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Donne e ministeri ecclesiali:

un congresso ecumenico

e i suoi effetti

Claudia Lücking-Michel


Vent'anni dopo il grande congresso sul diaconato a Stoccarda, si è svolto ad Osnabrück alla fine del 2017 un congresso scientifico dal titolo “Donne e ministeri ecclesiali”. È la conseguenza dell'attuale situazione di bisogno pastorale, ma anche dei molteplici processi di dialogo rispetto all'apertura spirituale sostenuta dal pontificato di Francesco.

Museruole e divieti di parola su determinati argomenti, uniti alle usuali minacce di “ritiro dell'amore” - che significa normalmente soprattutto riduzione dei finanziamenti – evidentemente non funzionano più. Lo ha dimostrato il congresso “Donne e ministeri ecclesiali” all'inizio di dicembre a Osnabrück. Infatti le riflessioni non erano per nulla limitate al diaconato femminile, come era stato vent'anni fa a Stoccarda, ma prendevano in considerazione con onestà intellettuale l'intero quadro di possibili servizi e ministeri. Il risultato concreto sono le cosiddette “Osnabrücker Thesen” (Tesi di Osnabrück) che il congresso ha approvato, e che, insieme alle dichiarazioni sull'argomento anch'esse dettagliatamente discusse, non si potranno più ignorare in tutti i dibattiti futuri sui ministeri delle donne nella Chiesa.
Circa 200 donne e uomini, rappresentanti del mondo della teologia, di istituzioni e associazioni si sono occupati per tre giorni di questo tema con conferenze, colloqui e approfonditi dibattiti. Inoltre il congresso di Osnabrück era stato organizzato ecumenicamente – il che gli ha conferito un'apertura di prospettiva utile e necessaria. In molti contributi infatti diventava subito evidente che erano strettamente connesse due preoccupazioni fondamentali.
Da un lato il movimento ecumenico, per poter essere davvero coronato da successo, ha bisogno che ci sia un accordo sulla presenza delle donne in ministeri ecclesiali. Da un altro lato, la situazione delle donne nella Chiesa cattolica - molto insoddisfacente - riceve importanti impulsi di cambiamento dall'aiuto fraterno dalle altre Chiese: sia attraverso le loro risposte dogmatiche così diverse alla questione della donna nella Chiesa, sia attraverso esperienze e insegnamenti che vengono dalla storia, che sempre mostrano che anche nelle altre Chiese non tutto è stato semplice e che non sono esclusi passi indietro. Ad Osnabrück era presente un ampio spettro del mondo ecumenico: dalle Chiese evangeliche alle Chiese libere, ai metodisti, ai veterocattolici fino alla prospettiva greco-ortodossa e ucraino-ortodossa.

La questione della donna è in ultima analisi una questione culturale

Diversi interventi hanno subito messo in chiaro che una presa di posizione sulla questione della donna non può prescindere da una chiarificazione del proprio atteggiamento nei confronti della questione di genere. Lo ha affermato in modo molto netto soprattutto Saskia Wendel, di Colonia, professoressa di teologia sistematica, che ha intitolato il suo intervento “Gesù era un maschio, e allora?”. Un titolo formato da una prima parte che registra un fatto oggettivo, e da una seconda parte che si interroga sul significato di quella affermazione nel nostro modo di intendere la salvezza.
In fondo, a Natale, noi festeggiamo l'incarnazione del Verbo: quando diciamo che il Verbo di Dio si è fatto uomo, intendiamo che si è fatto essere umano, non uomo maschio. Le differenze tra la natura divina e la natura umana che vengono superate con l'incarnazione sono qualitativamente ed esistenzialmente senz'altro maggiori della differenza, al confronto insignificante, tra l'essere maschi o femmine degli esseri umani.
Questi sono proprio i principi dogmatici fondamentali: in fondo, nella celebrazione eucaristica non vengono messi in scena dei “misteri” medioevali per i quali colui che rappresenta Gesù deve essere un maschio. Contro tutte le definizioni precipitose, il congresso sostiene perciò con fermezza nelle sue tesi che la discussione sulla domanda se Dio abbia data una indicazione immutabile su come o da chi Dio debba essere rappresentato nella funzione ecclesiale, può e deve rimanere aperta.
Inoltre oggi si spera di non dover più discutere con nessuno sul fatto che, indipendentemetne dalla discussione su sex e gender, ognuno e ognuna abbia diritto a pari opportunità e a pari diritto di partecipazione. Però anche nel 2018 non c'è una vera parità di genere nella nostra società. Ma soprattutto non c'è nella Chiesa cattolica. Non c'è da stupirsi! La questione femminile è alla fine una questione culturale. La mutata coscienza del proprio ruolo da parte delle donne è il risultato di uno dei principali processi di trasformazione sociale. La Chiesa non esiste nel vuoto, ma in riferimento alle condizioni della società. Così i cambiamenti sociali della vita delle donne incidono sulla vita della Chiesa. Ma non solo in senso positivo. Alcune disfunzioni sociali si consolidano proprio qui.
La Chiesa rafforza nel suo ambito specifico disfunzioni sociali in riferimento alle donne, poiché è spaventosamente alta la percentuale di maschi in posizione direttiva nella Chiesa che hanno un'immagine discutibile e allarmante della donna o che hanno difficoltà a rapportarsi con le donne.
Ancora peggio: le discriminazioni strutturali delle donne nella Chiesa vengono ancora fondate su argomenti fatti passare per teologici e quindi sottratti a qualsiasi critica. Al fatto in quanto tale si aggiunge nella Chiesa l'effettivo scandalo che questa disfunzione non solo non viene superata, ma continua ad essere strutturalmente giustificata. Proprio quelle donne per le quali la Chiesa è importante vivono spesso in modo particolarmente forte la discrepanza tra la propria coscienza del loro ruolo nella vita reale come donne, da un lato, e le posizioni della Chiesa dall'altro.
Non si deve comunque nascondere che sul tema “donne e chiesa” ci sono state attenzioni. Già papa Giovanni XXIII annoverava nella sua enciclica “Pacem in terris” il movimento delle donne tra i più importanti segni dei tempi. È già passato qualche anno da allora! Ma in alcuni ambienti della Chiesa cattolica questo riconoscimento fino ad oggi non è ancora davvero arrivato. Il Sinodo comune a Würzburg ha ripreso il tema. La Conferenza episcopale tedesca vi dedicò già nel 1981 un documento pastorale: “Sulla questione della posizione della donna nella Chiesa e nella società”.

I vescovi cattolici come apripista?

In quell'occasione i vescovi delinearono una visione secondo la quale la Chiesa avrebbe dovuto essere “un modello per un vivere e un agire insieme di pari valore e di pari partecipazione di uomini e donne”. A questa visione purtroppo, in tutti questi anni, ci siamo avvicinati ben poco. Anzi, peggio, c'è addirittura il timore che la Chiesa su questo punto diventi il modello per la nostra società.
Io ho piuttosto la speranza che i progressi nella società alla fine cambino anche i rapporti all'interno della Chiesa. Ma per quanto riguarda l'attenzione della Chiesa per “le sue donne” non si può ignorare l'atteggiamento con cui questo avviene: le donne vengono “bollate” come un gruppo speciale con particolari bisogni pastorali, analogamente a rifugiati, musulmani e handicappati.
Prendiamo come esempio la sottocommissione “Donne e Chiesa” che come tale agisce positivamente. Ma a chi verrebbe mai l'idea di istituire una commissione “Maschi e Chiesa” o di nominare un vescovo per i maschi? Noi donne siamo la Chiesa – però troppo spesso parliamo di “Chiesa” intendendo in realtà solo “i maschi della Chiesa”.
Lentamente, troppo lentamente, qualcosa cambia. “Più donne in posizioni ecclesiali direttive”: in questo periodo è il tema ricorrente della Conferenza episcopale, cantus firmus nei discorsi con i vescovi. Se si contano le professoresse che occupano cattedre di teologia, le donne in funzioni direttive in organizzazioni ecclesiali o nelle stesse commissioni dei vescovi, si può constatare che il cambiamento avviene troppo lentamente nella giusta direzione. Con il programma di tutoraggio della Conferenza episcopale e l'Hildegardisverein ci sono misure effettive per il cambiamento del personale riguardo alle donne. Il tutto mostra efficacia: donne in funzioni direttive ecclesiali cambiano profondamente la visione che ogni comunità di fede ha di sé e il modo in cui viene vista dagli altri.
Nonostante ciò continuano ad esserci troppi incarichi direttivi che quasi “per abitudine” vengono affidati solo a preti, senza che formalmente per l'incarico sia necessaria l'ordinazione. Che dire ad esempio dei capi dei grandi enti assistenziali, del segretario della Conferenza episcopale, di qualche direttore di accademia – per citare solo alcuni esempi? E che dire delle nomine a certe cattedre, se la cosiddetta “quota dei preti” deve essere raggiunta, per cui si introduce di nuovo il programma di recupero per candidati che non stanno al primo posto nella lista, ma che sono preti ordinati?).
Se poi arriviamo ai ministeri ordinati, vale comunque ancora questa affermazione: “Io rimprovero al nostro tempo di respingere gli spiriti forti e dotati di ogni bene, solo perché sono donne”. Questa è una citazione di Teresa d'Avila: il riconoscere che tale è la realtà, risale a qualche tempo addietro! La nostra Chiesa esclude sistematicamente le donne, oggi come un tempo, dai più importanti posti di responsabilità. I carismi delle donne, oggi come un tempo, non sono presi adeguatamente in considerazione, perché esse strutturalmente, indipendentemente dalle loro qualifiche, motivazioni o vocazioni, non hanno alcuna chance di esprimere il loro impegno per dare forma alla realtà ecclesiale, solo perché sono donne.
Il Congresso che è stato organizzato con la cooperazione ecumenica di Margit Eckholt, Dorothea Sattler, Andrea Strübind e Ulrike Link-Wieczorek, sostiene che la distinzione di specifici servizi all'interno dell'unico (sacramentale) ministero (episcopato, presbiterato e diaconato) insieme alle relative condizioni di ammissione ha avuto uno sviluppo, storicamente, nel corso dei secoli. Quale valido motivo dovrebbe esserci per congelare proprio adesso questo sviluppo? Naturalmente si può – e lo si farà necessariamente – sviluppare ulteriormente i profili delle funzioni ecclesiali. Questo dovrebbe oggi avvenire in una prospettiva ecumenica e su questo punto bisogna evitare che vengano fissate nuove definizioni specifiche per genere.

Dalla storia si possono trarre prospettive solo limitatamente vincolanti

Come segno importante ad Osnabrück è stato registrato con riconoscenza il fatto che il vescovo locale e presidente della Sottocommissione Donne, il vescovo Franz-Josef Bode, non solo era presente e ha sostenuto l'interesse del congresso, ma che è anche intervenuto con un suo contributo.
All'efficacia del congresso sicuramente contribuisce anche il fatto che abbiano partecipato importanti donne responsabili per i diritti delle donne nella Chiesa cattolica, come rappresentanti di entrambe le grandi associazioni femminili, la Katholische Frauengemeinschaft Deutschlands (kfd) e il Katholische Deutsche Frauenbund (KDFB), l'Agenda-Forum delle teologhe cattoliche, la rete Diakonat e anche il Comitato centrale dei cattolici tedeschi (ZdK).
Un accesso giusto e aperto di tutti, sia di uomini che di donne, a tutte le forme di servizi e ministeri che la Chiesa offre, è impellente. In questo il congresso, dopo una valutazione critica degli studi biblici, degli esempi storici e di una sistematica catena di argomentazioni, ha trovato presto la sua unità: ogni singolo argomento generalmente addotto contro l'ordinazione delle donne è stato lucidamente smontato e demolito. L'onere della prova è stato capovolto. Non è l'accesso delle donne a servizi e ministeri ecclesiali che deve essere motivato, ma la sua esclusione.
Con “Ordinatio Sacerdotalis” c'era stato, è vero, il tentativo di por fine ufficialmente con un diktat alla discussione sull'ordinazione delle donne. Ma anche chi desidera essere obbediente, non può però smettere di pensare. Indipendentemente dal fatto che la forza di convinzione degli argomenti per l'esclusione delle donne non cresce né tramite la continua ripetizione né con divieti di parola.
Le domande cruciali di formazione per l'insegnamento nella Chiesa, contro l'esclusione delle donne da servizi e ministeri, sarebbero una prova per la disponibilità delle stesse a salvaguardare la loro vocazione a servizio dell'annuncio dell'evangelo in parole e fatti – sottolinea una ulteriore tesi congressuale. La Chiesa non è di fatto nella posizione di lasciare inutilizzati talenti, doti e vocazioni.
Nonostante ciò, i cambiamenti all'immagine futura di Chiesa, dei suoi ministeri e dei suoi servizi, di solito vengono svalutati come questioni di interesse delle donne. Così il dibattito si svolge sul piano di una lotta per il potere, che però la Chiesa non si può più permettere. Un'azione durevole è svolta da chi riconosce che qui non si tratta di un “problema di donne”, che non si tratta di una qualsiasi questione tra tante altre, ma di un centrale compito per il futuro della Chiesa.
Naturalmente a Osnabrück era presente in modo speciale anche la richiesta di un diaconato ordinato per le donne. La lotta su questo argomento si trascina da decenni. Ancora una volta il Sinodo di Würzburg non ha ricevuto alcuna risposta da Roma sulla sua interpellanza. Gli studi scientifici in merito riempiono nel frattempo intere librerie, e alcune opere sono state pubblicate anche con il sostegno di vescovi. La lista dei sostenitori è lunga. L'idea di un “diaconato light” per le donne, solo con benedizione senza consacrazione, come aveva proposto il cardinale Walter Kasper, è qualcosa di indegno piuttosto che un aiuto. Grandi speranze vengono poste nei risultati della Commissione vaticana che attualmente sta lavorando su questo tema. Però è anche chiaro che dai risultati delle ricerche storiche si possono trarre delle evidenze, ma che da esse non si possono sviluppare solo prospettive vincolanti per il futuro.
Il Nuovo Testamente dà ad esempio molte indicazioni e la storia della Chiesa lungo i secoli è piena di esempi sull'attività delle diaconesse. Questo però non dà come risultato una forma vincolante di come debba apparire in futuro quel ministero. Un'immagine introdotta dal vescovo Bode nel dibattito, è molto forte: un albero ha bisogno di forti radici (nella storia), ma non può vivere se i suoi rami non si sviluppano (nel presente e nel futuro). “Cerchiamo sempre argomenti contro l'ammissione delle donne, dovremmo piuttosto chiederci quali argomenti sono a favore”.
Della massima importanza sarebbe l'ulteriore elaborazione e ponderazione di un diaconato consacrato, indipendente dalla domanda “per uomini” o “per donne”, allo scopo ad esempio di dare una dignità sacramentale al significato esistenziale della Caritas per la nostra Chiesa. Questo è pienamente sulla linea pastorale di papa Francesco.
Ma ad Osnabrück la discussione è andata oltre. “Non discutiamo solo sul diaconato, ma sull'accesso all'intero ministero ordinato”. Se questo è giustificato dal punto di vista del sistema, strategicamente forse non è così intelligente, e per il problema del diaconato è anzi deplorevole. Il diaconato ha un suo valore – anche per le donne – e non è solo il primo gradino sulla via verso il presbiterato.
Sostenuto dai risultati scientifici, il congresso è terminato nell'accordo e ha puntato tutto sulla forza di questi argomenti. Ma la domanda rimane però se sia sufficiente l'essersi occupati di fatti scientifici già conosciuti. È stato quindi positivo che ad Osnabrück accanto alle tesi affermate siano stati pubblicati anche dei cosiddetti “impegni su base volontaria”.
In essi si dice che, della pari opportunità dei sessi e dell'atteggiamento sensibile nella assunzione e nell'esercizio di qualsiasi funzione ecclesiale, si vuole fare la pietra di paragone. In ambito ecumenico ci si vuole impegnare a favore dell'ordinazione di donne a diacone, presbitere (donne pastore, donne preti) e vescove. Si vuole inoltre fornire contributi teologici per la necessaria differenziazione tra l'apertura al diaconato e agli altri ministeri per le donne all'interno dell'unico ministero (sacramentale) ordinato.

Già ora porre dei segni e provocare il dialogo

È un vasto programma di lavoro. Sinceramente si deve aggiungere che finora nulla è cambiato perché finora manca la volontà di cambiare, dato che per alcuni uomini di Chiesa questo significherebbe una limitazione del proprio potere. Il contro-argomento che si tratti di servizio e non di potere non conta, fintantoché agli uni viene offerto il potere e alle altre solo il servizio. Poiché gli argomenti sono stati affrontati, ora si tratta di far sì che la “rivolta delle donne” (Christiane Florin) adesso non si arresti. Anzi, deve trasformarsi un un ampio movimento di donne e di uomini della Chiesa.
Il compito che abbiamo di fronte sulla situazione delle donne nella Chiesa cattolica mi appare come una strada attraverso il deserto del rifiuto e della inospitalità. Molti non si sono ancora resi conto che il popolo di Dio non può rinunciare a nessuna persona con i suoi talenti, doni e carismi, per arrivare alla “terra promessa”. Senza coloro che coraggiosamente vanno avanti non si arriverà al successo. Senza lotta e disputa sulla questione, senza la faticosa strada attraverso le istanze non ce la faremo. Per questo noi donne dobbiamo organizzarci meglio, metterci in rete e cercare alleati.
Mettersi in cammino significa anche superare confini: non chiediamo sempre il permesso, cerchiamo i modi possibili – e semplicemente facciamo! Se prima o poi ci deve essere parità di genere nella Chiesa, le une non devono aspettare e gli altri non devono far aspettare.
Se la donna nella Chiesa vuole avere maggiore possibilità di partecipazione, deve prendersela, questa possibilità. Dobbiamo già oggi porre dei segni e continuamente sfidare le gerarchie ecclesiali col dialogo. Mi piace l'esempio di una teologa evangelica di cui si parlava a Osnabrück: senza fermarsi al posto che le era stato assegnato, andò direttamente al pulpito senza permesso.
Prima del Concilio Vaticano II, la messa era già celebrata in tedesco, molto tempo prima che fosse consentito. Degli uomini si erano già formati per essere diaconi permanenti e ed erano pronti quando la consacrazione fu poi introdotta. Chissà se senza questa obbedienza preveniente di alcuni pochi si sarebbe arrivati alla nuova situazione per tutti gli altri. Senza il movimento liturgico la messa sarebbe detta ancor oggi in latino.
Questo vale anche per la questione delle donne: forzare la mano ovunque sia possibile, e per ciò che non è (ancora) possibile, se necessario, infrangere i tabù. L'arcivescovo di Milwaukee, Rembert Weakland, ha detto già tempo fa: “La Chiesa è giunta ad un punto di svolta e il ruolo che le donne svolgono nella Chiesa potrebbe essere qualcosa di simile a un nuovo caso Galileo Galilei”. Galileo fu giudicato dall'Inquisizione e solo dopo 300 anni riabilitato. Ma la “Chiesa” non ha più così tanto tempo per risolvere la questione delle donne.

(FONTE: “www.herder-korrespondenz.de” n° 2 -l febbraio 2018)

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