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Un’esperienza pasquale

Fratel Emanuele - Bose

7 marzo 2018

In quel tempo Gesù 14arrivando presso i discepoli, vide attorno a loro molta folla e alcuni scribi che discutevano con loro. 15E subito tutta la folla, al vederlo, fu presa da meraviglia e corse a salutarlo. 16Ed egli li interrogò: «Di che cosa discutete con loro?». 17E dalla folla uno gli rispose: «Maestro, ho portato da te mio figlio, che ha uno spirito muto. 18Dovunque lo afferri, lo getta a terra ed egli schiuma, digrigna i denti e si irrigidisce. Ho detto ai tuoi discepoli di scacciarlo, ma non ci sono riusciti». 19Egli allora disse loro: «O generazione incredula! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo da me». 20E glielo portarono. Alla vista di Gesù, subito lo spirito scosse con convulsioni il ragazzo ed egli, caduto a terra, si rotolava schiumando. 21Gesù interrogò il padre: «Da quanto tempo gli accade questo?». Ed egli rispose: «Dall'infanzia; 22anzi, spesso lo ha buttato anche nel fuoco e nell'acqua per ucciderlo. Ma se tu puoi qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci». 23Gesù gli disse: «Se tu puoi! Tutto è possibile per chi crede». 24Il padre del fanciullo rispose subito ad alta voce: «Credo; aiuta la mia incredulità!». 25Allora Gesù, vedendo accorrere la folla, minacciò lo spirito impuro dicendogli: «Spirito muto e sordo, io ti ordino, esci da lui e non vi rientrare più». 26Gridando e scuotendolo fortemente, uscì. E il fanciullo diventò come morto, sicché molti dicevano: «È morto». 27Ma Gesù lo prese per mano, lo fece alzare ed egli stette in piedi. 28Entrato in casa, i suoi discepoli gli domandavano in privato: «Perché noi non siamo riusciti a scacciarlo?». 29Ed egli disse loro: «Questa specie di demòni non si può scacciare in alcun modo, se non con la preghiera».
Mc 9,14-29

La presenza di Cristo fa arretrare il male, in una lotta incessante, senza quartiere, che si declina con mille varianti e sfumature nelle pagine dei Vangeli. In questa scena, Gesù incontra un uomo, disperato per la malattia del figlio: la malattia, infatti, non colpisce solo il corpo, lo spirito e la psiche del malato, ma getta una coltre di prostrazione, di fatica, di sconforto, di crisi anche su coloro che stanno accanto al malato, nell’inesausto tentativo di cercare un rimedio, di trovare una cura e ritornare ad una situazione di normalità, di vita ordinaria, umana, vivibile… Il padre, infatti, parla al plurale: «Abbi pietà di noi e aiutaci» (v. 22), perché, di pietà e di aiuto, hanno bisogno non solo i malati, ma anche i loro familiari, associati in una prova che spesso li supera.
Gesù, non a caso, inizia proprio a prendersi cura di quel padre, al quale rivolge la sua parola e le sue domande, per suscitare un racconto, una narrazione, che gli permetta di considerare, valutare e discernere la situazione nel suo insieme; e il padre racconta di un male che si è impossessato del figlio sin dalla sua tenera età, di una patologia che ha relegato il bambino in una condizione di incomunicabilità, essendo ormai incapace di udire, di parlare, di nutrirsi, di stare in piedi. Il malato è diventato un soggetto passivo, senza possibilità di iniziativa: è preda del male che lo tiene prigioniero; è posseduto da una forza estranea che lo attanaglia, senza essere padrone di sé; è portato dal genitore verso coloro che potrebbero guarirlo…
E il Maestro di Nazareth cerca di curare dapprima il padre, ascoltandone lo sfogo, la delusione per una guarigione che non era avvenuta per mano dei discepoli, il dubbio di una fiducia vacillante, che vorrebbe sperare nell’energia ricreante della salvezza, ma che esita nell’incertezza: «Se tu puoi qualcosa…» (v. 22). Ma Gesù lo rimanda alla forza e alle potenzialità insite nel credente stesso, prima che nel potere taumaturgico del guaritore: «Tutto è possibile per chi crede» (v. 23). Così il padre del fanciullo è portato a confrontarsi con la propria fede e a riconoscere che questa resta pur sempre abitata da una certa non-fede (apistía), da un dubbio radicale, da una fiducia debole e indebolita: «Credo; aiuta la mia incredulità!» (v. 24).
«La fede è la vita nella sua massima intensità. La fede è toccare, a momenti, il punto più ardente di questa vita: la fede, cioè, è il culmine dell’esperienza umana, è la massima densità dell’esperienza umana; fede significa comprendere – quando si ha a che fare con questa densità – che vi è qualcosa che non viene mai distrutto, anche nelle condizioni peggiori, e che non verrà mai meno», anche quando la malattia «a poco a poco erode tutto e inizia ad impadronirsi di tutto. È come un salto, ma un salto da bambini, al di sopra del piccolo ruscello della morte. Ecco. La fede è semplicemente questa attenzione prestata ai viventi» (Ch. Bobin).
E questa fede apre la porta all’esperienza pasquale di morte e resurrezione, come lascia intendere la conclusione di questo brano: il malato, simile a un morto, si alza in piedi e “risorge”, per essere restituito alla vita (cf. vv. 26-27). «Non morirò, ma vivrò, per narrare le opere del Signore» (Sal 118,17).

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