Ci prepariamo al «Congresso Eucaristico Nazionale» riscoprendo l’Eucaristia

Inserito in NPG annata 2011.


Giovani ed Eucaristia. Una prospettiva educativa

Riccardo Tonelli

(NPG 2011-05-34)


Molti di noi ricordano – forse con un poco di nostalgia – i tempi ormai lontani del dopoconcilio, segnati da un entusiasmo, diffuso e insperato, attorno alla celebrazione eucaristica.
Venivamo da una stagione in cui si faceva molta fatica a… portare i ragazzi alla messa. Ci volevano premi e castighi, per ottenere risultati spesso deludenti. Il numero alto dei partecipanti era pagato con forzature e sbadigli sonori. Qualche giovane teneva il conto delle messe a cui era stato obbligato e calcolava le domeniche in cui la poteva saltare, grazie al capitale accumulato contro voglia.
Poi le cose sono cambiate. L’Eucaristia è diventata una festa di gruppo, a misura felice dei partecipanti. Tutti gli incontri si chiudevano con una solenne Eucaristia, che spesso trasbordava persino oltre i limiti del logico o del programmato. Ciascuno di noi può facilmente ricordare esperienze vissute. Ne condivido due, tra le tante.
Il primo ricordo va ad un convegno nazionale di un movimento, molto impegnato sul sociale. Esso si è concluso con una celebrazione eucaristica, cosa insolita per lo stile di quel movimento. La celebrazione è iniziata alle 9 di sera ed è terminata oltre la mezzanotte, pregando e parlando di tutto. Nessun problema di tempo: una esperienza che ha preso tutti, per il ritmo, il tono, il contenuto.
Ricordo poi, ad un altro livello, una serata ad un campo di lavoro. Eravamo tutti stanchi morti, noi tre sacerdoti e i giovani partecipanti. Dopo la cena, abbiamo invitato i giovani ad andare a riposare, per essere in forza la mattina seguente e noi tre ci siamo dati appuntamento per una celebrazione veloce. Nonostante la raccomandazione, c’erano tutti i giovani. Qualcuno ha giustificato la scelta, interpretando la coscienza di tutti: senza Eucaristia… come possiamo domani romperci di nuovo la schiena per lavorare per i poveri?
Anche in quei tempi felici, qualcuno avanzava già delle preoccupazione. Quelle celebrazioni… erano proprio una autentica Eucaristia? Non predominava la dimensione partecipativa e programmatica? Si celebrava la gioia di stare assieme a scapito del mistero della pasqua del Crocifisso risorto? La capacità di coinvolgimento non era pagata attraverso la rinuncia ad esigenze normative? Ma, in fondo, l’alto livello di partecipazione ripagava sulle perplessità.
Ora però le cose sono cambiate. L’entusiasmo si è decantato. Le scelte si sono raffinate e le tensioni sono state superate attraverso sapienti integrazioni. Però, siamo tornati troppo facilmente ad uno stile abbastanza formalizzato, tanto tranquillo da accontentare tutti. Spesso affiora l’impressione che lo sguardo sia più attento alle forme rituali che agli eventi celebrati. Se prima scadeva la sacralità, ora risulta spesso scarsa la partecipazione e il coinvolgimento.
Non mi piace la logica del pendolo. Per questo non mi rassegno a sopportare lo stato di fatto in attesa del ritorno dell’ondata successiva.
Mi sembra quindi davvero un dono dello Spirito la decisione dei Vescovi italiani di rilanciare la partecipazione all’Eucaristia in una spiritualità della vita quotidiana (5), attraverso il prossimo «Congresso eucaristico nazionale». Il «messaggio d’invito», che ne propone senso e tema, merita una meditazione attenta proprio nell’ambito della pastorale giovanile: di chi ha vissuto il clima pesante precedente alla riforma liturgica, di chi si è entusiasmato del rinnovamento in atto e di chi si guarda d’attorno oggi un poco scoraggiato.
Ciascuno, meditando il documento, può trovare suggerimenti di verifica e di progettazione. Ho accettato volentieri di dire forte qualche prospettiva che mi ha particolarmente colpito e sulla quale mi piacerebbe impostare progetti formativi. . Condivido la preoccupazione che «Il messaggio d’invito» collega sapientemente agli Orientamenti pastorali per il decennio: «l’agire pastorale deve concorrere a suscitare nella coscienza dei credenti l’unità delle esperienze della vita quotidiana, spesso frammentate e disperse, in vista di ricostruire l’identità della persona» (4).
Suggerisco quindi alcune linee di questo possibile approfondimento, per prepararci all’evento e per fare di esso una forte esperienza anche educativa. Li raccolgo in due linee di riflessione:
– una riscoperta «educativa» dell’Eucarestia;
– un rilancio della spiritualità eucaristica.


EDUCARE ALL’EUCARISTIA

Il «messaggio d’invito» al Congresso ci ricorda, con molta chiarezza, che la celebrazione dell’Eucaristia si realizza pienamente solo quando si intrecciano tre elementi:
– l’incontro con Gesù, «Parola e pane per la vita quotidiana», unico evento cui fare riferimento per incontrare «la risposta alle inquietudini dell’uomo d’oggi» (3),
– l’insieme di gesti di carattere simbolico, che servono ad anticipare e a ricordare questo evento (il pane e il vino, la lavanda dei piedi),
– lo stile della vita concreta e quotidiana dei cristiani, impegnati a celebrare l’Eucaristia (la condivisione del pane, il superamento delle discriminazioni...).
Se viene dimenticato uno di questi tre elementi, la celebrazione diventa un rito vuoto, privo della sua forza salvifica.
Questa consapevolezza aiuta a ripensare alla situazione attuale e soprattutto può orientare le proposte d’interventi.

In cammino verso la verità dell’evento

La celebrazione dell’Eucaristia richiede, prima di tutto, attenzione all’evento celebrato. Solo nella luce dell’evento, di cui è segno, può essere compresa e vissuta come avvenimento salvifico.
La celebrazione non è riuscita quando le persone sono contente, tutto è andato bene, la nostra capacità organizzativa ha trionfato... È autentica quando abbiamo incontrato Dio in mezzo a noi, per la nostra vita e la nostra speranza. I discepoli di Gesù riconoscono che incontrano il Dio di Gesù solo quando sperimentano l’incontro personale con Gesù, il Signore, si affidano alla sua presenza, ne condividono la causa e il modo concreto per realizzarla. Lo riconoscono, in una parola, l’unico nome in cui possiamo avere vita.
Quest’esigenza va affermata con forza e verificata con attenzione oggi soprattutto, in questa stagione culturale in cui la preziosa riscoperta della soggettività sta minacciando la capacità di confronto e l’accoglienza di qualcosa che supera ogni soggettività, la può misurare ed, eventualmente, ridimensionare.
Per celebrare l’Eucaristia in verità e per educare ad una piena celebrazione, siamo sollecitati ad immergere la nostra vita in questo mistero.
L’esigenza può essere espressa in diverse modalità. Con lo sguardo attento all’attuale situazione culturale e giovanile, ho l’impressione che l’urgenza più impegnativa riguarda la ricostruzione di un’autentica esperienza religiosa.
È ampia e diffusa la domanda di senso e di eventi cui affidare la propria ricerca di speranza, soprattutto a livello giovanile. Spesso però essa corre verso direzioni molto lontane da quelle autenticamente religiose, che portano a sfondare il vissuto per consegnare al mistero di Dio la propria esistenza. Troppe risposte correnti saturano la domanda, fino a ridurla ad un gioco triste di nuovo consumismo.
La celebrazione eucaristica è fortemente minacciata da questa riduzione. Può diventare un incontro felice, misurato sui gusti e le attese del piccolo gruppo, banalizzato dal ritmo che si imprime e dal fascino seducente delle logiche di massa che si respirano.
Celebriamo un dono che ci è offerto: Dio ci chiama, ci convoca, ci trasforma. Celebriamo il suo amore che salva e fa diventare creature nuove. Tutto questo lo celebriamo in un evento specialissimo che esprime il progetto in cui questo amore entra nella storia e prende concretezza: la morte e la resurrezione di Gesù. Celebrando l’Eucaristia riconosciamo il dono di Dio per la nostra vita e accogliamo il progetto in cui lo realizza. La verità dell’Eucaristia esige, di conseguenza, l’obbedienza della fede e della vita alla pasqua di Gesù.

La realtà: la qualità della nostra vita

Il sacramento non ricorda solamente il mistero di Dio, fondamento della nostra vita e della nostra speranza. Nel segno sacramentale rilancia verso la nostra stessa vita quotidiana: la possiamo celebrare nell’evento, solo se essa è segnata, almeno in modo germinale, da qualcosa che è già nella sua stessa logica (o tende almeno verso questa stessa logica). Solo così il segno è davvero espressivo: capace di esprimere quella salvezza che dall’evento investe la nostra esistenza e la fa nuova.
Considero questa constatazione come una dimensione fondamentale dell’impegno di educare i giovani alla celebrazione eucaristica. Lo ricorda con forza, proponendo anche esempi concreti, il documento che sto studiando.
La coscienza della sacramentalità porta a concentrare l’attenzione sui simboli utilizzati, perché essi sono il luogo di rivelazione e di presenza del mistero di Dio. Ci vuol poco a constatare che i simboli, utilizzati nella celebrazione eucaristica, vengono da lontano e, in genere, sono stati progettati all’interno di esperienze culturali che non sono più le nostre. Forti di questa convinzione, spesso ci preoccupiamo di svelare il significato di questi segni, introducendo i giovani in una specie di mistagogia dei segni o ne inventiamo di nuovi, cercando di riprodurre nelle categorie dell’oggi quello che ci viene dal passato.
Non nego l’importanza di questa operazione. Sono convinto però che l’impegno più urgente risieda altrove: nella realtà che il simbolo evoca. Nel suo Vangelo Giovanni sembra sostituire il segno del pane e del vino con quello molto più provocante della lavanda dei piedi, per ricordare alle comunità cristiane, che se lo stavano già dimenticando, che la realtà da non smarrire mai è quella di Gesù che sacrifica la sua vita per amore e che egli ci sollecita a fare memoria di lui, ripetendo lo stesso gesto (prima di tutto, dare la propria vita per amore e, di conseguenza, spezzare il pane e condividere il vino, come segno di questa disponibilità più radicale). La disponibilità a dare la vita e ad affidarsi alla potenza di Dio è realtà e, nello stesso tempo, simbolo esistenziale di una realtà, molto più alta e misteriosa.
In altre parole, non basta analizzare le componenti culturali del segno, come se fosse sufficiente conoscerne la storia, l’uso e il senso per vivere intensamente l’evento. Neppure è sufficiente cercare segni eloquenti e significativi, capaci di esprimere la realtà dell’evento senza richiedere lunghe spiegazioni e commenti. L’impegno educativo va condotto, con decisione, nella direzione della realtà della vita quotidiana. L’educazione al segno e al suo significato ci aiuta a definire meglio la qualità della vita da ricostruire e consolidare.
Questo è un compito educativo molto impegnativo. Ho l’impressione che oggi, al livello giovanile, la crisi non stia principalmente nella incomprensibilità di molti dei simboli, utilizzati nelle celebrazioni eucaristiche, ma nella realtà che i simboli evocano: la disponibilità a donare la propria vita per far nascere vita, nel nome e per la potenza di Dio. L’educazione alla celebrazione Eucaristia esige, di conseguenza, una ricostruzione di qualità di vita: i piccoli frammenti che a fatica ricostruiamo, sono accolti, consolidati e ampliati nella solidarietà con la morte e resurrezione di Gesù.
In che direzione? Faccio solo qualche esempio, con attenzione alla situazione giovanile attuale, per orientare una ricerca che deve continuare, in termini concreti.
– Considero, come atteggiamento preliminare da ricostruire nell’esistenza dei giovani, la capacità, riconosciuta teoricamente e realizzata esistenzialmente, di lasciarsi misurare da esigenze dell’esistenza che dipendono dalla vita stessa e non sono pattuibili. Esse riguardano l’immagine di uomo e donna riuscita, verso cui ci sentiamo in tensione, e le condizioni esistenziali che ci permettono di raggiungere e consolidare questa figura.
– Il secondo atteggiamento da ricostruire nella trama della vita quotidiana riguarda il senso del mistero. Riconosciamo che la stessa realtà ha due facce: una si vede, si può manipolare, può essere letta e interpretata attraverso le categorie della nostra scienza e sapienza; l’altra, invece, si sprofonda nel mistero. La fatica di vivere in modo autentico la propria esistenza comporta la fatica quotidiana di integrare le due dimensioni della realtà, decifrando l’una a partire dall’altra.
– Il terzo atteggiamento riguarda un’altra dimensione qualificante per una qualità di vita in convergenza con la realtà dell’evento: un’esistenza capace di farsi «prossimo» a tutti. Penso, per esempio, all’amore gratuito che si fa servizio, alla disponibilità a sostenere, in una presenza silenziosa e accogliente, il dolore e la sofferenza, fino a riscattare il suo significato per la vita di tutti, alla passione per la vita e la libertà, che conduce a sacrificare la propria esistenza come dono per quella di tutti.
– Tra gli atteggiamenti cui rieducare per una celebrazione autentica dell’Eucaristia, è importante collocare anche il senso della gratuità. Possiamo affidarci a lui, consegnando al mistero di Dio la nostra voglia di vita e di felicità e la paura che il dolore e la morte scatenano, solo se riusciamo a ricostruire un rapporto giocato all’insegna della gratuità. La mancanza di gratuità porta a riconoscere come importante per la mia esistenza solo quello che mi assicura un guadagno. La riconquista della gratuità dell’amore porta, invece, all’avventura della speranza: la fede diventa consegna della propria esistenza ad un fondamento, che è soprattutto sperato, che sta oltre a quello che posso costruire e sperimentare. Chi vive, si comprende e si definisce quotidianamente in una reale esperienza di affidamento, accetta la debolezza della propria esistenza come limite invalicabile della propria umanità.

Ricostruire una capacità celebrativa

La terza indicazione operativa riprende, in qualche modo, il tema dei simboli utilizzati nella celebrazione eucaristica: dopo aver riallacciato segno a realtà, siamo chiamati ad impegnarci per restituire ai segni la loro forza espressiva e celebrativa.
L’Eucaristia, infatti, ci offre il dono di Dio che salva in una forma tutta speciale. Non è una proposta come quelle cui siamo abituati. Lì le cose ci sono offerte, avvolte di fronzoli colorati e illuminate da fasci di luce seducente. Si tratta di vincere resistenze e concorrenze, facendo convergere sulla proposta attenzione e interesse. Nell’Eucaristia il processo è molto diverso. La proposta della salvezza di Dio si fa presente nella trama complessa dei segni ecclesiali, in un gioco che ripete la logica fondamentale della presenza di Dio e della sua rivelazione, manifestazione e nascondimento nello stesso tempo.
Il terzo compito, cui è impegnato chi vuole educare all’Eucaristia, riguarda, di conseguenza, la qualità del gesto che stiamo compiendo. Si tratta di restituire ai segni utilizzati la piena funzione celebrativa e di restituire alle persone la capacità di celebrare secondo le modalità che il significato del sacramento eucaristico esige.
Il compito è particolarmente urgente, quando è riferito ai giovani di questo tempo.
L’Eucaristia esprime una realtà «dentro» sistemi simbolici che ci vengono da lontano e che assicurano una reale solidarietà tra tutti gli uomini.
Purtroppo, siamo diventati tutti, un poco alla volta, persone che hanno perso la consapevolezza dello spessore di molti segni che ci vengono da lontano.
Pensiamo, per esempio, a quelli più intensi e frequenti, anche nelle celebrazioni eucaristiche: il pane, l’acqua, i rapporti interpersonali, l’abbraccio, la luce... Abbiamo un enorme bisogno di restituire storia e spessore ai simboli che utilizziamo.
Chi sta con i giovani ha il compito e la responsabilità di riformulare continuamente le espressioni dell’esperienza ecclesiale, perché siano significative anche oggi, proprio mentre i giovani accettano di vivere nel grembo materno della comunità ecclesiale, intessuta di persone diverse per sensibilità, cultura, tradizioni.
L’operazione è seria e urgente. Richiede fede e fantasia. Da una parte dobbiamo distinguere i diversi livelli d’importanza (per superare la furia distruggitrice e la sacralizzazione a tutti i costi) e dall’altra dobbiamo... rischiare «dalla parte del futuro»... perché anche questa è fedeltà.


UNA SPIRITUALITÀ EUCARISTICA

Il segno eucaristico spalanca verso l’evento di Dio che si fa vicino a noi per la nostra vita e, nello stesso tempo, verso la nostra vita quotidiana che progressivamente si trasforma nel progetto di Dio. Esige e fonda un modello globale di esistenza cristiana e, quindi, di spiritualità.
Di questa spiritualità eucaristica voglio sottolineare una dimensione che reputo particolarmente urgente in riferimento alla situazione giovanile attuale. Ancora una volta mi lascio ispirare da «Il messaggio d’invito».
I giovani d’oggi, per mille e differenti ragioni, vivono catturati dal presente. Fanno della loro vita un rincorrersi di piccoli frammenti di esistenza che produciamo e ci lasciamo alle spalle. Vissuta così, la nostra vita è muta e senza prospettiva. Ci lascia nel buio di ogni presente perché chi è senza passato si trova, per forza, anche senza futuro.
L’Eucaristia ci aiuta a riallacciare, sul tempo che vivendo produciamo, il passato al presente e al futuro. Essa è la grande festa cristiana del presente tra passato e futuro, tra memoria e profezia. Il passato è rievocato come sorgente e ragione della festa nel presente. Non è il greve condizionamento che pesa sul presente; ma l’avvenimento che gli dà senso e lo riempie di ragioni.
Viene anche anticipato il futuro. La celebrazione eucaristica è scoperta gratuita ed entusiasta dei segni della novità anche tra le pieghe tristi della necessità del presente. Per questo, possiamo vestire nel presente i panni fantasiosi del futuro, senza passare per uomini che fuggono quelle responsabilità cui chiama ogni presente. Essa è quindi una grande esperienza trasformatrice. Aiuta a spezzare le catene del presente, senza fuggirlo. È un piccolo gesto di libertà, che sa giocare con il tempo della necessità e sa anticipare il nuovo sognato: il regno della convivialità, della libertà, della collaborazione, della speranza, della condivisione.
È importante ricordare che tutto questo non si realizza in un gioco d’intese, di realizzazioni o di compromessi. La sua radice è invece il mistero di Dio, reso presente nella pasqua del Crocefisso risorto.
Lo stretto collegamento tra celebrazione e vita quotidiana sollecita chi è tentato a leggere la propria esperienza solo dalla prospettiva del suo esito, quando asciugata ogni lacrima vivremo nei cieli nuovi e nella nuova terra, a misurarsi coraggiosamente con i gesti della necessità, nel tempo delle lacrime e della lotta. Nello stesso tempo, immerge nel futuro la nostra piena condivisione al tempo: in quel frammento del nostro tempo che è tutto dalla parte del dono insperato e inatteso. Dalla parte del futuro, il presente ritrova la sua verità, il protagonismo soggettivo accoglie un principio oggettivo di verificazione.
In questa discesa verso la sua verità, siamo sollecitati a restare uomini della libertà e della festa, anche quando siamo segnati dalla sofferenza, dalla lotta e dalla croce.
Come i discepoli di Emmaus ritroviamo le ragioni più profonde della speranza e un desiderio ardente di «tornare a Gerusalemme», per inondare tutti di questa speranza.
Dalla Gerusalemme dell’Eucaristia ritorniamo alla Gerusalemme della vita quotidiana.