Vince chi perde

Fratel Lino - Bose

2 giugno 2018


In quei giorni Gesù disse ai suoi discepoli:4«Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? 5Quando l'ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, 6va a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: «Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta». 7Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione. 8Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? 9E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: «Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto». 10Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».
Lc 15,4-10

Le parabole evangeliche della pecora perduta e della moneta perduta ci ricordano i passaggi fondamentali della vita. Di che cos’è fatta la nostra vita? Perderci e ritrovarci! Tutto qui, in grande chiarezza e semplicità. Un padre del deserto parafrasava così: “Cadere e rialzarsi!”. Ci illudiamo che l’esistenza sia un piano ascendente o discendente, invece no, non sarebbe umano. Perderci e ritrovarci/essere ritrovati: per sei volte in pochi versetti torna il verbo “perdere”, e, ugualmente, per sei volte torna il verbo “trovare/ritrovare”.
Siamo invitati a comprendere più in profondità questa esperienza fondamentale, da cui nessuno di noi è esente: perdersi. Ci destabilizza, la esorcizziamo e, quando capita, la mascheriamo, la ovattiamo. Invece no: è un evento essenziale, che dobbiamo mettere in conto. La perdita ci fa paura, ma dobbiamo renderla amica, familiare, conviverci, esercitarci. È come una diastole del cuore, un movimento del respiro.
Sarò sempre grato al mio professore di fisiologia umana che ci spiegò – sotto lo sguardo incredulo dei suoi studenti – che a ogni istante migliaia di cellule nervose muoiono in noi. A ogni istante muore, perdiamo qualcosa di noi, è scritto nelle fibre del nostro essere. “Cotidie morior” (1Cor 15,31), ”Ogni giorno muoio” scrive l’Apostolo. Non è un’azione negativa, di distruzione, ma una via, una porta, un’apertura.
Non dimenticherò mai quanto mi disse una sera un anziano (avevo quindici anni): “Sai, Lino, nella vita vince chi perde!”. Dopo tanti anni riconosco che quella frase mi ha lavorato e mi ha cambiato la vita!
L’importante, ricorda sant’Agostino, è perderciper un motivo, una passione, perché amavamo magari in modo eccessivo, sbagliato, qualcuno o qualcosa, ma eravamo come vinti da quello slancio, da quell’entusiasmo.
Perderci ci rende più sensibili, più attenti all’amore, più comprensivi. Più ricettivi e più assetati di ciò che conta: l’essere trovati, o ritrovati. Chi di noi ha dimenticato lo sguardo di chi ci ha cercato e ci ha trovato, chi di noi dimentica di essere stato trovato in alcune specialissime, rare occasioni, e ha sentito che da quel momento la sua vita prendeva un altro corso, si apriva verso orizzonti infiniti, anche di non ritorno? E non è questa l’esperienza unica, indicibile dell’amore? Non parlo di cose ideali o troppo grandi, ma di un incontro, un messaggio, un volto che si presenta davanti a noi, e sentiamo che una storia inizia, ed è la nostra, forse per sempre.
Questa è una gioia immensa, anche se venata della salsedine della sua finitezza. Perciò il vangelo ci parla della gioia del cielo, quando questa sarà finalmente definitiva. La gioia, la festa di cui queste parabole ci parlano, è fatta di povere cose, come noi siamo poveri, ma che ci fanno immensamente ricchi: essere insieme, chiamare accanto a noi amici e conoscenti… C’è qualcosa che eguaglia la gioia d’invitare qualcuno a fare festa con noi? Sono le gioie più grandi delle nostre vite talora difficili, e recano già qui e oggi il gusto dell’eternità, di un’infinita beatitudine.