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L’eterna tentazione

Gerusalemme, non si può violare un simbolo

Rosanna Virgili


Troppo bella è Gerusalemme perché non sia anche una città contesa, come ancora accade in questi giorni. L’eterno ritorno della tentazione di possederla è un destino fatale per la Città il cui nome è impastato di cielo, di gloria e di splendore. Ma neppure il Suo Dio – che pure si è fatto suo Sposo – è riuscito a renderla propria, ad addomesticare la vergine dal seno fiorente; poiché è nella natura di lei l’essere leggera e vagabonda, abituata a spaziare da sola, anche in luoghi deserti. La sua origine, infatti, è meticcia, bastarda: «tuo padre era un Arameo e tua madre Hittita» come dice di lei una della più suggestive pagine bibliche (Ezechiele 16). Tu non hai una genetica pura, rispetto a una Cananea, o a ogni altra città del mondo.
L’unica tua differenza è la Bellezza, che, però, non è tua, ma raggio degli occhi di un Altro. Purtroppo tanto amore non è ancora bastato a renderti anche intelligente e riconoscente. Tendevi a far tuoi i doni di nozze e a usarli per pagarci i tuoi amanti. A concederti a tutti i passanti, senza legare il cuore ad alcuno. Facevi pagare ai figli il prezzo della tua condotta sciagurata e il loro grido lacerò la terra e il cielo. E ancora rimbomba. Gesù che piange su Gerusalemme è forse una delle scene più umane e toccanti che lo ritraggono, nei Vangeli.
Due volte soltanto egli si commosse sino alle lacrime: vedendo piangere Maria di Betania sul cadavere di suo fratello Lazzaro e guardando, da lontano, la città di David. E se è vero che pianse per amore («vedete quanto lo amava», dicevano quelli che lo videro in lacrime sulla tomba di Lazzaro), allora Gesù doveva amare molto anche la Santa Città, la vergine di Israele, il baluardo di Sion, cantata a meraviglia dal profeta Isaia. Doveva nutrire per lei quella sorta di santa gelosia che punge per la persona più cara, per il gioiello di famiglia, per l’amata, «unica tra le donne». «Gerusalemme, Gerusalemme», dice Gesù con la gola chiusa, «che uccidi i profeti (...), quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una chioccia la sua covata, ma voi non avete voluto» (Lc 13,34). L’amore per lei, allora, si strugge dell’ansia per loro. Per i suoi figli, i suoi abitanti, i suoi 'stranieri residenti', lacerati da divisioni ancestrali, viscerali, violente.
Di quello stesso sapore che il poeta della vigna – piantata sul suo fertile colle – già denunciava deluso: «Che cosa dovevo fare ancora che non ho fatto per te? Perché invece di fare uva buona non hai prodotto che raspi d’amarezza?». Parole di pura passione che Dio, l’irriducibile amante vignaiolo, rivolgeva a se stesso, senza trovare ragione: «Cercavo in te la giustizia ed ecco nequizia; cercavo in te il diritto ed ecco il delitto» (Isaia 5,1-7). I profeti rivendicano a Gerusalemme il talamo di Dio. Facendo della Santa Città la stanza del Diletto, il pilastro su cui si regge il mondo. Essa, dunque, appartiene a quel Dio di cui non si può fare immagine alcuna, tanto meno religiosa. Egli è seme del mondo e ha trovato in lei il grembo intimo della sua casa, dove i figli germogliano e intrecciano rami diversi, come virgulti di ulivo piantati sui crinali del suo dorso d’argento. Perché: «tutti là siamo nati» (Salmo 87). Non una sola pace, ma una pace duale si effonde dalla sommità del suo Colle.
A fruirne, innanzitutto, sono le vedove e gli orfani, i poveri, gli stranieri e i pellegrini, e i leviti che non hanno parte di proprietà, perché Dio è la loro parte. Nomi senza un cognome identitario; paese sabbatico, dove i frutti odorosi di riposo e di grazia, non possono essere diritto esclusivo, né merito di nessuno, ma cibo gratuito per tutti. Gerusalemme, dignità della terra; là verranno a prendere acqua senza pagare, là, nella trasformazione celeste, «ogni lacrima verrà asciugata dai loro occhi» (Apocalisse 21,4). Anche quelle di Gesù.
Sul tuo corpo di vergine e di vedova volano le note più alte delle penne dei profeti, quando innalzano visioni di riscatti, di ritorni, di liberazioni, di paradiso per chi è stato negli inferni dei lager, del disprezzo, del rigetto: «Torneranno qui, verso il grano, il mosto, l’olio, verso i nati dei greggi e degli armenti; si allieterà la vergine alla danza e i giovani e i vecchi gioiranno» è il canto di Consolazione di Geremia. Gerusalemme è di tutti, la Città-madre dei mille popoli che la diaspora umana della storia, allontana e riunisce, allo stesso tempo; la città della Giustizia e del Diritto, il luogo sacro della Fraternità; la culla di tutte le 'paci' che abbatte i muri tra i lontani e i vicini. Non è permesso a nessuno ridurla a una sigla privata, spogliarla come uno spazio esclusivo su cui issare una bandiera, foss’anche del colore più antico, perché violare un simbolo è come violare l’anima del mondo. E quella di Dio.

(Avvenire - 6 dicembre 2017)

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