In cammino con i ragazzi /9

Alessandra Augelli

(NPG 2013-01-41)


Salva, a qualunque prezzo,
la tua anima di pellegrino.
(H. Camara)

Nel linguaggio educativo e pastorale si usa, molto spesso, la parola «cammino» per indicare il personale sviluppo del rapporto con Dio, la crescita della dimensione religiosa nella propria vita e il rafforzamento della fede. Un cammino che si presenta «errante», perché fatto di soste, di retrocessioni, di sviamenti, di salti e progressioni. Un cammino errante a cui Dio stesso ci ha invitati fin dagli albori della storia d’amore intessuta con l’uomo e la donna (Genesi). «Essere un cristiano è essere un viandante. (…) Viviamo in tende, non in case, perché spiritualmente siamo sempre in movimento».[1]
Ciascun cristiano guarda al proprio cammino con apprensione e cura – è sfiduciato nell’errore, gioisce nella grazia, è disorientato nella scelta – ma in modo particolare quando, come educatori, sacerdoti, laici impegnati nei gruppi parrocchiali e in oratorio, ci si preoccupa della crescita religiosa dei più giovani. Si tende, in questo caso, a creare itinerari solidi, a progettare esperienze intense, a delineare percorsi chiari e lineari, dove sia ottimizzato ogni momento e si confini il rischio di perdersi. Nei confronti dei preadolescenti si acuiscono i timori, poiché la naturale spinta all’autonomia e il confronto diretto con la realtà ampia e variegata rendono concretamente possibili forme di allontanamento da cammini prefissati.
Si corre ai ripari cercando di accontentare i ragazzi nei loro bisogni, «barattando» la loro presenza o cercando di fare loro proposte entusiasmanti e originali che li colpiscano e li attraggano. «Non va più a Messa» lamentano molti genitori ed educatori, rischiando tante volte di non comprendere processi complessi propri dell’età preadolescenziale.
Nell’animo dei ragazzi e delle ragazze trovano, infatti, sempre più spazio, le domande «alte» circa il senso della vita e della morte, il valore delle relazioni, il significato del proprio essere nel mondo, la presenza di Dio nella realtà in generale e nella propria esistenza in particolare. Tali interrogativi muovono i passi dei più giovani, spingendoli a decostruire pratiche, riti, abitudini consolidate per coglierne il significato. Il loro porsi a distanza, il loro criticare o provocare può, di certo, in un primo momento essere fonte di spiazzamento per le figure educative. In realtà non è che l’espressione di una richiesta forte: il passaggio ad una spiritualità più forte e matura, che appaghi l’inquietudine e la nostalgia di infinito che in questo tempo della vita si apre a dismisura.
L’autentica ricerca di senso, sostenuta non può confrontarsi e affidarsi ad un sovra-significato,[2] riconoscendo quei margini di comprensione (o mancata comprensione) dove la persona spesso si perde, ma ove Dio abita e opera. Se, dunque, «la spiritualità è l’esperienza di Dio»[3] e non è, quindi, da considerare qualcosa che si pone al di fuori della vita ordinaria del singolo, della comunità, ma che si esprime compiutamente in essa, i preadolescenti hanno bisogno di ampliare e approfondire la loro esperienza di Dio così come si estendono i vissuti della realtà e delle relazioni.
La strada si offre, dunque, come spazio esperienziale in cui esercitare la capacità di leggere i segni impercettibili, lievi, pacati della presenza di Dio nel proprio cammino: un Dio che parla non attraverso un vento impetuoso, né il crepitio del fuoco, né attraverso la forza di un terremoto, ma la leggerezza della brezza (1Re 19, 9-18).
Vivere una spiritualità della strada, ritrovare nel «cammino» una dimensione spirituale e religiosa non significa, dunque, estraniarsi dalla realtà, vivendo nel trascendente, ma «appassionarsi» alla realtà, andare incontro alle cose. Secondo Ware, possiamo fare esperienza diretta di Dio «lungo la via» attraverso tre indicatori: il mondo attorno a noi (la natura, i paesaggi, il creato…), il mondo in noi (la sete infinta di ricerca) e il rapporto con le altre persone, che incontriamo o che condividono lo stesso cammino.[4]
La delicatezza e la vastità dell’argomento meriterebbero un approfondimento particolare: innumerevoli sono i riferimenti, i nessi, le precisazioni; l’attenzione che si è voluta dedicare, benché limitata, intende lasciar emergere i richiami e le valenze
Quali significati, quali valori possono guidare e sostenere la riflessione pedagogica sull’itineranza umana e la prassi educativa errante, in una prospettiva cristianamente orientata?

Il senso dell’inquietudine, per sostenere e orientare la ricerca

Sant’Agostino dice: «Signore, ci hai fatti per te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te»:[5] è l’inquietudine che muove la ricerca del cristiano, che suscita domande, che stimola interrogativi, che orienta alla Verità, in una tensione ininterrotta.
Gabriel Marcel si interroga sulle modalità secondo cui l’inquietudine possa essere «compatibile» con una fede autentica, su quali forme di inquietudine possano dirsi feconde per l’esperienza del cristiano. Una spiritualità cristiana è inseparabile dall’inquietudine: «non solo è inevitabile, ma è salutare poiché risponde all’impazienza dell’anima credente che cerca il volto di Dio e soffre di esserne privata».[6]
Il cristiano, in questa ricerca appassionata e sincera,
«fa dell’inquietudine un valore positivo quando riconosce l’opera della grazia. (…) L’inquietudine è un lievito senza cui l’anima non potrebbe convertirsi, poiché questa lievitazione è il lavoro operato da Dio e dalla grazia nel profondo della creatura».[7]
Il preadolescente sperimenta l’inquietudine come sua compagna quotidiana, ma spesso ne viene totalmente assorbito, perché il tentativo di «far da solo» stride con lo sforzo di affidamento e di apertura. Si tratta, allora, di aiutarli a cogliere il valore autentico di questo vissuto, che permette di non intorpidirsi nelle risposte note e di superare i propri egoismi. Significativa l’immagine che Don Tonino Bello suggerisce per esprimere l’inquietudine feconda:
«Scrupulum, i latini chiamavano così il sassolino che entrava nella scarpa e dava fastidio lungo il cammino. La Parola che ascoltiamo, che leggiamo, che annunciamo; i sacramenti che celebriamo dovrebbero mettere dentro di noi una salutare inquietudine, dovrebbero essere come una spina nel fianco, uno stimolo continuo al superamento di noi stessi. Ma soprattutto uno stimolo perché noi si viva il mistero della comunione, quella che si sviluppa sui versanti concreti della vita di ogni giorno, della ferialità».[8]

Il senso del quotidiano, per agire i valori

La strada ci ricorda che l’esperienza di fede cristiana si vive nel quotidiano, si spende nella concretezza. Ogni incontro, seppur vissuto nelle vesti e nelle sfumature dell’eccezionalità, chiede un ritorno al reale, all’agire quotidiano: i discepoli di Emmaus fanno ritorno a Gerusalemme (Lc 24, 13-35); Pietro, Giacomo e Giovanni, dopo la Trasfigurazione, devono tornare alla fatica, alle incomprensioni, alle difficoltà che l’esperienza comporta (Mt 17, 1-9). L’ascolto, i momenti di sosta, le piccole grandi «rivelazioni» hanno bisogno di trovare riscontri pratici: i preadolescenti attraversano una fase in cui la capacità di elaborare pensiero e il desiderio di concretezza si incontrano e si abbozza uno stile di vita personale. Essere per via spiritualmente significa anche far sì che si equilibrino tra loro il momento della scoperta e dell’apertura al Senso e il momento del confronto quotidiano con ciò che si vive.

Il senso della speranza, oltre la prova

«C’è sempre una strada nei momenti decisivi della storia della salvezza»:[9] quando tutto sembra perduto si apre una via, che non è sempre risoluzione di un problema, guarigione da una malattia, liberazione da una schiavitù, ma anche il dono di un Senso che supera il dolore, la sofferenza, l’errore, la «morte».
Il passaggio del popolo eletto attraverso il Mar Rosso può essere emblematicamente espressione di un’apertura, di uno sbocco, di una via d’uscita rispetto a tante situazioni in cui ci si sente oppressi, costretti da logiche uniformanti e degeneri. La strada che si apre non è sempre spianata, non è costeggiata da colonne di fuoco o adornata di meraviglie: è, invece, un cammino in cui molte forme di schiavitù possono essere facilmente rincontrate, in cui si è sedotti da vie più semplici, in cui si rischia di cadere nello sconforto, nella delusione, nella falsa autonomia.
I preadolescenti iniziano a sperimentare la sofferenza nelle trasformazioni corporee, nei cambiamenti relazionali, nell’abbandono di porti sicuri. Il dolore sovverte la logica di agio e di tranquillità a cui si era abituati e richiede alle ragazze e ai ragazzi uno sforzo di rielaborazione particolare e di una nuova identità, in cui la frustrazione e la fatica non siano allontanate, ma attraversate.

Il senso della fiducia, quando bisogna uscire e lasciare

«Il Signore disse ad Abram: «Vattene dal tuo paese» (Gn 12, 1) e «Alla tua discendenza io darò questo paese (Gn 15, 18)»: queste le parole, o meglio la Parola, che segna il principio e il fine del viaggio di Abramo, il suo levarsi, ma al contempo il suo reclinarsi, rispondere e affidarsi, mettersi in piedi e dirigersi verso una meta pro-missa, posta innanzi.
L’esperienza dell’esodo è vicina e cara ai preadolescenti: uscire da un territorio, attraversare a lungo una situazione di deserto con la speranza di approdare ad una situazione di pienezza e verità. È l’atteggiamento di fiducia, a generare passaggi, aperture, varchi. Ed è proprio questa postura che i ragazzi e le ragazze hanno bisogno di esercitare per tenere assieme intraprendenza e prudenza, per essere coraggiosi, senza essere spavaldi. Dio costituisce Abramo come «nomade»; il suo invito si ripete nel tempo, si rivolge a diverse persone, ma con un’unica, medesima voce: l’esortazione a partire, al lasciarsi alle spalle ciò che si conosce, per intraprendere – affidandosi – un cammino sconosciuto, via via reso manifesto da segni, indicazioni, presenze. Nell’abbandono vissuto dai preadolescenti c’è tutta la fatica di riempire di senso pratiche e logiche date per scontate, di lasciare tutto ciò che è povero di pensiero e affettività, per caricarlo di nuova consapevolezza.

Il senso della sequela

Nei momenti di disorientamento e passaggio, quando la strada non è ben segnata, seguire qualcuno è molto rassicurante. La chiamata di Dio, l’invito a seguirLo è particolare, diversa dalle altre. È un invito «ad personam», rivolto al singolo, nel rispetto e nella valorizzazione di quello che la persona è, e non di chi dovrebbe essere.
Quando qualcuno chiede di essere seguito, solitamente esorta l’altro ad orientare i propri passi nella direzione segnata: «andare dietro» a qualcuno può significare, in alcuni casi, annullarsi, cancellare se stessi e la propria personalità.
La sequela desiderata da Gesù è, invece, un cammino di conoscenza e di riappropriazione di sé, è un modo per scoprirsi e donarsi. Il «camminare seguendo», alla luce della spiritualità cristiana, non significa emulare, ricalcare orme pedissequamente, non porta a divenire una persona altra, ma autenticamente se stessa: per i preadolescenti si tratta di crescere nella capacità di abbandonare le maschere, di guardarsi per quello che si è e valorizzare la totalità del proprio essere persona, riconoscendo limiti e decostruendo idealità. La vera sequela non implica un cambiamento del nucleo fondativo della persona: le inclinazioni, le debolezze, le ferite dell’animo, i segni della propria storia permangono; ciò che cambia è la lettura che se ne fa e l’orientamento che ne consegue. I ragazzi e le ragazze hanno bisogno di fare esperienza di questo negli spazi e nei tempi dedicati alla spiritualità, percependo quanto seguire non significhi tanto rispettare una serie di principi e norme prescritte, né accodarsi in virtù di un momentaneo entusiasmo, ma procedere errando lungo una via, spesso frammentata e discontinua, in cui non viene mai meno la presenza di Dio e in cui il desiderio profondo di felicità e pienezza trova sempre segnali di appagamento e di proseguimento.

Il senso dell’essenzialità, per coltivare la leggerezza

Nella confusione e nella rumorosità di esistenze iper-stimolate, si corre il rischio che ciascuno viva le crisi, attraversi i deserti nell’isolamento e nell’abbandono: il deserto può dirsi luogo di crescita, spazio educativo quando affina l’ascolto, quando permette una profonda conoscenza di sé e quando, attraverso essi, suggerisce risposte, seppur provvisorie, all’esigenza di senso.
Non vedere nulla intorno, vedere i propri passi svanire, perdersi con facilità: nella preadolescenza questi vissuti si intensificano in frequenza e spessore. Le figure educative, impossibilitate ad evitare ai ragazzi questa esperienza di solitudine, ad elidere lo sforzo di camminare nelle sabbie dove sembra che nulla lasci traccia, a sottrarlo all’enigmaticità dell’esistenza, sono chiamate a farsi silenziosi compagni di viaggio, indicando oasi di ristoro, suggerendo momenti di sosta, tenendo viva l’attenzione non tanto ai facili miraggi, quanto alla reale possibilità di superamento.
Scrive Eliot in Terra desolata:
«Chi è il terzo che cammina sempre
al tuo fianco?
Quando conto ci siamo solo tu e io
ma quando guardo avanti
sulla bianca strada
c’è sempre un altro che cammina
al tuo fianco».[10]
Il deserto si supera nella certezza di presenze, nella percezione delle vicinanze affettive, nella consapevolezza del suo essere passaggio, tappa intermedia. Il richiamo educativo di questa esperienza risiede nella capacità di accompagnare l’altro attraverso i suoi deserti, le sue crisi, con la vigilanza dello sguardo da lontano, con gesti di partecipazione emotiva, con la comunicazione di coraggio e sostegno.
Nella spiritualità della strada è custodito l’invito a «spogliarsi» dal superfluo, a saper discernere l’inutile dal necessario, ma anche la bellezza di sentirsi alleggeriti da presenze amiche, sollevati dal supporto altrui.
Tanti gli spunti di riflessione e gli impegni concreti che possono nascere dalla metafora del cammino e dell’erranza nell’esperienza religiosa dei preadolescenti. In un tempo della vita foriero di domande e ricco di spiritualità, i ragazzi e le ragazze riscoprono la propria fede attraverso il cerchio e la cordata: negli spazi comunitari, possono ritrovarsi e ritrovare la ricchezza e la novità di un cammino condiviso. Allo stesso tempo, custodire la segretezza e l’intimità di una relazione singolare con Dio permette loro di sentirsi guardati in faccia, amati e riconosciuti nella loro unicità. Quando la sete di infinito e il bisogno di amore incondizionato si fanno più forti e urgenti, non c’è esperienza migliore che si possa fare: la presenza divina.


RAGAZZI ED EDUCATORI IN AZIONE

Educatori in ricerca
«La fede: una strada verso l’esperienza»

Visione del film «La leggenda del pianista sull’oceano»
Tratto dal romanzo di Alessandro Baricco, «Novecento» il film racconta di un bambino trovato in fasce il 1° gennaio 1900 a bordo del transatlantico Virginian. T.D. Lemmons, detto Novecento, cresce sulla nave e impara a suonare il piano, diventando un eccellente musicista nell’orchestra di bordo. Non scende mai dalla nave, e anche quando essa, ormai in disuso, sta per essere demolita, lui si ferma ancora a bordo.

Riflettiamo insieme
– Che cosa può rappresentare la nave nella mia esperienza di fede?
– Perché Novecento ha paura di scendere dalla nave? Cosa teme del confronto con la realtà?
– «Era come quando si sedeva al pianoforte e attaccava a suonare, non c’erano dubbi nelle sue mani, e i tasti sembravano aspettare quelle note da sempre, sembravano finiti lì per loro, e solo per loro. Sembrava che inventasse lì per lì: ma da qualche parte, nella sua testa, quelle note erano scritte da sempre. Adesso so che quel giorno Novecento aveva deciso di sedersi davanti ai tasti bianchi e neri della sua vita e di iniziare a suonare una musica assurda e geniale, complicata ma bella, la più grande di tutte»: in che senso la spiritualità aiuta a fare della propria vita un’opera complessa e unica?
– Educarsi ed educare a partire e scendere nella quotidianità dell’esistenza: può essere questo l’impegno di una fede adulta? In che modo poterlo realizzare?

I preadolescenti si interrogano
«Il cammino sta nella partenza»


Lettura del testo di Helder Camara, «Partire»
Partire è, innanzitutto, uscire da se stessi.
Spezzare quella crosta di egoismo
che tenta di rinchiuderci nel nostro «io».
Partire è smettere di girare attorno a noi stessi,
come se fossimo al centro del mondo e della vita stessa.
Partire è non lasciarsi chiudere
dal piccolo mondo cui apparteniamo:
qualunque sia la sua importanza, l’umanità è più grande,
ed è a lei che dobbiamo tendere, è lei che dobbiamo servire.
Partire è aprirci agli altri, scoprirli, farci loro incontro.
Aprirsi alle idee,
anche quando queste sono contrarie alle nostre,
è come possedere il fiato di un buon camminatore.
Beato chi comprende e fa suo questo pensiero:
«Quando non sei d’accordo con me, mi arricchisci».
Avere al proprio fianco qualcuno
che sa dire soltanto «va bene»,
che è sempre d’accordo, incondizionatamente fin dall’inizio,
non vuol dire avere un compagno, ma piuttosto un’ombra.
Quando il disaccordo non è sistematico e voluto,
ma viene da una visione differente delle cose,
allora può soltanto arricchire.
Un buon camminatore
sa che il grande viaggio è quello della vita,
e che questo presuppone dei compagni.
«Compagno»:
etimologicamente è quello con cui si divide lo stesso pane.
Beato chi si sente eternamente in viaggio
e in ogni prossimo vede un compagno di viaggio.
Un buon camminatore si preoccupa dei compagni stanchi...
Previene il momento dello scoraggiamento.
Li prende là dove li trova. Li ascolta.
Con delicatezza, intuito e soprattutto amore,
fa loro riprendere coraggio e ritrovare il gusto per il viaggio.
Andare avanti per andare avanti, così semplicemente,
non è ancora un vero viaggio.
Occorre andare alla ricerca di uno scopo;
prevedere un arrivo, un punto di sbarco.
Per noi discendenti di Abramo,
partire significa mettersi in movimento,
per aiutare tanti altri a mettersi in movimento
e costruire insieme un mondo più giusto e umano.

Riflettiamo insieme
– Cosa ti colpisce maggiormente di questo brano?
– Perché partire è così importante rispetto a tutto il viaggio?
– Nel mio rapporto con Dio cosa significa «partire»?
– Quali sono gli atteggiamenti che questo brano sottolinea rispetto alla spiritualità del viandante?

I preadolescenti si interrogano
«Andare a vedere dove dimora Dio»


Lettura del brano di E.E. Schmitt, «Il bambino di Noè».
«Il nostro gruppo oltrepassò un portico pieno di statue inquietanti, poi feci la scoperta della prima chiesa della mia vita. Istruito da Rudy, sapevo che dovevo intingere le dita nell’acquasantiera, farmi un segno di croce sul petto e compiere una rapida genuflessione avviandomi verso il corridoio centrale. (…) «Eccoci nella casa di Dio» fece una voce stridula. «Ti ringraziamo,o Signore, di accoglierci nella Tua casa.» Sollevai la testa: altro che casa! Mica era una casa qualsiasi! Non aveva porte né muri interni, aveva finestre colorate che non si aprivano, colonne che non servivano a niente e soffitti tondeggianti. Perché i soffitti erano così tondi e così alti? E senza lampadari? E perché intorno al sacerdote avevano acceso delle candele in pieno giorno? Guardandomi intorno, vidi che c’erano abbastanza sedili per far accomodare ognuno dei presenti. Ma dove si sarebbe seduto Dio? E perché i trecento umani stipati in quel luogo a livello del pavimento occupavano così poco posto? A che serviva tutto quello spazio intorno? Dove alloggiava Dio a casa sua?
I muri tremavano e quelle vibrazioni divennero musica: l’organo aveva cominciato a suonare. Gli acuti mi solleticavano le orecchie, i bassi mi accarezzavano le natiche. La melodia si spandeva densa, generosa. In un attimo capii tutto: Dio era là. Dappertutto intorno a noi. Dappertutto sopra di noi. Era lui l’aria che vibrava, l’aria che cantava, l’aria che rimbalzava sotto le volte, l’aria che inarcava la schiena sotto la cupola. Era lui l’aria che si stemperava nei colori delle vetrate, l’aria che brillava, l’aria cangiante che sapeva di mirra, di cera d’api e di profumo di gigli. Avevo il cuore pieno, il cuore forte. Respiravo Dio a pieni polmoni, al limite dello svenimento.
La liturgia seguiva il suo corso. Io non ci capivo niente, contemplavo la cerimonia passivo e affascinato. Le volte che mi sforzavo di cogliere le parole, il discorso andava al di là delle mie capacità intellettuali. Dio era uno, poi due – Padre e Figlio – e certe volte tre – Padre, Figlio e Spirito Santo. Chi era lo Spirito Santo? Un cugino? All’improvviso, il panico: diventavano quattro! Il parroco di Chemlay vi aveva appena aggiunto una donna, la Vergine Maria. Confuso da quella moltiplicazione improvvisa di lei, lasciai perdere le loro complicate parentele e mi accordai al canto: tirare fuori la voce mi era sempre piaciuto. Quando il sacerdote accennò a una certa distribuzione di dolcetti rotondi io mi misi spontaneamente in fila con gli altri, ma i miei compagni mi trattennero. «Non puoi. Sei troppo piccolo. Non hai fatto la prima comunione».

Riflettiamo insieme
– Cosa ti colpisce maggiormente di questo brano?
– Ti è mai capitato di avere qualche pensiero simile a quello del protagonista Joseph?
– Joseph si fa molte domande: secondo te interrogarsi spesso e su molte cose aiuta la fede o la ostacola?
– Che relazione c’è, secondo te, tra la fede e la liturgia (in questo caso la Messa)?

I preadolescenti si interrogano
«Io, pellegrino»


Si distribuiscono dei cartoncini raffiguranti i segni del pellegrino: una bisaccia, il bordone, la credenziale, il ciondolo.
Si chiede ai ragazzi di immaginare e descrivere cosa possano significare, ripensando al loro utilizzo nel viaggio, ma anche a come possono essere legati al senso della fede e della spiritualità.
Riprendendo assieme i significati attribuiti e lasciandosi aiutare da alcune testimonianze si approfondiscono diversi aspetti:
– la provvidenza ricevuta e la carità offerta per via (bisaccia);
– il sostegno e la fiducia riposta in Dio, l’appoggio per camminare e per difendersi (bordone);
– la comunità da cui si è inviati (credenziale);
– la meta del viaggio (ciondolo: una conchiglia per chi si recava a Santiago, un ramoscello di palma per indicare il pellegrinaggio in Terrasanta, delle chiavi per significare il cammino verso Roma. La conchiglia, in modo particolare, divenne emblema dei diversi pellegrinaggi: veniva utilizzata per dissetarsi, prendendo l’acqua dai ruscelli, ma rappresentava soprattutto un simbolo di protezione, di fertilità, di purezza – ricordo del Battesimo).
Si chiede poi:
– Hai mai fatto o hai mai sentito parlare di un pellegrinaggio?
– Da quali elementi è caratterizzato?
– Perché è importante per crescere nella fede?
– Di che cosa si fa esperienza?


NOTE

[1] K. Ware, Dire Dio oggi. Il cammino del cristiano, Edizioni Qiquajon, Bose, 1998, p. 6.
[2] Per approfondimenti si veda D. Bruzzone, Ricerca di senso e cura dell’esistenza, op. cit., pp. 185-211.
[3] E. Bianchi, Le parole della spiritualità, op. cit., p. 15.
[4] K. Ware, Dire Dio oggi, op.cit., p. 21.
[5] Agostino d’Ippona, Le Confessioni, Libro I, Edizioni Paoline, Milano, 1987, p. 39.
[6] Cfr. G. Marcel, Homo viator, op. cit., p. 100.
[7] Cfr. Ibidem, pp. 95, 98.
[8] A. Bello, Parabole e metafore, La Meridiana, Molfetta, 2004, p. 122.
[9] G. Basadonna, Spiritualità della strada, Nuova Fiordaliso, Roma, 2003, p. 24.
[10] T. Eliot, La terra desolata, BUR, Milano, 2001, p. 109.