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Giovani e

profezia della fede

Giuseppe Mari *

La convocazione del Sinodo ordinario dei Vescovi sul tema I giovani, la fede e il discernimento vocazionale stimola a confrontarsi con la più ampia questione della comunicazione intergenerazionale che – sin dalla esperienza biblica – ha giocato un ruolo essenziale nella vita di ogni credente. Com’è noto, negli ultimi decenni il rapporto tra la Chiesa e i giovani è stato oscillante. In seno o comunque a margine della cosiddetta “contestazione” hanno preso forma diverse inedite esperienze di incontro tra la fede e i giovani. Alcune hanno avuto corto respiro (mi riferisco, in particolare, a “sperimentazioni liturgiche” che sono state anche molto discutibili), ma altre – soprattutto quelle animate dalla Parola di Dio – hanno dato frutti abbondanti. Su iniziativa di Giovanni Paolo II sono diventate un appuntamento atteso e intenso le “Giornate mondiali della gioventù”, che – da un capo all’altro del pianeta – mostrano il volto giovane della Chiesa e certamente costituiscono un concreto motivo di speranza. Non possiamo però nasconderci che – in generale – il bilancio non è positivo. Infatti negli ultimi decenni i giovani si sono allontanati dalla fede, e soprattutto dalla pratica religiosa, tant’è che si è giunti a parlare dell’attuale come della “prima generazione incredula”. [1] In particolare, dovrà venire il momento in cui ci chiediamo se effettivamente la “iniziazione” cristiana è tale quale la definisce l’espressione: infatti generalmente si conclude con l’abbandono della pratica sacramentale (a cominciare dalla S. Messa), peraltro anticipato già durante gli anni di formazione, soprattutto nella pausa estiva. Non faccio queste considerazioni per alimentare il pessimismo, ma per essere realista; non le svolgo nemmeno con l’intenzione di addebitare a qualcuno “colpe” oppure di vantare qualche “ricetta”, ma perché – se abbiamo chiara la situazione – la celebrazione del Sinodo diventa l’opportunità di un discernimento autentico e significativo.

Fede e giovinezza

Una sentenza antica recita: “Muore giovane chi è caro agli dei”, e – in effetti – nella mitologia non mancano gli esempi di figure giovani di cui le divinità si invaghiscono o comunque che catturano la loro attenzione. In un mondo nel quale è l’anziano ad essere determinante, come ci ricorda la denominazione dell’assemblea che prendeva le decisioni politiche a Sparta e a Roma (gherousía e senatus, termini derivanti da ghéron e senex che, rispettivamente in greco e in latino, identificano il “vecchio”), è comunque documentabile il rapporto particolare tra il giovane e la divinità. Mi limito a portare l’esempio dell’Eneide, dove è il figlio adolescente dell’eroe troiano a far riconoscere ai fuggiaschi che hanno finalmente raggiunto il luogo dove mettere radici. Infatti nel Libro III è riportata la profezia secondo cui i Troiani avrebbero riconosciuto di essere giunti nella nuova patria il giorno in cui si fossero ritrovati a mangiare ciò su cui erano deposti i cibi. Nel Libro VII accade proprio così, perché le vivande sono poste sopra delle focacce che vengono mangiate per prime, ed è Ascanio a dire: “Oh! Mangiam le mense!”, [2] facendo riconoscere ad Enea il compimento della profezia.
La prossimità tra giovinezza e divinità può essere variamente spiegata.
Anzitutto il giovane – per la sua inesperienza – è più recettivo dell’adulto rispetto alla ispirazione divina. Non va poi sottovalutato che, essendo la condizione giovanile piuttosto ai margini sul piano sociale e politico, paradossalmente viene a trovarsi più vicina al “luogo” occupato dalla divinità che – per definizione – è “separato”. Com’è noto, a questo rimanda l’etimologia del termine “sacro” che – sia in greco (hierós) sia in latino (sacer) – distingue ciò che è proprio della divinità da ciò che questa concede all’essere umano. [3] Questo spiega perché – secondo la mentalità antica – i bambini siano destinatari di segni divini che anticipano il destino loro e talvolta anche quello delle comunità (come afferma, ad esempio, Cicerone nella sua opera Della divinazione [4]). Lungo lo stesso vettore culturale prende forma la convinzione che il fanciullo, o comunque chi è più giovane, possa essere una benedizione non solo per i suoi congiunti, ma anche per il popolo intero. Già ricordavo l’episodio virgiliano che ha per protagonista Ascanio; nelle Bucoliche è sempre Virgilio a profetizzare il ritorno dell’età dell’oro grazie alla nascita di un bambino: “E il bambino che nascerà, con cui avrà fine per la prima volta/ la stirpe del ferro, e quella dell’oro sorgerà nel mondo intero”. [5] Com’è noto, il cristianesimo vi riconoscerà l’anticipazione della nascita di Cristo, mentre il poeta si riferisce a quella di Ottaviano Augusto.
Insomma, tra giovinezza e divinità l’umanità ha sempre colto un nesso, anche se non sempre è stato favorevole alla prima, considerando il ricorso proprio alla vittima giovane per catturare il consenso divino. È celebre il sacrificio di Ifigenia, compiuto dal padre Agamennone per favorire il ritorno a casa della spedizione achea. Di esso, a conferma di quanto dicevo prima, in questi termini il messaggero (inviato dal marito) dà notizia a Clitemnestra, moglie di Agamennone e madre della giovane:

“Io fui presente, e vidi ciò che dico:
tua figlia è stata presa tra gli dei.
Cessa il dolore, e l’ira verso lo sposo;
sono inattesi ai mortali i voleri dei numi:
salvano quelli che amano; e questo giorno
ha visto morta e viva la tua figlia”. [6]

Proprio questo esempio e gli altri simili mi permettono di passare dalla tradizione pagana alla biblica che – rispetto a quella – mostra elementi di continuità, ma anche di rilevante novità.

Giovani e storia della salvezza

Anche nella Bibbia c’è il ricordo del sacrificio giovanile in onore della divinità. Mi riferisco non all’uccisione di Isacco (che viene impedita da Dio), ma a quella della figlia di Iefte, che – per propiziarsi la vittoria sugli Ammoniti – aveva promesso di offrire in olocausto la prima persona incontrata dopo la battaglia. Rientrando, a venirgli incontro fu proprio la figlia, che – dopo i due mesi richiesti da lei stessa per prepararsi – abbracciò il suo destino (Gdc 11,30-40). Il profeta Geremia (7,31) nega che il sacrificio umano sia preteso da Dio, però non è escluso che venisse praticato nell’epoca più remota: certamente la prassi è documentata nel Vicino Oriente antico. [7] Tra i due episodi, ovviamente, il più importante è il primo, ed è su di esso che ora mi soffermo.
Com’è noto, il (mancato) sacrificio di Isacco è collegato alla prova della fede a cui Dio sottopone Abramo. Tra gli autori che si sono confrontati con questa pagina biblica, uno dei più noti è Kierkegaard che afferma:

“Ci furono uomini grandi per la loro energia, per la saggezza, la speranza o l’amore. Ma Abramo fu il più grande di tutti: grande per l’energia la cui forza è la debolezza, grande per la saggezza il cui segreto è follia, grande per la speranza la cui forza è demenza, grande per l’amore che è odio di se stesso”. [8]

Le parole del filosofo sottolineano la centralità dell’episodio nella storia non solo biblica, ma dell’umanità intera. In effetti, essendo l’intera storia della salvezza imperniata sul rapporto tra Dio e la creatura umana, sull’alleanza e sulla fedeltà di Lui in contrasto con l’infedeltà dell’uomo, quanto accade al patriarca e al figlio è della massima rilevanza e ricorda che la fede è sempre – ma soprattutto nella Bibbia – correlata ad una relazione interpersonale.
Questo avviene – in molti casi – proprio con l’interlocuzione di un giovane: la cosa risulta ancora più rilevante perché la cultura ebraica – come, in generale, le culture coeve – è radicalmente patriarcale, quindi centrata sull’adulto.
Del resto, quando Iesse mostra a Samuele i suoi figli, parte dal maggiore e quasi non ha neppure in mente il più piccolo che invece è il prescelto.
Infatti alla domanda del profeta: “Sono qui tutti i giovani?”, risponde: “Rimane ancora il più piccolo che ora sta a pascolare il gregge” (1Sam 16,11).
Anche in epoca più tarda gli “anziani” costituiscono un gruppo socialmente riconosciuto e investito d’autorità, quella stessa che viene rispecchiata nel comandamento che recita: “Onora il padre e la madre”.
L’attenzione privilegiata – da parte del Dio biblico – per chi è giovane affiora chiaramente nella storia vocazionale di Geremia, il cui inizio è così narrato:

“Mi fu rivolta la parola del Signore: ‘Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni’. Risposi: ‘Ahimè, Signore Dio, ecco io non so parlare, perché sono giovane’. Ma il Signore mi disse: ‘Non dire: Sono giovane, ma vai da coloro a cui ti manderò e annunzia ciò che io ti ordinerò. Non temerli, perché io sono con te per proteggerti’. Oracolo del Signore” (Ger 1,4-8).

Il Nuovo Testamento non è da meno. Dio stesso, incarnandosi, assume l’identità di un bambino nel quale si compiono le profezie antiche (Is 7,14).
La sua nascita richiama i pastori (Lc 2,1-20) e i Magi (Mt 2,1-12). La sua presenza conforta gli anziani Simeone ed Anna che attendono la salvezza d’Israele (Lc 2,25-38), sorprende e colpisce i dottori del Tempio (Lc 2,41-50).
Cristo – a sua volta – si mostra attento ai più giovani. Rimprovera i discepoli perché allontanano i bambini da lui temendo che lo disturbino (Mc 10,13- 16; Lc 18,15-17; Mt 19,13-15); parla in loro favore (ad esempio, quando condanna chi dà loro scandalo in Mt 18,6-10; Mc 9,42) e opera guarigioni a loro vantaggio (ad esempio, risuscita una fanciulla in Mt 9,23-25); ne fa i modelli per l’ingresso nel Regno (Lc 9,46-48; Mt 18,1-5) e arriva ad affermare: “Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me” (Mc 9,37; Mt 18,5; Lc 9,48).
Nella prima comunità cristiana l’autorità è comunque associata all’anziano (questo vuol dire la parola “presbitero”, dal greco presbýteros), anche se la vita del più giovane è riscattata dall’insignificanza sociale in cui la teneva il mondo pagano, come mostra il fatto che – rispettivamente in greco e in latino – païs e puer (identificanti sia il bambino che il figlio giovane) significano anche “schiavo”. Infatti nella Didachè, uno dei testi più cari ai primi cristiani, si dice espressamente di “non alzare la mano” sui figli, ma di educarli alla fede. [9] Nel medesimo testo è condannata la soppressione del bambino durante la gestazione, [10] una posizione tipica della tradizione cristiana, [11] in cui è ben presente il privilegio accordato da Cristo ai bambini [12] che porta a condannare la (diffusa) pratica dell’abbandono dei neonati. [13] Alla radice, sul piano della ricezione dell’insegnamento di Cristo, c’è la letteratura paolina.
In Ef 6,1-4 e Col 3,20-21 i figli sono invitati ad obbedire ai genitori, ma i padri sono esortati – rispettivamente – a non inasprire il rapporto con loro e a non esasperarli.
Il carattere innovativo della evangelizzazione emerge con chiarezza in uno dei primi testi normativi elaborati in seno al cristianesimo: la Regola benedettina. Benedetto è un uomo del tempo antico: infatti identifica il capo della comunità monastica con il termine “abate” ossia “padre”, il latino abbas derivante dall’ebraico ab (plurale aboth). Egli, tuttavia, quando si tratta di codificare come vadano prese le decisioni relative a tutto il monastero, precisa che l’abate – a cui compete un’autorità piena e diretta su tutti i monaci – deve ascoltare anche il più giovane tra di loro “perché spesso il Signore ispira al più giovane il partito migliore”. [14] Siamo quindi in un orizzonte nuovo rispetto alla tradizione antica (basti pensare che, secondo Diogene Laerzio, i discepoli di Pitagora – il primo filosofo a tenere una scuola – dovevano osservare il silenzio per cinque anni e solo dopo “divenivano di casa sua” [15]). Sicuramente il cristianesimo apre nuovi orizzonti ai giovani e guarda a loro con una fiducia molto maggiore di quanto accadeva prima. C’è tuttavia un episodio che può introdurre nella riflessione sul presente e che – non a caso – Giovanni Paolo II ha richiamato nella sua Lettera apostolica Dilecti Amici (31 marzo 1985), pubblicata in occasione della prima “Giornata mondiale della gioventù”. Mi riferisco all’incontro di Gesù con il “giovane ricco”.

Perché la crisi di oggi?

L’episodio, narrato nei tre sinottici (Mt 19,16-22; Mc 10,17-22; Lc 18,18- 23), fa da filo conduttore alla riflessione di Papa Wojtyla. Com’è noto, l’interlocutore dice a Cristo che vuole unirsi a lui, ma poi lo lascia essendo rimasto deluso dalla risposta che ha ricevuto. Infatti Gesù lo invita a donare tutti i suoi beni ai poveri, ma egli – dopo aver detto che ha sempre seguito la Legge – “rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni” (Mc 10,22). Così commenta Giovanni Paolo II:

“Ci sono (…) ragioni – e anche di natura oggettiva – per pensare alla giovinezza come ad una singolare ricchezza (…). Il periodo della giovinezza, infatti, è il tempo di una scoperta particolarmente intensa dell’‘io’ umano e delle proprietà e capacità ad esso unite. Davanti alla vista interiore della personalità in sviluppo di un giovane o di una giovane, gradualmente e successivamente si scopre quella specifica e, in un certo senso, unica e irripetibile potenzialità di una concreta umanità, nella quale è come inscritto l’intero progetto della vita futura. La vita si delinea come la realizzazione di quel progetto: come ‘auto-realizzazione’.
(…) Dobbiamo però chiedere: questa ricchezza, che è la giovinezza, deve forse allontanare l’uomo da Cristo? L’evangelista certamente non dice questo; l’esame del testo permette, piuttosto, di concludere diversamente.
Sulla decisione di allontanarsi da Cristo hanno pesato in definitiva solo le ricchezze esteriori, ciò che quel giovane possedeva (‘i beni’).
Non ciò che egli era! Ciò che egli era, proprio in quanto giovane uomo – cioè la ricchezza interiore che si nasconde nella giovinezza umana – l’aveva condotto a Gesù. E gli aveva anche imposto di fare quelle domande, in cui si tratta nella maniera più chiara del progetto di tutta la vita”. [16]

La riflessione del Pontefice è sottile. In effetti, la giovinezza è certamente un bene, come canta un’antica poesia greca:

“La salute è il primo bene per l’uomo mortale, il secondo è essere bello e prestante, il terzo è una ricchezza senza colpa e il quarto è fiorir di giovinezza, tra gli amici”. [17]

La tonicità psico-fisica può, tuttavia, distrarre nel senso del divertissement di cui parla Pascal, cioè della noncuranza rispetto ai beni che veramente contano.
Di fronte al distacco dei giovani dalla fede e dalla pratica religiose, non ritengo che sia fondato l’atteggiamento di chi pensa che sia un fatto senza precedenti: il tópos del “giovane dissoluto” è tra quelli codificati nella commedia antica – con questo non voglio ovviamente sostenere che la giovinezza è necessariamente trasgressiva e disordinata, ma che è naturalmente esposta a questo richiamo proprio perché la sua carica d’energia può alimentare l’illusione dell’autoreferenzialità –.
Contemporaneamente – per restituire un quadro antropologico attendibile – occorre svolgere anche un’altra riflessione di segno diametralmente opposto. Infatti alla tonicità psico-fisica, precedentemente richiamata, non è estranea (anzi, è del tutto pertinente) una corrispondente tonicità interiore e morale. Di questa sono testimoni coloro che guidano i giovani lungo il sentiero dell’impegno etico (nel servizio agli altri, nella dedizione alle grandi “cause” come la giustizia...) e spirituale (nell’ascesi, nel discernimento vocazionale...).
Un esempio storico è senza dubbio quello di Francesco che, giovane cavaliere, decide di abbandonare tutto per darsi a Dio nelle mistiche nozze con “madonna povertà”, come il Celano, nella sua Vita seconda, ricorda, riportando la seguente risposta del Santo: “Ho scelto per mia ricchezza e mia donna la povertà”. [18] La storia del “Poverello” – generoso e altruista – trova corrispondenza in svariate biografie di giovani; sul piano letterario vorrei evocare la figura di Alëša, che mi sembra incarnare bene l’”originalità spirituale” di cui certi giovani sanno dare testimonianza. Così la dipinge Dostoevskij:

“Le offese non le ricordava mai (...). Un’altra sua caratteristica assai singolare era anzi quella di non preoccuparsi mai di chi fossero i mezzi di cui viveva (...) se gli fosse improvvisamente capitato tra le mani anche tutto un capitale, non avrebbe esitato a darlo via alla prima richiesta (…). In generale, poi, sembrava che egli non conoscesse affatto il valore del denaro”. [19]

Non vorrei che le mie esemplificazioni ingenerassero il dubbio di una tonicità etico-spirituale giocata solo su scelte relative alla sponsalità “secondo lo spirito”. Ritrovo infatti la stessa energia morale in Renzo e Lucia dei Promessi sposi, come nelle figure – immaginarie e reali – di tutte le coppie d’amanti che, per inseguire il loro amore, sono disponibili anche a sacrificare la vita, com’è accaduto a Bosko Brkic (serbo) e Admira Ismic (musulmana), i due fidanzati freddati da un cecchino, il 19 maggio 1993, mentre cercavano di fuggire dall’inferno di Sarajevo attraversando il ponte Vrbanja.
Ho voluto impostare la mia riflessione in questo modo apparentemente contraddittorio, per sgombrare immediatamente il campo da approcci che reputo scarsamente adeguati ad andare oltre le semplificazioni mediatiche.
Ad esempio, non credo che si possa affrontare la sfida giocando la carta dei “tempi difficili”, perché – a questo punto – qualcuno dovrebbe mostrarmi quando mai sono stati facili. Possiamo rintracciare un’epoca nella quale introdurre i giovani nella fede non incontrava problemi? Per fare un solo esempio, non dobbiamo dimenticare che l’Italia degli anni Cinquanta, quella in cui apparentemente la trasmissione intergenerazionale della fede funzionava, era anche il Paese in cui – in ogni agglomerato urbano medio-grande – c’era il bordello, in funzione fino a quando ne sopraggiunse la chiusura grazie alla “Legge Merlin” (n. 75/20 febbraio 1958). Era forse un mondo più etico di quello odierno? Era un mondo nel quale il disordine morale non era esibito con la sfacciataggine di oggi: questo è vero, ma non incide al punto da vanificare l’impegno educativo quando sia esplicito, fondato e continuato. Non penso nemmeno che basti porre la questione del “linguaggio giovanile”: è vero che la comunicazione ha una essenziale componente linguistica, ma è altrettanto indiscutibile che occorre avere chiari i contenuti se si vuole che il linguaggio – eventualmente aggiornato e rivisto – sappia dire qualcosa. Credo infine che sia errato affidarsi solamente a letture sociopsicologiche le quali, essendo descrittive, sono sempre esposte al rischio di alimentare – anche senza volerlo – l’adattamento alla situazione, mentre educare (quando si parla di pastorale giovanile non bisogna dimenticare che la costituisce una robusta dimensione pedagogica essendo il giovane in piena “età evolutiva”) significa guidare oltre l’adattamento, come Bergoglio ha sostenuto sin da quando era Arcivescovo. [20] Un’immagine, che era solito utilizzare, è quella dell’”installarsi”. Nel Messaggio alle comunità educative del 29 marzo 2000 dice: “Abbiamo trasformato le virtù teologali in un pretesto per starcene comodamente installati in una povera caricatura della trascendenza, fraintendendo il duro lavoro di costruzione del mondo in cui viviamo e in cui si gioca la nostra salvezza”. In quello del 23 aprile 2008 è particolarmente incisivo quando contrappone “l’uomo in cammino, che spera e forgia il suo destino” al “dramma dell’uomo ‘quieto’ che si è ‘installato’”, precisando che la parola deriva “dal latino stabulum, la stalla dove sono rinchiusi i bovini”. Da queste premesse viene il forte monito del discorso che – da Pontefice – Bergoglio ha tenuto durante la Veglia della XXXI “Giornata mondiale della gioventù” (30 luglio 2016) quando ha invitato i giovani a non starsene seduti sul divano:

“Il tempo che oggi stiamo vivendo non ha bisogno di giovani-divano, ma di giovani con le scarpe, meglio ancora, con gli scarponcini calzati.
Questo tempo accetta solo giocatori titolari in campo, non c’è posto per riserve. Il mondo di oggi vi chiede di essere protagonisti della storia perché la vita è bella sempre che vogliamo viverla, sempre che vogliamo lasciare un’impronta. La storia oggi ci chiede di difendere la nostra dignità e non lasciare che siano altri a decidere il nostro futuro. No! Noi dobbiamo decidere il nostro futuro, voi il vostro futuro! Il Signore, come a Pentecoste, vuole realizzare uno dei più grandi miracoli che possiamo sperimentare: far sì che le tue mani, le mie mani, le nostre mani si trasformino in segni di riconciliazione, di comunione, di creazione.
Egli vuole le tue mani per continuare a costruire il mondo di oggi. Vuole costruirlo con te. E tu, cosa rispondi?”.

È un modo nuovo per ricomprendere e rilanciare la domanda di Cristo al “giovane ricco”, su cui Giovanni Paolo II ha impostato il documento steso in occasione dell’”Anno mondiale della gioventù”.

Prospettive di superamento

Da dove possiamo partire, quindi? Ovviamente gli accessi possibili sono molti. Da parte mia, ne voglio indicare uno che ricavo da una importante convergenza nel magistero degli ultimi Pontefici. Mi riferisco al nesso esistente tra educazione, giovani e libertà.
Papa Wojtyla, in un discorso di magistrale chiarezza tenuto alla gioventù olandese, durante il suo viaggio apostolico nei Paesi Bassi, il 14 maggio 1985, è andato dritto al sodo ponendo ai suoi interlocutori il quesito:

“Cari amici e amiche, consentitemi di essere molto franco con voi. Io so che parlate in perfetta buona fede. Ma siete proprio sicuri che l’idea che vi fate di Cristo corrisponda pienamente alla realtà della sua persona? Il Vangelo, in verità, ci presenta un Cristo molto esigente, che invita alla radicale conversione del cuore (Mc 1,5), al distacco dai beni della terra (Mt 6,19-21), al perdono delle offese (Mt 6,14-15), all’amore per i nemici (Mt 5,44), alla sopportazione paziente dei soprusi (Mt 5,39-40), e perfino al sacrificio della propria vita per amore del prossimo (Gv 15,13).
In particolare, per quanto concerne la sfera sessuale, è nota la ferma posizione da lui presa in difesa dell’indissolubilità del matrimonio (Mt 19,3-9) e la condanna pronunciata anche nei confronti del semplice adulterio del cuore (Mt 5,27-28). E come non restare impressionati di fronte al precetto di ‘cavarsi l’occhio’ o di ‘tagliarsi la mano’ nel caso che tali membra siano occasione di ‘scandalo’ (Mt 5,29-30)?”.

Prosegue:

“Avendo questi precisi riferimenti evangelici, è realistico immaginare un Cristo ‘permissivo’ nel campo della vita matrimoniale, in fatto di aborto, di rapporti sessuali prematrimoniali, extra-matrimoniali o omosessuali? Certo, permissiva non è stata la comunità cristiana primitiva, ammaestrata da coloro che avevano conosciuto personalmente il Cristo. Basti qui rimandare ai numerosi passi delle lettere paoline che toccano questa materia (Rm 1,26 ss; 1Cor 6,9; Gal 5,19). Le parole dell’apostolo non mancano certo di chiarezza e di rigore. E sono parole ispirate dall’alto. Esse restano normative per la Chiesa di ogni tempo.
Alla luce del Vangelo essa insegna che ciascun uomo ha diritto al rispetto e all’amore. L’uomo conta! Nel suo insegnamento la Chiesa non pronuncia mai un giudizio sulle persone concrete. Ma a livello dei principi, essa deve distinguere il bene dal male. Il permissivismo non rende gli uomini felici. Ugualmente la società dei consumi non porta la gioia del cuore. L’essere umano realizza se stesso solo nella misura in cui sa accettare le esigenze che gli provengono dalla sua dignità di essere creato a ‘immagine e somiglianza di Dio’ (Gen 1, 27). Pertanto, se oggi la Chiesa dice delle cose che non piacciono, è perché essa sente l’obbligo di farlo. Essa lo fa per dovere di lealtà. Sarebbe in realtà molto più facile tenersi sulle generalità. Ma talvolta essa sente di dovere, in armonia con il Vangelo di Gesù Cristo, mantenere gli ideali nella loro massima apertura, anche a rischio di dover sfidare le opinioni correnti”.

Ho sottolineato il verbo “sfidare” perché ricorre continuamente negli interventi di Papa Wojtyla ai giovani e, nella Lettera apostolica Dilecti Amici, raccoglie la sezione conclusiva (nn. 15-16) sotto il titolo “La grande sfida del futuro”. Il termine polacco che corrisponde a “sfida” è wyzwanie, in cui risuona il verbo wyzwalác che significa “liberare”. “Sfidare” significa, quindi, liberare, e l’invito – rivolto ai giovani – a “raccogliere la sfida” corrisponde all’invito a conquistare e custodire la libertà.
Il medesimo richiamo alla libertà torna nelle “Giornate mondiali della gioventù” celebrate da Benedetto XVI. In particolare, a Colonia (20 agosto 2005), ha ammonito i giovani:

“Solo dai santi, solo da Dio viene la vera rivoluzione, il cambiamento decisivo del mondo. Nel secolo appena passato abbiamo vissuto le rivoluzioni, il cui programma comune era di non attendere più l’intervento di Dio, ma di prendere totalmente nelle proprie mani il destino del mondo. E abbiamo visto che, con ciò, sempre un punto di vista umano e parziale veniva preso come misura assoluta d’orientamento.
L’assolutizzazione di ciò che non è assoluto ma relativo, si chiama totalitarismo.
Non libera l’uomo, ma gli toglie la sua dignità e lo schiavizza.
Non sono le ideologie che salvano il mondo, ma soltanto il volgersi al Dio vivente, che è il nostro creatore, il garante della nostra libertà, il garante di ciò che è veramente buono e vero. La rivoluzione vera consiste unicamente nel volgersi senza riserve a Dio che è la misura di ciò che è giusto e allo stesso tempo è l’amore eterno. E che cosa mai potrebbe salvarci se non l’amore?”.

Papa Ratzinger ha voluto intercettare la domanda di cambiamento – tipica della gioventù di sempre – per far cogliere che non va confusa con l’aspirazione alla licenza. Per questa ragione – nel testo che ha tematicamente dedicato all’educazione (Lettera alla Diocesi di Roma sul compito urgente dell’educazione del 21 gennaio 2008) – ha toccato un tema strategico, quello della disciplina.

“Arriviamo così, cari amici di Roma, al punto forse più delicato dell’opera educativa: trovare un giusto equilibrio tra la libertà e la disciplina.
Senza regole di comportamento e di vita, fatte valere giorno per giorno anche nelle piccole cose, non si forma il carattere e non si viene preparati ad affrontare le prove che non mancheranno in futuro. Il rapporto educativo è però anzitutto l’incontro di due libertà e l’educazione ben riuscita è formazione al retto uso della libertà. Man mano che il bambino cresce, diventa un adolescente e poi un giovane; dobbiamo dunque accettare il rischio della libertà, rimanendo sempre attenti ad aiutarlo a correggere idee e scelte sbagliate. Quello che invece non dobbiamo mai fare è assecondarlo negli errori, fingere di non vederli, o peggio condividerli, come se fossero le nuove frontiere del progresso umano”.

In filigrana possiamo riconoscere il pensiero di una grande prete, educatore e studioso italo-tedesco – Romano Guardini – che di Ratzinger è stato maestro. Operando in tempi molto più difficili dei nostri, perché segnati dall’ascesa dei totalitarismi, così scrive:

“Prendiamo (…) una virtù assai semplice: l’ordine. Essa significa che l’uomo in questione sa dove si trova una certa cosa e quando è il tempo per una certa azione; sa di volta in volta le giuste misure e i vari rapporti fra loro delle varie realtà della vita. Essa significa che si ha un senso per la regola e la ripetizione, cioè si sente quello che occorre affinché una situazione o un’istituzione abbiano durata. (…) Ma la virtù dell’ordine, se è una virtù viva, deve avere contatto anche con le altre virtù. Affinché una vita sia ordinata come si deve, il suo ordine non deve divenire un giogo pesante e costrittivo, ma deve contribuire alla crescita delle cose. Deve perciò sapere quali sono le cose che bloccano la vita e quali la rendono possibile. Una personalità è dunque correttamente ordinata quando essa possiede energia ed è in grado di dominarsi, ma anche quando ha la capacità di infrangere una regola dove sia necessario perché non si trasformi in fattore restrittivo”. [21]

Presupposto dell’”infrangere la regola” quando occorre è il “dominarsi”, altrimenti c’è solo l’assecondamento puerile – come disse l’allora Card. Ratzinger nell’omelia della Missa pro eligendo Romano Pontifice (18 aprile 2005) – dell’”io e [delle] sue voglie”. In questa tensione morale risuona il concetto greco di egkráteia ossia il “governo di sé” (racchiuso anche nell’inglese freedom, “libertà”) che permette di custodirsi e di custodire. Del resto, il più antico apologo morale dell’Occidente – la storia di Ercole al bivio – descrive precisamente il giovane eroe della forza fisica mentre è sfidato a mostrare di avere anche la forza etica di scegliere solo ciò che lo merita, essendo l’essere umano dotato di dignità. Proprio il richiamo a questa forza d’animo – che deve costituire il fine di ogni educazione – risuona in un bell’intervento di papa Francesco. Si tratta del discorso che ha tenuto agli studenti delle scuole gesuitiche d’Italia e d’Albania (7 giugno 2013). Papa Bergoglio ha imperniato il proprio intervento sul tema della “magnanimità”, intesa come la meta a cui aspira la formazione scolastica, declinata lungo due vettori:

“La scuola non allarga solo la vostra dimensione intellettuale, ma anche umana. E penso che in modo particolare le scuole dei Gesuiti sono attente a sviluppare le virtù umane: la lealtà, il rispetto, la fedeltà, l’impegno.
Vorrei fermarmi su due valori fondamentali: la libertà e il servizio.
Anzitutto: siate persone libere! Che cosa voglio dire? Forse si pensa che libertà sia fare tutto ciò che si vuole; oppure avventurarsi in esperienze- limite per provare l’ebbrezza e vincere la noia. Questa non è libertà. Libertà vuol dire saper riflettere su quello che facciamo, saper valutare ciò che è bene e ciò che è male, quelli che sono i comportamenti che fanno crescere, vuol dire scegliere sempre il bene. Noi siamo liberi per il bene. E in questo non abbiate paura di andare controcorrente, anche se non è facile! Essere liberi per scegliere sempre il bene è impegnativo, ma vi renderà persone che hanno la spina dorsale, che sanno affrontare la vita, persone con coraggio e pazienza. La seconda parola è servizio. Nelle vostre scuole voi partecipate a varie attività che vi abituano a non chiudervi in voi stessi o nel vostro piccolo mondo, ma ad aprirvi agli altri, specialmente ai più poveri e bisognosi, a lavorare per migliorare il mondo in cui viviamo. Siate uomini e donne con gli altri e per gli altri, dei veri campioni nel servizio agli altri”.

Suggerimenti concreti

Wojtyla, Ratzinger e Bergoglio portano l’attenzione sul medesimo tema: la libertà come la sfida di puntare al meglio. Potremmo definire l’istanza, di cui si fanno portatori i tre Pontefici, “agonistica” e la potremmo associare alle note immagini paoline della gara sportiva e del confronto militare (2Tim 4,7).
Sempre dall’epistolario, raccolto sotto il nome di Paolo, ricavo un passaggio che riproduce un ipotetico dialogo tra educatore ed educando: “Tutto mi è lecito. Ma non tutto giova. Tutto mi è lecito. Ma io non mi farò dominare da nulla” (1Cor 6,12). Cito queste parole perché mi sembrano adatte ad affrontare la questione odierna in merito al nesso tra giovani e fede. Infatti il rischio a cui siamo esposti è di cedere al richiamo dell’assecondamento, mentre occorre essere capaci di guidare alla conquista della libertà.
Prima ho descritto in maniera polare la condizione giovanile perché ho ricondotto la “tonicità” che la connota, a due atteggiamenti antitetici, che potremmo associare alle prospettive dell’allontanamento dalla e dell’adesione alla fede. Che cosa può fare la differenza (il tono ipotetico è d’obbligo quando si parla d’educazione ossia di libertà, quindi di ciò che – per definizione – non può essere trattato in forma deterministica) tra la prima e la seconda prospettiva, ossia tra l’allontanamento (oggi prevalente) dei giovani dalla fede e dalla pratica cristiane e il loro avvicinamento, a cui dobbiamo puntare? Tra altre cose, un ruolo fondamentale lo gioca l’atteggiamento dell’educatore.
La mia impressione è che la prolungata “resistenza” a cui – da tempo – sono sottoposti gli educatori cristiani, stia alimentando una diffusa sfiducia che conduce ad una tendenziale rassegnazione, come se l’essere giovani e l’essere credenti fossero due condizioni che difficilmente coincidono. Eppure il pontificato di Papa Wojtyla – attraverso le molte beatificazioni e canonizzazioni – ha offerto diversi esempi di santità giovanile. Nel frattempo, però, le nostre chiese si sono svuotate dei giovani e questo ovviamente può alimentare delusione e disillusione. I giovani sono comunque presenti nella Chiesa, com’è reso pubblicamente manifesto dalle “Giornate mondiali della gioventù”. Piuttosto sembra che manchino nella vita cristiana ordinaria, a cominciare dalla S. Messa domenicale, cioè dall’Eucaristia che – come dice il Vaticano II – è “fonte e apice di tutta la vita cristiana”. [22] Come dicevo prima, non ci sono soluzioni evidenti, ma qualcosa – nella speranza che possa servire – è possibile dire. [23] Anzitutto, per anni – anche se per un tempo molto limitato nell’economia della settimana – abbiamo, lungo il cammino della iniziazione cristiana, la presenza regolare dei più giovani ossia di coloro che diventeranno giovani crescendo. Arrivati al punto in cui ci troviamo, vale la pena verificare come pratichiamo questo momento decisivo nella comunicazione della fede. Forse è il caso che valutiamo se non stiamo dando troppo spazio all’animazione, ossia a forme di protagonismo – tra il ludico e l’espressivo – che finiscono con l’appannare i contenuti della fede, i quali pure meriterebbero una verifica perché si ha l’impressione che stiano saltando i “fondamentali”. Non penso che anzitutto sia una questione di linguaggio, anche se certamente può essere rivisto, ma solo se sono chiari i contenuti da trasmettere. Se ridimensioniamo il peso attribuito all’animazione (il tema meriterebbe di essere sviluppato, ma non posso inoltrarmici adesso), che cosa possiamo mettere al suo posto? La pratica della carità. In questo modo al momento formativo (“teorico”) si affiancherebbe il momento “pratico”, quello del servizio “in solido”: opererebbero come la sistole e la diastole cardiache. Non dobbiamo sottovalutare l’esigenza – in un mondo sempre più virtuale – della prassicità che corrisponde a una precisa aspirazione della persona: uscire dalla dimensione cognitiva (nella quale solo parzialmente si riconosce) per agire con tutto se stessa (corpo incluso).
L’ipotesi che ho messo sul tappeto corrisponde alla testimonianza dei grandi santi educatori, da Ignazio a don Bosco per fare solo due nomi.
Potrebbe intercettare la domanda di realtà presente tra i giovani soprattutto oggi (perché è conseguente allo sbilanciamento cognitivo della nostra società) e forse suscitare il loro interesse, anche perché rischiano – in famiglie sempre più ristrette e insidiate da un malinteso senso della cura – di non sperimentare mai la bellezza del servizio. Infine la pratica del bene, che richiede intenzionalità e disciplina, potrebbe alimentare la stima di sé (di cui le giovani generazioni hanno grande bisogno come denuncia la loro apparente disinvoltura nel praticare comportamenti autodistruttivi), facendo anche scoprire loro che la fede cristiana – contrariamente alla vulgata che da tempo si è diffusa – affranca l’essere umano nel momento stesso in cui “gli manifesta la sua altissima vocazione”. [24] Se viene colto questo, si riconosce la migliore motivazione a coltivare la fede e la pratica cristiana che diventano la più forte profezia della dignità umana.

NOTE

1 Cfr. A. MATTEO, La prima generazione incredula. Il difficile rapporto tra i giovani e la fede, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2010. Inoltre: F. GARELLI, Piccoli atei crescono. Davvero una generazione senza Dio?, Bologna, Il Mulino, 2016. Cfr. anche l’osservatorio permanente del Rapporto Giovani presso l’Istituto Toniolo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.
2 VIRGILIO, Eneide, VII, 159 (a cura di A. BACCHIELLI, Paravia, Torino, 1963, p 309).
3 Cfr. É. BENVENISTE, Il vocabolario delle istituzioni indoeuropeee, Einaudi, Torino, 2001, vol. II: Potere, diritto, religione, pp. 426-437.
4 Cfr. CICERONE, Della divinazione, I, 78-79, 103-104.
5 VIRGILIO, Bucoliche, IV, 8-9 (A. Mondadori, Milano, 1990, p. 37).
6 EURIPIDE, Ifigenia in Aulide, in Il teatro greco. Tutte le tragedie, a cura di C. DIANO, Sansoni, Firenze, 1980, p. 1090.
7 Cfr. G. RIZZI, Excursus 19. Il voto di Iefte e i racconti di sacrifici umani nell’AT, in Giudici, Paoline, Milano, 2012, pp. 339-340.
8 S. KIERKEGAARD, Timore e tremore, A. Mondadori, Milano, 1991, p. 14.
9 Cfr. Didachè, in I padri apostolici, Roma, Città Nuova, 19894, p. 32.
10 Cfr. ivi, p. 30.
11 Fra le prime testimonianze, cfr. TERTULLIANO, Apologia del cristianesimo, Rizzoli, Milano, 1956, p. 44.
12 Cfr., ad esempio: Il Pastore d’Erma, in I padri apostolici, cit., p. 341.
13 Cfr. GIUSTINO, Prima apologia, in Gli apologeti greci, Roma, Città Nuova, 1986, p. 107; A Diogneto, Brescia, La Scuola, 19862, p. 49.
14 Regola di San Benedetto, 3 (Tipografia editrice S. Scolastica, Subiaco, 19802, p. 27).
15 DIOGENE LAERZIO, Vite dei filosofi, VIII, 10 (Laterza, Roma-Bari, 2004, vol. II, p. 324).
16 GIOVANNI PAOLO II, Dilecti Amici (31 marzo 1985), 3.
17 W. JAEGER, Paideia, La Nuova Italia, Firenze, 1954, vol. II, p. 62.
18 TOMMASO DA CELANO, Vita seconda di San Francesco d’Assisi, 84 (in Fonti francescane, Editrici Francescane, Milano, 1986, p. 397).
19 F. DOSTOEVSKIJ, I fratelli Karamazov, Newton, Roma, 2007, pp. 38-39.
20 Cfr. J.M. BERGOGLIO, Messaggio alle comunità educative (6 aprile 2005).
21 R. GUARDINI, Virtù, Brescia, Morcelliana, 19973, pp. 12-13.
22 CONCILIO VATICANO II, Lumen Gentium, 11.
23 Molti precisi e concreti spunti in R. SALA (a cura di), Evangelizzazione e educazione dei giovani. Pastorale giovanile vol. 1, Roma, LAS, 2017; R. SALA, Ascolto, discernimento, purificazione. Per vivere il Sinodo della Chiesa sui giovani, Torino, LDC, 2017.
24 CONCILIO VATICANO II, Gaudium et Spes, 22.

* Ordinario di Pedagogia generale - Università Cattolica del Sacro Cuore

(Rivista Lasalliana 85 (2018) 1, 65-78)

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