi. Il concilio Vaticano II ha reintrodotto la possibilità della comunione sotto le due specie. Dice:
“Fermi restando i principi dottrinali stabiliti dal concilio di Trento, la comunione sotto le due specie si può concedere sia ai chierici e religiosi sia ai laici, in casi determinati dalla Sede Apostolica e secondo il giudizio del vescovo” [15].
La comunione sotto le due specie non solo è permessa, ma anche incoraggiata, con delle motivazioni teologiche fortissime. Nella istruzione per l’applicazione delle norme del concilio, Eucharisticum mysterium, si dice:
“La santa comunione esprime con maggiore pienezza la sua forma di segno, se viene fatta sotto le due specie. Risulta infatti più evidente il segno del banchetto eucaristico e si esprime più chiaramente la volontà divina di ratificare la nuova ed eterna alleanza nel sangue del Signore, ed è più intuitivo il rapporto tra il banchetto eucaristico e il convito escatologico del regno del Padre” [16].
Il nuovo Messale elenca ben quattordici casi in cui è permesso dare la comunione al calice ai presenti. Ad essi, molte conferenze episcopali ne hanno aggiunti altri. Si deve dire che, su questo punto, l’attuazione pratica della riforma liturgica non è andata al di là delle norme fissate dall’autorità ecclesiastica, come in altri casi, ma ne è rimasta al di qua. Non dico che si debba o si possa distribuire la comunione sotto le due specie a ogni Messa (anche se questo resta il traguardo ultimo e auspicabile), ma che almeno lo si faccia nei casi in cui è consentito dalle disposizioni stesse del magistero.
Non adduciamo con troppa facilità il principio della “naturale concomitanza”, secondo cui dove c’è un corpo vivo, lì c’è anche, di conseguenza, il suo sangue e che perciò il sangue di Cristo è già contenuto nel corpo di Cristo. Preso rigorosamente, con questo principio si viene a dire che la specie del vino è superflua nell’Eucaristia e Gesù poteva fare a meno di consacrare anche il calice. Il principio aristotelico della naturale concomitanza fa a pugni con l’idea biblica di segno che è alla base della nostra teologia sacramentaria. L’Eucaristia non l’ha istituita Aristotele, ma Gesù Cristo, ed è con le categorie di Cristo che bisogna spiegarla, anche se i concetti aristotelici hanno avuto il merito di aiutare a formulare il mistero, in un certo contesto culturale e preservarlo da errori.
L’Eucaristia, oltre che sacrificio, è anche un “sacrum convivium”, un banchetto, ma come può esprimere l’idea di banchetto se in essa si offre solo da mangiare e non da bere, o si offre da bere ad alcuni e non a tutti? Per lo stesso motivo si dovrebbe evitare, almeno come prassi sistematica, di distribuire ai fedeli le ostie consacrate in precedenza e prelevate dal tabernacolo. Questo fa pensare inevitabilmente a un banchetto in cui alcuni consumano le vivande preparate per l’occasione e altri vivande riscaldate o tirate fuori dal frigorifero. Il momento per eccellenza dell’uguaglianza di tutti i membri del popolo di Dio non dovrebbe trasformarsi mai in atto che discrimina.
A poco, tuttavia, gioverebbe rendere più frequente la comunione sotto le due specie, se ad essa non si affiancasse una catechesi atta a mettere in luce il significato del sangue di Cristo e a suscitarne un vivo desiderio nei fedeli. In mancanza di questa catechesi, i laici mostrano talvolta di preferire essi stessi la comunione con la sola specie del pane, per la gioia di poter tenere un attimo l’ostia nella mano.
E’ importante, non solo dal punto di vista teologico, ma anche da quello pastorale, tornare a valorizzare di più, nel contesto del mistero eucaristico, l’elemento del sangue. Perché Gesù ha voluto nascondere il suo sangue proprio nel segno del vino? Che cosa rappresenta il vino per gli uomini? Rappresenta la gioia, la festa; non rappresenta tanto l’utile (come il pane), quanto il dilettevole. Un salmo dice che “il vino allieta il cuore dell’uomo e il pane sostiene il suo vigore” (Sal 104,15). Il vino rappresenta, nella vita, la poesia e il colore; è come la danza rispetto al semplice camminare, o il giocare rispetto al lavorare, o il cantare rispetto al semplice parlare[17].
Se Gesù avesse scelto per l’Eucaristia pane e acqua, avrebbe inculcato solo la santificazione della sofferenza (“pane e acqua” sono infatti sinonimo di digiuno, di austerità e di penitenza). Scegliendo pane e vino, ha voluto rendere possibile anche la santificazione della gioia. Gesù nel deserto moltiplicò i pani per soddisfare la fame della gente, ma a Cana non “moltiplicò” il vino per soddisfare la sete della gente (c’erano ben sei giare di acqua a disposizione!), ma per la gioia e la festa dei commensali.
Ma come è possibile che lo stesso segno rappresenti, in quanto sangue, la sofferenza e la morte e, in quanto vino, la gioia? Non si escludono a vicenda queste due cose? No, se pensiamo al sacrificio fatto per amore, come fu quello di Cristo. Il vino, che la Bibbia chiama spesso “il sangue dell’uva”, ricorda il misterioso rapporto che esiste, nell’esperienza umana, tra amore e sacrificio. “Non si vive in amore senza dolore”[18].
L’Eucaristia rivela così, ancora una volta, la sua straordinaria presa sulla vita. La Gaudium et spes del Vaticano II inizia dicendo: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore” [19]. Nulla -possiamo aggiungere- vi è di genuinamente umano che non trovi un’eco nell’Eucaristia! In essa viene raccolto e presentato a Dio, nello stesso tempo, tutto il dolore e tutta la gioia dell’umanità: il dolore nella realtà del sangue, la gioia nel suo corrispettivo simbolico del vino.

Comunione e condivisione

Ho parlato fin qui della comunione ecclesiale in genere, ma tra il prossimo con cui l’Eucaristia ci spinge a fare comunione c’è una categoria privilegiata: i poveri e i sofferenti in genere. Qui si innesta la valenza sociale dell’Eucaristia. Colui che pronunciò sul pane le parole: “Questo è il mio corpo”, ha detto queste stesse parole anche dei poveri. Le ha dette quando, parlando di quello che si è fatto, o non si è fatto, per l’affamato, l’assetato, il prigioniero, l’ignudo e l’esule, ha dichiarato solennemente: “L’avete fatto a me” e “Non l’avete fatto a me”.
Ricordo la prima volta che questa verità “esplose” dentro di me in tutta la sua luce. Ero in missione in un paese del terzo mondo e a ogni nuovo spettacolo di miseria che vedevo -ora un bambino dal vestitino a brandelli, il ventre tutto gonfio e il volto ricoperto di mosche, ora gruppetti di persone che rincorrevano un carro immondizie nella speranza di trarne qualcosa appena rovesciato nella discarica, ora un corpo piagato,- sentivo come una voce rimbombarmi dentro: “Questo è il mio corpo. Questo è il mio corpo”. C’era da averne davvero il “fiato mozzo”.
“Quando dunque vi radunate insieme – scriveva ai Corinzi – il vostro non è più un mangiare la cena del Signore. Ciascuno infatti quando partecipa alla cena prende prima il proprio pasto e così uno ha fame l’altro è ubriaco” (1 Cor 11,20-21). Dire che questo “non è più un mangiare la cena del Signore” è come dire che questa non è più un’Eucaristia. È un’affermazione gravissima, anche dal punto di vista teologico, alla quale non si presta forse tutta l’attenzione dovuta.
Ora questa situazione, in cui “uno ha fame e l’altro, al contrario, è ubriaco” è in atto tra noi, non più su scala locale, ma su scala mondiale. Ai due personaggi della parabola –il ricco Epulone e il povero Lazzaro – corrispondono oggi, grosso modo, due emisferi e due mondi: il primo mondo e il cosiddetto “terzo mondo” (che in realtà rappresenta i “due terzi” del mondo!).
L’ansia di condividere qualcosa con chi è nel bisogno, siano essi vicini o lontani, deve essere parte integrante della nostra pietà e della nostra prassi eucaristica. Non c’è persona che, volendo, non possa, durante la settimana, compiere una delle opere elencate da Gesù e delle quali egli dice: “L’avete fatto a me!”. Condivisione infatti non è solo “dare” (pane, vestito, tetto), ma anche “visitare” (un carcerato, un ammalato, un anziano solo in casa…). Non è solo dare denaro, ma anche dare del proprio tempo. I poveri e i sofferenti non hanno meno bisogno di solidarietà e di amore che di pane da mangiare e di panni di cui coprirsi.
Gesù ha detto: “I poveri li avete sempre con voi, me, invece, non sempre mi avete” (Mt 26, 11). Questo è vero anche nel senso che non sempre possiamo comunicare con il corpo eucaristico di Cristo e, anche quando avviene, questo non dura che qualche istante, mentre sempre possiamo comunicare con lui attraverso i poveri. Basta volerlo; non ci sono limiti. I poveri li abbiamo davvero sempre a portata di mano. Ogni volta che siamo di fronte a una persona umana che soffre, specialmente di certe sofferenze estreme, dovremmo, con gli orecchi della fede, sentire dentro di noi la voce di Cristo che ci ripete: “Questo è il mio corpo!”.
Durante la sua ultima malattia, non potendo ricevere il viatico perché non tratteneva nulla, B. Pascal chiese che gli portassero in camera un povero. “Non potendo comunicare nel Capo, voglio almeno -diceva- comunicare nel suo corpo”[20]. Aveva compreso perfettamente il rapporto stretto che c’è tra Eucaristia e impegno per i poveri.

I presupposti e le esigenze di koinonia

Accenno a un ultimo tema, quello dei presupposti e delle esigenze oggettive della comunione eucaristica. Nell’enciclica già ricordata, “Ecclesia de Eucharistia”, Giovanni Paolo II dedica tutta una sezione a questo tema. Scrive:
“La celebrazione dell’Eucaristia, scrive, non può essere il punto di avvio della comunione, che presuppone come esistente, per consolidarla e portarla a perfezione… Solo in questo contesto si ha la legittima celebrazione dell’Eucaristia e la vera partecipazione ad essa. Perciò risulta un’esigenza intrinseca all’Eucaristia che essa sia celebrata nella comunione, e concretamente nell’integrità dei suoi vincoli” (§ 35).
Tra i requisiti di comunione il papa pone anzitutto lo stato di grazia che ci fa essere in comunione con Dio, ricordando l’ammonizione dell’Apostolo: “ Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice “ (1 Cor 11, 28). Siccome poi “la comunione ecclesiale è anche visibile, la comunione eucaristica, continua l’enciclica, richiede anche che si sia in comunione con il Sommo Pontefice e i vescovi e si sia uniti nella professione della stessa fede.
L’esigenza di comunione visibile non è così rigida da non ammettere eccezioni. Per esempio, in particolari circostanze, è permesso sia dare che ricevere la comunione ai fratelli ortodossi, anche se non in comunione con il Romano Pontefice, perché condividono la successione apostolica e la fede fondamentale della Chiesa cattolica. In certe circostanze particolari, riservate al giudizio del vescovo, è possibile (e talvolta avviene di fatto) che si applichi lo stesso criterio a credenti di altre confessioni cristiane (almeno nel concedere ad essi, se non nel ricevere da essi la comunione), purché condividano la fede fondamentale della Chiesa, compresa quella nella presenza reale di Cristo nell’Eucaristia.
L’Eucaristia, dicevamo, non è solo epifania, ma anche profezia di comunione. Si insiste giustamente sul fatto che l’Eucaristia presuppone la piena comunione ecclesiale, ma non si dovrebbe tacere il ruolo che l’Eucaristia, per sua natura, è destinata a svolgere nel promuovere la stessa comunione e in particolare la comunione tra tutti i cristiani. In altre parole, essa non è solo il segno di una comunione raggiunta, ma anche uno dei mezzi per raggiungerla. Affrettare il giorno in cui potremo davvero “condividere lo stesso pane” e così mostrare che siamo “un corpo solo”, è l’ardente aspirazione di tutti i credenti in Cristo. Con questo auspicio Giovanni Paolo II termina la sua enciclica Ecclesia de Eucharistia. Scrive:
“La via che la Chiesa percorre in questi primi anni del terzo millennio è anche via di rinnovato impegno ecumenico… Il tesoro eucaristico, che il Signore ha messo a nostra disposizione, ci stimola verso il traguardo della sua piena condivisione con tutti i fratelli, ai quali ci unisce il comune Battesimo. Per non disperdere tale tesoro, occorre però rispettare le esigenze derivanti dal suo essere Sacramento della comunione nella fede e nella successione apostolica”.
Con questo auspicio termino anch’io il mio discorso e mi scuso se è stato troppo lungo.


NOTE

[1] Novo millennio ineunte, 42.
[2] “In Deo omnia sunt communia ubi non obstat relationis oppositio”.
[3] Giovanni Paolo II, Enc. “Ecclesia de Eucharistia”, 34
[4] Cf Agostino, Confessioni, VII, 10.
[5] S. Leone Magno, Sermone 12 sulla Passione, 7 (CCL 138A, p. 388).
[6] S. Ilario di Poitiers, De Trinitate, 8, 16 (PL 10, 248): “Eius tantum in se adsumptam habens carnem, qui suam sumpserit”.
[7] B. Elisabetta della Trinità, Lettera 261, alla mamma (in Opere, Roma 1967, p. 457).
[8] S. Ilario, De Trinitate, VIII, 13-16 (PL 10, 246 ss).
[9] S. Ireneo, Adversus haereses, III, 24, 1.
[10] S. Ambrogio, Sui sacramenti, V, 17 (PL 16, 449 s).
[11] S. Veronica Giuliani, Diario, 30 maggio 1715 (vol. III, Città di Castello 1973, p. 928).
[12] S. Agostino, Sermo Denis 6 (PL 46, 834 s).
[13] Lumen gentium, n. 11.
[14] Giovanni Paolo II, “Ecclesia de Eucharistia”, 40.
[15] Sacrosanctum concilium , 55.
[16] Eucharisticum mysterium, 32 ( AAS 59,1967, p. 558).
[17] Cf. L. Alonso Schökel, Meditaciones biblicas sobre la Eucaristia, Santander 1986, cap.6.
[18] Imitazione di Cristo, III, 5.
[19] Gaudium et spes, 1.
[20] Cf. Vita di Pascal, scritta dalla sorella Gilberte


2010-08-27- Fabriano, Relazione alla 61a Settimana Liturgica Nazionale

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