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Una casa da Dio

 

Incroci vitali /7

Salvatore Ricci

(NPG 2013-09-91)


Uno dei farisei lo invitò a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. Ed ecco una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato; e fermatasi dietro si rannicchiò piangendo ai piedi di lui e cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato.
A quella vista il fariseo che l’aveva invitato pensò tra sé. «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice!»
(cf Lc 7,36-50).
Una donna e un fariseo: due dimore per Dio.
Quella donna non è andata da Gesù a chiedere un perdono che gli avrebbe accordato in quel momento, ma, commossa di sentirsi già perdonata, è andata a Lui per esprimergli gratitudine, che ha manifestato con tanti gesti d’amore. Baciare i suoi piedi bagnati di lacrime, asciugarli coi suoi capelli e ungerli di profumo sono il compimento di un incontro già avvenuto nell’intimo, la risposta grata a un amore già accolto. Nella sua povertà, nella sua miseria si è sentita visitata dall’Amore, un Amore che da quel giorno è sceso nel profondo del suo cuore e ha preso dimora. Si prostra ai piedi del Maestro perché capace di riconoscere quello che Dio, nella sua infinita misericordia, ha fatto per lei. A differenza del fariseo non si è limitata a ospitare il Signore nella sua casa materiale, ma lo ha accolto nella sua esistenza svuotata da ogni presunzione di perfezione. Questo può cambiare davvero la nostra vita. Ospitare qualcuno in casa tante volte può significare semplicemente vivere uno accanto all’altro, condividere gli stessi spazi, mentre accogliere l’altro nella propria vita è renderlo parte del proprio mondo interiore al punto che l’uno diventa immagine dell’altro e i loro cuori battono all’unisono. È lasciarsi trasformare dall’amore e per amore. Umiltà è fare spazio a Dio nella propria vita, riconoscendo il bisogno di Lui, nostro unico sostegno, nostra unica speranza e nostra unico bene.
Siamo disposti ad accogliere il Signore nella nostra vita, riconoscendo tutto quello che Lui fa per noi, oppure desideriamo solo ospitarLo nella nostra «casa», orgogliosi di aver fatto noi qualcosa per Dio?
«Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra? Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ho edificato» (1 Re 8,27)
Eppure è possibile! Contemplando infatti il Mistero dell’Incarnazione siamo invitati a preparare una degna dimora al Signore della Vita proprio a partire dalla nostra vita.
Il simbolo del presepe ne rappresenta magnificamente la sintesi. Una conferma avuta quando lo scorso anno mi recai per la consueta visita agli ammalati della parrocchia durante i giorni del Natale. Quando suonai al campanello dell’anziana signora Laura fui accolto con un affettuoso abbraccio e da un viso solare per nulla offuscato dalle giornate grigie della solitudine della vecchiaia, la cui unica compagnia era qualche visita delle amiche di vicinato e il tic-tac di una vecchia sveglia che si confondeva tra le tante foto dei suoi cari. Con grande orgoglio mi invitò a vedere il presepe che aveva allestito in un angolo della piccola cucina. «È la stanza in cui passo la maggior parte delle mie giornate - mi disse - e così posso fermarmi a contemplarlo e pregare davanti a Gesù bambino ogni momento!. Mi ritrovai così dinanzi a una vera opera d’arte, anzi direi «un’opera di fede»: una piccola grotta fatta con la carta con cui si avvolge il pane ospitava la Santa Famiglia di Nazaret, accanto qualche pecorella e un pastore. I miei occhi e il mio cuore poterono contemplare il Mistero dell’Incarnazione attraverso quel piccolo pezzo di carta accartocciato. Il Dio Onnipotente nell’umiltà viene ad abitare in una grotta dal profumo di pane. La cara signora Laura, grande donna di fede, malgrado non abbia mai letto un testo di teologia, è stata capace di tradurre in un segno semplice un grande Mistero. Ha realizzato ciò che significa il Natale per lei: accogliere, nell’umiltà del proprio cuore, il Signore dei cieli che si fa pane per l’uomo, per saziare quella fame di infinito che ci portiamo dentro. Quel «pane» che con fede riceve nel suo cuore proclamando con forza l’Amen come sigillo della sua fede nel Dio che viene a visitare il suo popolo… ancora oggi!
Un po’ di carta dal profumo di pane: icona di una vita aperta al dono di Dio che viene ad abitare la nostra povera esistenza, diventando nostro sostegno, nostra forza, nostro nutrimento che mai perisce.
Seppur in buona fede, i tanti Natali che abbiamo celebrato a volte non sono altro che il tentativo vano di costruire una dimora di lusso per l’Emmanuel, ovvero degna di un tale ospite. Una bella dimora sì, frutto delle nostre mani e dei nostri buoni propositi, ma estranea alla nostra quotidiana esistenza. Come ci raccontano i Vangeli, in tantissimi hanno ospitato il Messia, il Profeta, l’Unto nella propria casa, ma non tutti gli hanno permesso di entrare nella propria vita.
Olio profumato e profumo di pane… segni di due donne di fede, di due vite inabitate dall’Amore…

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