Orizzonte giovani

Domenico Cravero

(NPG 2013-09-93)


È molto sentita nella chiesa e nelle parrocchie l’esigenza di una rinascita pastorale che formi al senso evangelico della vita, per accrescere la consapevolezza della testimonianza della fede nella storia e non assistere muti, impotenti e impauriti alle gravi difficoltà del presente. Le comunità parrocchiali sembrano vivere, invece, una diffusa tentazione di chiusura. Il laicato tende ad abbandonare il suo campo e ritirarsi stanco e deluso. La netta diminuzione della presenza dei laici cristiani in politica ne è una conseguenza. La politica è la faticosa ricerca di soluzioni migliori, l’ostinata volontà per il massimo del bene, possibilmente accessibile a tutti, di fronte a problemi che riguardano concretamente la vita delle persone e che si pongono sempre in termini non solo difficili ma anche complessi. La mediazione politica è quindi lo strumento indispensabile per una presenza dei cattolici nella società, trasparente ed efficace. Nella mediazione non si relativizzano i valori, rendendoli funzionali ad altri obiettivi, ma essi sono considerati nella loro applicazione sul piano delle scelte concrete, valutando le opportunità, decifrando le ambiguità, riconoscendo le contraddizioni, denunciando i pericoli.
Questa competenza è affidata ai laici cristiani. L’educazione alla cittadinanza, per essere «buoni cristiani e onesti cittadini», è un’esigenza eludibile della formazione cristiana.
Ma qual è lo stile della presenza del cristiano nel mondo? Perché l’attesa del Regno futuro, quello oltre la storia, non comporta l’abbandono del mondo al suo destino? E che cosa vale la terra se quello che conta è il Cielo? I cristiani se lo sono domandato fin dall’inizio, quando hanno fissato le parole del Maestro, secondo le quali la terra è l’unica strada che ci è data per camminare verso il Cielo: «Chi è fedele nel poco [la terra], è fedele anche nel molto [il Cielo]; e chi è disonesto nel poco, è disonesto anche nel molto» (Lc 16,10).
La politica però è sempre stata qualcosa di «impuro» e di corrotto. Gli imperatori perseguitavano i credenti e avevano il pugno di ferro nel loro governo.
I primi cristiani non sognarono tuttavia una società «anarchica», né si disinteressarono del governo del mondo e della loro città. Nelle catacombe pregavano per l’imperatore e il benessere dei cittadini dell’impero.
Alcuni riferimenti neotestamentari, nati in quel doloroso travaglio, possono essere essenziali per motivare e orientare la nostra assunzione di responsabilità e l’educazione sociale.
Alcuni testi parlano della «pazienza» di Dio nei confronti del male nel mondo. «Pazienza» oggi è una parola ambigua, fuori uso. Nel mondo liquido del «tutto e subito» è incomprensibile, nella società complessa significa rassegnazione. Bisogna riferirsi alla parola originaria: «macrothymein».
Letteralmente essa significa: «pensare (thymein) in grande (macro)». Dio pensa, sente «in grande».
«Il Signore non ritarda l’adempimento della sua promessa ma è paziente (macrothymei) verso di voi, non volendo che qualcuno perisca, ma che tutti giungano al ravvedimento. (…) Perciò considerate che la pazienza (macrothymian) del nostro Signore è per la vostra salvezza».
(2Pt 3,9-15).
A immagine di Dio come sia fatti, lo stesso possiamo cercare di fare noi, nel nostro servizio alla società.
Innanzitutto «pensare». Ci vuole lo sforzo del pensiero, come forma impegnativa dell’amore. Pensare la vita personale, sociale e politica in un unico sguardo. Comprendere la scienza (la sociologia, l’economia, la «scienza politica») e andare oltre la scienza. Cogliere la grandezza della politica «forma impegnativa della carità» perché nella sua vocazione è orientata al bene comune. Al pensare in grande di Dio corrisponde la «pazienza» umana.
In questo caso (riferita a noi) la parola greca cambia e diventa «hypomonè». Altra parola essenziale per il percorso formativo. «Affinché mediante la pazienza (hypomonè) e la consolazione, che ci provengono dalle Scritture, conserviamo la speranza» (Rom 15,4).
Hypomonè: dal «hupò» e «menein»: «rimanere sotto», stare sotto, sopportare, nel senso di supportare. Ecco lo stile della presenza cristiana nel mondo: continuare a «restare sotto» (non a lato, meno ancora sopra), assumersi la responsabilità, sostituirsi all’incoscienza e all’indifferenza. Con uno stile particolare, inconfondibile, oggi «incomprensibile», che possiamo intendere sinteticamente secondo le parole di mons. H. Camara: «Fare strada ai poveri senza farsi strada».
La hypomonè corrisponde al sentire in grande di Dio (macrothymia). (Un approfondimento importante di queste due parole si trova in Giuseppe Ruggieri, La Verità Crocifissa). «Non mollare» è la modalità concreta della speranza, è la prima motivazione cristiana al servizio politico.
Chi spera nel futuro non getta via il carico che porta (la vita sociale così come essa è), ma continua a «rimanerci sotto». In questo caso «sotto» è molto più di «dentro». L’hypomonè è l’atteggiamento del cristiano che spera con e per tutte le donne e gli uomini che gli è dato incontrare e per tutte le cose che gli è dato sperimentare. Accetta quindi, facendosene carico, di portare la loro (ancora) diversità rispetto al Regno, in compagnia a Cristo, fino alla fine, se necessario, fino all’estremo.
Il cristiano si fa responsabile del mondo, identificandosi, in quella continua «umiliazione» di Dio nella storia umana che è l’inculturazione. Il servizio nella società diventa così un modo particolarmente originale di incarnare la virtù della magnanimità. Quest’antica virtù, oggi innominata, è l’esatto opposto della piattezza e della meschinità della società liquida, come si osserva anche nella corruzione e nella degenerazione della politica.
La magnanimità coltiva la passione per «un animo grande»: sintesi di macrothymia e hypomonè. Offre continui stimoli e testimonianza a proporsi ideali impegnativi, a diventare creativi e generosi. Insegna la capacità di mantenere fede alla realtà e di non fuggirla. Addestra alla capacità di entrare in dialogo con tutte le idee diverse, ad accogliere il valore che esiste in ogni persona. Per il cristiano, poi, è anche la strada sicura dell’evangelizzazione: («Siate sempre pronti a render conto della speranza che è in voi a tutti quelli che vi chiedono spiegazioni» 1Pt 3,15).
Dunque attesa e speranza, macrothymia e hypomonè. Nella fede cristiana la speranza è un dono: non la si crea, la si attende.
Rimanere dentro, «nelle fatiche del vostro amore e della costanza (hypomonè)» (1Tess 1,3) nella continua opera, personale e sociale, di rinnovare la vita comune, rimettendo gli «scarti» al centro.