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"Febe donna

di luminosa carità"

Rosalba Manes

Paolo conclude la lettera ai Romani, il best-seller che comunica il nucleo teologico della sua predicazione, porgendo i suoi saluti a diversi componenti della comunità dei cristiani di Roma. Questi saluti si presentano come la testimonianza della sorprendente sinergia tra l’apostolo e i suoi collaboratori e della presenza, all’interno di questa multiforme cerchia di missionari, di numerose figure femminili.
Il capitolo 16 della lettera rappresenta pertanto una sorta di omaggio che l’apostolo delle genti rende a quanti e a quante hanno energicamente contribuito all’irradiazione di quel Vangelo che è dýnamis theoú (Romani 1, 16), cioè potenza trasformante che rivoluziona chiunque si apra alla fede in Cristo.
Se il Vangelo corre e si diffonde (cfr. Salmi 19, 5) è perché vi è qualcuno che lo proclama con la sua bocca e con il suo cuore (cfr. Romani 10, 9-10.14-15), facendo della propria vita un’offerta «vivente, santa e gradita a Dio» ( Romani 12, 1). Con la sua predicazione itinerante, Paolo non riesce a intercettare tutti e a raggiungere ogni luogo. Per questo escogita un espediente che funga da prolungamento del suo annuncio: le lettere. L’apostolo, da solo, inoltre, non basta all’edificazione della comunità: essa necessita di una sinergia di doni e carismi che è garantita dalla presenza di collaboratori ( synergói). L’evangelizzazione non è un fatto privato che interessa solo la vita di un singolo, ma il dinamismo di una Chiesa in uscita, che testimonia, in primis, la qualità del suo rapporto con il Signore risorto e poi anche la qualità dei rapporti tra i credenti, improntati a prossimità e fraternità. Per questo Paolo sogna la Chiesa come una casa di fratelli che evangelizza già a partire dalla bellezza e dalla potenza dell’amore fraterno. La sogna così e, facendosi padre e madre della comunità (cfr. 1 Corinzi 4, 15; 1 Tessalonicesi 2, 7), s’impegna perché essa sia davvero tale.
Per questo Romani 16 getta una luce interessante sulla vita della Chiesa delle origini, in particolar modo sulla funzione dei laici e delle coppie o delle famiglie in ordine all’annuncio missionario. I saluti che attraversano l’intero capitolo 16 della lettera ai Romani si aprono per la precisione con una raccomandazione. La prima persona che Paolo menziona, e che mostra di avere particolarmente a cuore, è proprio una donna, il cui nome è Febe. Prima dunque di concludere la lettera, composta col vivo desiderio di dedicarsi all’evangelizzazione della Spagna e di trovare a Roma credenti in grado di supportarlo in quest’opera, l’apostolo chiede alla comunità di riservare a una donna, Febe, un’accoglienza calorosa a motivo del suo investimento totale alla causa del Vangelo.
Già il libro degli Atti degli apostoli e poi diversi passaggi del corpus Paulinum testimoniano a più riprese la presenza di donne che svolgono un ruolo attivo nella vita delle comunità primitive, collaborando con gli apostoli e investendo i loro beni materiali e i loro carismi al servizio dell’edificazione dei credenti. La Chiesa delle origini, infatti, non nasce in uno spazio cultuale, ma nella casa, come domus ecclesia. Essa, infatti, si consolida e struttura all’interno delle mura domestiche, dove vive una famiglia, comunità caratterizzata da legami di sangue, vincoli di affetto e dinamiche di collaborazione reciproca, e dove la donna opera attivamente come garante dell’accoglienza e dell’ospitalità.
Paolo, diversamente dal pregiudizio diffuso che lo ha reso misogino nell’immaginario di molti, si colloca sulla stessa scia di Gesù, contando per la sua opera di evangelizzazione su una partecipazione molto nutrita di donne. Tra le donne della missione paolina alcune sono venute alla fede dopo aver assistito alla predicazione dell’apostolo, come Lidia a Filippi (cfr. Atti degli apostoli 16, 14-15), mentre altre si sono votate all’annuncio del Vangelo insieme a lui o addirittura prima ancora di lui (cfr. il caso di Priscilla o Prisca che, con suo marito Aquila, lo accoglie a Corinto, Atti degli apostoli 18, 1-3).
Leggendo Romani 16, si resta sorpresi per il fatto che più di un terzo delle persone menzionate sono donne. Nella lista di nove donne ricorre tre volte il verbo kopiáo, «faticare»: Maria (in Romani 16, 6), Trifena, Trifosa e Perside (in Romani 16, 12), sono donne care a Paolo che si affaticano ( ekopíasen) nell’attività missionaria. Il verbo rimanda, infatti, all’impegno in rapporto al Vangelo e a un lavoro missionario in cui ci si investe senza risparmio. In 2 Corinzi 11, 22-28, ad esempio, dove Paolo parla del suo investimento per il Vangelo e del “costo” di tale dispendio di forze ed energie, egli impiega per due volte il sostantivo kópos, «fatica» (11, 23.27).
La prima a fare la sua comparsa nei saluti è una donna, Febe, il cui nome significa «pura», «luminosa», «splendente». Per lei Paolo compone un «biglietto di raccomandazione» che rappresenta un brano epistolare a sé stante e che lo Pseudo Demetrio colloca nei 21 generi epistolari da lui individuati qualificandolo come systatikòs týpos («modello commendatizio»): «Vi raccomando Febe, nostra sorella, che è al servizio della Chiesa di Cencre: accoglietela nel Signore, come si addice ai santi, e assistetela in qualunque cosa possa avere bisogno di voi; anch’essa infatti ha protetto molti, e anche me stesso» ( Romani 16, 1-2). In soli due versetti, Paolo tratteggia la figura di questa donna che, di certo, occupa un posto particolare nel suo cuore e al tempo stesso all’interno della comunità. Febe proviene da Cencre, città portuale dell’istmo di Corinto, collocata a undici chilometri verso sud-est nel golfo Saronico, e riceve da Paolo delle credenziali molto marcate, espresse mediante una triplice caratterizzazione: Febe è descritta, innanzitutto, come «sorella» (adelphéḗ), poi come «diacono» (diákonos), e infine anche come «protettrice» (prostátis) di molte persone, tra cui anche Paolo stesso.
Per sintetizzare il suo ruolo nella Chiesa di Roma, Paolo ricorre al sostantivo adelphéḗ, che dice la qualità della relazione che intercorre tra tutti i credenti in Cristo, in forza del battesimo. Innestati in Cristo e rinati in lui, i credenti sono figli di Dio. Poiché figli di Dio, essi sono fratelli tra di loro. In Galati 3, 26-28 Paolo mostra chiaramente che «in Cristo» si compie la promessa di una nuova creazione che inaugura una nuova architettura di rapporti: «Tutti voi infatti siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è giudeo né greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù». Rivestirsi di Cristo mediante il battesimo esprime una trasformazione che registra l’abolizione di ogni discriminazione, un processo di cristificazione che abolisce ogni barriera etnica, religiosa, socio-economica e sessuale, che rende «uno». In forza del battesimo si sperimenta dunque l’unità dei credenti nella molteplicità dei doni ricevuti dallo Spirito. Nella comunità ogni membro, dunque, sia uomo che donna, contribuisce «per la sua parte» all’edificazione della Chiesa. Nel cuore dell’ecclesiologia paolina sta il primato della dignità battesimale e della conformazione a Cristo. Per questo, parlando dei carismi, Paolo si sofferma più sullo stile agapico del loro esercizio (cfr. l’elogio all’amore di 1 Corinzi 13) che sulla loro specificità. Da questo fondamento scaturisce l’esperienza di un apostolato e di una missione che vedono la partecipazione attiva dell’uomo e della donna e della collaborazione di entrambi i sessi.
Febe è «sorella» come lo è Appia in Filemone 2, perché, innestata in Cristo, è entrata a pieno titolo nella famiglia di Dio. Resa figlia di Dio e vivendo ormai «nel Signore» è dunque sorella dei suoi fratelli, i «santi» (cioè santificati nel battesimo). Questa sororità diventerà nella Chiesa una «specifica manifestazione della bellezza spirituale della donna (…) rivelazione di una sua intangibilità» (Giovanni Paolo ii, Lettera ai sacerdoti).
In secondo luogo, Febe è «diacono della Chiesa di Cencre» o, come si legge nella traduzione della Conferenza episcopale italiana (2008), «al servizio della Chiesa di Cencre». Diákonos è detto di Gesù che è «servitore dei circoncisi» in Romani 15, 8; è detto di Paolo (cfr. 1 Corinzi 3, 5; 2 Corinzi 3, 6; 6, 4), mentre in Filemone 1, 1 appare come uno status ecclesiale preciso. Già in Aristofane il vocabolo poteva avere anche valenza femminile, ma la parola diakoníssa nel contesto ecclesiale è tardiva: appare per la prima volta nel canone 19 del concilio di Nicea (325) a designare, stando al Panarion di Epifanio, chi assiste il sacerdote nel battesimo delle donne.
Stando alla testimonianza degli Atti degli apostoli, il diacono non si occupava solo di compiti di assistenza sociale. Il diacono Stefano, protomartire, muore lapidato a causa della sua predicazione di fuoco (nel capitolo 7) e il diacono Filippo non lo troviamo a servire le mense, ma a predicare e a compiere segni di potenza (nel capitolo 8). Egli si reca in Samaria e sulla strada deserta che porta verso Gaza per evangelizzare gli scismatici del suo popolo e un eunuco proveniente dall’Etiopia. Quindi l’impiego del termine diákonos fa pensare che il ministero di Febe non riguardi solo l’ambito della carità, ma che includa anche la predicazione e l’opera evangelizzatrice.
Prostátis, invece, è un hapax nel Nuovo Testamento, un termine tecnico che fa pensare al magistrato che ad Atene difendeva gli interessi degli stranieri o a colui che presiede a una comunità e garantisce gli interessi degli altri. Potrebbe indicare il fatto che questa donna, in qualità di “patrona” e garante abbia aiutato molti credenti, Paolo compreso, dinanzi alle autorità civili. Si tratterebbe di una donna benestante e ricca che ha messo la propria abitazione a disposizione per permettere alla comunità dei credenti di Corinto di ritrovarsi, un po’ sulla falsariga dei thíasoi o collegia, che erano le associazioni religiose del tempo. Appare così la presenza di una donna che riveste diverse responsabilità a Cencre e per la quale Paolo chiede accoglienza e assistenza in segno di gratitudine per aver collaborato dinamicamente con il ministero dell’apostolo. Per questo viene ritenuta persino la latrice della lettera.
Il fatto che Febe abbia protetto molti fa pensare che questa donna sia stata facoltosa, ma anche che la comunità abbia subito la minaccia della persecuzione che spingeva i credenti a nascondersi e, talune volte, ad agire in clandestinità. Febe allora emerge ancora più luminosa come figura coraggiosa, capace di mettere a repentaglio la propria vita pur di salvare i suoi fratelli e le sue sorelle. Per questo Paolo, con profonda gratitudine, chiede ai suoi collaboratori di riservarle una generosa ospitalità e di andare incontro a ogni sua necessità.
Dalla sintetica indagine circa la triade di sostantivi con cui Febe viene descritta, si comprende come nell’ambito dell’evangelizzazione paolina esistessero spazi per una missione incisiva della donna nella comunità delle origini. Due sono gli elementi che il testo della lettera ai Romani mette particolarmente in luce della figura di Febe: un particolare amore per la Chiesa, manifestato dalla disponibilità al servizio e, con tutta probabilità, all’evangelizzazione/diffusione della Parola; e la natura totalizzante del suo impegno (caratterizzato da accoglienza, cura e protezione).
Si tratta di due elementi che caratterizzano spesso l’investimento della donna nella Chiesa e fanno trasparire la sua femminilità generativa, mostrando la sua piena e dinamica partecipazione alla gestazione del corpo ecclesiale e provocando quel processo di intelligenza creativa che apre nuove piste e permette di valorizzare questo tempo privilegiato di germinazione del seme evangelico che sta vivendo la Chiesa universale.

(Osservatore Romano - Inserto donne chiesa mondo - gennaio 2018

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