Il Vangelo del giorno (Bose)

 

Forte come la morte

e più della morte

Fratel Luigi - Bose

25 novembre 2017


In quel tempo 27 si avvicinarono a Gesù alcuni sadducei - i quali dicono che non c'è risurrezione - e gli posero questa domanda: 28 «Maestro, Mosè ci ha prescritto: Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello. 29 C'erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. 30 Allora la prese il secondo 31 e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. 32 Da ultimo morì anche la donna. 33 La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l'hanno avuta in moglie». 34 Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; 35 ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: 36 infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. 37 Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. 38 Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui». 39 Dissero allora alcuni scribi: «Maestro, hai parlato bene». 40 E non osavano più rivolgergli alcuna domanda.
Lc 20,27-40

Come Satana, all’inizio del ministero di Gesù, lo tenta insinuando in lui dubbi sull’autenticità del suo legame filiale con il Padre, così qui i sadducei, nell’imminenza della sua passione, lo tentano sul terreno della fedeltà di Dio, una fedeltà che Gesù, in accordo con le Scritture, proclama salda, duratura, eterna. Egli crede fermamente a un Dio “amante della vita” (Sap 11,26) che non può rinnegare la sua fedeltà, perché sa che “forte è il suo amore per noi e la sua fedeltà rimane in eterno” (Sal 117,2). Forte come la morte e più della morte. Giunto all’ultima fase della sua vita, quando già si profilano attorno a lui le ombre di una morte violenta che sta per abbattersi su di lui, Gesù, nella fede e nella meditazione orante delle Scritture, intravede (e annuncia ai discepoli) insieme al proprio sacrificio ormai inevitabile, anche un intervento potente di Dio che gli farà “vedere la luce” (Is 53,11), e porrà un sigillo di salvezza su questa sua vita totalmente consegnata e “perduta” per amore di Dio e degli uomini. Del resto, se Gesù tante volte nei vangeli può assicurare ai discepoli che “chi vuol salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la sua vita la salverà” (cf. Lc 12,24; 17,33), è perché ha sperimentato e crede fermamente che perdere la vita “gettandola” in Dio significa trovarla e riceverla di nuovo. Questo già nel tempo presente e a maggior ragione dopo, nel tempo che verrà (cf. Mc 10,30). Se Dio fa rivivere i morti, è perché egli è il Dio della resurrezione già qui ed ora, in ogni momento, al centro della vita.
Da parte loro i sadducei, rappresentanti di un sistema di potere religioso mondanizzato che può stare in piedi anche senza la fede, “etsi Deus non daretur”, deridono cinicamente come illusoria la dedizione di Gesù a questo Dio buono che essi non hanno mai conosciuto. Basandosi in modo fondamentalista sullo “sta scritto”, essi ritengono di poter cogliere Gesù in fallo, proponendogli un esempio che dovrebbe dimostrare una volta per tutte l’assurdità della resurrezione. Ma oltre al fatto di immaginare la resurrezione con le categorie di questo mondo, arrivando a concepire il caso paradossale (e macabro) dei sette fratelli che sposano la stessa moglie morendo uno dopo l’altro, il loro errore (e il loro problema) più grande è precisamente che non discernono qui ed ora il volto del Dio vivente, all’interno di una relazione viva di fede. Essi fanno della resurrezione – a cui non credono – un evento (o meglio un problema) collocato ai margini della vita.
Ma Gesù, come Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè e tutti i credenti della storia, sperimenta la resurrezione come amore di un Dio che resta fedele alla vita e che proprio per questo non può abbandonarlo neppure nella morte. Alla luce di questa fede egli è in grado di leggere anche la Scrittura in modo nuovo, e da parola morta e “lettera che uccide”, che rischia di uccidere la vita nostra e quella degli altri, essa diventa testimonianza di un amore fedele, più potente di ogni potere terreno, anche di quello della morte. E Gesù può arrivare a dire ai suoi discepoli: “Non temete quelli che uccidono il corpo e dopo non possono far più nulla” (Lc 12,4), cioè non sono in grado di togliervi la vita, perché essa resta nelle mani fedeli di Dio (cf. Sap 3,1) e da quelle mani nessuno potrà strapparla.