Il Vangelo del giorno (Bose)

 

Il coraggio dell’ascolto

Sorella Laura - Bose

17 marzo 2018

In quel tempo 12 mentre Gesù e i suoi discepoli uscivano da Betània, ebbe fame. 13Avendo visto da lontano un albero di fichi che aveva delle foglie, si avvicinò per vedere se per caso vi trovasse qualcosa ma, quando vi giunse vicino, non trovò altro che foglie. Non era infatti la stagione dei fichi. 14Rivolto all’albero, disse: “Nessuno mai più in eterno mangi i tuoi frutti!”. E i suoi discepoli l’udirono. 15Giunsero a Gerusalemme. Entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e quelli che compravano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombe 16e non permetteva che si trasportassero cose attraverso il tempio. 17E insegnava loro dicendo: “Non sta forse scritto:
La mia casa sarà chiamata
casa di preghiera per tutte le nazioni?
Voi invece ne avete fatto un covo di ladri”.
18Lo udirono i capi dei sacerdoti e gli scribi e cercavano il modo di farlo morire. Avevano infatti paura di lui, perché tutta la folla era stupita del suo insegnamento. 19Quando venne la sera, uscirono fuori dalla città.
Mc  11,12-19

Una lettura superficiale di questa pagina di vangelo potrebbe indurre ad attribuire a Gesù un carattere capriccioso, addirittura violento. Nulla di tutto questo. Gesù compie gesti simbolici, destinati a restare bene impressi in chi vi assiste, un tipo di comunicazione che nel suo contesto era più facilmente leggibile di oggi, perché rimandava alla collera profetica.
Il fico senza frutti si viene a trovare sulla strada di Gesù nella stagione in cui ci sono solo foglie e lui ne fa l’immagine di qualcosa che promette molto, ma poi delude le aspettative che ha creato. Il fico diventa metafora della sterilità d’Israele, la sterilità che Gesù discerne in istituzioni religiose come il tempio, che potrebbero essere feconde, ma non lo sono; sono appariscenti per il fogliame rigoglioso (lo splendore della liturgia, la magnificenza della costruzione… ), ma l’attesa dei frutti viene delusa.
Gesù poi entra nel tempio e ne caccia coloro che assicurano il buon funzionamento del rituale sacrificale (vendita di animali e tavoli dei cambiamonete). La scena si svolge nel cortile dei gentili, una zona alla quale potevano accedere anche i non ebrei. Nell’intenzione originaria doveva essere un luogo di preghiera, di silenzio, ed eventualmente di approccio alla Scrittura per i proseliti. Anche i pagani avevano diritto all’esperienza di Dio, quel cortile era per loro: “casa di preghiera per tutte le genti”, secondo la profezia di Isaia. Gesù lo trova pieno di mercanti, di chiasso, un “covo di ladri”, lontano dalla sua destinazione originale. Il gesto di Gesù è profetico, esprime il suo giudizio sul tempio. Un gesto di collera, una collera che, a differenza della violenza, è originata dalla passione, dall’amore. Il gesto preannuncia il passaggio da un culto screditato a un culto nuovo.
Emerge da questi due episodi la sconvolgente libertà di Gesù, se intendiamo per libertà l’essere fonte della propria azione, agire non in reazione a qualcuno o a qualcosa, ma a partire dalla propria soggettività, dalla propria vita interiore. La libertà di Gesù aveva a che fare con la sua intelligenza, con il suo discernimento. Gesù rifletteva, leggeva le Scritture e i segni dei tempi, osava mettere in discussione il presente: per questo poteva misurare la distanza tra ciò che il tempio avrebbe dovuto essere e quello che era diventato, e intervenire.
Gesù aveva coraggio. Difficile seguirlo in questo nostro tempo in cui il coraggio è spesso proprio ciò che manca, in quest’epoca del “vivi e lascia vivere”, dell’indifferenza, del silenzio complice, della rimozione del conflitto: forse sarebbe più apprezzato il Gesù sdolcinato di certa devozione, facilmente manovrabile in funzione consolatoria. Ma proprio per questo è importante che ci siano nel vangelo pagine come questa.
Gesù sapeva che avrebbe pagato caro quell’atto, ma di certo non era dominato dalla paura. Aveva quel coraggio, così raro, che è il coraggio dell’ascolto: in dialogo continuo con il Padre non si tappava le orecchie, non rimuoveva, non accampava scuse, non cercava vie di fuga, ascoltava con cuore largo e generoso (generosità: l’altra faccia del coraggio), rifletteva e obbediva.