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Effatà

Discernere e accompagnare oggi
la chiamata di Dio

Lettera di Pentecoste 2018

Fr. Mauro-Giuseppe Lepori *

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Carissimi Fratelli e Sorelle,

sapete che il prossimo Sinodo dei Vescovi sarà dedicato al tema: “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”. Nella vita del nostro Ordine costatiamo sempre più quanto sia urgente anche per noi approfondire il tema del discernimento e dell’accompagnamento delle persone che si sentono chiamate alla vita cistercense. Attualmente ci sono non pochi abbandoni, magari dopo dieci o vent’anni in monastero, motivati da un discernimento superficiale e da un accompagnamento insufficiente. Per questo, ma anche perché molti di noi incontrano dei giovani alla ricerca della loro vocazione battesimale, ho pensato di offrire all’Ordine come Lettera di Pentecoste una conferenza che mi è stata chiesta recentemente su questi temi al Teresianum di Roma. Penso possa servire da spunto per una meditazione personale e comunitaria anche per unirci alla riflessione che tutta la Chiesa sta facendo in preparazione del Sinodo dei Vescovi. Ma soprattutto per aiutarci ad accogliere responsabilmente le vocazioni che il Signore ci manda o che desideriamo ardentemente, senza dimenticare che l’urgenza più grande è quella di vivere noi stessi con più verità e letizia la vocazione che abbiamo ricevuto.
Il 1° maggio scorso ho potuto partecipare alla cerimonia di Beatificazione del Padre Giovanni Anastasio Brenner, martire, che fu novizio cistercense di Zirc in Ungheria.
Benché abbia dovuto abbandonare la sua Abbazia soppressa, e sia diventato sacerdote diocesano, sappiamo dai padri anziani ungheresi che fece Professione in segreto e che certamente si considerava monaco cistercense. Che la nostra vocazione sia vissuta fino al martirio ci deve provocare a viverla noi stessi nel quotidiano – come Papa Francesco ce lo ricorda nella sua recente Esortazione Apostolica Gaudete et Exsultate – con un desiderio umile e ardente di santità nel dono lieto della vita.

Un disegno eterno su ognuno

Il famoso episodio della chiamata del giovane Samuele (1Sam 3,1-21) è una delle migliori fonti di ispirazione per capire il fenomeno della vocazione, il mistero di un Dio che chiama l’uomo e, insieme, dell’uomo che si sente chiamato da Dio. Come porci di fronte a questo? A questo mistero in noi e negli altri? Come porci di fronte al mistero della vocazione di coloro che siamo chiamati ad accompagnare, a educare? Dio ha un disegno su ogni essere umano che nasce in questo mondo, un disegno eterno. La vocazione di ogni persona nasce prima di lei, perché ha un’origine eterna, ha la sua fonte nel mistero di Dio, e nel mistero del rapporto personale di Dio con ogni uomo che crea.
Come Dio lo rivela al profeta Geremia: “Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni.” (Ger 1,5) Nulla ci dovrebbe definire più di quello che in Dio è prima di noi, più della conoscenza di noi che in Dio ci precede, perché è da quel pensiero, da quella parola eterna, che siamo voluti, amati, fatti e mandati. Mandati già nella vita, mandati nell'essere, nell'immensa sinfonia della creazione, nel dramma della storia, dell'umana avventura, nel dramma sublime della libertà umana, creata proprio per riconoscere Chi la fa, per amare Chi la ama, per conoscere Colui che ci conosce prima di noi stessi.
Anche il piccolo Samuele, quando venne a vivere nel Tempio presso il sacerdote Eli, portava già in sé una vocazione eterna, era già stato concepito ed era nato segnato da un disegno determinato e stabilito da Dio. Ma deve venire un giorno in cui la vocazione di una persona affiora dal profondo del mistero come una vena d’acqua che dal cuore della montagna finalmente sgorga in un punto preciso per iniziare a scorrere e dissetare gli uomini, ad irrigare la terra arida, a diventare ruscello, acqua impetuosa, e poi fiume largo e lento che serve a tutti come via per giungere al mare.

Una novità nella normalità del reale

Quella notte tutti dormivano: “Eli stava dormendo al suo posto, i suoi occhi cominciavano a indebolirsi e non riusciva più a vedere. La lampada di Dio non era ancora spenta e Samuele dormiva nel tempio del Signore, dove si trovava l'arca di Dio” (1Sam 3,2-3).
Tutto è calmo e tace. Ma di colpo irrompe la novità di una voce che chiama Samuele per nome. Non sembra una novità, perché Samuele è già abituato a sentirsi chiamare. Pensa allora a quanto di più normale potrebbe accadere: che Eli lo chiamasse, che lo chiamasse come lo aveva chiamato decine di volte, anche durante la notte, per essere assistito nella sua vecchiaia e cecità. E questo per tre volte. Per tre volte la voce di Dio chiama il nome del ragazzino e lui reagisce come se fosse quanto di più normale gli potesse accadere.
È già questo un aspetto del mistero della vocazione: che la sua eccezionalità assume nella vita la forma della normalità più quotidiana. Aspetto confortante e tremendo ad un tempo.
Confortante perché se Dio si abbassa a parlarci come ci parla chi ci è famigliare, non è necessario fare chissà che ascesa per cogliere la sua chiamata. Tremendo perché corriamo il rischio di non accorgerci che si tratta di Lui.
Anche il vecchio Eli reagisce dapprima come di fronte ad un evento normale: “Non ti ho chiamato, torna a dormire!”. La normalità per lui è che Samuele abbia sognato, che si sia immaginato qualcosa. Samuele però non riduce mai la realtà a sogno, anche le volte seguenti, non si dice mai: “Ho sognato!”, rimettendosi a dormire. Dio lo chiama realmente, lo chiama con una voce reale, ed è proprio la fedeltà di Samuele alla realtà in cui Dio si manifesta che progressivamente permetterà a Eli e poi a lui stesso di riconoscere la voce di Dio nella sua vita.
Mi sembra che in questo ci sia una prima indicazione fondamentale nell’affronto di ogni vocazione, propria o degli altri: Dio entra raramente nella vita delle persone in modo soprannaturale. Preferisce la via della natura, dell’esperienza umana elementare, la via della realtà a cui ogni uomo si apre naturalmente. È Dio che prende la natura al suo servizio, che la rende strumento e segno di quello che Lui vuole dirci. Dio si serve della natura per esprimere il soprannaturale, come in Cristo si è servito della nostra carne per esprimere e manifestare la divinità del Figlio. Ed è seguendo e rispettando la natura delle cose, l’esperienza elementare delle cose, che diventa possibile risalire dal segno a Colui che si vuole manifestare attraverso di esso. Una voce che sveglia Samuele nella notte, non poteva essere per lui che quella di Eli. C’era solo Eli nel Tempio con lui in quella notte. Chi altri poteva chiamarlo? Obbedendo, in fondo istintivamente, al richiamo della realtà, Samuele corrisponde alla chiamata di Dio, si inoltra quasi per approssimazioni progressive verso la risposta giusta alla chiamata.
Questo aspetto della comprensione anzitutto naturale della voce di Dio che ci chiama è presente in quasi tutte le vocazioni bibliche, anche nel Vangelo. Cristo si serve di questa approssimazione, di questo modo naturale di approssimarsi al chiamato, anche per chiamare gli apostoli: “Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca” (Lc 5,4), dice a Pietro e compagni; ed è nel momento in cui il velo dell’azione naturale, quotidiana, umanamente elementare, cade per rivelare il miracolo, l’azione della presenza di Dio, che anche la vocazione può diventare esplicita: “D’ora in poi sarai pescatore di uomini” (5,10).
Gesù chiamava Pietro a diventare pescatore di uomini fin dall’inizio, fin dal momento in cui gli chiedeva di prendere il largo e gettare la sua rete, così come il Signore chiamava Samuele fin dalla prima volta che il ragazzo si sentì chiamato da Eli. Persino Maria si è sentita chiamata ad avere un figlio per vie normali – “Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?” (Lc 1,34) – finché l’angelo non le ha svelato il mistero dell’Incarnazione per opera dello Spirito Santo.
È sempre come se Dio volesse che ciascuno si accostasse al mistero attraverso la via della sua umanità, senza saltare nulla, perché il mistero di Dio, e il mistero della vocazione di ognuno, si manifesta dal di dentro dell’umano, rivelandone la sacralità. La nostra umanità è rivelata a se stessa come tempio di Dio: “Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi” (1Cor 3,16-17).

“Allora Eli comprese che il Signore chiamava il giovane”

Ma come si rivela che Dio dimora nel tempio della nostra vita umana? Dove ci deve condurre l’approssimarsi a Dio attraverso le vie della nostra esperienza umana elementare? Certo, ci deve condurre a Dio, ma dove ci deve condurre dentro di noi, nella coscienza e nell’esperienza di noi stessi? Anche in questo, l’episodio della vocazione di Samuele è illuminante, e ci rivela pure il ruolo essenziale di chi è chiamato ad assecondare il cammino vocazionale degli altri, in particolare dei giovani. Eli capisce per primo che Samuele è chiamato da Dio. E come lo capisce? Riconoscendo che non lo chiama lui. Questa presa di coscienza non va intesa solo a livello superficiale. Eli, la terza volta, avrebbe potuto perdere la pazienza e minacciare il ragazzo che se lo avesse svegliato ancora lo avrebbe punito o cacciato dal Tempio. Anche in lui, meglio: anzitutto in lui avviene un riconoscimento del mistero: “Allora Eli comprese che il Signore chiamava il giovane” (1Sam 3,8). E nonostante il fatto di non aver saputo educare alla fedeltà verso Dio i suoi stessi figli, Eli affronta in modo esemplare la vocazione di Samuele.
Anzitutto non ne abusa, non approfitta dell’ingenuità del ragazzino. Non gli dice neppure che è Dio a chiamarlo, come tanti che si compiacciono di dire ai giovani: “Tu hai questa vocazione! Dio ti chiama a questo o a quello! Sei fatto per questo o per quello!”, facendosi padroni di un mistero che ha la sua dimora fra la libertà di Dio e la libertà di ogni persona.
Questo è un abuso grave come la simonia, perché sfrutta le iniziative gratuite di Dio (e niente è più gratuito di una chiamata di Dio che sceglie, che elegge una persona), per una gloria personale, per un tornaconto anche solo di gratitudine verso chi si erige ad essere “padre o madre di vocazione”, come alcuni amano dire.
Eli, al contrario, rimanda il ragazzo al mistero che lo chiama. E lo rimanda a verificare lui stesso se veramente quella voce è di Dio o no. Lo invita ad inoltrarsi verso il mistero che si affaccia nella sua vita con una discrezione, un rispetto, una tenerezza incredibili. Pensate: l’Altissimo, nel proprio Tempio, viene nel cuore della notte a chinarsi su un fanciullo addormentato per sussurragli all’orecchio semplicemente il suo nome: “Samuele!”.
Anche Gesù farà così, chiamerà con un rispetto assoluto della libertà di ognuno, proponendo una verifica in assoluta libertà: «Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: “Che cosa cercate?” (…) Rabbi (…), dove dimori?”. Disse loro: “Venite e vedrete”» (Gv 1,38-39).

Una verifica fondamentale

L’aspetto della verifica, del far emergere la verità di qualcosa, sia esso un sentimento o un’esperienza, l’aspetto cioè dello sperimentare se è vero, se veramente Dio chiama, è fondamentale, è un cammino fondamentale per vivere con libertà e verità ogni vocazione.
Se chi si sente chiamato deve essere aiutato in qualcosa, deve essere aiutato nell’essere accompagnato a verificare l’affacciarsi delicato del mistero nella sua vita. Anche quando, in casi eccezionali, come per Saulo di Tarso, l’irrompere di Dio non è delicato, ma travolgente, anche allora, forse soprattutto allora, il chiamato ha bisogno di chi lo aiuti e lo accompagni a verificare la chiamata. Saulo ha bisogno di Anania, della piccola e spaurita comunità di Damasco, per inoltrarsi nella verifica della sua straordinaria vocazione. Si potrebbe dire che Cristo stesso ha bisogno di questo, vuole aver bisogno di questo ambito umano e quotidiano del suo Corpo mistico, per permettere alle sue chiamate di verificarsi e diventare cammino (cfr. At 9,3-19).
Perché dunque Samuele va aiutato? Perché non ha ancora fatto esperienza di quella realtà che lo interpella. Il testo lo dice esplicitamente: “In realtà Samuele fino ad allora non aveva ancora conosciuto il Signore, né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore” (1Sam 3,7). La saggezza di Eli consiste proprio nell’introdurre Samuele nella verifica esperienziale di una realtà misteriosa, soprannaturale, che si affaccia discretamente nella sua vita. Non appena Eli intuisce che Dio si sta rivolgendo al ragazzo, gli propone subito un metodo elementare di verifica di questo fatto, che non è ancora certo, appunto perché non è verificato: «Eli disse a Samuele: “Vattene a dormire e, se ti chiamerà, dirai: Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta”» (1Sam 3,8-9).
Notiamo che Eli non manda subito il giovane a pregare, non gli chiede di vegliare. Al contrario: lo manda a dormire, lo manda a vivere normalmente quello che un ragazzino fa di notte. Samuele non deve provocare nulla, non deve evocare nulla; deve lasciare a Dio tutta la libertà di iniziativa. Ma gli offre un metodo di verifica, un metodo che corrisponda all’iniziativa che Dio vorrà prendere: “Se ti chiamerà, dirai: Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta” (1Sam 3,9). Non è una formula magica, ma una parola che vuole educare il ragazzo a corrispondere all’iniziativa di Dio, all’iniziativa della chiamata di Dio. La frase che gli insegna, che gli fa memorizzare, con la quale Samuele probabilmente si è addormentato, lo educa a porsi di fronte a Dio nel modo con cui l’uomo può e deve stare di fronte al Signore. Lo educa essenzialmente ad offrire al Dio che parla l’ascolto per cui l’uomo è creato. Eli insegna a Samuele a stare di fronte a Dio con un’apertura che è domanda. Samuele domanda a Dio di parlare e offre a Dio il suo ascolto. Come se dicesse: “Signore, io sono un bisogno di Te, un desiderio di Te vuoto ed aperto!” Nella vocazione, in ogni vocazione, ci sono come due momenti: la chiamata pura e semplice, cioè Dio che pronuncia il nostro nome, in mille modi, magari attraverso dettagli insignificanti, ma attraverso i quali ci si sente chiamati a Lui, il cuore si sente chiamato a Lui. E poi c’è la parola di Dio, quello che Dio ci vuole comunicare. E questo parlare di Dio al chiamato definisce sempre più la sua vocazione, la intrattiene, le dà sostanza, anche quando il nome che Dio pronuncia, e a volte cambia, sintetizza già tutta la vocazione di una persona: “Tu sei Simone, figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa” (Gv 1,42).

Educare all’ascolto

La risposta essenziale alla chiamata di Dio, a Dio che chiama il nostro nome, è una disponibilità all’ascolto, anzi: un domandare che Egli ci parli, che ci dica tutto, tutto quello che vuole dirci, perché è in quel Suo parlarci che la vocazione si realizza, è realizzata in noi e attraverso di noi da Dio stesso. Una vocazione è sempre un’opera di Dio, una creazione di Dio che parla a una persona. E la missione che ogni vocazione comporta, si realizza se chi è chiamato si lascia creare fino in fondo dalla parola di Dio, fino allo scopo che Dio vuole raggiungere. Rispondere “Parla Signore” a Dio che chiama il nostro nome, significa chiedergli espressamente, liberamente, di pronunciare, di esprimere la nostra vita, la nostra persona, secondo il Suo disegno.
Ogni vita è parola creatrice di Dio in atto, ma nel mistero della vocazione, fin dalla vocazione battesimale, l’essere formati dalla parola di Dio deve diventare una realtà cosciente, un dialogo libero, consentito, chiesto e consentito, fra Dio e l’uomo.
Chi acconsente ad una chiamata, ad una vocazione, chiede a Dio di pronunciare apertamente la propria vita, cioè di renderla un annuncio esplicito, un pro-annuncio, stando all’etimologia di “pronunciare”, un annuncio davanti alla persona stessa, alla Chiesa e al mondo, di quello che vuole dire Dio, di quello che Dio vuole esprimere. Consentire ad una chiamata significa in fondo dire come san Paolo: “Non vivo più io, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20), ma con la coscienza giovannea che Cristo è il Verbo di Dio, la Parola che il Padre vuole esprimere nel mondo attraverso il soffio dello Spirito Santo.
Tutto questo è totalmente e paradigmaticamente presente nella vocazione della Vergine Maria, che capisce subito che la sua vocazione si realizza nell’avvenimento in lei e attraverso di lei della Parola di Dio: “Ecco la serva del Signore, avvenga per me secondo la tua parola” (Lc 1,38). E Maria si lascia così abitare dal Verbo di Dio, che ogni sua parola, persino un semplice saluto, diventa annuncio di Lui, anzi: presentarsi di Lui, avvenimento di Lui per chi ascolta: «Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell'adempimento di ciò che il Signore le ha detto!”» (1,40-45) Samuele impara da Eli il metodo per lasciarsi ricreare così dalla parola di Dio che chiede di formarlo secondo un particolare disegno, una particolare missione, che chiede di esprimersi attraverso di lui, attraverso la sua vita. Questo metodo è essenzialmente l’ascolto di Dio, cioè il silenzio che domanda a Dio di parlare.
Questo è un aspetto essenziale nella concezione della vocazione, della vita come vocazione, e un punto cruciale oggi più che mai. Non è possibile educare i giovani alla vita come vocazione senza educare all’ascolto di Dio, senza educare al silenzio che chiede a Dio di parlare. Sono sempre grato al sacerdote che ha seguito i primi passi della mia vocazione per avermi consigliato di pregare come Samuele, di ripetere come lui: “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta!”. Non è stata una formula magica per ricevere risposte immediate, ma un gesto che mi ha educato a stare con semplicità e povertà di fronte alla chiamata che sentivo, e che non era definita, attendendo che fosse Dio a suggerirmi, quando e come avrebbe voluto, la forma che avrebbe preso questa intuizione, questa chiamata. E la risposta, più che in grandi illuminazioni, è stata la vita stessa, il corso che ha preso la mia vita, disegnata dagli avvenimenti, dai lati positivi e negativi del mio temperamento, della mia psicologia; la risposta sono stati gli incontri che ho fatto, le esperienze che mi sono state date, i bisogni delle comunità cristiane in cui mi sono ritrovato, le letture che mi hanno parlato, le intuizioni sopraggiunte nel mio cuore, spesso legate ad una parola della Scrittura, che, opportunamente verificate, hanno accelerato il mio cammino, o hanno provocato svolte inattese.
Il metodo dell’ascolto, il metodo del silenzio che ascolta Dio, non è solo per il consolidamento iniziale della vocazione, ma riguarda la formazione permanente, anzi è il metodo per vivere la vocazione e permetterle di dare frutto, dall’inizio alla fine. Se c’è una maturità che con il passare degli anni dovrebbe approfondirsi nel vivere qualsiasi vocazione, penso sia proprio quella di ascoltare sempre più Dio e sempre meno se stessi.
Più mi ritrovo a dover parlare e a dover esprimermi nella sequela alla missione connessa alla vocazione che Dio mi dà, e più sento vitale il silenzio, e più sento imprescindibile la mendicanza del piccolo Samuele: “Parla, Signore! Parla Tu e fammi tacere, perché ho bisogno di ascoltare Te e di esprimere solo la tua Parola, il tuo Verbo, il Figlio tuo Gesù Cristo!” La grandezza del profeta Samuele è tutta relativa al servizio della presenza di Dio che gli parla, e alla preferenza assoluta che Samuele accorda a questo mistero nella sua vita: “Samuele crebbe e il Signore fu con lui, né lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole. Perciò tutto Israele, da Dan fino a Bersabea, seppe che Samuele era stato costituito profeta del Signore. Il Signore continuò ad apparire a Silo, perché il Signore si rivelava a Samuele a Silo con la sua parola” (1Sam 3,19-21).

La sete distratta

Allora possiamo chiederci, come se lo chiedono tutti coloro che oggi si occupano di vocazioni, ma anche semplicemente di educazione famigliare e di formazione scolastica dei giovani: è possibile oggi rispondere alla chiamata di Dio? Se è necessario l’ascolto, se è necessario il silenzio, se è necessaria una libertà che ascolta e consente, e vive, si alimenta e si esprime ascoltando Dio, ha senso oggi parlare di vocazione, di vocazioni, di vita come vocazione? Vi confesso che non mi pongo queste domande davanti ai giovani che vivono nel mondo, ma soprattutto di fronte a quelli che incontro nei monasteri, che dicono o pensano di aver già fatto la scelta, di aver già risposto alla chiamata, di aver già lasciato tutto per seguire Gesù. Sono già novizi, professi temporanei, o anche solenni, a volte già ordinati sacerdoti.
In certi posti, come l’Africa, sono decine, e in altri, come l’Asia, sono centinaia. Spesso sono ormai già impegnati in studi filosofici e teologici, dopo un rapido noviziato. Ed è come se nessuno avesse ancora insegnato loro a dire: “Parla, Signore, il tuo servo ti ascolta!”. Sono pieni di desiderio, di desiderio di corrispondere alla chiamata che sentono nel cuore, e chiedono con umiltà e urgenza di essere accompagnati in questo cammino. Mi impressiona sempre ascoltare dai più giovani nei nostri monasteri, in tutti i continenti, la domanda di essere aiutati, formati, accompagnati, perché vogliono rispondere, vogliono seguire Cristo con tutto il cuore. Ma è come se nessuno insegnasse loro ad ascoltare Dio, a far silenzio, a mendicare la Sua parola, quella che dica la loro vita, che esprima il disegno di Dio sulla loro vita. Come potranno vivere la vocazione? Che vocazione vivranno? Che missione incarneranno? Purtroppo, la risposta a queste domande è quasi sempre davanti i nostri occhi: giovani già vecchi, già stanchi, già tristi, già delusi, sterili, incapaci di annuncio, incapaci di contagiare gli altri nell’amore di Cristo. Alla sete dell’acqua di sorgente della chiamata di Dio, hanno sostituito il sogno di mete prestabilite, come la Professione solenne, ma soprattutto l’Ordinazione presbiterale, che si rivelano, una volta raggiunte, un miraggio che delude, che delude appunto perché si è anelato ad esse come a una meta, un culmine della vita, e non come ad un inizio, o piuttosto come ad un nuovo inizio nel permettere a Dio di esprimere Se stesso attraverso la nostra vita. E allora si comincia a desiderare l’effimero, a riempire il vuoto con valori mondani: beni materiali, posti di potere, relazioni affettive alternative all’appartenenza a Cristo e alla comunità, il tutto sintetizzato nel computer, nella sacratissima libertà di uso e abuso di Internet, con tutto quanto vi è annesso e connesso.
Come inserire l’ascolto di Dio, l’incontro con un Dio che ci parla, nella vita e nel cuore di questo uomo del 21° secolo, in questo uomo che non è più solo post-moderno, ma postcontemporaneo, perché non è presente al presente in cui vive, ma vive in un oltre o altrove virtuale? A mio modesto parere, l’influsso più determinante della cultura informatica non è nell’immagine, in quello che si vede o si percepisce attraverso di essa, ma nella concezione del tempo. Il tempo non dura più, non deve più durare. Tutto-subito: è l’ideale del rapporto con la realtà della cultura informatica. Ma questo significa che non c’è più attesa, che l’attesa non è più positiva, non è più esperienza umana positiva. Ma senza attesa, non c’è più esperienza del tempo come ambito in cui possa sopraggiungere una novità.
Senza attesa, il tempo non può più albergare il silenzio che attende una parola nuova, cioè la parola di un Altro. La musica è diventata assordante, come i discorsi dei politici che hanno successo, cioè un rumore che distrugge l’ascolto. Il rumore lo si sente, lo si percepisce, non lo si ascolta. Il rumore non dà spazio all’ascolto perché non dà spazio alla libertà. Un rumore si impone, non invita come la parola, la chiamata, la musica che ti richiama e ti mette in attenzione e tensione verso la bellezza.
L’evangelizzazione dell’uomo contemporaneo, e la vocazione è in fondo un’evangelizzazione, un essere raggiunti dal Vangelo e attirati personalmente da esso, l’evangelizzazione dell’uomo contemporaneo deve fare i conti con questo stordimento, e deve trovare il modo di penetrarlo. È ancora possibile che una voce che viene a sussurrare il nostro nome possa essere percepita in mezzo a questo chiasso? È ancora percepibile il bussare di Cristo alla porta di chi desidera incontrare per condividere la cena e la vita? È come se oggi Cristo fosse chiuso Lui nella stanza, e bussi da dentro per richiamare il chiamato che se ne sta fuori in mezzo al traffico della città. Come potrà essere sentito?

Una sordità innocente

Forse dobbiamo cominciare a renderci conto che questo problema, pur se oggi sembra essersi accentuato, non è nuovo. Forse che il Dio di Israele, i patriarchi, Mosè, i profeti, non hanno dovuto fare i conti con un popolo duro di orecchi nell’ascoltare la voce del Signore? E Gesù, non ha forse perso la pazienza di fronte alla sordità di cuore, non solo della folla, degli scribi e dei farisei, ma anche dei suoi stessi discepoli? “Non capite ancora e non comprendete? Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite?” (Mc 8,17-18) Sì, siamo fatti per ascoltare la parola di Dio, ogni uomo è fatto per questo, ha orecchi per questo, come ha occhi per vedere le opere del Signore. Perché allora non si guarda, perché non si ascolta? Forse la risposta è semplice: perché non possiamo, non ne siamo capaci, siamo veramente sordi, siamo veramente ciechi. La sordità alla parola di Dio non è una scelta, soprattutto nei giovani, soprattutto nell’uomo contemporaneo. Lo è in noi, lo è nei discepoli di Gesù, negli apostoli, e per questo Cristo ha ragione di arrabbiarsi con loro, con noi. Ma nei giovani, nell’umanità contemporanea, non si tratta di una sordità responsabile.
Mai come oggi il clima culturale è una condizione subita, non libera, appunto perché i mezzi di penetrazione di questo clima culturale, con il suo rumore, sono capillari e subdoli, e provocano una patologia di sordità di cuore che si potrebbe dire autoimmune.
Che posizione ha Cristo di fronte a tutto questo, a questa condizione della folla? Non è forse la compassione? “Sento compassione per la folla. Ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare. Non voglio rimandarli digiuni, perché non vengano meno lungo il cammino” (Mt 15,32). Se Gesù ha sentito compassione per la mancanza di pane, non la sentirà ancora più intensa per la mancanza di ciò che è più necessario del pane, cioè “di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”? (cfr. Dt 8,3; Mt 4,4) Non è mai fecondo per il Regno di Dio affrontare i problemi del mondo e della Chiesa a partire soltanto da un’analisi fenomenologica e sociologica della situazione. Per questo, non sarebbe stato necessario che il Figlio di Dio venisse nel mondo. Invece è venuto, e ha portato la novità del Suo sguardo, che è uno sguardo eterno che penetra il tempo, la storia, i cuori come nulla e nessuno possono penetrarli.
Con che compassione Cristo guarderebbe oggi la folla, i giovani, che sono a digiuno della Parola che esce dalla bocca di Dio, che sono a digiuno di Lui, della sua presenza, del suo Vangelo! Se si preoccupava che la folla non se ne andasse digiuna di pane, “perché non vengano meno lungo il cammino” (Mt 15,32), non avrebbe forse compassione per il cammino dell’uomo d’oggi che vive la sua vita digiuno della parola di Dio, della presenza di Dio, e non solo da tre giorni, ma da sempre? In ogni epoca della storia, sempre Dio ha mandato profeti e santi capaci di incarnare lo sguardo di Cristo sulla folla perduta senza pastore. Anche la nostra epoca è ricchissima di questi sguardi di compassione, trasparenti allo sguardo di Cristo sul mondo. Basterebbe pensare ai Papi.

Ripartire dall’Effatà di Cristo

Ma se Cristo sente certamente compassione della sordità e cecità del mondo umano di oggi, forse che non vuole o non può gridare il suo “Effatà” su questo mondo, su questi giovani? Benedetto XVI commentava il vangelo della guarigione del sordomuto, in Marco 7,31-37, dicendo che la parola “effatà” “nel suo senso profondo – riassume tutto il messaggio e tutta l’opera di Cristo”. E aggiungeva: «Tutti sappiamo che la chiusura dell’uomo, il suo isolamento, non dipende solo dagli organi di senso. C’è una chiusura interiore, che riguarda il nucleo profondo della persona, quello che la Bibbia chiama il “cuore”. È questo che Gesù è venuto ad “aprire”, a liberare, per renderci capaci di vivere pienamente la relazione con Dio e con gli altri. Ecco perché dicevo – continua Papa Benedetto – che questa piccola parola, “effatà – apriti”, riassume in sé tutta la missione di Cristo. Egli si è fatto uomo perché l’uomo, reso interiormente sordo e muto dal peccato, diventi capace di ascoltare la voce di Dio, la voce dell’Amore che parla al suo cuore, e così impari a parlare a sua volta il linguaggio dell’amore, a comunicare con Dio e con gli altri.” (Angelus, 9 settembre 2012) Ma allora il problema dov’è? Se Cristo guarda il mondo d’oggi con compassione per la Parola di vita eterna che non riceve, e se solo Lui può e vuole aprire con il suo “Effatà” il cuore di ogni uomo; se questo è l’essenziale della sua missione, e quindi della missione della Chiesa, capiamo che il vero problema, la vera chiusura è in noi, in chi per una ragione o un’altra, senz’altro per grazia non meritata, conosce la parola di Dio, conosce lo sguardo di Cristo, è già stato aperto da un “Effatà” battesimale rivolto a lui personalmente. Il problema non è il mondo, non sono i giovani, non è Internet, o chissà cos’altro: il problema è la nostra fede, la nostra mancanza di fede che impedisce alla nostra vita di incarnare e trasmettere al mondo questa parola che Gesù esprime in un sospiro, in un’espirazione profonda fino al cuore della Trinità.
Nell’episodio della guarigione del sordomuto, dell’uomo chiuso alla relazione, chiuso all’ascolto e alla parola, chiuso alla comunione con Dio e con gli altri, è come se il gesto di guarigione di Gesù convocasse tutta la Trinità: «Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: “Effatà”, cioè: “Apriti!”» (Mc 7,33-34).
Tutto allude alla presenza incarnata del Verbo, al suo affidamento orante al Padre dei Cieli, e al soffio dello Spirito Santo. L’amore trinitario viene come a concentrarsi nell’Effatà di Cristo che restituisce l’uomo alla sua natura e vocazione di immagine di Dio, nell’ascolto e nella parola che permettono la relazione di amore reciproco.
La fede ci permette di aderire a Cristo, di immedesimarci con Lui, proprio nella sua missione di Mediatore fra la Trinità e l’uomo voluto e creato per rispecchiarne la Comunione, vivendo nella comunità cristiana, nella Chiesa, come membro vivente e armonioso del Corpo di Cristo.
La grande urgenza della Chiesa, la grande urgenza dei cristiani, è di aderire a questo Cristo teso, come sulla Croce, fra l’amore del Padre e la miseria dell’uomo. Prima di chiederci che tecniche o che tattiche adottare per risvegliare e educare i giovani alla vocazione cristiana, battesimale, in tutte le forme che essa può prendere, l’urgenza di fede e di carità è di immedesimarci realmente, non formalmente, al Cristo di questo vangelo, che è il Cristo di tutto il Vangelo.
Possiamo chiederci: di fronte all’uomo d’oggi, ai giovani d’oggi, al mondo contemporaneo, aderiamo a Cristo che tocca l’uomo nella sua capacità bloccata di relazione, cioè: gli facciamo compagnia? Stiamo con lui da vicino, gli siamo prossimi fino a toccarlo, fino a sentire “dell’odore delle pecore”, secondo la famosa espressione di Papa Francesco? Ma anche: di fronte all’uomo chiuso su di sé, leviamo lo sguardo del cuore, della preghiera, della fede al Padre buono e misericordioso, pieni di mendicanza filiale, fiduciosa che Lui ci ascolta sempre, ci esaudisce sempre, anche se gli chiedessimo la risurrezione di un morto (cfr. Gv 11,41-44)? E da questa preghiera, da questa fiducia nel Padre, attingiamo quel “soffio”, quel gemito dello Spirito che unito alla parola di Gesù ha il potere divino di aprire il cuore, la mente, la vita di ogni uomo all’amicizia con Dio e con tutti? Mi sembra che evitando queste domande, rischiamo di porci sempre il problema della missione della Chiesa e della pastorale delle vocazioni con una mentalità mondana, che non c’entra con l’avvenimento di Cristo. Certo, tutto va usato, tutto può essere strumento utile ed efficace, ma se manca il cuore trinitario e cristocentrico del nostro affronto della condizione umana, nostra e altrui, tutti gli strumenti risulteranno vani, perché il nocciolo della questione non è solo di far meglio, o di correggere quello che non va bene, ma di risuscitare una vita, di ravvivare un carisma, una grazia divina. È questo può farlo solo Dio, e la fede che ci rende strumenti di Lui.

Carissimi, affidiamo unanimi nella preghiera i nostri cuori al dono senza misura dello Spirito Santo perché al di là delle nostre fragilità e nelle prove che attraversiamo non venga a mancarci la speranza di poter sempre vivere la nostra vocazione con fede e nella carità! In profonda comunione nel Cenacolo della Pentecoste.

* Abate Generale OCist

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