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L'annuncio

si fa in uscita

Ascensione del Signore - Anno B

papa Francesco

a cura di Gianfranco Venturi

Ascensione della Robbia
Andrea e Luca Della Robbia, Ascensione di Gesù (1480 c.), La Verna 

16,15-20 L’annuncio del vangelo è sempre in cammino [1] 

La missione che Gesù affida è di uscire
Nelle parole di Marco alla fine del Vangelo (16,15-20) proposte dalla liturgia odierna, c’è la missione che Gesù dà ai discepoli: la missione di annunciare il Vangelo, di proclamare il Vangelo. E la prima cosa che chiede Gesù è di andare, non rimanere in Gerusalemme: «Andate in tutto il mondo, proclamate il Vangelo a ogni creatura». È un invito a uscire, andare.
Del resto, il Vangelo è proclamato sempre in cammino: mai seduti, sempre in cammino, sempre. Uscire, dunque, per andare dove Gesù non è conosciuto o dove Gesù è perseguitato o dove Gesù è sfigurato, per proclamare il vero Vangelo. E come abbiamo sentito nel cantico dell’alleluia, noi annunciamo Cristo crocifisso, potenza di Dio e sapienza di Dio. Proprio questo è il Cristo che Gesù ci manda ad annunciare.
Così i cristiani sono chiamati a uscire per annunciare, e anche in questa uscita va la vita, si gioca la vita del predicatore: non è al sicuro, non ci sono assicurazioni sulla vita per i predicatori. Tanto che se un predicatore cerca un’assicurazione sulla vita, non è un vero predicatore del Vangelo: non esce, rimane, sicuro.
Andate, uscite. Perché il Vangelo, l’annuncio di Gesù Cristo, si fa in uscita, sempre; in cammino, sempre. E sia in cammino fisico, sia in cammino spirituale, sia in cammino della sofferenza: pensiamo all’annuncio del Vangelo che fanno tanti malati - tanti malati! - che offrono i dolori per la Chiesa, per i cristiani. Sono persone che sempre escono da se stesse.  

Lo stile dell’annuncio:

1. Cammino di umiltà…
Ma com’è lo stile di questo annuncio? San Pietro, che è stato proprio il maestro di Marco, è tanto chiaro nella descrizione di questo stile: come si annuncia il Vangelo? Ecco la sua risposta, riproposta nella prima lettura (1Pt 5,5-14): «Carissimi, rivestitevi tutti di umiltà gli uni verso gli altri». Sì, il Vangelo va annunciato in umiltà, perché il Figlio di Dio si è umiliato, si è annientato: lo stile di Dio è questo, non ce n’è un altro. E l’annuncio del Vangelo non è un carnevale, una festa che è una cosa bellissima, ma questo non è l’annuncio del Vangelo. Ci vuole l’umiltà: il Vangelo non può essere annunciato con il potere umano, non può essere annunciato con lo spirito di arrampicare e andare su, no! Questo non è il Vangelo!.
“Umiltà” anzitutto, come raccomanda vivamente Pietro nella sua prima lettera: «Rivestitevi tutti di umiltà gli uni verso gli altri». E subito spiega la ragione di questo stile: «Perché Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili». E per annunciare il Vangelo ci vuole la grazia di Dio, e per ricevere questa grazia è necessaria l’umiltà: lo stile dell’annuncio è questa proposta. E Pietro aggiunge anche queste parole: «Umiliatevi sotto la potente mano di Dio, riversando su di Lui ogni preoccupazione». 

… perché è un annuncio di gloria tramite l’umiliazione
L’umiltà è necessaria proprio perché noi portiamo avanti un annuncio di umiliazione, di gloria ma tramite l’umiliazione. E l’annuncio del Vangelo subisce la tentazione: la tentazione del potere, la tentazione della superbia, la tentazione delle mondanità, di tante mondanità che ci sono e ci portano a predicare o a recitare». Sì, perché non è predica un Vangelo innacquato, senza forza, un Vangelo senza Cristo crocifisso e risorto. Proprio per questo Pietro dice di vigilare: «Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede, sapendo che le medesime sofferenze sono imposte ai vostri fratelli sparsi per il mondo». 

2. Cammino nella tentazione
L’annuncio del Vangelo, se è vero, subisce la tentazione. Se un cristiano che dice di annunciare il Vangelo, con la parola o con la testimonianza, mai è tentato, può star tranquillo che il diavolo non se ne preoccupa e quando il diavolo non si preoccupa è perché non gli facciamo problema, perché stiamo predicando una cosa che non serve. Ecco perché nella vera predicazione c’è sempre qualcosa di tentazione e anche di persecuzione. 

3. Cammino di speranza
Insomma, stile di umiltà, cammino - perché si va fuori - cammino di tentazione, ma la speranza non deve venire mai meno. Scrive infatti Pietro: «Il Dio di ogni grazia, il quale vi ha chiamati alla sua gloria eterna in Cristo Gesù, egli stesso, dopo che avrete un poco sofferto, vi ristabilirà». E, ha aggiunto il Papa, «sarà proprio il Signore a riprenderci, a dare la forza, perché questo è quello che Gesù ha promesso quando ha inviato gli apostoli». Come riporta Marco nel passo evangelico odierno: «Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che l’accompagnavano». Sì, ha affermato Francesco, «sarà il Signore a confortarci, a darci la forza per andare avanti, perché Lui agisce con noi se noi siamo fedeli all’annuncio del Vangelo, sei noi usciamo da noi stessi per predicare Cristo crocifisso, scandalo e pazzia, e se noi facciamo questo con uno stile di umiltà, di vera umiltà». 

16,15ss. «Andate e insegnate» [2] 

Dal ricordo del primo incontro alla missione
Nel momento della partenza di Gesù, alcuni discepoli ancora dubitavano. Dubitavano su cosa sarebbe loro accaduto. Dubitavano di loro stessi. Dubitavano della consistenza del loro cuore.
Ma tutti, al momento del commiato, tutti, proprio tutti, si ricordarono della prima volta che egli parlò loro.
Quel primo incontro con Gesù Cristo era nel loro cuore, e da quell’eco del primo incontro ricevono la missione: andare e insegnare. Si potrebbe tradurre: andate e incontratevi tutti i giorni con ciascuno di quelli che sono vicino a voi, con ciascuno di coloro che vi hanno affidato. 

L’incontro è l’inizio di una storia
Il padre Juan diceva che ogni giorno, ogni mattina, quando un insegnante incontra un suo alunno, inizia una storia. Oggi, a voi [catechisti], nel darvi in nome di Gesù la missione di trovare quotidianamente nella persona dei suoi alunni e alunne una persona che spera, un cuore che vuole essere amato e imparare ad amare, una vita che vuole sperare; oggi, dandovi questa missione, vi chiedo di non dimenticare il primo incontro. Del primo incontro con il docente. Ancora oggi continuo a far visita alla mia maestra delle elementari, che ha novantuno anni.
In ogni incontro con un ragazzo e una ragazza si gioca una storia.
Voi, che vi siete trovati con Gesù Cristo, che avete ricevuto questa effusione di grazia da Gesù Cristo, nell’avvicinarvi a ognuno dei vostri ragazzi o ragazze non gli vendete nulla, perché non siete “venditori dell’educazione”, siete trasmettitori di vita, di una vita vissuta. Pertanto, l’insegnante insegna dal cuore, l’insegnante non commercia. 

Mettere sulla “griglia” della vita la “carne” della memoria
L’intera comunità educativa deve mettere sulla “griglia” della vita la “carne” della sua memoria, la “carne” della propria vita, con i suoi successi e insuccessi, le sue grazie e i peccati; ma c’è sempre quel primo incontro con Gesù Cristo. Quello sguardo in cui siamo stati creati, formati. Quello sguardo che diventa missione ogni mattina per poter guardare con gli stessi occhi di lui ogni ragazzo e ragazza che mi si avvicinano.
L’insegnamento, l’educazione, il far crescere, sebbene sia lavoro, trascende i modelli di lavoro puramente remunerativi. E va oltre. Prendere la vita e portarla per mano è ascoltare le preoccupazioni di questa vita e non imporle, ma con la mano proporle il cammino. E questo si fa solo dal cuore.
Se una comunità educativa, insegnanti, amministratori, l’intero personale della scuola non mette là il cuore, vedremo fallire l’obiettivo di trasmettere una memoria, di trasmettere uno sguardo di speranza, di trasmettere ciò che è un futuro.
I ragazzi e le ragazze si ricorderanno di voi quando la vita li scuoterà. In tempi di crisi, in cui tutto sembra ci si rivolti contro, perdiamo l’orientamento, la bussola impazzisce. Se vi avvicinate con lo sguardo di padri e di madri, con sguardo di fratelli e di sorelle, metterete nel loro cuoricino, in quel cuore adolescente o in quel cuore giovane, il calore che viene da un cuore maturo per la memoria, la lotta, l’imperfezione, la Grazia, il peccato; quel ragazzo o quella ragazza che oggi sono accanto a voi, quando si vedranno scossi dalle crisi, non perderanno il nord. Soffriranno, perché per quello nessuno è esente, ma la bussola non impazzirà e saprà dove si trova il nord. 

Uomini e donne dell’incontro, della memoria, della speranza
Voi siete uomini e donne dell’incontro; promotori dell’incontro con se stessi in ciascuno dei vostri ragazzi e ragazze.
Voi siete uomini e donne della memoria e del ricordo, insegnate loro a ricordare gli sguardi di tenerezza che li hanno costruiti. Insegnate loro a scoprire lo sguardo di Gesù Cristo.
Siete uomini e donne di speranza, perché state scommettendo su qualcosa che trascende. Chiedo alla Vergine che in questa scommessa usciate vincitori, perché vinciamo tutti. Così sia. 

16,15 Il cristiano è discepolo per camminare [3] 

Non si può pensare a un cristiano fermo: un cristiano che rimane fermo è ammalato, nella sua identità cristiana, ha qualche malattia in quella identità. Il cristiano è discepolo per camminare, per andare. Ma il Signore questo anche - alla fine come recita il Salmo, il congedo del Signore - alla fine [dice]: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo». Andate. Camminate. Ecco: [un] atteggiamento dell’identità cristiana è camminare, e camminare anche se ci sono difficoltà, andare oltre le difficoltà. [...]
Il cristiano deve rimanere sempre agnello [...] è un agnello, e deve conservare questa identità. [...] Come agnelli... Non diventare lupi... Perché, a volte, la tentazione ci fa pensare: “Ma questo è difficile, questi lupi sono furbi e io sarò anche più furbo di loro”. Agnello. Non scemo, ma agnello. Agnello. Con l’astuzia cristiana, ma agnello sempre. Perché se tu sei agnello, Lui ti difende. Ma se tu ti senti forte come il lupo, Lui non ti difende, ti lascia solo, e i lupi ti mangeranno crudo. [...]
Non si può camminare in cristiano senza gioia, non si può camminare come agnello senza gioia [...].
Non fanno un favore al Signore né alla Chiesa quei cristiani che hanno un tempo di adagio-lamentoso, che vivono sempre così, lamentandosi, di tutto, tristi… Questo non è lo stile del discepolo. Sant’Agostino dice ai cristiani: “Vai, vai avanti, canta e cammina!”. Con la gioia: è quello lo stile del cristiano. Annunciare il Vangelo con gioia. E il Signore fa tutto. Invece, la troppa tristezza, questa troppa tristezza, anche l’amarezza ci porta a vivere un cosiddetto cristianesimo senza Cristo: la croce svuota i cristiani che sono davanti al sepolcro piangendo, come la Maddalena, ma senza la gioia di aver trovato il Risorto. 

16,15.20 Rinnovare la fiducia nella predicazione (EG 136)

Rinnoviamo la nostra fiducia nella predicazione, che si fonda sulla convinzione che è Dio che desidera raggiungere gli altri attraverso il predicatore e che egli dispiega il suo potere mediante la parola umana. San Paolo parla con forza della necessità di predicare, perché il Signore ha voluto raggiungere gli altri anche con la nostra parola (cfr. Rm 10,14-17). Con la parola nostro Signore ha conquistato il cuore della gente. Venivano ad ascoltarlo da ogni parte (cfr. Mc 1,45). Restavano meravigliati “bevendo” i suoi insegnamenti (cfr. Mc 6,2). Sentivano che parlava loro come chi ha autorità (cfr. Mc 1,27). Con la parola gli apostoli, che aveva istituito «perché stessero con lui e per mandarli a predicare» (Mc 3,14), attrassero in seno alla Chiesa tutti i popoli (cfr. Mc 16,15.20).

16,15-16 Professo un solo battesimo per la remissione dei peccati 

Il battesimo è la “porta” della fede e della vita cristiana. Gesù risorto lasciò agli apostoli questa consegna: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato» (Mc 16,15-16). La missione della Chiesa è evangelizzare e rimettere i peccati attraverso il sacramento battesimale. [Nel Credo noi diciamo]: «Professo; un solo battesimo; per la remissione dei peccati».
Professo un solo battesimo
Professo. È un termine solenne che indica la grande importanza dell’oggetto, cioè del battesimo. In effetti, pronunciando queste parole noi affermiamo la nostra vera identità di figli di Dio. Il battesimo è in un certo senso la carta d’identità del cristiano, il suo atto di nascita, e l’atto di nascita alla Chiesa […].
Un solo battesimo Questa espressione richiama quella di san Paolo: «Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo» (Ef 4,5). La parola “battesimo” significa letteralmente “immersione”, e infatti questo Sacramento costituisce una vera immersione spirituale nella morte di Cristo, dalla quale si risorge con lui come nuove creature (cfr. Rm 6,4). Si tratta di un lavacro di rigenerazione e di illuminazione. Rigenerazione perché attua quella nascita dall’acqua e dallo Spirito senza la quale nessuno può entrare nel regno dei cieli (cfr. Gv 3,5). Illuminazione perché, attraverso il battesimo, la persona umana viene ricolmata della grazia di Cristo, «luce vera che illumina ogni uomo» (Gv 1,9) e scaccia le tenebre del peccato. Per questo, nella cerimonia del battesimo, ai genitori si dà una candela accesa, per significare questa illuminazione; il battesimo ci illumina da dentro con la luce di Gesù. In forza di questo dono il battezzato è chiamato a diventare egli stesso “luce” – la luce della fede che ha ricevuto – per i fratelli, specialmente per quelli che sono nelle tenebre e non intravedono spiragli di chiarore all’orizzonte della loro vita.
Possiamo domandarci: il battesimo, per me, è un fatto del passato, isolato in una data, quella che oggi voi cercherete, o una realtà viva, che riguarda il mio presente, in ogni momento? Ti senti forte, con la forza che ti dà Cristo con la sua morte e la sua risurrezione? O ti senti abbattuto, senza forza? Il battesimo dà forza e dà luce. Ti senti illuminato, con quella luce che viene da Cristo? Sei uomo e donna di luce? O sei una persona oscura, senza la luce di Gesù? Bisogna prendere la grazia del battesimo, che è un regalo, e diventare luce per tutti! 

Per la remissione dei peccati 

Nel sacramento del battesimo sono rimessi tutti i peccati, il peccato originale e tutti i peccati personali, come pure tutte le pene del peccato. Con il battesimo si apre la porta ad una effettiva novità di vita che non è oppressa dal peso di un passato negativo, ma risente già della bellezza e della bontà del regno dei Cieli. Si tratta di un intervento potente della misericordia di Dio nella nostra vita, per salvarci. Questo intervento salvifico non toglie alla nostra natura umana la sua debolezza – tutti siamo deboli e tutti siamo peccatori –; e non ci toglie la responsabilità di chiedere perdono ogni volta che sbagliamo! Io non mi posso battezzare più volte, ma posso confessarmi e rinnovare così la grazia del battesimo. È come se io facessi un secondo battesimo. Il Signore Gesù è tanto buono e mai si stanca di perdonarci. Anche quando la porta che il Battesimo ci ha aperto per entrare nella Chiesa si chiude un po’, a causa delle nostre debolezze e per i nostri peccati, la Confessione la riapre, proprio perché è come un secondo Battesimo che ci perdona tutto e ci illumina per andare avanti con la luce del Signore. Andiamo avanti così, gioiosi, perché la vita va vissuta con la gioia di Gesù Cristo; e questa è una grazia del Signore. 

16,18 La creatività apostolica [5] 

La lotta quotidiana per il Regno deve portarci a respingere la desolazione (cfr. ES 313) e a farci abituare a vivere discretamente nella pace che è frutto dei doni del Signore, poiché è da questa pace e da questa consolazione (dell’anima quieta e pacificata) che nasce la creatività apostolica, il più fecondo criterio di azione.
Al contrario, è proprio del “cattivo spirito” temere la gioia che porta con sé la visita del Signore. È un pudore nocivo, direi quasi insolente, che finisce per torturarci nella sterilità.
Ma anche ingolosirsi della consolazione è male, un atteggiamento successivo alla consolazione vera, che può nascere «sia per il proprio modo di ragionare… sia sotto l’effetto del cattivo spirito» (cfr. ES 336). Allo stesso modo, è male non accettare la consolazione e la pace del Signore (cfr. Mt 28,17; Mc 16,18; Lc 24,11.25.41; Gv 20,25 e 27).

NOTE
[1] Meditazione, 25 aprile 2017.
[2] Celebrazione giubilare degli insegnanti, 13 settembre, Anno santo giubilare 2000, in Andate e insegnate, J.M. BERGOGLIO, Missione (= Le parole di papa Francesco, 11), Corriere della Sera, Milano 2015, 160-164.
[3] PAPA FRANCESCO – J.M. BERGOGLIO, La misericordia è una carezza. Vivere il giubileo nella realtà di ogni giorno, a cura di Antonio Spadaro, Rizzoli, Milano 2015,77-108.
[4] Udienza, 13 novembre 2013.
[5] Criteri di azione apostolica, Boletin de Espiritualidad de la Compania de Jesus, gennaio 1980, in PAPA FRANCESCO – J.M. BERGOGLIO, Pastorale sociale, Jaca Book – Comunità Sant’Egidio, Milano - Roma 2015, 43-66. 

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