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I doni trafficati

XXXIII Domenica A

papa Francesco

a cura di Gianfranco Venturi 

Talents

25,14-30 Tre servitori a confronto [1]

La parabola 
Il Vangelo (Mt 25,14-30) racconta di un uomo che, prima di partire per un viaggio, convoca i servitori e affida loro il suo patrimonio in talenti, monete antiche di grandissimo valore. Quel padrone affida al primo servitore cinque talenti, al secondo due, al terzo uno. Durante l’assenza del padrone, i tre servitori devono far fruttare questo patrimonio. Il primo e il secondo servitore raddoppiano ciascuno il capitale di partenza; il terzo, invece, per paura di perdere tutto, seppellisce il talento ricevuto in una buca. Al ritorno del padrone, i primi due ricevono la lode e la ricompensa, mentre il terzo, che restituisce soltanto la moneta ricevuta, viene rimproverato e punito.

Il suo significato
È chiaro il significato di questo. L’uomo della parabola rappresenta Gesù, i servitori siamo noi e i talenti sono il patrimonio che il Signore affida a noi. Qual è il patrimonio? La sua Parola, l’Eucaristia, la fede nel Padre celeste, il suo perdono… insomma, tante cose, i suoi beni più preziosi. Questo è il patrimonio che lui ci affida. Non solo da custodire, ma da far crescere! Mentre nell’uso comune il termine “talento” indica una spiccata qualità individuale – ad esempio talento nella musica, nello sport, eccetera –, nella parabola i talenti rappresentano i beni del Signore, che lui ci affida perché li facciamo fruttare. La buca scavata nel terreno dal “servo malvagio e pigro” (v. 26) indica la paura del rischio che blocca la creatività e la fecondità dell’amore. Perché la paura dei rischi dell’amore ci blocca. Gesù non ci chiede di conservare la sua grazia in cassaforte! Non ci chiede questo Gesù, ma vuole che la usiamo a vantaggio degli altri. Tutti i beni che noi abbiamo ricevuto sono per darli agli altri, e così crescono. È come se ci dicesse: “Eccoti la mia misericordia, la mia tenerezza, il mio perdono: prendili e fanne largo uso”. E noi che cosa ne abbiamo fatto? Chi abbiamo “contagiato” con la nostra fede? Quante persone abbiamo incoraggiato con la nostra speranza? Quanto amore abbiamo condiviso col nostro prossimo? Sono domande che ci farà bene farci. Qualunque ambiente, anche il più lontano e impraticabile, può diventare luogo dove far fruttificare i talenti. Non ci sono situazioni o luoghi preclusi alla presenza e alla testimonianza cristiana. La testimonianza che Gesù ci chiede non è chiusa, è aperta, dipende da noi.

Non nascondere la fede
Questa parabola ci sprona a non nascondere la nostra fede e la nostra appartenenza a Cristo, a non seppellire la Parola del Vangelo, ma a farla circolare nella nostra vita, nelle relazioni, nelle situazioni concrete, come forza che mette in crisi, che purifica, che rinnova. Così pure il perdono, che il Signore ci dona specialmente nel Sacramento della Riconciliazione: non teniamolo chiuso in noi stessi, ma lasciamo che sprigioni la sua forza, che faccia cadere muri che il nostro egoismo ha innalzato, che ci faccia fare il primo passo nei rapporti bloccati, riprendere il dialogo dove non c’è più comunicazione… E così via. Fare che questi talenti, questi regali, questi doni che il Signore ci ha dato, vengano per gli altri, crescano, diano frutto, con la nostra testimonianza.
Credo che oggi sarebbe un bel gesto che ognuno di voi prendesse il Vangelo a casa, il Vangelo di San Matteo, capitolo 25, versetti dal 14 al 30, Matteo 25,14-30, e leggere questo, e meditare un po’: “I talenti, le ricchezze, tutto quello che Dio mi ha dato di spirituale, di bontà, la Parola di Dio, come faccio che crescano negli altri? O soltanto li custodisco in cassaforte?”.

Non a tutti le stesse cose; a tutti la fiducia
Il Signore non dà a tutti le stesse cose e nello stesso modo: ci conosce personalmente e ci affida quello che è giusto per noi; ma in tutti, in tutti c’è qualcosa di uguale: la stessa, immensa fiducia. Dio si fida di noi, Dio ha speranza in noi! E questo è lo stesso per tutti. Non deludiamolo! Non lasciamoci ingannare dalla paura, ma ricambiamo fiducia con fiducia!

Maria la donna del dono trafficato
La Vergine Maria incarna questo atteggiamento nel modo più bello e più pieno. Ella ha ricevuto e accolto il dono più sublime, Gesù in persona, e a sua volta lo ha offerto all’umanità con cuore generoso. A lei chiediamo di aiutarci ad essere “servi buoni e fedeli”, per partecipare “alla gioia del nostro Signore”.

25,21 Vivere la disponibilità [2]

Da dove cominciare per diventare “servi buoni e fedeli” (cf. Mt 25,21)? Come primo passo, siamo invitati a vivere la disponibilità. Il servitore ogni giorno impara a distaccarsi dal disporre tutto per sé e dal disporre di sé come vuole. Si allena ogni mattina a donare la vita, a pensare che ogni giorno non sarà suo, ma sarà da vivere come una consegna di sé. Chi serve, infatti, non è un custode geloso del proprio tempo, anzi rinuncia ad essere il padrone della propria giornata. Sa che il tempo che vive non gli appartiene, ma è un dono che riceve da Dio per offrirlo a sua volta: solo così porterà veramente frutto. Chi serve non è schiavo dell’agenda che stabilisce, ma, docile di cuore, è disponibile al non programmato: pronto per il fratello e aperto all’imprevisto, che non manca mai e spesso è la sorpresa quotidiana di Dio. Il servitore è aperto alla sorpresa, alle sorprese quotidiane di Dio. Il servitore sa aprire le porte del suo tempo e dei suoi spazi a chi gli sta vicino e anche a chi bussa fuori orario, a costo di interrompere qualcosa che gli piace o il riposo che si merita. Il servitore trascura [va oltre] gli orari. A me fa male al cuore quando vedo un orario, nelle parrocchie: “Dalla tal ora alla tal ora”. E poi? Non c’è porta aperta, non c’è prete, non c’è diacono, non c’è laico che riceva la gente… Questo fa male. Trascurare [andare oltre] gli orari: avere questo coraggio, di trascurare [andare oltre] gli orari. Così, cari diaconi, vivendo nella disponibilità, il vostro servizio sarà privo di ogni tornaconto ed evangelicamente fecondo.

25,31-43 Riconoscere e promuovere le persone [3]

Raddrizzare alcune “storture” dell’amore
Uno spunto di riflessione viene da un altro insegnamento di Gesù, anch’esso sull’amore: la parabola del giudizio finale (Mt 25,31-43). Come abbiamo visto, quella del buon samaritano ci di¬mostra che l’amore verso gli altri è imprescindi¬bile affinché noi siamo uomini a tutti gli effetti e il popolo sia una vera comunità e non un mero agglomerato di interessi personali. D’altra parte è anche necessario evidenziarne i limiti e sottoli¬neare il bisogno di raddrizzare alcune “storture” dell’amore. Infatti, sebbene la sua forza più pro¬rompente risieda nell’immediatezza del rapporto “faccia a faccia” con l’altro, essa da sola non è suf¬ficiente. Vediamo perché.
Nel “faccia a faccia” ciò che è immediato può impedirci di vedere ciò che è veramente importan¬te. Tutto potrebbe esaurirsi nel qui e ora. Al con¬trario, un amore davvero efficace, una solidarietà “di fondo”, deve contemplare non solo le situazio¬ni presenti, con tutto il dolore e l’ingiustizia che le caratterizzano, ma anche le azioni e le pratiche che ne sono state all’origine; solo in questo modo sarà possibile un amore che non è solo vicinanza, protezione e compagnia, ma anche un modo con-sapevole per alleviare le sofferenze altrui.
D’altra parte, l’amore inteso semplicemente co¬me risposta immediata di fronte al volto di un nostro simile è minacciato da un’altra debolezza, tipica del nostro animo peccatore: il rischio di considerarlo un veicolo del nostro desiderio di esibizionismo o di autoredenzione. Vi invito a ri¬flettere sulla profondità e sulla finezza psicologica delle parole del Signore quando raccomanda a co¬lui che dà l’elemosina: “Non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra” (Mt 6,3) o quando critica il fariseo che prega in piedi davanti all’altare com¬piacendosi della propria virtù (cf. Lc 18,9-14).

Un amore efficace a lungo termine: le istituzioni
La parabola del giudizio finale ci consente di individuare altre dimensioni dell’amore che sono alla base di ogni comunità umana e di ogni ami¬cizia solidale. Vorrei richiamare l’attenzione su un punto in particolare del brano biblico: colo¬ro che erano stati chiamati “benedetti” dal Figlio dell’uomo per avergli dato da mangiare, da bere, per averlo accolto nella propria casa, per averlo ve¬stito o avergli fatto visita, non si erano nemmeno resi conto di aver compiuto tali gesti. L’effettiva presa di coscienza di aver “toccato” Cristo e di es¬sergli stati davvero prossimi attraverso il contatto con gli altri nostri fratelli si ha solo a posteriori, quando “tutto si è concluso”. Non sappiamo mai quando le nostre azioni aiutano davvero gli altri, o almeno, purtroppo o per fortuna, non ne siamo consapevoli fino a che tali azioni non hanno pro¬dotto i loro effetti.
Ciò dunque implica un amore che diventa effi¬cace “a lungo termine”, alla fine di un percorso. In concreto, mi riferisco alla sua dimensione isti¬tuzionale (nel senso più ampio del termine), ov¬vero alla sua capacità di attraversare la storia ren¬dendo effettivi e duraturi nel tempo gli obiettivi e le aspirazioni di una società, quali per esempio le leggi, le forme di convivenza, i meccanismi sociali che stanno alla base della giustizia, dell’equità o della partecipazione... I “doveri” di una società, che a volte ci sembrano privi di scopo, ma che alla lunga rendono possibile una vita in comune nella quale tutti, e non solo coloro che hanno la forza per imporsi, possano esercitare i propri diritti.
La parabola del giudizio finale, dunque, ci illu¬stra l’importanza delle istituzioni nel riconoscere e nel promuovere le persone. “Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria” (Mt 25,31) ci chiederà conto dei nostri comportamenti, ovvero se abbiamo rispettato o meno quei “doveri” che, in ultima analisi, hanno ricadute sul piano dell’a¬more. Tra questi possiamo annoverare anche il dovere di partecipare attivamente alla “cosa pub¬blica” invece di criticare o stare a guardare.

24,14.30 Non chiudersi in se stessi

La parabola dei talenti, ci fa riflettere sul rapporto tra come impieghiamo i doni ricevuti da Dio e il suo ritorno, in cui ci chiederà come li abbiamo utilizzati (cfr Mt 25,14-30). Conosciamo bene la parabola: prima della partenza, il padrone consegna ad ogni servo alcuni talenti, affinché siano utilizzati bene durante la sua assenza. Al primo ne consegna cinque, al secondo due e al terzo uno. Nel periodo di assenza, i primi due servi moltiplicano i loro talenti – queste sono antiche monete -, mentre il terzo preferisce sotterrare il proprio e consegnarlo intatto al padrone. Al suo ritorno, il padrone giudica il loro operato: loda i primi due, mentre il terzo viene cacciato fuori nelle tenebre, perché ha tenuto nascosto per paura il talento, chiudendosi in se stesso. Un cristiano che si chiude in se stesso, che nasconde tutto quello che il Signore gli ha dato è un cristiano… non è cristiano! E’ un cristiano che non ringrazia Dio per tutto quello che gli ha donato! Questo ci dice che l’attesa del ritorno del Signore è il tempo dell’azione - noi siamo nel tempo dell’azione -, il tempo in cui mettere a frutto i doni di Dio non per noi stessi, ma per Lui, per la Chiesa, per gli altri, il tempo in cui cercare sempre di far crescere il bene nel mondo. E in particolare in questo tempo di crisi, oggi, è importante non chiudersi in se stessi, sotterrando il proprio talento, le proprie ricchezze spirituali, intellettuali, materiali, tutto quello che il Signore ci ha dato, ma aprirsi, essere solidali, essere attenti all’altro. Nella piazza, ho visto che ci sono molti giovani: è vero, questo? Ci sono molti giovani? Dove sono? A voi, che siete all’inizio del cammino della vita, chiedo: Avete pensato ai talenti che Dio vi ha dato? Avete pensato a come potete metterli a servizio degli altri? Non sotterrate i talenti! Scommettete su ideali grandi, quegli ideali che allargano il cuore, quegli ideali di servizio che renderanno fecondi i vostri talenti. La vita non ci è data perché la conserviamo gelosamente per noi stessi, ma ci è data perché la doniamo. Cari giovani, abbiate un animo grande! Non abbiate paura di sognare cose grandi!

 

NOTE
[1] Angelus, 16 novembre 2014.
[2] Omelia, Giubileo dei diaconi, 29 maggio 2016.
[3] Empatia, in PAPA FRANCESCO – J. M. BERGOGLIO, La misericordia è una carezza. Vivere il giubileo nella realtà di ogni giorno, a cura di Antonio Spadaro, Rizzoli, Milano 2015, 211-246.

 

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