Partecipazione politica

Materiali vari


Domande per un lavoro di gruppo


Avete votato o andrete a votare alle prossime elezioni? Se no, perché? Se sì, quali difficoltà trovate nella scelta elettorale?
• In che misura la vostra fede guida il discernimento elettorale?
• Avete mai pensato o provato a fare politica “attiva” a qualche livello? Se no, perché? Se sì, quale? Quali sfide e quali opportunità avete incontrato?
• Quali altre forme di partecipazione politica avete in mente? Come sta interagendo con la società civile e politica del vostro territorio la comunità cristiana in cui il vostro gruppo è inserito? Si può fare di più o diversamente? In che modo?

 


Estratti da DOCAT, Cap. 8 “Potere e morale. La comunità politica”


196. Quanto è “politico” l’uomo per il cristianesimo?

 

Contrariamente agli autori antichi, il cristianesimo sottolinea soprattutto il valore incondizionato della persona umana, e in particolare senza tener conto del suo rendimento nella vita pubblica e politica. Anche un disabile o un anziano possiedono questa dignità, in quanto sono creati a immagine e somiglianza di Dio. Tutto il pensiero politico del cristianesimo si misura quindi sulla dignità dell’uomo donata da Dio. L’uomo è un essere individuale e sociale. Vive in un triplice circolo relazionale: 1. verso sé stesso; 2. verso gli altri; 3. verso Dio. L’uomo è misura e scopo della politica.

197. Quanto è importante la politica?
Per i cristiani lo “Stato” viene sempre dopo la persona e dopo la comunità di persone che oggi chiamiamo società civile. Prima di tutto l’essere umano trova sé stesso e la propria dignità nella relazione con Dio (relazione di trascendenza), poi si realizza nella relazione con gli altri (relazione sociale). Entrambe le dimensioni hanno un forte legame reciproco. In ogni caso, prima si devono realizzare i diritti della persona umana, poi della società e infine dell’organizzazione politica statale.

203. Su che cosa si fonda il potere politico?
Se la persona umana è il valore fondante della comunità politica, allora è anche l’unica legittimazione del potere politico. Il potere politico quindi non è l’arbitrio individuale di chi governa in un determinato momento e ritiene di essere responsabile solo per sé stesso. È piuttosto l’autorità legittimata dal popolo. Chi detiene il potere così come le persone che lo legittimano sono capaci di verità grazie alla ragione; sono in grado di riconoscere con certezza la validità dei valori e anche colui che garantisce che il bene sia anche bene assoluto: Dio. La dottrina sociale cattolica rigetta un generale scetticismo, secondo il quale in ultima analisi la verità e i valori morali generali non si possono conoscere.

205. La democrazia è un risultato del cristianesimo?
Per molti aspetti sì. Solo nel cristianesimo ciò che in Grecia era riservato alla conoscenza di pochi è stato radicalmente democratizzato e riconosciuto come elemento fondamentale dell’essere umano: la dignità che ogni uomo ha, indipendentemente dalla propria origine e dalla propria nascita. Ogni singola persona si trova in una relazione diretta con Dio. Questo lo sottrae al dominio totale di qualsiasi comunità politica. La dignità di ogni singolo uomo è il vero fondamento etico per democratizzare la partecipazione politica. Inoltre, la democrazia moderna si fonda sui diritti umani: essi garantiscono, per esempio, che la vita umana non venga eliminata o che le minoranze non vengano oppresse a causa di decisioni di maggioranza prese in modo arbitrario.

207. Il cristianesimo è una “religione politica”?
In nessuna occasione Gesù si è lasciato sfruttare dal punto di vista politico. Per questo non si è unito agli zeloti, i fanatici politici, che volevano liberare Israele dalla dominazione dei Romani usando la violenza. Gesù voleva la salvezza e la libertà di tutti gli esseri umani. Gli interessava fondamentalmente ripristinare la relazione dell’uomo con il suo Creatore. Per questo il suo Vangelo ha un significato più ampio della politica, nonostante per il singolo come per la comunità sia eminentemente politico. Prima di tutto però si deve separare la dimensione politica e religiosa, come ha fatto anche Gesù dicendo: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” (Mt 22,21). La distinzione fra religione e politica comportava per il mondo antico una separazione difficilmente comprensibile – e lo è ancora oggi per molte parti del mondo musulmano.

213. I cristiani danneggiano sé stessi, quando difendono l’ordinamento democratico?
La democrazia è l’ordinamento politico nel quale i principi fondamentali cristiani sono custoditi nel modo migliore. Nella sua etica politica, tuttavia, il cristianesimo non sostiene opinioni religiose particolari, ma principi statali generali fondati sulla ragione. “Quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri” (Fil 4,8). Questo vale anche quando i cristiani si trovano in una situazione apparentemente contraddittoria: da un lato desiderano la massima affermazione di valori fondamentali, dei quali fanno parte appunto anche la libertà di fede e di coscienza. Dall’altro, mettono in conto che probabilmente la maggioranza non pensa, agisce e decide in base a tali valori. I cristiani possono portare gli uomini del loro tempo a posizioni differenti solo attraverso una paziente opera di convincimento.

219. Si può contemporaneamente fare politica ed essere cristiani?
Fa onore a ogni cristiano mettersi a servizio della società impegnandosi in politica. In politica, il punto è sempre ciò che è “fattibile”: non sempre ci sono i mezzi per fare il necessario, e qualche volta non ci sono le maggioranze per realizzare in politica concezioni cristiane fondamentali. Ai politici cristiani non si deve rimproverare il fatto di dover scendere a compromessi. Tuttavia, ci sono decisioni che nessun politico cristiano può sostenere per motivi di coscienza. Per un politico cristiano non si può rinunciare ai valori fondamentali della persona: vita, libertà, dignità. Nessun politico può per esempio definirsi cristiano e contemporaneamente contribuire a far sì che le fonti naturali di sussistenza del suo Paese vengano distrutte.

220. La Chiesa deve essere d’accordo con tutte le decisioni democratiche?
L’opzione per la democrazia da parte della Chiesa non significa che la Chiesa debba approvare tutte le decisioni che prende una collettività democratica. Nel suo giudizio etico la Chiesa si oppone talvolta alle decisioni del legislatore parlamentare. Ad esempio, la Chiesa può approvare che l’aborto venga legalizzato, gli embrioni vengano utilizzati per la ricerca e si pratichi la pena di morte? La Chiesa ha il compito di criticare tali sviluppi; tuttavia, non ha alcuna possibilità di impedire queste decisioni. Qui è richiesto l’intervento attivo dei cristiani in politica: l’impegno per i valori della vita e i diritti umani e la loro trasformazione in decisioni politiche.

221. La Chiesa ha quindi delle riserve sulla democrazia?
La Chiesa si riserva il diritto della distanza critica nei confronti di tutte le forme di organizzazione politica. Predilige e sostiene forme di governo democratiche, ma non le idealizza. Anche la democrazia è un sistema normativo che non è esente da errori e da sbagli. Alla dottrina sociale cattolica premono i principi etici fondamentali della convivenza e non le “questioni tecniche” dell’organizzazione politica.


Film da guardare con un gruppo di giovani per un “cineforum” sulla partecipazione politica


Su partecipazione politica e sistemi autoritari: L'onda (2008)
Su partecipazione politica e media: L'uomo dell'anno (2006)
Sulla partecipazione politica al tempo delle ideologie forti: Mio fratello è figlio unico (2007)
Su cristianesimo e partecipazione politica al tempo dei totalitarismi: La rosa bianca – Sophie Scholl (2005)

 


Canzoni da ascoltare con un gruppo di giovani per parlare di partecipazione politica


Frankie HI-NRG MC – Quelli che benpensano
Giorgio Gaber – La libertà
Fabrizio Moro – Pensa
Fabrizio De Andrè – Canzone del maggio
Lo Stato Sociale – Sessanta milioni di partiti
The Sun – L’alba che vuoi


Democrazia


Per studiare il primo “endorsement” ufficiale ad alto livello da parte della Santa Sede in favore della democrazia, si leggano i paragrafi dedicati al “problema della democrazia” da Papa Pio XII nel suo Radiomessaggio del 24 dicembre 1944:
https://w2.vatican.va/content/pius-xii/it/speeches/1944/documents/hf_p-xii_spe_19441224_natale.html
Per leggere i risultati dello studio dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo (Rapporto Giovani 2018) sull’atteggiamento dei giovani nei confronti della politica in Italia:
http://www.rapportogiovani.it/i-giovani-e-la-politica/

 


Testi brevi per stimolare la riflessione con gruppi di giovani


“Ci impegniamo noi e non gli altri” (Don Primo Mazzolari)
Estratto da Mazzolari P., Impegno con Cristo, Edizione critica a cura di Giorgio Vecchio, EDB, 2007, pp. 49-53.
Ci impegniamo noi e non gli altri, unicamente noi e non gli altri, né chi sta in alto né chi sta in basso, né chi crede né chi non crede.
Ci impegniamo senza giudicare chi non s’impegna, senza accusare chi non si impegna, senza cercare perché non si impegna, senza disimpegnarci perché altri non s’impegna.
Sappiamo di non poter nulla su alcuno né vogliamo forzare la mano ad alcuno, devoti come siamo e come intendiamo rimanere al libero movimento di noi stessi o dei nostri convincimenti.
Noi non possiamo nulla sul nostro mondo, su questa realtà che è il nostro mondo di fuori, poveri come siamo e come intendiamo rimanere e senza nome.
Se qualche cosa sentiamo di potere – e lo vogliamo fermamente – è su di noi, soltanto su di noi. Il mondo si muove se noi ci muoviamo, si muta se noi ci mutiamo, di fa nuovo se alcuno si fa nuova creatura, imbarbarisce se scateniamo la belva che è in ognuno di noi. L’ordine nuovo comincia se alcuno si sforza di divenire un uomo nuovo. La primavera incomincia col primo fiore, la notte con la prima stella, il fiume con la prima goccia, l’amore con il primo sogno.
Ci impegniamo perché non potremmo non impegnarci.
C’è qualcuno o qualche cosa in noi – un istinto, una ragione, una vocazione, una grazia – più forte di noi stessi.
Nei momenti gravi ci si orienta dietro richiami che non si sa di preciso donde vengano, ma che costituiscono la più sicura certezza, l’unica certezza nel disorientamento generale.
Lo spirito può aprirsi un varco attraverso le resistenze del nostro egoismo anche in questa maniera, disponendoci a quelle nuove continuate obbedienze che possono venire disposte in ognuno dalla coscienza, dalla ragione, dalla fede.
Ci impegniamo per trovare un senso alla vita, a questa vita, alla nostra vita, una ragione che non sia una delle tante ragioni che ben conosciamo e che non ci prendono il cuore, un utile che non sia una delle solite trappole generosamente offerte ai giovani dalla gente pratica.
Si vive una sola volta e non vogliamo in nome di nessun piccolo interesse. Non ci interessa la carriera, non ci interessa il denaro, non ci interessa la donna se ce la presentate come una femmina soltanto, non ci interessa il successo né di noi stessi né delle nostre idee, non ci interessa passare alla storia. Abbiamo il cuore giovane e ci fa paura il freddo della carta e dei marmi, non ci interessa né l’essere eroi né l’essere traditori davanti agli uomini se ci costasse la fedeltà a noi stessi.
Ci interessa di perderci per qualcosa o per qualcuno che rimarrà anche dopo che noi saremo passati e che costituisce la ragione del nostro ritrovarci.
Ci interessa di portare un destino eterno nel tempo, di sentirci responsabili di tutto e di tutti, di avviarci, sia pure attraverso lunghi erramenti, verso l’Amore, che ha diffuso un sorriso di poesia sopra ogni creatura, dal fiore al bambino, dalla stella alla fanciulla, che ci fa pensosi davanti a una culla e in attesa davanti a una bara.
Ci impegniamo non per riordinare il mondo, non per rifarlo su misura, ma per amarlo.
Per amare anche quello che non possiamo accettare, anche quello che non è amabile, anche quello che pare rifiutarsi all’amore poiché dietro ogni volto e sotto ogni cuore c’è, insieme a una grande sete d’amore, il volto e il cuore dell’Amore.
Ci impegniamo perché noi crediamo all’Amore, la sola certezza che non teme confronti, la sola che basta per impegnarci perdutamente

 

Il discorso di Pericle agli Ateniesi
Estratto da Tucidide, Storie (Guerra del Peloponneso), Vol. II, Cap. 34-36.
“Noi abbiamo una forma di governo che non guarda con invidia le costituzioni dei vicini, e non solo non imitiamo altri, ma anzi siamo noi stessi di esempio a qualcuno. Quanto al nome, essa è chiamata democrazia, poiché è amministrata non già per il bene di poche persone, bensì di una cerchia più vasta: di fronte alle leggi, però, tutti, nelle private controversie, godono di uguale trattamento; e secondo la considerazione di cui uno gode, poiché in qualche campo si distingue, non tanto per il suo partito, quanto per il suo merito, viene preferito nelle cariche pubbliche; né, d’altra parte, la povertà, se uno è in grado di fare qualche cosa di utile alla città, gli è di impedimento per l’oscura sua posizione sociale.
Come in piena libertà viviamo nella vita pubblica così in quel vicendevole sorvegliarsi che si verifica nelle azioni di ogni giorno, noi non ci sentiamo urtati se uno si comporta a suo gradimento, né gli infliggiamo con il nostro corruccio una molestia che, se non è un castigo vero e proprio, è pur sempre qualche cosa di poco gradito.
Noi che serenamente trattiamo i nostri affari privati, quando si tratta degli interessi pubblici abbiamo un’incredibile paura di scendere nell’illegalità: siamo obbedienti a quanti si succedono al governo, ossequienti alle leggi e tra esse in modo speciale a quelle che sono a tutela di chi subisce ingiustizia e a quelle che, pur non trovandosi scritte in alcuna tavola, portano per universale consenso il disonore a chi non le rispetta. Inoltre, a sollievo delle fatiche, abbiamo procurato allo spirito nostro moltissimi svaghi, celebrando secondo il patrio costume giochi e feste che si susseguono per tutto l’anno e abitando case fornite di ogni conforto, il cui godimento quotidiano scaccia da noi la tristezza.
Affluiscono poi nella nostra città, per la sua importanza, beni d’ogni specie da tutta la Terra e così capita a noi di poter godere non solo tutti i frutti e prodotti di questo paese, ma anche quelli degli altri, con uguale diletto e abbondanza come se fossero nostri.
Anche nei preparativi di guerra ci segnaliamo sugli avversari. La nostra città, ad esempio, è sempre aperta a tutti e non c’è pericolo che, allontanando i forestieri, noi impediamo ad alcuno di conoscere o di vedere cose da cui, se non fossero tenute nascoste e un nemico le vedesse, potrebbe trar vantaggio; perché fidiamo non tanto nei preparativi e negli stratagemmi, quanto nel nostro innato valore che si rivela nell’azione. Diverso è pure il sistema di educazione: mentre gli avversari, subito fin da giovani, con faticoso esercizio vengono educati all’eroismo; noi, invece, pur vivendo con abbandono la vita, con pari forza affrontiamo pericoli uguali. E la prova è questa: gli Spartani fanno irruzione nel nostro paese, ma non da soli, bensì con tutti gli alleati; noi invece, invadendo il territorio dei vicini, il più delle volte non facciamo fatica a superare in campo aperto e in paese altrui uomini che difendono i propri focolari. E sì che mai nessuno dei nemici si è trovato di fronte tutta intera la nostra potenza, dato che noi rivolgiamo le nostre cure alla flotta di mare, ma anche, nello stesso tempo, mandiamo milizie cittadine in molti luoghi del continente. Quando gli avversari vengono a scontrarsi in qualche luogo con una piccola parte delle nostre forze, se riescono ad ottenere un successo parziale si vantano di averci sbaragliati tutti e se sono battuti, vanno dicendo, a loro scusa, di aver ceduto a tutto intero il nostro esercito. E per vero se noi amiamo affrontare i pericoli con signorile baldanza, piuttosto che con faticoso esercizio, e con un coraggio che non è frutto di leggi, ma di un determinato modo di vivere, abbiamo il vantaggio di non sfibrarci prima del tempo per dei cimenti che hanno a venire e, di fronte ad essi, ci dimostriamo non meno audaci di coloro che di fatiche vivono.
Se per questi motivi è degna la nostra città di essere ammirata, lo è anche per altre ragioni ancora. Noi amiamo il bello, ma con misura; amiamo la cultura dello spirito, ma senza mollezza. Usiamo la ricchezza più per l’opportunità che offre all’azione che per sciocco vanto di parola, e non il riconoscere la povertà è vergognoso tra noi, ma più vergognoso non adoperarsi per fuggirla. Le medesime persone da noi si curano nello stesso tempo e dei loro interessi privati e delle questioni pubbliche: gli altri poi che si dedicano ad attività particolari sono perfetti conoscitori dei problemi politici; poiché il cittadino che di essi assolutamente non si curi siamo i soli a considerarlo non già uomo pacifico, ma addirittura un inutile. Noi stessi o prendiamo decisioni o esaminiamo con cura gli eventi: convinti che non sono le discussioni che danneggiano le azioni, ma il non attingere le necessarie cognizioni per mezzo della discussione prima di venire all’esecuzione di ciò che si deve fare.
Abbiamo infatti anche questa nostra dote particolare, di saper, cioè, osare quant’altri mai e nello stesso tempo fare i dovuti calcoli su ciò che intendiamo intraprendere: agli altri, invece, l’ignoranza provoca baldanza, la riflessione apporta esitazione. Ma fortissimi d’animo, a buon diritto, vanno considerati coloro che, conoscendo chiaramente le difficoltà della situazione e apprezzando le delizie della vita, tuttavia, proprio per questo, non si ritirano di fronte ai pericoli.
Anche nelle manifestazioni di nobiltà d’animo noi ci comportiamo in modo diverso dalla maggior parte: le amicizie ce le procuriamo non già ricevendo benefici, ma facendone agli altri. È amico più sicuro colui che ha fatto un favore, in quanto vuol mettere in serbo la gratitudine dovutagli con la benevolenza dimostrata al beneficato. Chi invece tale beneficio ricambia è più tiepido, poiché sa bene che ricambierà non per avere gratitudine, ma per adempiere un dovere. Noi siamo i soli che francamente portiamo soccorso ad altri non per calcolo d’utilità, ma per fiduciosa liberalità.
In una parola, io dico che non solo la città nostra, nel suo complesso, è la scuola dell’Ellade, ma mi pare che in particolare ciascun Ateniese, cresciuto a questa scuola, possa rendere la sua persona adatta alle più svariate attività, con la maggior destrezza e con decoro, a se stesso bastante. E che questo che io dico non sia vanto di parole per l’attuale circostanza, ma verità comprovata dai fatti, lo dimostra la potenza stessa di questa città che con tali norme di vita ci siamo procurata. Sola infatti, tra le città del nostro tempo, si dimostra alla prova superiore alla sua stessa fama ed è pure la sola che al nemico che l’assale non è causa di irritazione, tale è l’avversario che lo domina; né ai sudditi motivo di rammarico, come sarebbe se i dominatori non fossero degni di avere il comando.
Con grandi prove, dunque, non già senza testimoni, avendo noi conseguito tanta potenza, da contemporanei e da posteri saremo ammirati; non abbiamo bisogno di un Omero che ci lodi o di altro poeta epico che al momento ci lusinghi, mentre la verità toglierà il vanto alle presunte imprese, noi che abbiamo costretto ogni mare e ogni terra ad aprirsi al nostro coraggio; ovunque lasciando imperituri ricordi di disfatte e di trionfi. Per una tale città, dunque, costoro nobilmente morirono, combattendo perché non volevano che fosse loro strappata, ed è naturale che per essa ognuno di quelli che sopravvivono ami affrontare ogni rischio.”