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Io sono la porta

Fratel Stefano - Bose

7 dicembre 2017

In quel tempo Gesù disse ad alcuni farisei: 1“In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un bandito. 2Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. 3Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. 4E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. 5Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei”. 6Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
7Allora Gesù disse loro di nuovo: “In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. 8Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e banditi; ma le pecore non li hanno ascoltati. 9Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 10Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”.
Gv 10,1-10

A chi si applica il v. 9? Alle pecore o ancora al pastore? L’azione delle pecore al v. 3 è solo quella di uscire dietro il pastore e non anche quella di entrare. E qui colui che entra attraverso Gesù è colui che entra, dapprima, e poi esce, e trova pascolo. Appunto perché entra, nella logica del testo (vedi il v. 1) costui è un pastore delle pecore. Egli si nutre di Gesù, e offre Gesù in nutrimento.
Cosa fa un pastore delle pecore? Compie le cose giuste nei confronti del gregge, quelle legate al suo ruolo: entra dalla porta, e non da altre parti, e soprattutto conduce, attraverso la porta, le pecore al pascolo.
Importano le motivazioni del pastore? Forse basta che faccia quello che deve fare. Le sue intenzioni saranno purificate, come quelle di tutti, ma a lui si richiede un servizio vitale per le pecore. A lui si richiede che faccia passare il gregge attraverso il Cristo e che così, trovato il pascolo, lo offra alle pecore. Deve trasmettere alle pecore quello che ha ricevuto e riceve. Non importa quale sia la sua misura di fede, importa che la sappia trasmettere. Ciò che importa è che sappia trasmettere vita alle pecore. E trasmettere vita è alla fine dare la vita, dare la vita per le pecore.
Vedete bene che andando fino in fondo al proprio servizio tutto viene purificato, anche le intenzioni e le motivazioni meno nobili. Anche se si sono fatti dei danni umanamente irreparabili, che non avrebbero giustificazione alcuna se non intervenisse la grazia riparatrice di Dio.
Oggi facciamo memoria di Ambrogio, pastore della chiesa di Milano. Sono nato in quella chiesa. Ricordo che c’era qualcosa che attirava la mia attenzione durante la celebrazione della veglia pasquale. Era un passaggio dell’Exsultet, il grande inno di ringraziamento sul cero pasquale appena illuminato, e quel passaggio mi dava la coscienza dell’essere incorporato a Cristo in una porzione di chiesa particolare, localizzata precisamente in un contesto storico e geografico, attraverso l’opera di qualcuno che le aveva trasmesso la fede:
Per le preghiere e i meriti santi di Ambrogio,
sacerdote sommo e vescovo nostro,
la clemenza del Padre celeste
ci introduca nel giorno del Signore risorto.
Ci possiamo chiedere cosa siano quei “meriti santi”: dove li possiamo cogliere nella storia di questo vescovo? Con l’intento di dare confini a ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio, Ambrogio ha posto le basi di un modello di chiesa che oggi vediamo non funzionare più, la chiesa che controlla il potere politico, che gestisce il potere di questo mondo. Non ci sarebbe difficile porre sotto una luce cattiva la vita di Ambrogio. Si può sempre pensare male, si può sempre vedere il male nella storia di una persona, semplicemente perché il male c’è e non ci si sbaglia a vederlo.
Ma la santità è un’altra cosa, e in questo senso i meriti, cioè etimologicamente la parte acquisita, la porzione ricevuta, non sono lo stipendio ottenuto per un’opera prestata, ma il dono di una grazia preveniente e, direi, “postveniente”, un dono ricevuto, accolto e trasmesso. Trasmettere: questo è il luogo della santità dei pastori nella chiesa. Ed è per questo facciamo memoria di Ambrogio: perché ci ha trasmesso la fede, perché ha trovato e ci ha dato pascolo in Cristo.
Christusque nobis sit cibus,
potusque noster sit fides;
laeti bibamus sobriam
ebrietatem Spiritus.
Sia Cristo il nostro cibo
la fede ci disseti
e lieti gusteremo
la sobria ebbrezza dello Spirito.
(dall’inno Splendor paternae gloriae di Ambrogio)

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