Mercoledì 17 agosto
Prima catechesi
“Saldi nella fede”

C’è una parola di Maria, che vale più di molti discorsi sulla fede.
Con questa parola la Madre di Gesù ci invita – quasi ci ordina – a rimanere saldi nella fede.
E anche oggi, a duemila anni di distanza, Maria ci ripete la medesima parola, che disse a Cana ai discepoli di Gesù: Fate quello che Lui vi dirà.
Questa è la fede vera: fidarsi di Lui…
Attorno a questa parola di Maria vi propongo una vera e propria lectio: insieme, saliremo i quattro gradini di quella scala antica e veneranda, che si chiama lectio divina.

1. Lettura

Ecco la lettura del testo. È il primo gradino: bisogna salirlo adagio, con il cuore in ascolto.
«Il terzo giorno», scrive Giovanni: cioè l’ultimo giorno della prima settimana pubblica di Gesù, dopo il battesimo nel Giordano e dopo la chiamata dei primi discepoli; «il terzo giorno vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea, e c'era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: "Non hanno vino". E Gesù le rispose: "Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora". Sua madre disse ai servitori: "Fate quello che Lui vi dirà". Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: "Riempite d'acqua le anfore"; e le riempirono fino all'orlo. Disse loro di nuovo: "Ora prendetene, e portatene a colui che dirige il banchetto". Ed essi gliene portarono. Come ebbe assaggiato l'acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l'acqua – chiamò lo sposo e gli disse: "Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora".
Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui» (Giovanni 2,1-11).

2. Meditazione

Adesso saliamo il secondo gradino della lectio, meditando la pagina che abbiamo appena ascoltato.

a. Osserviamo anzitutto il contesto del brano.
Siamo nella prima settimana della vita pubblica di Gesù: una settimana che anticipa robustamente la rivelazione del suo mistero profondo. Gesù manifesta la sua gloria, quella che gli viene dal Padre: egli infatti non è un uomo come tutti gli altri, ma è il Figlio di Dio.
Proprio questo è il suo mistero, che interpella la nostra fede.
Certamente la prima settimana di Gesù richiama le altre due, a cui Giovanni allude esplicitamente nel gran finale del suo Vangelo: la settimana della passione, e poi la settimana della gloria, dopo la risurrezione. Al centro di esse si erge la croce di Gesù. La croce, per Giovanni, è la suprema manifestazione della gloria del Figlio di Dio: «Io», dichiara solennemente Gesù, ormai alla vigilia della sua passione, «quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (12,32).
Ma la croce è anche l'ora nella quale si condensano le tenebre di questo mondo. Vediamo così il movimento caratteristico del Vangelo di Giovanni. A mano a mano che Gesù si manifesta qual è, cioè il Figlio di Dio, il mondo si chiude a lui. È il dramma della luce e della tenebre. È la provocazione della fede.
Questo contesto, così ricco di spunti per la meditazione, ci fa capire che il brano delle nozze di Cana va letto come un'anticipazione della «grande ora» di Gesù, quella della sua morte e risurrezione.

b. Cerchiamo adesso di ricostruire il fatto, così come dovette capire.
Gesù si trova ancora in Galilea, nel nord della Palestina, dove ha raccolto il manipolo dei suoi apostoli. In un villaggio della regione, a Cana, si svolge una festa di nozze, a cui egli è invitato con i suoi discepoli. Una festa di nozze poteva durare diversi giorni, anche una settimana. È probabile che gli sposi novelli avessero fatto male i loro calcoli: forse si erano lasciati prendere la mano, e avevano invitato troppi ospiti, rispetto alle loro possibilità. Fatto sta che sul più bello della festa essi rimangono del tutto senza vino. La situazione è tragica, anche perché il vino era come il simbolo dell'alleanza nuziale. Senza vino, il matrimonio nasce sotto una cattiva stella. Maria, una delle persone invitate alle nozze, da brava donna di casa si accorge dell'imbarazzo generale, e chiede a Gesù di intervenire. Così Gesù – quasi «costretto» da sua madre – compie il primo dei miracoli. Notate: non un miracolo qualsiasi. È piuttosto il prototipo, il modello di tutti gli altri «segni» miracolosi.
Quali sono questi segni?
Sono i segni della rivelazione di Gesù come Figlio di Dio; sono i segni del suo mistero, della sua gloria, e dovrebbero condurre alla fede. Qui, infatti, i discepoli credono in Lui (cioè credono che egli è il Figlio di Dio). Altrove (per esempio di fronte al «segno» di Lazzaro) Giovanni allude anche alla reazione del mondo ostile, dei sommi sacerdoti e dei farisei, che proprio a seguito di questi segni decidono di uccidere Gesù.
Ieri come oggi, il dramma della luce e delle tenebre avanza nella storia.

c. Finalmente sottolineiamo alcune parole, alcune espressioni più significative.
Anzitutto, il tema dell'ora. «Non è ancora giunta la mia ora», risponde Gesù a sua madre. Quasi a dire: Non è ancora giunto il momento della mia rivelazione.
Ma qual è l'ora di Gesù? L'abbiamo già accennato. È il suo innalzamento, la sua morte-risurrezione. Iniziando il racconto dell'ultima cena, l'evangelista scrive: «Prima della festa di pasqua Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (13,1).
Ecco l'ora di Gesù: è l'ora dell'innalzamento sulla croce. Solo in quest’ora si manifestano pienamente il suo mistero e la sua gloria. Così appare chiarissimo che il «segno di Cana» rappresenta un anticipo dell'ora suprema. Gesù ne è ben consapevole, e questo spiega la sua resistenza iniziale di fronte alla richiesta di Maria.
Di fatto, molti elementi del racconto creano tutta una serie di corrispondenze con l'ora della croce (19,25-37). In particolare, incontriamo Maria: è presente a Cana, ed è presente nell'ora di Gesù, ai piedi della sua croce. Là, come qui, è chiamata «donna». Per Giovanni, Maria è la figura del discepolo fedele e il modello del credente. E attraverso i secoli risuona il suo invito, che diventa la «parola d'ordine» consegnata al discepolo di ogni tempo: «Fate quello che Lui vi dirà».

3. Per la preghiera e per la vita

E che cosa ci dice oggi Gesù, a duemila anni di distanza?
Ce lo chiediamo con una certa impazienza, mentre saliamo gli ultimi due gradini della lectio tradizionale, che riguardano la preghiera e la conversione della vita.
Anzitutto Gesù ci invita a conoscerlo di più, ad amarlo, a imitarlo. Ci invita a essere saldi nella fede, radicati in Lui, suoi testimoni nel mondo.
Ci dice di mettere Lui e il suo progetto di vita a fondamento della nostra esistenza; di buttare la vita, di donarla per gli altri fino allo scandalo della croce, perché questa è la gloria, questa è l’unica via di risurrezione. Le altre strade non portano proprio alla risurrezione. Ed è inutile poi lamentarsi. I falsi valori ci ingannano sempre.
Così la parola appassionata di Maria (Fate quello che Lui vi dirà) ci fa puntare decisamente a Gesù come risposta ultima alle nostre attese e ai nostri problemi, ieri, oggi, sempre. E questo non da un punto di vista teorico, astratto, bensì dal punto di vista di un preciso impegno pratico, esistenziale.
Il traguardo a cui puntare è l’esperienza di una vita intesa come amore senza limiti, che si dona fino a perdere tutto, e che – nell’ora precisa del dono supremo – rivela il suo senso più pieno. La vita donata lascia vuota la tomba, vince la morte e vive per sempre. Chi spreca la sua vita per gli altri, la ritrova in pieno…
Non c’è nessun masochismo in tutto questo. Neppure c’è amore della croce, o del dolore, o del sacrificio per se stesso. C’è soltanto l’adesione di fede alla vita di Gesù – l’Uomo che indica all’uomo il vero volto dell’uomo, proprio perché non è soltanto un uomo –.
Talvolta la croce ci fa paura, perché sembra essere la negazione della vita.
In realtà è proprio vero il contrario! La croce è il supremo sì di Dio all’uomo; è l’espressione massima del suo amore per noi; è la cattedra dell’amore; è la sorgente della vita che vince la morte.
E subito mi torna alla memoria Sabatino, un ragazzo di vent’anni, che ho incontrato molti anni fa, da giovane prete.
Sabatino era un ragazzo come tanti altri. Faccio un po’ di fatica a ricordarne il volto. Eppure, era un ragazzo santo. Aveva lasciato la sua casa, per andare a vivere con i barboni, i poveracci, gli emarginati che si danno ritrovo vicino alla Stazione Centrale di Milano. Qui un frate camilliano, fratel Ettore, aveva requisito per loro uno stanzone, una specie di tunnel dentro alla stazione. Sabatino aveva deciso di vivere con loro, per servirli. Gli fu fatale un acquazzone d’agosto, quando, sotto la pioggia, andava a cercare i suoi barboni. Poco prima che la polmonite lo uccidesse, alla Clinica del Lavoro di Milano, un biglietto: «Se esco di qui, vi racconto tutto… Come si muore, e poi ci si trova risorti. Saluto tutti. Sabatino».
E ancora ricordo…
Sabatino mi raccontò quella prima volta, in cui s’era messo a lavare i piedi purulenti di un barbone, ed era proprio un venerdì santo. Mi disse che aveva provato la mistica certezza di stringere tra le proprie mani i piedi feriti di Gesù. «È stata un’esperienza unica», confessava, «e rimarrà per sempre indimenticabile».
Al funerale, dove nessun barbone volle mancare, l’Arcivescovo Martini spiegò finalmente il segreto di Sabatino. «Sabatino viveva dell’Eucaristia», disse; «aveva fatto suo il progetto di vita di Gesù, cioè il pane spezzato e il vino versato. Sabatino portava impresso nel suo cuore Cristo crocifisso».

***
Ma che cosa significa per me portare «impresso nel cuore» il segno della croce? Che cosa significa questo nel concreto della mia vita?
Che cosa significa per me rimanere saldo nella fede?
Vuol dire precisamente questo: Fate quello che Lui vi dirà…
Alla fine di tutto, la celebrazione di queste parole nella nostra preghiera e nella nostra vita impone il discernimento e la conversione, e ci invita – come faremo in questi giorni – a passare attraverso i segni sacramentali della Chiesa: la Confessione, l’Eucaristia…


Giovedì 18 agosto
Seconda catechesi
“Radicati in Cristo”

Che cosa vuol dire essere radicati in Cristo?
Significa che Gesù Cristo è la nostra radice: e lo è davvero, grazie al Battesimo.
Detto con un’altra immagine, Gesù Cristo è la roccia della nostra vita. Noi siamo radicati in Lui, come la casa è costruita sulle sue fondamenta.
Su questo argomento – che è il tema della catechesi di oggi – vi propongo una vera e propria lectio: insieme, saliremo i quattro gradini di quella scala antica e veneranda, che si chiama lectio divina.
Possiamo iniziare così, invocando su di noi la grazia di Dio:
Il Signore sia sulle nostre labbra e nel nostro cuore, perché possiamo ben meditare la sua Parola. Amen!

1. Lettura

Ecco il primo gradino della lectio, cioè la lettura.
«Chiunque ascolta queste mie parole», leggiamo nel Vangelo di Matteo, «chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia.
Chiunque ascolta queste mie parole, e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande» (Matteo 7,24-27).

2. Meditazione

Trascorriamo subito al secondo gradino della lectio divina, cioè la meditazione. Siamo sempre all'interno del primo grande movimento, quello di «andata al testo».
Cercheremo così di condurre più a fondo, nel nostro cuore, la Parola che abbiamo letto e ascoltato. Utilizzeremo per questo tre semplici espedienti.
Osserviamo anzitutto il contesto del nostro brano (dove ci troviamo? Che cosa c’è prima, che cosa c’è dopo?); poi vedremo come è costruito il brano; infine, sottolineeremo alcune parole più importanti.

a. Dove ci troviamo?
Siamo all'estrema conclusione del «discorso della montagna».
In questo discorso programmatico è evidente l'insistenza sulla «giustizia più grande» – che è quella dell’amore –, e sull'impegno pratico (le buone opere della carità), a cui è chiamato ogni credente in Gesù Cristo.
Questa osservazione sulle buone opere, conseguente alla scelta di fede, si accentua qui, nel gran finale del discorso della montagna, dove Gesù usa tre immagini in rapida successione.
La prima è l'immagine delle due vie: «Larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla rovina… Stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita» (7,13-14).
Segue l'immagine dell'albero buono, che produce frutti buoni, e dell'albero cattivo, che produce frutti cattivi (7,15-20).
Finalmente, ecco l'immagine delle due case.
Dunque, due vie, due alberi, due case: proprio un bivio, un'alternativa radicale sta davanti a chi ascolta la Parola del Signore.
In effetti il brano evangelico interpella ciascuno di noi con una domanda assolutamente centrale, una domanda che in nessun modo può essere elusa: su che cosa è fondata la mia vita? Qual è la mia roccia? Da che parte sto: dalla parte dei discorsi del mondo e della loro logica, del modo comune di pensare, di parlare, di agire..., e questa è sabbia; oppure sto dalla parte di Gesù Cristo, e del suo paradossale modo di ragionare e di vivere?
Ebbene – suggerisce il nostro testo –, convertiti a lui, perché lui solo è la roccia che ti salva.

b. Trascorriamo ora dal contesto alla struttura del nostro brano.
Come è costruito questo brano?
Si tratta di una struttura chiaramente simmetrica, introdotta nelle sue due parti da espressioni esattamente corrispondenti, a parte il fatto che la prima volta la forma è positiva, e la seconda volta è negativa: «Chi ascolta queste mie parole e le mette in pratica», si dice la prima volta, «sarà simile a un uomo che costruisce sulla roccia»; «chi ascolta queste mie parole e non le mette in pratica», si dice la seconda volta, «sarà simile a un uomo che costruisce sulla sabbia».
La cosa più interessante di questa impostazione del discorso è che non si dà una terza possibilità, o una terza via: si è davanti a un aut, aut. Prendere o lasciare. O tutto o niente.
Succede così che le parole di Gesù – cioè il «discorso della montagna», ma più in generale tutto il Vangelo – vengono proposte a chi ascolta in termini di accettazio­ne o di rifiuto.

c. Questo primo accostamento al brano va completato con la sottolineatura di alcune parole più importanti.
I due verbi maggiormente usati sono ascoltare e fare: il primo verbo si riferisce evidentemente all'area delle parole, mentre il secondo si riferisce all'area dei fatti.
La via della vita, intende dire Matteo, la percorri soltanto se le parole sono coerenti con i fatti, cioè se sai coniugare insieme le parole e le azioni. È da notare infatti che tra la similitudine dell'albero e quella delle due case c'è un detto durissimo: «Non chiunque mi dice "Signore, Signore"», vi si legge, «entrerà nel regno dei cieli, ma solo colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (7,21).
Giunti ormai alla conclusione della meditatio, cerchiamo di far scendere in profondità nel cuore («per me, adesso») ciò che il Signore ci dice.
Ebbene, si può osservare che tutto il brano è un invito personalissimo a prendere posizione per Gesù, senza incoerenze e compromessi. È in gioco la conversione a Cristo nella radicalità del Vangelo.
E certamente la conversione è una delle esperienze più ricche che l’uomo possa fare, perché essa è irriducibile a dimensioni intimistiche o intellettualistiche. Essa coinvolge per intero la vita.
Pensiamo per esempio a Paolo, a Francesco, a Ignazio di Loyola, al suo compagno e discepolo Francesco Saverio, insomma ai grandi convertiti della storia: l'esperienza della conversione fa capire loro che, in ogni caso, il resto non conta più nulla, è sabbia, è spazzatura. Non serve a leggere la vita in profondità. Questo non perché i valori del mondo siano da disprezzare. Chi crede in Gesù e nel suo vangelo si rende conto che, se questi valori non sono illuminati dalla fede, perdono le loro radici e la loro autenticità, e finiscono per rivelarsi un'insidia mortale. Chi è radicato in Cristo si interroga con passione: «A che serve guadagnare il mondo intero, se poi perdo la mia vita?». Ai suoi occhi, solo la fede in Gesù Cristo e nella sua Parola è esperienza globale di verità. Solo alla luce della fede i valori terreni trovano la loro esatta posizione.
Torno a insistere sulla globalità di questa esperienza di conversione e di fede. Essa non consente compromessi. O tutto, o niente.
Viceversa, noi sperimentiamo sempre la tendenza a riservarci qualche angolino tutto per noi. Lì abbiamo paura che entri Dio; lì non vogliamo convertirci.
Così molte volte andiamo alla ricerca di altre rocce…, che però poi si sgretolano, e franano come sabbia. Perdiamo la radice, e così perdiamo tutto.

3. Per la preghiera e per la vita

Siamo andati al testo, l’abbiamo letto e meditato.
Adesso – sono questi gli ultimi due gradini della lectio – ritorniamo al nostro oggi. È il secondo grande movimento della lectio, il «viaggio di ritorno» nella preghiera e nella vita.
Per la conversione della vita suggerisco alcune domande, che potremmo formulare in questi termini:
le opere della mia vita sono coerenti con le parole di Gesù, in cui credo?
Quali scelte della mia vita non sono coerenti con le parole di Gesù, e – viceversa – quali parole di Gesù restano in me inoperanti, a causa del mio scarso impegno?
Qual è l'angolo buio della mia vita, quell'elemento che frena la coerenza delle mie azioni con la Parola del Signore?
Detto in altri termini, che cosa devo ancora lasciare, per seguire veramente Gesù?

***
È una revisione di vita molto impegnativa, che in ogni caso va condotta in spirito di preghiera, con cuore largo di fiducia nella misericordia di Dio.
La nostra consapevolezza di fede, infatti, ci assicura che senza la grazia di Dio non siamo in grado di rispondere positivamente al Signore.
Potremmo pregare così:
«Tu solo, Signore Gesù Cristo, sei la roccia della mia vita.
Senza di te, nulla ha più senso,
tutto frana e si dissolve.
Fa' che io mi orienti più decisamente a te.
Donami la grazia della conversione
e il coraggio della coerenza in tutte le scelte della vita.
Solo allora ritroverò pienamente me stesso,
anche nelle mie relazioni con gli altri.
Talvolta ho paura di farti entrare
negli angoli più segreti e bui del mio cuore.
Illuminami con la luce della tua grazia,
insegnami a pregare, a lodarti, a parlare con te,
perché io possa magnificare per sempre
la grandezza del tuo amore.
Amen!».


Venerdì 19 agosto
Terza catechesi
“Testimoni di Cristo nel mondo”

Un testimone eccezionale di Cristo nel mondo è Francesco d’Assisi.
Vi riporto subito un episodio che fa pensare. Me l’ha narrato qualche anno fa mons. Pasquale Macchi, il fedele segretario di Paolo VI.
Quasi tutti conoscono una frase, giustamente famosa, di Papa Montini. Dice più o meno così: I giovani d’oggi ascoltano più volentieri i testimoni che i maestri, o – se ascoltano i maestri – lo fanno perché sono dei testimoni .
Ma sono pochi a sapere quando questa frase venne pronunciata per la prima volta.
Paolo VI la pronunciò sull’onda di una forte emozione.
Era venuto a trovarlo il rappresentante del Laos, un Paese esposto in quegli anni a molte attenzioni interessate delle Superpotenze. Il rappresentante era un monaco buddista. Il bonzo si presentò avvolto nel saio tradizionale, con la testa tutta rasata. Narrò al Papa la situazione del suo Paese. «Santità», gli disse, «vengono da noi gli americani, e ci propongono le tecnologie più avanzate; vengono i russi, e ci propongono le armi; vengono i tedeschi, e ci propongono i soldi… Ma se voi, Santità», e qui il monaco scosse la sua testa pensosa, «se voi ci mandaste un Francesco d’Assisi, noi ci convertiremmo tutti!».
Un Francesco d’Assisi converte tutti. Un vero testimone di Cristo cambia il mondo.
Torna alla mente la testimonianza di Gandhi.
Un giorno sir Stanley Jones – quel giornalista che di fatto trasmise al mondo l’immagine di Gandhi – gli si fece vicino, e gli chiese, così, sui due piedi: «Mahatma, dimmi una parola, che io la porti al mondo!».
Il Mahatma lo guardò, e dopo un lungo silenzio gli rispose imbarazzato: «Ma… Ma io non ho una parola da dire; la mia vita è il mio messaggio...».
Ebbene, per noi le cose vanno ben diversamente.
Noi l'abbiamo la Parola da dire: noi abbiamo il lieto messaggio di Gesù Cristo, noi abbiamo il Credo degli Apostoli e della Chiesa, noi abbiamo la fede da trasmettere. Ma questo Vangelo – stando al testamento di Gesù – non può passare al mondo senza la testimonianza della vita di chi crede in Lui.
Eritis mihi testes, disse Gesù, subito prima di salire al cielo. Voi, voi che credete in me: voi sarete i miei testimoni nel mondo. Voi sarete i testimoni del Vangelo.
Voglio raccontarvi in forma di lectio, come ho già fatto nei giorni scorsi, la storia della vocazione di un testimone eccezionale: è la storia di Giovanni, il discepolo amato.
Non se ne fa mai il nome, lungo tutto il quarto Vangelo. Resta come una casella vuota. Ma ogni discepolo può metterci il suo nome, se decide – come Giovanni – di seguire e di testimoniare il Signore.

1. Lettura

«Due discepoli», leggiamo all’inizio del quarto Vangelo: erano due discepoli del Battista, «si misero a seguire Gesù. Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, dice: "Che cosa cercate?". Risposero: "Rabbì – che si traduce 'maestro' – dove abiti?". Rispose loro: "Venite e vedrete". Andarono, e videro dove dimorava. Rimasero in sua compagnia quel giorno: erano circa le quattro del pomeriggio» (Giovanni 1,37-39).

2. Meditazione

Per svolgere la nostra meditazione ricostruiamo la scena evocata da Giovanni.
Osserviamo anzitutto i personaggi, che compaiono in scena: essi sono il Battista (è da notare però che il quarto Vangelo non usa mai questo termine: così risulta valorizzata in massimo grado la sua funzione di «precursore» e di «testimone»); poi Gesù; infine i due discepoli.
Il personaggio centrale è Gesù: è lui che Giovanni addita.
La funzione del testimone è proprio questa. Quella di accorgersi di Gesù, di riconoscerlo, di additarlo. Così la testimonianza del Battista resta un fondamento sicuro per i cristiani di ogni tempo: anche per noi, oggi.
Nella scena, intanto, Gesù passa, e i due discepoli si mettono a seguirlo: hanno ascoltato Giovanni, erano suoi discepoli, ma seguono Gesù. La testimonianza ha raggiunto ilo suo scopo. Il testimone non lega le persone a se stesso, ma a colui al quale rende testimonianza. Il testimone non parla troppo di sé; neppure ama parlare a lungo delle meraviglie che Dio ha compiuto in lui.
Preferisce parlare direttamente di Gesù.
Seguire non è un verbo qualsiasi. Sul piano esteriore dei fatti potrebbe semplicemente significare che i due discepoli andarono dietro Gesù per sincerarsi della sua identità. Su un piano più profondo e simbolico – che è quello dell'evangelista e del lettore – seguire indica l'adesione del discepolo. Seguire significa camminare insieme, ma dietro, non davanti, né a lato. È il Maestro che decide la strada, non il discepolo.
Gesù si voltò e, vedendo che lo seguivano, dice: «Che cosa cercate?». Voltandosi e guardandoli, Gesù prende l'iniziativa. Per guardarli ha dovuto girarsi: un gesto voluto e intenzionale. E il verbo guardare non indica uno sguardo casuale e veloce, ma uno sguardo che si sofferma, indugiando. Gesù ha osservato per qualche istante il cammino dei due discepoli. Dopo un tratto percorso in silenzio, egli pone la domanda decisiva: «Che cosa cercate?».
Sono queste le prime parole che Gesù pronuncia nel quarto Vangelo, e questa è chiaramente la prima domanda che deve essere rivolta a chiunque intende porsi sul cammino di Gesù. La domanda obbliga colui che si è messo in cammino dietro di lui a interrogarsi: che cosa ti attendi da Gesù? Perché lo cerchi?
Con la sua domanda Gesù non chiede chi, ma che cosa. Non dunque: cercate me?, che sarebbe ovvio. Ma: che cosa sperate di ottenere, seguendomi? Che cosa vi ripromettete da me? Gesù interroga non per informarsi, perché egli conosce tutto fin dall'inizio, e penetra il segreto dei cuori. Egli domanda per provocare la risposta, e indurre a prendere coscienza del vero oggetto della propria ricerca.
Cercare esprime la passione, lo slancio, il desiderio che sta al di sopra di tutti gli altri. Ebbene, qual è il tuo desiderio primario? La domanda di Gesù fa capire che si può andargli dietro con desideri sbagliati o insufficienti.
Maestro, dove abiti? Alla domanda di Gesù, che sollecita chiarimenti, i due discepoli rispondono con un'altra domanda.
Il verbo abitare può semplicemente significare risiedere, soggiornare, alloggiare. In questo caso i due discepoli chiedono a Gesù, che passa, dove abita e tiene scuola, dove si può trovarlo. Ma questa è solo la superficie del verbo. Nel quarto Vangelo questo verbo assume un ricchissimo significato teologico: più che indicare l'ambiente materiale, indica l'ambiente esistenziale e personale in cui uno abita. È addirittura un termine-chiave del vocabolario giovanneo, ed esprime la profonda comunione con Gesù (la parola-testamento di Gesù ai discepoli, nei discorsi della cena, è proprio questa: «Rimanete nel mio amore»).
A questo secondo livello – che è certo quello dell'evangelista e del lettore – la domanda dei due esprime il senso della vera ricerca: dimorare con Gesù, seguirlo nella sua vita, condividere la sua missione e il suo destino.
Venite e vedrete: in verità, Gesù non dice che cosa vedranno, né quando. E proprio qui troviamo un insegnamento decisivo per la «via del discepolo e del testimone».
È stando con Lui che il futuro si dischiude.
Seguire Gesù non significa sapere già dove egli conduce. Un pensiero analogo si trova nei discorsi della cena, quando Gesù dice ai discepoli: «Del luogo dove io vado, voi conoscete la via».
A Tommaso queste parole sembrano nebulose, e sollecita Gesù a spiegarsi meglio: «Signore, non sappiamo dove vai, e come possiamo conoscere la via?». Tommaso è convinto, come tutti, che per conoscere la strada bisogna prima conoscere la mèta a cui si vuole arrivare. Per Gesù è vero il contrario: quando si conosce la via giusta, si giunge anche alla mèta giusta!
La via è seguire Gesù. L'importante è conoscere il cammino: la mèta si troverà alla fine, e di questo bisogna fidarsi. Gesù non è stato nebuloso con Tommaso, ma chiaro. Ha però rovesciato il modo comune di pensare: non prima la conoscenza della mèta, e poi l'individuazione della strada che vi conduce, ma prima la strada.
E i discepoli – su invito di Gesù – vanno, vedono, dimorano.
Andare, vedere e dimorare sono i tre verbi che tracciano la trafila del discepolo e del testimone.
Curiosamente l'evangelista annota l'ora: erano le quattro del pomeriggio.

3. Per la preghiera

Vi invito a pregare sulla vostra storia di vocazione.
Vi invito a rileggerla con sguardo di fede, e a confrontarvi con la storia di vocazione narrata da Giovanni. È vero che ogni storia di vocazione è misteriosa e irripetibile. Però nella narrazione giovannea ci sono come delle «strutture portanti», che accomunano molte altre storie di vocazione.
* Per esempio, la chiamata è sempre di Gesù, e determinante è l'incontro con Lui...
* È questo un incontro che apre una storia, ma non la chiude.
La correttezza della ricerca – ed è questa la via del discepolo-testimone – non sta nel conoscere già con esattezza la mèta del cammino, ma piuttosto nel porsi sulla strada giusta, nella direzione giusta, disposti a percorrerla dovunque essa conduca. Il difetto di fondo sta proprio nella pretesa di chiudere il cammino, di sapere già: di rinchiudersi dentro il proprio personale progetto, anziché aprirsi alla grazia e alla libertà di Cristo, che sempre chiama.

4. Per la conversione della vita

* Che cosa devo ancora lasciare, per seguire Gesù? Che cosa mi impedisce di «andare», di «vedere», di «dimorare» con Lui?
* Sento e coltivo nella preghiera lo sguardo amoroso di Dio che si appoggia su di me, e che orienta tutta la mia vita?
«Erano circa le quattro del pomeriggio...»: a più di sessant'anni di distanza, Giovanni ricorda l'ora precisa del suo incontro con Gesù. È precisamente quella l'ora dell'«invaghimento» del cuore (Novo Millennio Ineunte, n. 33). Il discepolo è anzitutto un innamorato di Gesù, e solo così può essere «suo testimone». Solo così può seguirlo fino alla croce.
Giovanni, che ha poggiato il capo sul cuore del Maestro, è l’unico discepolo che segue Gesù fino alla croce: e, davanti al sepolcro vuoto, è il primo a credere nel Risorto.
* Coltivo questo «invaghimento» del cuore con una preghiera che «non si esprime soltanto in invocazione di aiuto, ma anche... in ardore di affetti» (ivi)?

***
Concludiamo la nostra lectio con una giaculatoria che – mentre richiama la necessità di questo «invaghimento» per Gesù – ci conferma, come discepoli e testimoni, nell'impegno di seguire il Maestro fino a Gerusalemme: «Che io ti conosca intimamente, o Cristo», implorava Ignazio di Loyola, «e – tuo compagno nella Passione – possa risorgere con te...».
Oh, sì: che io ti conosca intimamente, o Cristo!
Ed ecco, finalmente, l’identikit del testimone di Gesù.
Ecco la condizione fondamentale, perché io possa mettere il mio nome nella casella lasciata vuota dal discepolo amato: il testimone di Cristo nel mondo è uno che ha poggiato il capo sul cuore del Maestro; è uno che ha dimorato con Lui; è uno che ha conosciuto Gesù a tal punto, da farne suo, per sempre, il progetto della croce e della risurrezione.
Ma – ancora – il testimone di Cristo nel mondo è uno che non si accontenta di questo.
È, invece, uno che non si stanca mai di testimoniare con la propria vita la gioia dell’incontro con Gesù, perché la gente – credendo nel nome del Crocifisso Risorto – abbia la vita in Lui (cfr. Giovanni 20,31).