La funzione della

comunità ecclesiale

Vincenzo Savio

(NPG 2000-01-36)


Nella pastorale non c’è pietra filosofale

Inutile negarlo o minimizzarlo: nella attività pastorale c’è una gran voglia di assestamento. Nella pastorale giovanile in particolare.
Non è che gli operatori della pastorale, penso soprattutto ai preti, abbiano proprio tirato i remi in barca e si lascino decidere dallo sciabordìo delle onde. Tanti di loro sono coraggiosamente e felicemente presenti nell’evolversi delle situazioni. Ma, certamente, molti sarebbero disposti a pagare bene chiunque sapesse loro offrire la «pietra filosofale» capace di garantire risultati sufficienti alle tante idealità inseguite e ai numerosi progetti vanamente proposti per agganciare il mondo dei giovani.
Oggi c’è più convinzione che non qualche tempo fa a capire che il ruolo giocato dai giovani, nella chiesa e nella società, non è secondario. Questo lo si può riscontrare anche in aree che tradizionalmente avevano scommesso poco su questa fascia della vita o che ritenevano che questo universo fosse di spettanza solo di figure particolarmente dotate di carisma. Ora si è capaci di sostenere che deve essere tutta la comunità ad assumere la responsabilità di metterlo al centro della loro attenzione.
Ma nel grande mare della comunità umana la velocità di approccio degli operatori di pastorale è sempre di qualche misura al di sotto della velocità di contrazione e di trasferimento che questo mastodontico ciliato, che è l’universo giovanile, guadagna.
Si soffre, in particolare, la sensazione che le coordinate che definiscono lo status del giovane siano come le sciabolate di luce psichedelica, capaci di presentarti, frantumati con veemenza, il volto e i corpi di quelli che ballano, senza mai permetterti di assestarti su una identità precisa e di coglierla in una precisa dimensione spaziale. Senti un mondo presente che pulsa vita ma non ne cogli che velocissime sensazioni, sempre diverse.
Per cui quando ti muovi negli spazi da loro abitati ti accorgi che ti muovi con misure e frequenze troppo basse, che non corrispondono alla velocità di attrazione di un fantastico centro gravitazionale che non riesci a situare.

Oggi occorrono nuove chiavi di accesso

Eppure a noi che stiamo nell’impegno pastorale sarebbe già importante anche capire almeno le diverse tipologie aggregative così nuove e così atipiche rispetto allo standard tradizionale (il primato della notte, l’aggregazione informale e antiistituzionale, la musica, il ballo, ricerca religiosa, internet e la strada, lo sport e la droga, la cultura e la difesa della natura, il muretto...); basterebbe essere capaci di coglierne, dove ci sono, le ragioni che sostengono l’appartenenza; cosa determina il tempo di abitazione in essa e il tratto percorso per lasciare un’icona di riferimento e installarsi nell’altra.
Ma gli schemi, i vettori di movimento non sembrano appartenere più alla geometria razionale che ha fatto da interpretazione del nostro mondo.Le chiavi di accesso non sono più prodotte nei tradizionali negozi di ferramenta.
Se ha fortemente abitato la nostra fantasia adolescenziale, sono, però, i giovani di oggi ad essere più prossimi ad interpretare Peter-Pan, velocissimo lungo le sue traiettorie, imprendibile per le cariche energetiche che lo sostengono e obbediente a leggi gravitazionali o a formule di densità mai fino ad ora sperimentate.

Debiti pregressi

Tutto questo sta mettendo a dura prova la nostra speranza e genera stanchezza.Dio non voglia, ma purtroppo lo temo, che ci sia di peggio: un senso di sconfitta a fronte di una realtà che costringe a cercare più a fondo le vere ragioni di una scommessa che fa sperare contro ogni apparenza di non-speranza. Vorrei tentare di scandagliare un poco di più perché così vorrei anch’io capirmi meglio.
Pesano su di noi i limiti di una generosa esperienza pastorale che, carica della stessa passione di Gesù per la persona umana, ha vissuto troppo a lungo la preoccupazione dell’unanimismo. Le molteplici e suddivise pastorali che noi ben conosciamo come le pastorali «del» (del lavoro, della scuola, dello sport...) in fondo intonavano sempre lo stesso motivo, opportunamente applicato ma il più delle volte poco «inventariato» e «verificato» dalle dure domande del contesto.
Così pure l’abuso della delega. Come dimenticare (e non bisogna retrocedere di troppi anni) che, nella fanciullezza e nella adolescenza, la formazione era tutta affidata ad aree ben protette e chiaramente distinte dalla comunità?
Certamente una lettura proditoria della realtà giovanile non favoriva il suo riconoscimento come «locus theologicus» dove Dio nei sogni parla e li accompagna perché prendano corpo..., ma li catalogava come ansa di decantazione per l’equilibrio del fiume sociale.
Non era difficile accorgersi che la transizione stava già gestendo nel senso dell’umanità i volti congeniali alla nuova personalità che la storia stava assumendo.

Certezze guadagnate

In questo processo alcune cose importanti sono state guadagnate.
– Si è persa, è vero, la poetica della giovinezza per cogliere la presenza del dramma. E il dramma, prima e molto più che essere la linea nera della vita, è solenne dichiarazione di energia.
Il verbo greco che fa da matrice al dramma è «DRAO»: esso significa agire, fare, compiere.
Le prime domande che il giovane coglie e su cui spesso si aggroviglia sono proprio: Sai cosa fare? Ti è chiaro il senso della tua presenza nel mondo? Conosci il tuo progetto? E come porterai a compimento l’itinerario che ti avvii a percorrere?
– Si è gradualmente rafforzata la coscienza della comunità, facendosi via via più sensibile nel riconoscere i giovani come responsabili e partecipi alla costruzione della propria storia.
Da inglobati amorfi, a rischio di incapsulamento e di espulsione come corpi estranei, là dove non si fossero omologati, sono risaliti e si sono opportunamente insediati nel cuore dell’impegno pastorale. Su queste intonazioni appena accennate la comunità cristiana (ma non sarebbe meglio dire la chiesa, cogliendo in questo suo nome tutta la bellezza del suo essere la «chiamata», la «interpellata», sempre proiettata in avanti, mai sazia di chiudere il suo lavoro?) oggi è invitata a reinterpretare la sua scommessa educativa, quella passione missionaria che la inquieta profondamente fino a quando non ha riconsegnato il suo Signore ad ogni vivente e ogni vivente al suo Signore.

Full immersion

La tradizione medioevale, soprattutto la mistica medioevale, ha fatto largo uso di una immagine originale: il volto che si specchia. Lo ha vissuto come dichiarazione di voler riguadagnare l’identità più alta di sé rispecchiandosi in Dio che riunisce a sé intimamente colui che si specchia in Lui.
A questa ragione profonda mi voglio richiamare cercando di rispecchiarmi nella testimonianza della storia della salvezza, per fondare e sostenere oggi l’azione pastorale in mezzo ai giovani. Non è semplice raccolta di criteri pastorali, ma immersione totale nel mistero di un Dio che agisce per convocare in sé tutta l’umanità.
* Mi rivolgo in prima istanza all’opera di Dio che trasforma Abramo, suo amico, e lo fa nei secoli nostro padre nella fede. Egli è testimone fedele che quando Dio irrompe nella storia, essa non si ferma (come ebbe tristemente a dire Feuerbach), ma la storia vive.
– Contro il rischio dell’abbassamento della soglia di udibilità del Dio che ci chiama, Abramo provoca a riconoscere, pur nell’incomprensibilità immediata della destinazione, la precisa volontà di Dio che in ogni «invio» ci parla di amore che sospinge e amore che invoca. Colui che chiama è Colui che ama, è Colui che salva.
– Nel suo peregrinare verso occidente ci parla del suo muoversi sul movimento del sole.
– Il valore della tenda è nel mantenere alta ad Abramo la propria identità di nomade dell’Altissimo. Essa riesce a rendersi agibile su ogni terreno. È flessibile nella ospitalità e garantisce ampia accessibilità ad ogni forma di dialogo.Non ci sono, infatti, recinti e le serrature non servono.
– Nello stile di chi pur schierato nella difesa del più debole, non perde la sua anima di conciliatore.
* Mi rivolgo, soprattutto, a Gesù che si fa provocazione ad ognuno che sente di rispondere alla chiamata di condividere oggi la sua missione di salvezza.
– L’importanza della preparazione ad ogni destinazione.
– L’attenzione prioritaria alla persona nelle sue cose e oltre le sue cose.
– La tenerezza, come dono di leggere con amore ogni persona nella sua vicenda, aldilà di ogni apparenza. La vicenda della figlia di Giairo è esemplare: la contrapposizione di Gesù ai cantori di morte e la loro irrisione; la delicatezza del suo incontro e la forte connotazione che ogni risuscitazione, a qualsiasi piano appartenga, ha bisogno poi di essere costantemente ed efficacemente sostenuta («ordinò loro di darle da mangiare», Lc 8).
– La sfida della morte come valicabile e del peccato come redimibile in forza dell’amore del figlio di Dio che si fa totalità di oblazione.

Credere oltre ogni apparenza

C’è un altro passaggio che si rende necessario prima di indicare possibili percorsi operativi.
La formulo come ipotesi di partenza: è fondamentale riconoscere la presenza in ogni persona, in ogni giovane in particolare, di una precisa antropologia nonostante tutte le coperture che nascondono o travisano il suo valore profondo.
In ragione di questa convinzione noi siamo richiesti di una conseguente esplicita presa di posizione che posso così formulare: ogni operatore pastorale e, in primis, la chiesa tutta nelle sue articolate e organiche espressioni sono chiamati ad elaborare (e poi operare) nelle loro scelte una convinta professio fidei sulla possibilità che l’ultima parola pronunciabile su ogni giovane è la sua apertura alla grazia.
Credere, quindi, che educare è possibile, che educare è indispensabile.
In regime di complessità ci compete dichiarare ad alta voce questa nostra certezza anche se molti, troppi oggi, la ritengono impraticabile o almeno infruttusa o senza interesse. Noi sosteniamo con convinzione che c’è una realtà antropologica disponibile al bene, aldilà delle appariscenti forme degenerative in qualsiasi modo possano apparire.
E la Chiesa, allora, rilancia a se stessa e al mondo questa sfida puntando su alcune, essenziali convinzioni di particolare spessore propositivo che enuncio senza approfondire.
– Non si può crescere nella identità, nella sicurezza, nella fiducia, e nella consapevolezza di sé senza sviluppare un forte senso di appartenenza. L’immagine più profonda del messaggio della parabola del Figliol prodigo non è forse da ricercare nel fatto che il vero problema dei figli (essi a titolo diverso non si appartengono, anzi si contrappongono e non si riconoscono) è nel non avere di fatto ancora scoperto il vero volto del Padre in cui fondare la loro identificazione?
– Il mistero dell’Amore disponibile fino al pieno annientamento di sé è paradigma di un recupero della esigenza di totalità senza la quale non si costruisce un cammino educativo che sia interessante. Nel flusso attuale non sembra esserci spazio a nessun tipo di fede perché nulla è stabile; perché solo il sentimento sembra deputato a stabilire le scelte da fare; perché senza alcun limite al tutto e subito il rischio del relativismo è a contatto di pelle e tende a distruggere il linguaggio della totalità proprio della fede.
– La condizione comunitaria dell’esperienza di fede, infine, diventa vera apertura alla solidarietà che dischiude all’altro da amare. Essa si fa testimonianza della carità possibile, praticabile, visibile, reale; non solo vedo ma sperimento.

Cosa privilegiare

Ma nei fatti, nella storia di tutti i giorni, per dare tono e prospettiva corretta alla chiesa nella sua opera di attenzione e sostegno al progetto originario e conosciuto che Dio ha seminato in ogni giovane, che cosa dobbiamo privilegiare?
– Prima di tutto riconoscere la mobilità impressionante dei giovani è, per la comunità cristiana, invito a cercare l’elemento unificante in tutte le loro operazioni da quelle che sono in qualche modo celebrate negli spazi e nei tempi istituzionali (famiglia, scuola...) a quelle che esplodono, disinibite, nelle mille proposte che occupano il tempo non controllato, il cosiddetto tempo libero.
«Stare nei giovani con amore», potrebbe essere un titolo che la Chiesa italiana riadatta progettando il suo impegno nell’universo giovanile.
La inusitata e incontenibile versatilità di manifestazioni giovanili si presenta sia come ricchezza, che come pericolose proposte alienanti. A partire dal versante positivo, senza cedere a inaccettabili buonismi, la Chiesa è chiamata oggi a fare un passo in avanti: cogliere in questa avventura una particolare opportunità che lo Spirito le offre. Più insistente che in altri tempi oggi, infatti, si sente l’esigenza di riconoscere e suscitare presenze pastorali differenziate per incrociare le tante domande e i tanti originali tratti di percorso dei giovani.
Lo sforzo della comunità è chiamare in causa le diverse componenti che la costituiscono (a partire dalla famiglia, coinvolgendo adulti): cogliere carismi e sollecitare una ministerialità ampia senza smarrirsi di fronte a tante esigenze atipiche che chiedono presenze originali da inventare.
La storia della Chiesa testimonia come lo stesso Spirito sollecita carismi come adeguata risposta alle reali domande del momento: li moltiplica condizionandoli alla disponibiltà delle persone.
– In questa inusitata mobilità del mondo giovanile, ed è il secondo aspetto, importante è acquisire il suo linguaggio proprio. Sembrano moltiplicarsi i codici secondo le connotazioni proprie di ogni «tribù» (gli slang). Ma c’è un alfabeto condiviso da tutti, una koinè che sta prima dei singoli particolari: è il linguaggio della quotidianità e dei gesti condivisi.
Abbiamo bisogno di testimoni «casual».
Sono testimoni casual quelli che sanno ridonare la interezza del mistero salvifico assumendo la legge più tipica dell’incarnazione: vestire i panni della riconoscibilità e dell’appartenenza. Non si lavora sulla sorpresa dell’annuncio di un Dio-amico e ragione profonda della vita se prima non si è guadagnato presso di loro una forte credibilità di compagnia.
Ma questo invoca la purificazione dei linguaggi tradizionali o di categoria. Non sono solo le terminologie che devono essere selezionate e ripensate: è lo stesso modo di articolare la logica del discorso.
Come la protesi delle braccia (la macchina a vapore) nel secolo scorso ha indotto un processo nuovo nella formazione della personalità del lavoratore; come la protesi degli occhi e dell’udito (la televisione e la radio) ha profondamente segnato i processi educativi delle generazioni di questo secolo; non si può pensare che la protesi del cervello (computer e annessi) non determini percorsi di conoscenza, di relazione e di comunicazione propri in questa fase più recente.
Ciò significa che la comunicazione della fede oggi non può avvenire senza fare i conti con una radicale purificazione dei linguaggi che, abbandonando i siti tradizionali, ritraduce la perennità della salvezza di Cristo secondo alfabeti riconoscibili anche a chi tende a rifugiarsi in mondi virtuali e approssimativamente rassicuranti.

La strada come luogo nuovo

L’appartenenza alla strada sta, conseguentemente, nel cuore degli impegni pastorali. Essa è la più caratteristica realtà-espressione delle antinomie che si incrociano nei giovani. Se da una parte richiama i valori della libertà, della aggregazione gratuita, la rottura delle concezioni classiste, la disponibilità all’accoglienza senza preconcetti e riserve..., dall’altra alla strada appartengono una serie di scelte critiche che abbassano la soglia di dignità, dopano la persona (il rischio della omologazione, l’irretimento a volte irreversibile generatore di schiavitù, l’assenza di elaborazione culturale e di lettura della realtà...).
Ma in ragione della sua attrattiva sul cuore dei giovani essa diventa pure il nostro spazio di riferimento e di testimonianza.
Riconoscerla oggi come luogo pastorale, cioè luogo della attenzione appassionata alla persona secondo il cuore di Cristo, comporta un modo di stare che esige preparazione, progettualità (la sua icona è la tenda), riferimenti strumentali (luoghi di appoggio e di accoglienza nell’emergenza in prossimità territoriale, laboratori che testimoniano la libera condivisione di capacità operative e garantiscono l’accessibilità secondo le propensioni), attitudini interiori e verifiche.
La proposta pastorale della strada rischia di risultare nei fatti un intervento raro. Esso in ogni chiesa locale ha, però, il merito di lanciare stili di relazione tra istituzione ecclesiale e giovani che sono esemplari per tutte le esperienze più settoriali come le parrocchie. Infatti ogni parrocchia ha i suoi ragazzi del muretto o della notte, i giovani dei night e del lavoro; ha le sue sofferte situazioni di tossicodipendenza o le splendide aggregazione musicali e di servizio volontario confessionale o indipendente che sia.

L’oratorio come luogo da vivere in modo nuovo

Ci sono poi le proposte di servizio ai giovani che mantengono intatto il loro significato anche se chiedono di essere ricollocate nel contesto giovanile attuale: gli Oratori e le proposte affini.
L’universo giovanile attuale chiede di riproporre questi spazi che rispondono bene ad una festa non trascurabile di giovani.
Essi evidenziano immediatamente alcune caratteristiche:
– sono la dichiarazione esplicita che la fede, la comunità di fede si fa carico, nello stile della gratuità, di tutta la vita e di tanti aspetti della vita: la preghiera e l’amicizia, il valore della aggregazione, la catechesi e la dimensione ludica, gli itinerari di crescita, l’incontro personale, la capacità progettuale, la formazione culturale e civica, il volontariato...;
– sono i luoghi dell’impegno della comunità per servire i suoi figli, i responsabili di domani. Per tale ragione esso privilegia l’incontro generazionale e la disponibilità nell’accoglienza a superare ogni forma di discriminazione;
– si presentano con le caratteristiche delle zone di frontiera che sanno scommettere sul valore del crescere insieme con una forte coscienza di appartenenza.
Oggi a fronte di una riduzione della presenza del prete, la garanzia è offerta dal progetto pastorale costruito insieme e insieme condiviso.
Per la sua valorizzazione e capacità di richiamo e di incidenza si rende necessaria la coscienza di essere zona di confine, più soglia che apre all’interno e all’esterno che non cittadella rassicurata e rassicurante.
La sua delicatezza è definita dal suo suolo: come i polmoni a contatto dell’aria, l’oratorio risente di ogni forma di inquinamento, ma diventa la sentinella che prima degli altri preannuncia il nuovo che sta sopraggiungendo.
Oggi le cose si possono presentare così. Per quanto tempo? con quale disponibilità da parte nostra?
Soprattutto quello che mi interpella di più è con quanto coraggio mi propongo di attraversare il selciato del sagrato e immettermi nei giardini dove il giovane gioca la sua tenerezza, la sua ricerca di senso e insieme mima il suo funerale.
Non mi può bastare la silenziosa angoscia che mi assale quando dalle finestre della mia nuova, momentanea abitazione, o dalle feritoie della porta socchiusa della chiesa mi logoro interrogandomi su che cosa è opportuno fare, su come potrò avviare il mio incipit con loro, con questi figli del tramonto e poi della notte. Con questi giovani che oltre il buio riescono a riconoscersi e a richiamarsi. A incrociarsi per poi lasciarsi, dandosi appuntamento per un’altra notte ancora.