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Gesù, una vita buona,

bella e beata

Enzo Bianchi

Se ascoltiamo i Vangeli, possiamo constatare che quella di Gesù è stata una vita secondo le beatitudini, una vita beata perché “buona e bella”: definire così la vita di Gesù significa far emergere che Gesù è passato tra di noi “facendo il bene” (cfr. At 10,38), operando sempre con amore.

Una vita buona
La sua vita era talmente “buona”, intessuta di bontà, che un giorno un giovane, incontrandolo, l'ha spontaneamente chiamato “maestro buono”. Gesù, ricordandogli che “solo Dio è buono”, lo spinse a interrogarsi sul rapporto tra la sua persona e Dio (cfr. Mc 10,17-22). Sì, Gesù era il “maestro buono” perché narrava la bontà di Dio, perché spiegava nella quotidianità dell' esistenza come Dio è buono, perché era figlio di Dio. Quando incontrava un peccatore, Gesù ridestava una nuova vita, insegnava a ricominciare come figli perdonati: diceva infatti che Dio ci ama anche quando siamo cattivi, come il Padre prodigo di amore amava il figlio e aveva continuato ad amarlo anche quando questi viveva lontano, nella regione dell' inimicizia e della malvagità (cfr. Lc 15,11-32).
Quando Gesù si imbatteva in situazioni di dolore o di morte, sapeva portare consolazione, sapeva mostrare, con le parole e le opere, che l'amore è più forte della morte e che la risurrezione, quale azione di Dio, è la speranza.

Una vita bella
Ma quella di Gesù è stata anche una vita “bella”: ha conosciuto il dono dell'amicizia, ha avuto compagni con cui condividere aneliti e attese.
Un' esistenza trascorsa non nell'isolamento ma nella vita comunitaria, intessuta delle gioie della comunione: una dozzina di compagni, ma anche amici come Marta, Maria e Lazzaro, Maria di Magdala e tanti altri. Sì, Gesù ha amato ed è stato amato: sapeva stare nella compagnia degli uomini, mangiando e bevendo con loro, sapeva ascoltarli e condividere con loro i momenti di festa, il giorno santo del sabato, i pranzi di nozze. Che intimità amorosa nella casa di Betania, quale dolcezza in quel vivere insieme da fratelli!

Una vita felice
E infine non va dimenticato: questa vita di Gesù buona e bella è anche vita felice, beata. Certo, non in senso mondano e banale, ma felice nel senso vero, profondo, perché la felicità è la risposta alla ricerca di senso, come dicevo all’inizio. Gesù ha vissuto una vita felice perché la sua vita possedeva un senso, anzi il senso del senso. Solo chi conosce una ragione per cui vale la pena di dare la vita, di perdere la vita, conosce anche una ragione per cui vale la pena di vivere. E Gesù questa ragione la possedeva: più volte infatti ha affermato di vivere al servizio degli altri, quotidianamente e con semplicità, gratuitamente e liberamente, e ha saputo leggere la violenza che si scaricava su di lui, fino alla morte violenta, come una necessità per chi vive per la verità, la giustizia e la comunione tra gli uomini.
Gesù ha conosciuto la beatitudine del povero, dell’affamato di giustizia, del mite e umile di cuore, del facitore di pace, perché ha trovato senso in queste condizioni umane. Sì, Gesù sapeva rispondere alla domanda: cosa posso sperare? E rispondeva con la certezza che l’amore è più forte della morte, dell’odio, dell’inferno!
Non Pilato è stato un uomo felice, non Erode, pur con tutto il loro potere e la loro voracità. Gesù invece, pur andando verso una morte ignominiosa, e proprio perché vi andava nella libertà (senza essere schiacciato dal destino o da una volontà divina superiore) e per amore dell’altro, conosceva la vera felicità di chi ha un’esistenza che è un’arte di vivere segnata da bontà, bellezza, beatitudine.

Questa dovrebbe essere la vita cristiana, a immagine di quella vissuta da Gesù: vita che porta il segno della speranza e della bellezza. Hanno sempre ripetuto i grandi maestri della spiritualità cristiana: «O il cristianesimo è filocalia, amore della bellezza, via pulchritudinis, via della bellezza, o non è»!
Tutto l’itinerario percorso trova la sua sintesi in una domanda semplicissima ma essenziale, che ogni cristiano dovrebbe avere il coraggio di porsi ogni giorno: sono capace di amare e di accettare di essere amato? La risposta affermativa a questo duplice interrogativo è infatti l’unica reale condizione per vivere il comandamento nuovo lasciatoci da Gesù: è la condizione in cui la nostra vita è buona, perché segnata dall’amore; è bella, in quanto piena di senso; è beata, perché ci fa pregustare qualcosa della vita eterna, ci fa sperare in una continuità oltre la morte di quello che abbiamo in parte già conosciuto qui sulla terra, alla sequela di Cristo.

- Mi prendo un impegno da vivere nelle mie giornate, a partire dai testi letti…
- Condivido nel gruppo una parola che “sento vera” per me, guardando al percorso proposto…

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