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Il cammino

della Chiesa italiana

verso il Sinodo 2018

Nunzio Galantino *

 

Nello scambio di auguri con la Curia romana, in occasione del Natale appena trascorso, Papa Francesco si è soffermato sul Sinodo che sta impegnando la Chiesa universale:

“Chiamare la Curia, i Vescovi e tutta la Chiesa a portare una speciale attenzione alle persone dei giovani, non vuol dire guardare soltanto a loro, ma anche mettere a fuoco un tema nodale per un complesso di relazioni e di urgenze: i rapporti intergenerazionali, la famiglia, gli ambiti della pastorale, la vita sociale... Lo annuncia chiaramente il Documento preparatorio nella sua introduzione: «La Chiesa ha deciso di interrogarsi su come accompagnare i giovani a riconoscere e accogliere la chiamata all’amore e alla vita in pienezza, e anche di chiedere ai giovani stessi di aiutarla a identificare le modalità oggi più efficaci per annunciare la Buona Notizia. Attraverso i giovani, la Chiesa potrà percepire la voce del Signore che risuona anche oggi. Come un tempo Samuele (cfr. 1 Sam 3,1-21) e Geremia (cfr. Ger 1,4-10), anche oggi ci sono giovani che sanno scorgere quei segni del nostro tempo che lo Spirito addita. Ascoltando le loro aspirazioni possiamo intravedere il mondo di domani che ci viene incontro e le vie che la Chiesa è chiamata a percorrere»”. [1]

Il cammino sinodale sta mostrando, un po’ alla volta, ciò che solo l’atto stesso del camminare può permettere di scoprire: che mettere a tema i giovani non significa metterli sotto la lente del microscopio per farne oggetto dell’ennesima (!) indagine socio-religiosa, ma scoprire che le nuove generazioni sono come il reagente in chimica. Esse hanno il potere di dire qualcosa che è altro da sé: occuparci di giovani ci sta permettendo di comprendere un po’ alla volta che il tema svela, come dice il Papa, “un complesso di relazioni e di urgenze” che riguardano soprattutto gli adulti e la comunità cristiana.
A condizione, però, che si abbia il coraggio di aprire gli occhi e di non cacciare la testa sotto la sabbia: le farisaiche “cattedre di Mosè” di cui parla Gesù nel vangelo (Mt 23, 1) sono ancora oggi occupate da chi preferisce puntare il dito sui tempi che corrono, o aprire l’ombrello della secolarizzazione sotto cui trovano riparo tutte le scuse, soprattutto quelle atte a nascondere le fragilità della nostra pastorale.

La risposta italiana al questionario del Sinodo

Per la verità, le Diocesi italiane sono entrate in un percorso di discernimento che sembrano aver preso davvero sul serio. Nello scorso mese di settembre il Consiglio Permanente ha discusso e messo a punto il questionario da inviare alla Segreteria del Sinodo dei Vescovi, secondo le indicazioni presenti nelle conclusioni del documento preparatorio. La risposta è frutto di una sintesi fatta a partire dai contributi arrivati in Segreteria CEI dalle Diocesi italiane. Più di centocinquanta testi letti e incrociati fra loro: una buona fotografia dello sguardo che la Chiesa italiana ha sui giovani e sulla vita pastorale che li riguarda. Le considerazioni che intendo offrire sono una mia “risonanza” della lettura di questo testo che a breve sarà reso disponibile a tutti. Partirò da considerazioni più generali, provando poi a sottolineare alcuni aspetti che ritengo snodi strategici.
Anzitutto scelgo un numero (tra i diversi offerti nel questionario): i battezzati in Italia. Il dato statistico più recente (2015) dice che il 95,3% dei bambini italiani viene fatto battezzare; dunque una domanda religiosa altissima in occasione della vita che comincia. Viene spontaneo chiedersi: cosa accade dopo? E ancora: perché sopravvive la domanda che il gesto sacramentale venga posto sulla vita di un figlio in genitori che (a quanto pare) vivono senza più riferimenti costanti alla fede? Non si può che salutare con gioia la notizia di un dato che sopravvive in una misura ancora così larga, ma – contemporaneamente – sembra giunto il tempo di prendere sul serio un discernimento pastorale che chiami in causa i diversi soggetti ecclesiali e la comunità nel suo insieme.
Molti questionari riprendono l’espressione forse più conosciuta di Papa Francesco: la “chiesa in uscita”. È curioso annotare che il modo con cui l’espressione viene citata tradisce una idea di “uscita” sulla quale dovremmo quanto meno metterci d’accordo. Anche se nessuno utilizza le parole come io sto per fare, si ha la sensazione – leggendo – che in più di qualcuno sopravviva l’idea che “uscire” è sì necessario, ma per trovare il modo di “riportare dentro”. I giovani per primi, ovviamente. Perché essi sono percepiti come quelli più lontani; ma, di nuovo, perché sono “loro” a essersi persi.
Giungerà il tempo in cui gli adulti cristiani riconosceranno di essersi persi di fronte ai propri figli? “Chiesa in uscita” è un’espressione che effettivamente identifica bene il problema; ma, ancora, non se ne dà la soluzione. Questo è bene ricordarlo, perché l’istanza di un Sinodo (che esso parli di famiglia, di giovani o di qualunque altro argomento nel cuore della Chiesa) chiede di affrontare la fatica di un cammino.
La chiarezza dell’espressione è stata forse la ragione del suo successo: tutti hanno riconosciuto l’esigenza di uscire da un recinto nel quale si percepiva aria viziata e ammuffita. Ma nessuno ha in mano la strategia vincente per sapere cosa fare “fuori”. Potrebbe non essere così folle accettare di essere un po’ “erranti” in mezzo alle mille “erranze” che questo tempo propone: non per rassegnazione o per assecondare il clima, ma – prima di decidere ogni altro passo – per comprendere la storia e l’uomo di oggi; condizione necessaria per poter intessere buone relazioni e mettersi in condizione di poter offrire, dire, annunciare. Ormai lo abbiamo capito tutti: non è semplicemente questione di cambiare il linguaggio, non si tratta di dare una mano di vernice alla comunicazione. Credere nella forza della verità, significa fare i conti – anche – con l’esigenza di servirla, di mostrarla, di esserne testimoni: non è un caso che molte diocesi hanno segnalato le critiche schiette e sincere dei giovani alla Chiesa (e in particolare ai suoi rappresentanti) quando non mostra coerenza con ciò che va predicando.

La vita pastorale italiana

La Chiesa italiana ha sempre custodito ed espresso in sé una forte vocazione educativa. Senza falsa umiltà, dobbiamo riconoscere che davvero molte sono le azioni registrate di accompagnamento nella crescita delle nuove generazioni. Alcune hanno radici lontane nel tempo: penso all’oratorio (seppur in modi diversissimi tra loro, è radicato in ogni regione e diocesi italiana) e alla catechesi, attività che hanno sempre avuto il merito di intuire che la mistagogia richiesta dall’iniziazione cristiana è quel tempo/spazio di vita decisivo in cui si forma la coscienza e la libertà, luoghi strategici per poter passare dalla consegna della fede alla scelta consapevole di una vita di fede. E il merito di queste attività sta soprattutto nella scelta di mantenere l’educazione cristiana in un contesto di relazioni e di comunità.
Forti sono le espressioni di vita pastorale offerte da molti soggetti ecclesiali: le associazioni, i movimenti e la presenza (ancora diffusa) della vita consacrata. Due sfide mi sembrano apertissime. La prima riguarda la capacità di un’interconnessione più virtuosa fra le diverse realtà: pare che sia ancora lontano il tempo di uno scambio virtuoso e di una collaborazione efficace fra la Diocesi e il suo naturale prolungamento (le parrocchie) e le altre realtà ecclesiali. Talvolta rischiamo di essere come un grande centro commerciale: tutti sotto lo stesso tetto, ma ogni esercizio in concorrenza con gli altri… La seconda sfida riguarda una sorta di “gestione delle risorse”: la mancanza di collaborazione, genera l’ansia da prestazione. Non sarebbe più sano poter in qualche modo “diversificare” le azioni cercando di non ripetere ciò che già è presente in una Chiesa? Questo richiede un cammino (sinodo, di nuovo…) che permetta di riconoscersi gli uni negli altri, come una famiglia. Non posso non ricordare, qui, un passo eloquente di Evangelii Gaudium:

“Le altre istituzioni ecclesiali, comunità di base e piccole comunità, movimenti e altre forme di associazione, sono una ricchezza della Chiesa che lo Spirito suscita per evangelizzare tutti gli ambienti e settori.
Molte volte apportano un nuovo fervore evangelizzatore e una capacità di dialogo con il mondo che rinnovano la Chiesa. Ma è molto salutare che non perdano il contatto con questa realtà tanto ricca della parrocchia del luogo, e che si integrino con piacere nella pastorale organica della Chiesa particolare. Questa integrazione eviterà che rimangano solo con una parte del Vangelo e della Chiesa, o che si trasformino in nomadi senza radici” (EG, 29).

Vengono segnalati, infine, nel documento, alcuni luoghi significativi dove (effettivamente) sono stati fatti dei passi nuovi: la scuola, universalmente riconosciuta come luogo rilevante per la crescita dei giovani; il mondo dello sport che incrocia la dimensione del corpo, tanto percepita dai ragazzi e per troppo tempo considerata come realtà lontana dal tema educativo cristiano; gli spazi di vita quotidiana e del tempo libero verso cui ormai i giovani si sono spostati in massa. Non mancano nemmeno molte iniziative che si prendono cura della dimensione spirituale e dell’accompagnamento nel discernimento vocazionale: incontri, dialoghi, momenti di preghiera. La creatività pastorale è forte nell’identificare esperienze forti e significative: pellegrinaggi, missione e carità, tempi di vita comune.
Ho ripreso queste note, presenti nella risposta al questionario inviata al Sinodo, non per fare un mero elenco di attività che ci possano far dire di essere a posto in coscienza (in fondo stiamo facendo molto…), ma piuttosto per dire che non siamo chiamati a “fondare” qualcosa di nuovo o a partire dal niente. Nella generosità e nella creatività della pastorale giovanile vocazionale della Chiesa italiana ci sono molte indicazioni a proposito di ciò che, con pazienza, andrebbe ripreso e coltivato. A una condizione: che non ci si crogioli nell’idea che si sta facendo tutto il possibile o che ci si debba rassegnare.
Perché rimane il fatto: la quantità e varietà di azioni non trovano una corrispondenza di “risultati” (ammesso che si possa parlare in questo modo) in ciò che alla fine ogni buon parroco registra quando la domenica mattina guarda il popolo di Dio che siede fra i banchi della chiesa. Evidentemente c’è anche qualcosa che non si muove, qualche meccanismo che si è inceppato e che proprio il cammino sinodale potrebbe aiutarci a identificare e a correggere.

Gli snodi problematici

Vorrei provare a indicare alcuni snodi più problematici che credo di poter indicare a partire dal mio osservatorio. Ovviamente li offro come temi di riflessione e non di giudizio, come condivisione per un contributo al cammino che il Sinodo ci sta chiedendo di fare.
Anzitutto mi pare che non abbiamo ancora deciso bene quale sia il luogo ecclesiale dove si gioca la partita. Veniamo da un lungo tempo di post-concilio, tempo in cui quale sono stati fatti molti tentativi: alcuni annunciati con grande enfasi e poi miseramente naufragati; altri che hanno vissuto stagioni di grande fermento e oggi vivono di rallentamenti e crisi. Se guardo indietro, mi pare di intuire che la sfida all’incontro con la contemporaneità, che il Concilio aveva lanciato, si è risolta nel tentativo (alla lunga un po’ ingenuo) di rinnovare le strutture ecclesiali, di studiare nuove strategie pastorali.
Come se le persone e il contesto in qualche modo rimanessero sempre uguali.
Credo che sia mancato un ascolto attento e appassionato delle istanze degli uomini di oggi: cosa che i giovani (oggi senza più freni inibitori) hanno il coraggio di dire con chiarezza e ad alta voce.
È come se ci fossimo improvvisamente svegliati (grazie anche al magistero di questo Pontefice) e ci fossimo accorti che, mentre eravamo impegnati a dare una mano di bianco alle forme di annuncio del Vangelo, le persone rimanevano intrise di una cultura che si ubriacava di tecnologia, di benessere, di consumo e mercato (che alla fine vuol dire concorrenza, egoismo e spreco). Cultura a cui anche noi cristiani non abbiamo mancato di fare l’occhiolino. Non si tratta di imprecare contro le logiche della globalizzazione (contro la quale possiamo ben poco), ma di tornare a credere alla forza di un Vangelo preoccupato – anzitutto – di mettersi in ascolto delle istanze più profonde degli uomini che abitano in un pezzo di storia specifico.
In questo i giovani ci possono davvero aiutare nel capire cosa c’è di tanto affascinante nei percorsi di ricerca che oggi intraprendono. Ovvia- mente a patto di non maledire tout court questi percorsi e a patto di imparare a saper ascoltare.
Questo vuol dire interagire con i giovani senza mettersi dalla loro parte in modo ideologico (sono ragazzi, libertà ancora in costruzione e dunque bisognosi di vicinanza e cura), ma anche senza continuare a considerarli bambini viziati che non hanno nulla da dire alla generazione dei loro genitori e anche dei loro nonni. Mi piace citare una frase del cardinal Martini che credo sintetizzi bene questo concetto:

“Nella gioventù ho trovato la più valida conferma di tale principio pastorale, sempre che di questo si tratti. Nella Chiesa nessuno è nostro oggetto, un caso o un paziente da curare, tanto meno i giovani. Perciò non ha senso sedere a tavolino e riflettere su come conquistarli o su come creare fiducia: deve essere un dono. Sono soggetti che stanno di fronte a noi, con cui cerchiamo una collaborazione e uno scambio. I giovani hanno qualcosa da dirci. Essi sono Chiesa, a prescindere dal fatto che concordino o meno con il nostro pensiero e le nostre idee o con i precetti ecclesiastici. Questo dialogo alla pari, e non da superiore a inferiore o viceversa, garantisce dinamismo alla Chiesa: in tal modo l’affannosa ricerca di risposte ai problemi dell’uomo moderno si svolge al cuore della Chiesa”. [2]

Le riflessioni appena fatte dovrebbero, a mio parere, portarci ad alcune considerazioni ulteriori.
La prima riguarda il tema dei luoghi e dei soggetti, già sopra accennato.
I giovani sono diventati terreno di caccia, nel senso che sopravvive la convinzione che chi se li guadagna riesce poi a tenere viva la propria realtà ecclesiale. Al di là delle ovvie considerazioni che ci sarebbero da fare su un ragionamento così triste, proprio questo atteggiamento è all’origine di una certa “fuga” da parte di una generazione che non accetta appartenenze, che si ritrova troppo bene in un mondo del quale vuole tenere aperte le mille opportunità. In particolare sopravvive l’idea, oggi piuttosto ingenua, che i giovani si possano astrarre dal proprio contesto per poterli in qualche modo plasmare. Per quanto possa apparirci una strada faticosa, la sfida vera è tornare a intessere relazioni con il territorio e la comunità, perché le nuove generazioni possano intravedere un’esperienza di chiesa che si radica nella storia, tra le case degli uomini, condividendone gioie e speranze. Solo una comunità di persone, con pazienza e buona volontà, può mostrare giorno per giorno il valore di una vita fraterna.
La seconda considerazione tocca la vita dei presbiteri, soprattutto di quelli più giovani. I vescovi italiani se ne sono occupati recentemente attraverso il testo “Lievito di fraternità”, che è il frutto di un percorso durato alcuni anni. In esso non manca la preoccupazione che i preti tornino alla gioia del proprio ministero attraverso la cura delle persone che vengono loro affidate. È ancora troppo diffusa l’idea che oggi il presbitero possa essere esclusivamente uomo del sacro: mi capita spesso di sentire nelle diocesi che è forte la tentazione di separare l’annuncio (inteso come catechesi e liturgia) dal compito educativo. Questo genera in alcuni preti giovani (soprattutto quelli a cui non piace stare con i giovani perché si sentono messi in crisi) una risposta “monolitica” di ricerca di certezze, di fronte alla liquefazione postmoderna, con il risultato di infragilirsi molto.
La terza considerazione riguarda la fatica a legare i luoghi di vita dei giovani con l’esperienza di Chiesa: prima questo era garantito dal prete che manteneva un legame con la scuola e l’oratorio. Oggi questo legame è considerato come una fatica supplementare: così ci perdiamo gli insegnanti di religione (abbandonandoli secondo la tattica di Uria l’Ittita…) o gli allenatori sportivi. È il tema delle alleanze educative con le diverse agenzie (istituzioni o associazioni) di un territorio. Persino una legge italiana (la famosa 285/97) provò a sostenere queste alleanze che però non sono ancora una pratica significativa nella nostra vita pastorale e civile.
Quarta considerazione: la fatica a creare una collaborazione trasversale intorno al soggetto dei giovani. Questo significa perdere una grande opportunità di radunare e far crescere gli adulti nella comunità. C’è ancora troppa difficoltà a pensare una pastorale che sia davvero di insieme: progettata, realizzata e verificata insieme. Fare squadra nella Chiesa è ancora una fatica troppo grande.
Ultima: è sotto gli occhi di tutti che esiste un problema di leadership a livello di governo che mi pare abbastanza trasversale nella Chiesa di questo tempo. La difficoltà a riconoscere ciò che è più importante e ciò che non lo è, ciò che bisogna fare e ciò che bisogna far fare. Questo dipende anche dall’aumentata complessità della realtà e delle difficoltà a livello disciplinare, ma prima di tutto, da un’incapacità di creare (o riconoscere?) una leadership collaborativa e corresponsabile. Nella nostra dinamica di governo apicale siamo in genere molto responsabili, quasi per nulla irresponsabili, ma ancora poco corresponsabili. Davvero pensiamo che tutto questo i giovani non lo vedano e in qualche modo lo compatiscano? [4].

Per chiudere

C’è un tema che mi piace richiamare per chiudere le mie “risonanze” e che risale al Concilio Vaticano II. Nel suo bellissimo “Messaggio ai giovani”, il Concilio scriveva al termine dei lavori:

“La Chiesa, durante quattro anni, ha lavorato per ringiovanire il proprio volto, per meglio corrispondere al disegno del proprio Fondatore, il grande Vivente, il Cristo eternamente giovane. E al termine di questa imponente «revisione di vita» essa si volge a voi: è per voi giovani, per voi soprattutto, che essa con il suo Concilio ha acceso una luce, quella che rischiara l’avvenire, il vostro avvenire. La Chiesa è desiderosa che la società che voi vi accingete a costruire rispetti la dignità, la libertà, il diritto delle persone: e queste persone siete voi”. [3]

Nelle moltissime riflessioni di questi anni sul Concilio è forse un po’ sfuggito questo aspetto: “La Chiesa ha lavorato per ringiovanire il proprio volto”.
In un tempo come il nostro questa operazione rischia di apparire di facciata, buona solo per rispondere alle sollecitazioni del narcisismo e dell’esteriorità.
Ma non vogliamo perdere un’istanza davvero importante per il cristianesimo: il Cristo è eternamente giovane perché capace di mostrarci l’umanità che non invecchia, quella che davvero ci rimanda al disegno originario delle origini e al destino di ciascuno. Forse dovremmo davvero ricuperare (tra le tante altre cose) l’idea che un cammino sinodale con i giovani potrebbe permettere a tutti di ritrovare la giovinezza del Vangelo. L’unica capace di non ridurci al compiacimento esteriore, ma di ritrovare il senso più profondo della vita e della Chiesa.

NOTE

1 PAPA FRANCESCO, Discorso alla Curia romana, in occasione della presentazione degli auguri natalizi, 21 dicembre 2017.
2 CARLO MARIA MARTINI, Conversazioni notturne a Gerusalemme, Mondadori, 2008, p. 47.

* Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana

(Rivista Lasalliana 85 (2018) 1, 33-40)

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