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I giovani

e la ricerca della verità

In cammino verso il Sinodo

Michele Illiceto


1. A prima vista sembra che i giovani non cerchino la verità
Per molti adulti sembra che i giovani siano tutti degli “sdraiati” come li ha definiti Michele Serra in un suo libro. Pare che non cerchino nulla. E invece noi dobbiamo partire dal fatto che in ogni giovane alberga la domanda di verità: la verità sotto forma di domanda implicita. Domanda muta e silenziosa che ognuno si porta dentro. Questa domanda di verità a volte si intreccia con la domanda “su” Dio e “di” Dio. In fondo i giovani cercano Dio e non lo sanno. Quella di Dio è una domanda che ha bisogno di essere coltivata e sostenuta con un percorso educativo di tipo maieutico e non semplicemente trasmissivo o impositivo.

2. Tre tipologie di giovani
Conviene distinguere. Ci sono tre tipologie di giovani. In primo luogo ci sono coloro che non cercano perché nessuno glielo ha insegnato o li ha stimolati a farlo. Questa tipologia di giovani non chiede esplicitamente di cercare la verità. In loro la domanda di verità è implicita in ogni cosa che fanno. Forse scappano da un tipo di verità che a loro è stata trasmessa in una forma inadeguata. Su questi giovani non è troppo difficile lavorare: hanno la porta aperta dello stupore e della sensibilità. Si tratta solo di trovare la chiave giusta per entrare nello scrigno della loro interiorità confusa e disorientata, per aiutarli a loro volta ad entrare nei luoghi intimi da cui scappano.
In secondo luogo ci sono coloro che cercano ma non trovano e quindi, delusi, smettono di cercare. Sono i figli della delusione, forse perché hanno incontrato mezze verità. O verità soltanto predicate e proclamate, ma mai vissute. Una verità anche se è vera “in sé” ha bisogno di diventare credibile per essere accettata e convincere. E per essere credibile ha bisogno di qualcuno che la pratichi e la testimoni. In costoro la domanda di verità è stata tradita e disattesa. Solo se incontreranno dei testimoni questi giovani si riavvicineranno a tale verità. Questi giovani non hanno bisogno tanto di adulti-maestri, quanto piuttosto di adulti-testimoni. “Il vero cavaliere della fede – ha scritto Kierkegaard in Timore e tremore – è un testimone, mai un maestro”.
Infine ci sono coloro ai quali non interessa cercare la verità perché la loro coscienza è stata manipolata e dirottata su altri registri, su altri ambiti che sono diventati per loro idoli o miti. In loro la domanda di verità è stata assopita e sostituita con altre domande false, cariche di banalità e superficialità. E costruire risposte su domande false è molto pericoloso per la crescita di un giovane.

3. Non cercanti perché non cercati
È pur vero però che molti giovani se non cercano è perchè non sono cercati da nessuno. Vi è, infatti, un diffuso senso di abbandono in giro. E non sto parlando dell’abbandono materiale - anzi, vi è una esagerata protezione materiale di stampo consumistico a riguardo – ma dell’abbandono educativo e relazionale. Non si tratta di un abbandono fisico, ma simbolico.
Eppure, nessuno può cominciare a cercare - e a cercarsi - se non viene prima cercato da qualcun altro. Ai giovani manca l’esperienza dell’altro. Manca di un cercante “altro” da cui sentirsi cercati per cominciare a cercarsi a loro volta. E accanto a questa manca l’esperienza dell’Altro come primo cercante: come Colui che mi cerca da sempre. Ben venga allora la domanda evangelica quale icona del sinodo sui giovani: “che cosa cercate?” (Gv 1, 38). Quei due discepoli quel giorno fecero un’esperienza unica e forte: andarono per cercare e invece furono trovati.

4. I giovani cercano la verità in modo diverso
La questione vera è che i giovani cercano la verità, solo che la cercano in modo diverso da come noi (adulti) ce lo aspettiamo. Forse la cercano sotto nomi e sotto vesti diverse. Dovremmo sempre chiederci, se non la cercano, perché non lo fanno. O, se la cercano, perché la cercano altrove. Perché cercano una verità diversa dalla nostra? Opposta, alternativa.
Ma prima di tutto questo, dovremmo chiederci che cosa è la verità per un giovane. E - ultima domanda - in che senso la religione può aiutare i giovani - o anche impedire loro - a cercare e a trovare la verità? Lo stesso sapere scientifico ormai ci propone verità parziali, congetturali, contraddittorie, e sempre nuove. Verità soggettive e relative, mutevoli e opinabili.
Dal canto suo neanche il diffuso scetticismo soddisfa, poichè quando si dice che è inutile cercare la verità perché questa non esiste, non fa altro che affermare un’altra verità. Infatti, affermare che la verità non esiste è a sua volta una forma di verità: si tratta della verità della non verità.

5. Verità calde o verità fredde?
Il problema non è se esiste o meno una verità che sia degna di essere cercata. Oppure se l’uomo sia fatto o meno per essa. La questione riguarda piuttosto il tipo di verità da cercare. Una cosa è certa: la verità che a noi credenti tocca comunicare non è un’idea, quanto piuttosto una persona. Essa non basta che sia assunta come vera “in sé”, ma deve poter diventare anche una verità “per me”. Non si tratta di una verità “fredda” che dopo essere stata incontrata possa lasciarci indifferenti. La verità che siamo chiamati a comunicare è una verità calda. E una verità calda ha almeno tre funzioni: rivelativa, trasformativa e rassicurante.
Se non è la verità ad essere fredda, lo potrebbe essere invece il nostro modo di comunicarla. E una comunicazione fredda rende fredda anche la verità più calda, come l’evento Gesù di Nazareth. Quella che per molti anni abbiamo comunicato, nella catechesi e nella trasmissione della fede, è stata una verità fredda, frutto di schemi, deduzioni e dimostrazioni più che di incontri e di vissuti. Certo non bisogna confondere le verità calde con le verità fondate sull’emozione. Tutt’altro. La verità quando è vera abbraccia tutti e quattro i registri antropologici che ci compongono: ragione, cuore, corpo e spirito.
Le verità fredde si spiegano, quelle calde si narrano. E la narrazione è contagiosa. Trasmette le verità da pelle a pelle. Da vissuto a vissuto. I giovani cerano verità narrate e non verità spiegate. Per tale ragione è necessario unire narrazione (la dimensione autobiografica) e spiegazione (la ricerca del perché del senso ultimo). La verità ha una dimensione narrativa, come direbbe P. Ricoeur. Cioè rivelativa: essa dice qualcosa a me, ma anche qualcosa su di me, qualcosa che inizia ad entrare e a penetrare dentro di me. La verità poi ha una dimensione trasformativa: mi mette in gioco e mi coinvolge-sconvolge. Mi impone un cambiamento di rotta. Infine, ha una dimensione rassicurante: mi riempie di gioia e mi offre nove certezze. È, come insegna il Vangelo, come quell’uomo che cercando un tesoro dopo averlo trovato va con gioia vende tutto per compare il campo dove esso è nascosto (Mt 13, 44-32).
Il posto della verità non è la ragione, ma il cuore. Come diceva Pascal: “Il cuore ha delle ragioni che la ragione non comprende”. Questa frase la possiamo adattare a noi: dicendo che il cuore ha delle verità che alla ragione risultano insondabili, cioè scandalose. Il cuore è lo scandalo del pensiero.

6. La verità non ha paura del dubbio
Di solito si contrappone la verità al dubbio. È un falso modo di procedere. La verità vera non teme il dubbio, anzi lo esige, lo affronta, lo attraversa, e lo supera. I dubbi sono importanti nella vita, specialmente nella vita di un giovane. L’adolescenza è l’età dei dubbi. Infatti, i giovani sono nella fase in cui non accettano più le verità degli adulti. Non accettano più una verità perché detta da un adulto in nome dell’autorità. Non possono più credere in qualcosa per il solo fatto che fino ad allora altri hanno creduto al posto suo.
Se contestano tale tipo di verità è perché cercano una verità che sia tale per loro. Che sia tale perché ne hanno fatto esperienza diretta. Nel frattempo mettono tra parentesi (fanno epokè come direbbe Husserl) di tutte le verità credute come tali fino ad allora. Il dubbio serve per mettere alla prova la tenuta della verità. Fin quando una verità è dubitabile, essa non è ancora una vera verità.
Certo, bisogna anche vedere perché si dubita. Se lo si fa per il solo gusto di dubitare, avendo fin dall’inizio il pregiudizio che non esiste la verità, allora tale dubbio è sterile. Se invece il dubbio è una tappa della ricerca della verità, il dubbio manifesta tutta la sua fecondità. Pertanto, nell’adolescenza piuttosto che scoraggiare i dubbi, bisogna coltivarli. Se quella verità resiste al dubbio, allora quella è una vera verità, altrimenti la strada per trovarla è ancora lunga.
In definitiva: meglio una verità che resiste al dubbio piuttosto che una verità che ha paura dei dubbi. Se le cose stanno così, si può affermare che la verità degli adulti deve avere la sola funzione di risvegliare quella stessa verità che, anche se in una forma diversa, dorme nel cuore dei giovani. In fondo questo era il metodo di Gesù, il quale non dava mai la verità se non dopo. Egli prima suscitava i dubbi e, dopo aver minato le false verità, costruiva nel cuore del suo interlocutore, la via per poter incontrare la vera verità. Una verità del tutto diversa. Ed era proprio questo ciò che affascinava i suoi uditori.

7. Pensiero calcolante o pensiero poetante?
Più che verità inesistenti, i giovani sembrano che debbano fronteggiare verità deludenti. Insignificanti. Banali. La questione allora riguarda il modo con cui costruiamo le verità. Riguarda il modo con cui oggi si pensa. Il fatto è che oggi ci troviamo di fronte ad un pensiero che non è neanche più pensiero: è, come direbbe Heidegger, un pensiero calcolante tipico del dominio della tecnica, che riduce tutto a calcolo utilitaristico, a prestazione, a merce di scambio a cui il mercato di turno dà un prezzo. Invece noi credenti adulti dobbiamo mettere mano ad un pensiero poetante: nello stile del Cantico dei cantici, dei libri sapienziali, dei salmi, e del Vangelo che li sintetizza tutti.
Il pensiero poetante trasforma i giovani in cercanti cercati da un Senso che li precede. Li porta a sostare sulla soglia dei propri vissuti interpretandoli come mistero e non come semplice problema in cerca di una soluzione puramente tecnica.
Allora il problema non è che i giovani non sono in sintonia con la verità, ma che siamo noi che non sappiamo comunicare in modo adeguato questa verità che tende al cuore. Non sappiamo toccare quei registri che attraversano in modo trasversale il loro cuore, la loro ragione, il loro corpo e da ultimo il loro spirito. La verità li tiene uniti, la bugia e la menzogna li tiene divisi.
D’altronde il menzognero è chiamato diavolo proprio perché getta divisione, divide: dia-ballein. Divide dentro e fuori. E dove domina la divisione, è molto più facile che avvengano le manipolazioni e le seduzioni. Per questo bisogna partire dal cuore, come il metodo maieutico di Gesù (e non solo di Socrate) ci insegna. Se non liberiamo il cuore con le verità calde del Vangelo, le nostre parole cadranno non sul terreno fertile, ma sull’asfalto o tra le spine (cfr. Mt 13,1-23).

8. La verità e il registro del cuore
I giovani cercano una verità che sia capace di riscaldare il cuore, una verità che lasci un segno sulla loro pelle, perché, specie per un adolescente, il mondo comincia dalla pelle, laddove il confine tra mondo interno e mondo esterno passa attraverso il corpo. Perché il sentire dei giovani è un sentire che comincia dalla pelle. Questo accade perché i giovani non conoscono ancora la separazione di cuore-mente-corpo. Loro pensano tramite il sentire anche se non sempre riescono a trasformare il sentire in pensiero. Questo avverrà dopo, quando crescendo, acquisiranno gli schemi dicotomici e dualistici tipici degli adulti e cominceranno anche essi a dividere.
La pubblicità divide, la politica divide, l’attuale cultura divide, anche l’esperienza divide. E divide per assolutizzare e ridurre: così il giovane o assolutizza il corpo a discapito del cuore e della mente (vedi la logica dell’industria del divertimento che riduce il corpo a merce o a registro di un godimento illimitato) oppure a volte assolutizza la mente a discapito del cuore e del corpo (vedi la scuola che mette in campo un apprendimento dissociato dai processi motivazionali). O assolutizza i cuori a discapito dei corpi e delle menti, come un certo emozionalismo propone. Ala cultura consumistica dominate fa comodo avere giovani divisi dentro e in perenne conflitto tra una ragione che sta naufragando, un cuore che è in preda a deliri e un corpo che pensa solo a esibirsi.
È saltata la visione unitaria della persona che ha il suo centro nel cuore. Il cuore, infatti, come scrive Papa Francesco, unisce.
«Il cuore, nella Bibbia, è il centro dell’uomo, dove s’intrecciano tutte le sue dimensioni: il corpo e lo spirito; l’interiorità della persona e la sua apertura al mondo e agli altri; l’intelletto, il volere, l’affettività. Ebbene, se il cuore è capace di tenere insieme queste dimensioni, è perché esso è il luogo dove ci apriamo alla verità e all’amore e lasciamo che ci tocchino e ci trasformino nel profondo. La fede trasforma la persona intera, appunto in quanto essa si apre all’amore. È in questo intreccio della fede con l’amore che si comprende la forma di conoscenza propria della fede, la sua forza di convinzione, la sua capacità di illuminare i nostri passi. La fede conosce in quanto è legata all’amore, in quanto l’amore stesso porta una luce. La comprensione della fede è quella che nasce quando riceviamo il grande amore di Dio che ci trasforma interiormente e ci dona occhi nuovi per vedere la realtà». [1]

9. La verità e il registro del corpo
I giovani leggono Nietzsche, sentono Vasco Rossi. In Così parlò Zarathustra Nietzsche afferma:
«Dietro ai tuoi pensieri e sentimenti, fratello mio, sta un forte dominatore, un saggio sconosciuto: è il Sé. Nel tuo corpo dimora, è il tuo stesso corpo. C'è più senno nel tuo corpo che nella tua migliore saggezza. E perché mai il tuo corpo avrebbe dunque bisogno della tua migliore saggezza?». [2] 
I giovani ragionano con il corpo e qualche volta con il cuore (più le ragazze che i maschi a dir la verità). Ma hanno bisogno che qualcuno li aiuti a ragionare con la testa. Solo che questo è un processo complesso e difficile che va guidato e lo scopo è arrivare ad una visione unitaria di sé, delle cose, del mondo.
A una cultura debolista che propina una verità parziale e altrettanto debole, noi credenti adulti dovremmo obiettare che la verità è nell’intero vissuto della persona, nella visione unitaria dell’uomo che vede se stesso come una sinfonia di registri da armonizzare nell’unità delle differenze - sincroniche e diacroniche - di cui siamo fatti.
Oggi tendiamo ad assolutizzare la verità insita nelle parti che ci compongono. Ma come diceva Hegel, “Il vero è l’intero”: nel senso che la parte trova il proprio inveramento solo nell’unità del tutto, cioè nel legame con le altre parti. Legame che Hegel rievocando la filosofia greca, in particolare Eraclito, e l’incipit del Vangelo di Giovanni chiama Logos.

10. Risvegliare il Logos
Ecco allora il punto cruciale: oggi siamo senza Logos, e quindi,nell’accezione di V. Frankl, orfani di senso. Nietzsche, capovolgendo l’inizio el vangelo di Giovanni, diceva che “In principio era il Non-senso, e il Non-senso era presso Dio e il Non senso era Dio”. Quando viene meno il Logos che dà ordine, unità e senso, o ci perdiamo nel dissenso o ci appiattiamo nel consenso grazie al quale la verità è figlia della maggioranza e non più frutto del Logos, cioè di un senso che ama nascondersi nel fondo delle cose. Solo la profezia (e come adulti educatori siamo investi di tale dimensione profetica) può risvegliare il Logos e spezzare il domino del consenso accomodante date a verità che tali non sono.
Dobbiamo combattere un pensiero schizoide che produce verità assolute mascherate di relativo. Perché oggi il vero dogmatismo è il relativismo. Sempre più siamo chiamati a contrastare la verità della non verità: una sorta di scetticismo in versione postmoderna che afferma che non esiste alcuna verità. Ma negare la verità significa affermarne una: la verità della non verità. Come a dire che è più vero che non esiste alcuna verità piuttosto che ne esiste una. E così accade che si caccia la verità dalla porta, ma poi la si fa rientrare dalla finestra. Solo che quella che rientra dalla finestra è più assoluta di quella uscita dalla porta.

11. Verità e pathos
La verità quando è vera non è solo liberante, ma riesce anche ad appassionare, appunto a scaldare il cuore. La verità è ciò che mette in moto il desiderio umano. Nell’epoca, definita da Benasayag, “delle passioni tristi”, invece la verità viene ridotta a ciò che puramente sentiamo. È circoscritta nel’alveo delle pure emozioni. È prigioniera del bisogno di facili gratificazioni.
Se è vero che la verità non sta nell’emozione, resta pur vero che la verità coinvolge anche il nostro apparato emotivo. L’operazione con cui abbiamo separato la verità dalle emozione ha provocato un doppio danno: ha danneggiato la verità (o meglio la percezione e l’esperienza di essa) rendendola arida e astratta, e ha danneggiato soprattutto le emozioni condannandole a non essere quelle che sono: cioè la soglia che conduce al sentimento e che in seguito da qui ci fa arrivare alla virtù. Ai giovani mancano questi passaggi: dalle emozioni ai sentimenti e dai sentimenti alle virtù.
Dal canto suo, invece, la verità dando radice all’emozione la trasforma, per poi trasformare l’emozione in sentimento e quest’ultimo in virtù. Se l’amore è stato ridotto ad emozione è perché abbiamo separato l’amore dalla verità e la verità dall’amore. Lo dice Papa Francesco nella sua Lumen fidei:
«Se l’amore ha bisogno della verità, anche la verità ha bisogno dell’amore. Amore e verità non si possono separare». [3]

12. Verità e amore
Ecco qui gli errori educativi di oggi: si pretende di presentare una verità isolata, scorporata da tutti gli altri ambiti a cui la verità per sua natura si collega. La verità ha altri nomi. Ritornano le domande poste nella Deus caritas est di Benedetto XVI: che cosa diventa la verità sena la carità e che cosa diventa la carità senza la verità? La verità si lega con l’amore. C’è un circolo virtuoso tra amore e verità. Scrive papa Francesco:
«Senza amore, la verità diventa fredda, impersonale, oppressiva per la vita concreta della persona. La verità che cerchiamo, quella che offre significato ai nostri passi, ci illumina quando siamo toccati dall’amore. Chi ama capisce che l’amore è esperienza di verità, che esso stesso apre i nostri occhi per vedere tutta la realtà in modo nuovo, in unione con la persona amata». [4
L’altro errore è pensare ad una amore senza verità. Scrive ancora il Papa:
«All’uomo moderno sembra, infatti, che la questione dell’amore non abbia a che fare con il vero. L’amore risulta oggi un’esperienza legata al mondo dei sentimenti incostanti e non più alla verità. Davvero questa è una descrizione adeguata dell’amore? In realtà, l’amore non si può ridurre a un sentimento che va e viene. Esso tocca, sì, la nostra affettività, ma per aprirla alla persona amata e iniziare così un cammino, che è un uscire dalla chiusura nel proprio io e andare verso l’altra persona, per edificare un rapporto duraturo; l’amore mira all’unione con la persona amata. Si rivela allora in che senso l’amore ha bisogno di verità. Solo in quanto è fondato sulla verità l’amore può perdurare nel tempo, superare l’istante effimero e rimanere saldo per sostenere un cammino comune. Se l’amore non ha rapporto con la verità, è soggetto al mutare dei sentimenti e non supera la prova del tempo. L’amore vero invece unifica tutti gli elementi della nostra persona e diventa una luce nuova verso una vita grande e piena. Senza verità l’amore non può offrire un vincolo solido, non riesce a portare l’"io" al di là del suo isolamento, né a liberarlo dall’istante fugace per edificare la vita e portare frutto». [5]
Quindi la verità grazie all’amore fa unità dentro di noi e fuori di noi. E l’amore grazie alla verità mette radici, rendendo saldo e duraturo il rapporto con noi stessi, con gli altri e con il mondo. In un mondo diventato liquido, dove “le relazioni hanno una scadenza come il latte” (Bauman), la verità ci aiuta a mettere le basi per dare un poco di solidità.
Se la verità si lega all’amore in seguito si apre alla Karis, alla Caritas che è l’amore gratuito: qui la verità si fa desiderio, tensione, donazione che è anche donazione di senso. La verità libera l’amore dal delirio di onnipotenza e dal parossismo del possesso di cui oggi è prigioniero.

13. Gli altri nomi della verità: dalla giustizia alla bellezza
Un giovane che trova la verità nell’amore e trova l’amore nella verità, comincia a ricostruire una grammatica fatta di parole nuove rinate e guarite dalla parola detta da colui che si è rivelato come la verità del Padre: Gesù, l’uomo libero per la verità.
Nella sua persona e nel suo percorso esistenziale, il giovane vede che il Nazareno è riuscito a dare altri nomi ala verità. Ad es. egli in ogni suo gesto ha legato la verità alla giustizia, con prassi di liberazione sociale, generando atteggiamenti ispirati ala sobiretà e al distacco, per un suo adeguato dei beni della terra.
Inoltre ha mostrato che la verità si coniuga con la martyria, cioè con la coerenza e la rettitudine del cuore. Quando Pilato gli chiede “che cosa è la verità” (Gv 18,34), lo rimanda alla croce: non una verità spiegata ma una verità vissuta nel dono totale di sé: “Dopo aver amato i suoi, li amò sino alla fine” (). E così, la verità del dono messo in atto dal nazareno per spiazzare ogni potere costringe il giovane a guardarsi dentro e a chiedersi se è veramente libero.
Un altro legame evangelico è quello oche vede unire la verità all’esperienza della bellezza, e quindi con la epifania della gloria. La verità di Gesù è una verità che trasfigura, che fa trapelare la luce della bellezza nel segno limitato della fragilità umana. Una verità che custodisce la bellezza nel tempo della bugia e della violenza. Una bellezza che si fa resistenza e che disarma ogni forma di odio e di risentimento.
La verità si lega con l’umiltà e la rinuncia. E attraverso l’umiltà la verità getta luce anche sulla mia fragilità. E tramite questa incontra il dolore, la sofferenza, il limite e la morte: l’ultimo limite. Rivela la portata del limite che è apertura e trascendenza e non chiusura disperata nella propria immanenza votata al niente. Apre lo spazio della propria finitudine al mistero: la verità è il mistero che toglie il velo: è aletheia: svelamento-rivelamento. In un doppio gioco che toglie e rimette il velo.
Questo ci permette di dire ad un giovane: tu non sei un problema, e neanche una risorsa, ma sei un mistero. Un misero che nessuno potrà mai spiegare. Un misteroo che ha bisogno di essere dischiuso, ma deve essere prima cercato e trovato, per essere rivelato.
Ecco qui tutta la dimensione rivelativa della verità che prepara il giovane a riscoprire la domanda su Dio e di Dio. Domanda che si porta dentro. Ed è qui che l’educatore può allargare lo spazio della domanda: dal domanda di verità ala domanda di bellezza e di bene. che si porta dentro
A questo punto la verità si fa dialogica in un dialogo interiore: perché la verità abita nell’interiorità dell’uomo (S. Agostino). Di conseguenza si fa esperienza dell’alterità: la mia verità è scritta nel cuore di un altro, bisogna cercarlo per poterla ricevere da lui.
La verità mi apre al registro di una triplice alterità: l’alterità di me, degli altri, dell’Altro Totalmente Altro. Alterità che si fa prossimità: e questo su un doppio piano. Sul piano della socialità: dove ciascuno cera il proprio Caino da perdonare o il proprio Abele da custodire. E sul piano affettivo: dove ciascuno cerca il proprio Adamo o la propria Eva per realizzare nella dualità delle differenze l’unità della carne: la sessualità.
Un’altra porta qui si apre: la verità della carne. Perché la Verità un giorno si è fatta carne.

 

NOTE

1 FRANCESCO, Lumen fidei, 26.
2 F. NIETZSCHE, Così parlò Zarathustra. “Dei dispregiatori del corpo”, Adelphi, Milano 1968, pp. 34-36.
3 FRANCESCO, Lumen fidei, 27.
4 Ivi.
5 Ivi.

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