Ventenni, consumisti generosi

Inserito in NPG annata 1991.

 

(NPG 1991-07-53)


I ventenni di oggi, figli di padri e madri che formarono la Generazione del Sessantotto, rappresentano a loro volta una nuova generazione, interprete di un cambiamento culturale altrettanto profondo? Una generazione portatrice di valori che si contrappongono sia all'enfasi ideologica della cultura sessantottina sia al cosiddetto riflusso degli Anni Ottanta? Una nuova generazione, in senso storico, che per il suo stile di vita potremmo definire romantica? L'interrogativo è formulato da una sociologa torinese,
Loredana Sciolla, che si è specializzata nello studio dei comportamenti giovanili. Attualmente insegna all'Università di Firenze.

Domanda. La generazione di giovani che si affaccia sull'Italia degli Anni Novanta è difficile da identificare. Essa ci appare sotto immagini molto diverse: da un lato il disimpegno politico, dall'altro le manifestazioni per la pace: il benessere, il consumismo e le battaglie ecologiche. Lo scenario stesso in cui questi giovani entrano è molto mutato: vedono la fine della guerra vera. Dunque che cosa si può dire con certezza sul carattere di questi ventenni?
Risposta. L'unica cosa certa, confermata da tutte le ricerche, è l'assenza di ideologia. L'abbandono di quello che noi sociologi chiamiamo l'asse destra-sinistra. Questa è una generazione lontana dalla politica. Anche quando partecipano a manifestazioni ecologiche o pacifiste, i giovani di oggi non pensano di svolgere un'attività politica. La generazione passata, dei fratelli maggiori, aveva ancora l'esigenza di definire politico l'impegno, anzi allargava il concetto di politica anche ad ambiti che politici non erano. Avevamo un'inflazione della politica. Oggi abbiamo la deflazione.

D. Quindi si conferma l'idea del riflusso...
R. Nient'affatto. Se con questa parola vogliamo dire che la militanza si è ridotta, allora d'accordo. Se invece ci riferiamo al ritorno al privato, allora non è vero. Non registriamo uno scivolamento dalla mobilitazione al privato. Siamo di fronte a un impegno pubblico che però non si caratterizza né ideologicamente né politicamente. I ventenni di oggi hanno un livello di impegno pubblico - manifestazioni, cortei, assemblee, comitati - forse superiore non solo a quelle dei fratelli maggiori ma anche a quello delle madri e dei padri, cioè della generazione del movimento studentesco. Ma noi siamo abituati a dare alle manifestazioni giovanili un colore o una ideologia. Queste non ce l'hanno. Questi giovani non hanno bandiera. Alla domanda se quello che stanno facendo è in rapporto con la politica, rispondono di no.

D. Ma quanto è estesa, nella popolazione giovanile, la partecipazione a quello che lei chiama impegno pubblico?
R. L'area dell'impegno arriva intorno al quaranta per cento, secondo tutte le ricerche disponibili. Se si considerano i
giovani che hanno preso parte anche a una sola iniziativa, allora si supera il sessanta per cento.

D. Che cosa spinge i giovani all'impegno pubblico, se sono cadute le motivazioni ideologiche e politiche?
R. I temi del loro impegno, la pace, la natura, la tolleranza, definiscono una nuova sensibilità civile. Ciò che li accomuna è essere contro i risultati più paralizzanti della modernità. Essi esprimono una forte critica per gli aspetti più inaridenti della modernità: l'inquinamento o le armi. Sono temi e posizioni universali. La partecipazione ha un carattere ideale. Forse li spinge il tentativo di formulare una concezione etica.

D. Quale altro carattere distingue questa generazione?
R. La forza dell'associazionismo. Il tessuto associativo è molto esteso: in Italia il 51.8 per cento dei giovani fa parte di almeno una associazione. L'associazionismo è una rete solidaristica che ha una importanza fondamentale nella formazione dell'identità di questi giovani. Si tratti di attività di volontariato o di gruppi sportivi. Proprio quando si parlava del riflusso, si stavano creando le premesse per una vera fioritura di associazioni. Il solo volontariato interessa il dieci per cento dei giovani.

D. Ma l'associazionismo è spesso strumentale, serve per praticare delle attività, come nel caso dei gruppi sportivi...
R. La motivazione costante, tuttavia, è la solidarietà. Se domandiamo ai giovani, come è stato fatto nelle ricerche, per quali ragioni facciamo parte di un'associazione o di un gruppo, la maggioranza risponde che la ragione è la solidarietà. Fare le cose che piacciono è solo al secondo posto. Al terzo la convinzione di agire per un ideale, al quarto quella di agire per il prossimo. E solo il 4.2 per cento risponde che la ragione per cui si aderisce a un gruppo è la convinzione di poter cambiare la società.

D. L'associazionismo è in rapporto con il gruppo di amici?
R. L'83 per cento dei giovani in Italia dichiara di fare riferimento a un gruppo di amici fisso. Ma l'associazionismo e le amicizie sono due reti separate.

D. Le ragazze quale ruolo giocano?
R. A partire dalla fine degli Anni Settanta, il mondo giovanile registra una eclissi del tradizionalismo femminile. Nella popolazione studentesca si assiste addirittura a un rovesciamento di segni: le studentesse sono molto più libere e aperte rispetto ai maschi. Oggi le ragazze sono quelle che più esprimono sul piano culturale e politico gli orientamenti delle loro madri; però sono anche quelle che hanno meno bisogno di riconoscersi in un'identità collettiva. Certi aspetti di parità tra i sessi sono considerati dei dati di fatto, non più elementi di riconoscimento simbolico.

D. Perché lei ha scritto che la generazione attuale può essere definita neoromantica?
R. Bocca e Alberoni, ai tempi della «Pantera», hanno scritto che questa generazione rappresenta la vecchia borghesia statale, un po' retriva. Se pensiamo al rifiuto dell'autonomia universitaria, qualcosa di vero può esserci. Ma se pensiamo all'importanza che i giovani attribuiscono alla auto-realizzazione, alla solidarietà, al rifiuto degli aspetti distruttivi della modernizzazione, allora forse c'è dell'altro. Di sicuro questi giovani sono più ingenui dei padri e delle madri, i quali avevano una precisa conoscenza dei rapporti con il potere. I giovani di oggi invece affermano il diritto alla pace o la difesa della natura senza preoccuparsi delle questioni politiche: li affermano come grandi valori, universali e irrinunciabili. Sono pragmatici nella vita personale, ma sono ideali nell'impegno pubblico. Non si battono per obiettivi
di piccolo raggio, ma ripropongono i princìpi di un'etica ideale. In un momento in cui la vita non ne offre. Dobbiamo abituarci a queste commistioni, spesso contraddittorie: il pragmatismo e l'idealismo, la solidarietà del piccolo gruppo e l'universalismo dell'impegno pubblico. In tutto questo si può cogliere un'eredità romantica.

D. Però sono meno ribelli...
R. È vero. Per esempio tutte le ricerche dicono che in famiglia si trovano talmente bene che non se ne vogliono andare. Anche quando trovano lavoro, restano in casa. Se ne vanno solo quando si sposano.

D. Perché?
R. Perché la famiglia oggi ti dà tutto senza chiedere nulla. È una rivoluzione. I figli possono uscire, fare quello che vogliono, tenersi i soldi che guadagnano. Al Sud c'è ancora un controllo familiare sulle ragazze, ma al Nord, soprattutto nei ceti medi, non c'è differenza tra ragazzi e ragazze. La famiglia non è più un luogo conflittuale. Ricordiamoci che si è accertato un rapporto stretto tra conflitto in famiglia e politicizzazione dei giovani. I più politicizzati sono spesso quelli che percepiscono come conflittuale la vita in famiglia.

D. Non finiscono con l'avvicinarsi ai bravi ragazzi degli Anni Cinquanta? La generazione delle tre M: macchina, moglie, mestiere?
R. Il legame è nel pragmatismo, il loro atteggiamento è molto pragmatico: possono definirsi più maturi, più ragionevoli, in un certo senso più vecchi. Meno radicali rispetto alle generazioni degli Anni Settanta. È vero che danno importanza al lavoro, al reddito, alla carriera. Se ci fermassimo qui, ecco i bravi ragazzi delle tre M, che vanno in discoteca. Una gioventù fredda, disincantata, che si preoccupa di diventare adulta. Ma come abbiamo visto, ci sono gli altri aspetti, l'etica ideale, i princìpi umanitari, per cui queste cose sembrano più degli stereotipi.

D. Ma siamo di fronte a una nuova generazione, una generazione non solo biologica ma anche storica, come per esempio quella dei sessantottini?
R. Dovremo seguire questa generazione nel corso degli anni. In genere accade che, invecchiando, i giovani cambino i loro comportamenti per il semplice fatto che entrano in una nuova fase della vita. La generazione del Sessantotto, invece, ha manifestato una tendenza diversa: quei giovani, anche diventando più vecchi, hanno continuato a mantenere certi loro caratteri, come la passione per l'informazione politica e per il linguaggio politico. Per questo si può dire che la loro sia una generazione storica. In cui certe caratteristiche si sono espresse in un riconoscimento collettivo. Infatti diciamo «quelli del Sessantotto».
I ventenni di oggi possono rappresentare, per la prima volta, una frattura analoga.
Ci sono diversi indizi per affermarlo. È la prima generazione priva di una memoria storica, dopo il Sessantotto.
La prima a non essere vittima di delusione sul piano pubblico. È unita da una forte rete di solidarietà. Stiamo parlando di una nuova identità generazionale? Per ora possiamo soltanto formulare l'interrogativo.

(Alberto Papuzzi, La Stampa, 19 marzo 1991)