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Come parlare di Dio

dopo Auschwitz

Camillo Maccise


Mi è stato chiesto di aprire questo Simposio Internazionale sulla figura e la dottrina di Edith Stein, ricercatrice della verità, donna del nostro tempo, testimone per oggi e profeta per domani, rispondendo a una algida questione: come parlare di Dio dopo Auschwitz?
Il fatto che Edith Stein sia stata una vittima innocente della Shoah precisamente in quel luogo famigerato, rende attuale la questione che interpella la fede e le nostre esperienze di Dio.
Possiamo cercare di rispondere a questa domanda pressante a partire da due prospettive: una teologica e un'altra esperienziale. La prima è stata usata abitualmente e si è parlato a più riprese di una Teologia dopo Auschwitz (1). La seconda, invece, non mi pare sufficientemente esplorata. Vorrei incentrarmi perciò su di essa, mettendo in rilievo che l'esperienza dà luogo anche ad una teologia narrativa.
Parlerò successivamente di: l'esperienza di Auschwitz come specchio di altre esperienze simili del male nella vita e nella storia dell'umanità che fanno sorgere la domanda: dov'è Dio? In una seconda parte cercherò di rispondere alla domanda iniziale: come parlare di Dio dopo Auschwitz. Infine alcune conclusioni ci potranno aiutare nel cammino della ricerca di un'esperienza di Dio che possa trasformarsi in testimonianza e proclamazione della sua presenza misteriosa nelle realtà delle persone e del mondo.

I. AUSCHWITZ COME SPECCHIO DEL MALE E DELLA MALIZIA UMANA NELLA STORIA

Mi pare che talvolta la legittima insistenza nell'evento Auschwitz porti con sé il pericolo di dimenticare altre situazioni simili nella storia umana che fanno sorgere delle domande sull'esistenza di Dio e che portano con sé il buio della notte per la fede. Pensiamo, per esempio, ad altri genocidi recenti nella Jugoslavia, nel Rwanda, nel Burundi, nella Turchia. Ricordiamo pure alcuni dati statistici che ci parlano eloquentemente della malvagità umana:
- "una quarta parte dell'umanità vive in uno stato di povertà assoluta, cioè più di un miliardo di persone non può acquistare il cibo necessario per avere una vita attiva.
- 35.000 bambini muoiono ogni giorno per cause direttamente legate alla povertà. 130 milioni di bambini non ricevono un'educazione di base (tra questi il 70% sono bambine).
- la distribuzione della ricchezza del mondo è terribilmente ingiusta: un 15% della popolazione possiede il 79% della ricchezza mondiale e l'85% restante il 21%"(2).
- Il clamore dei poveri si fa più acuto e penetrante quando si pensa alle spese enormi della corsa agli armamenti. Si calcola che nel 1983 il mondo spese 730 miliardi di dollari in armamenti. Cioè più di 2 milioni di dollari al minuto.
A queste macrorealtà bisogna poi aggiungere le microrealtà delle sofferenze personali, della malattia, dell'ingiustizia e dell'oppressione, della miseria, della morte. Quante domande si fanno allora: "com'è possibile che Dio permetta che accada questo?"; "perché mi capita di soffrire questa situazione?", "cosa ho fatto per meritare questa sofferenza?"; "dov'e la bontà di Dio?".
Alla luce di tutto questo, mi sembra che la questione che dà il titolo alla nostra riflessione dovrebbe essere piuttosto: come parlare di Dio davanti al problema del male nel mondo?, e che la questione abbia relazione con le nostre idee, le nostre immagini e le nostre esperienze di Dio. L'incomprensibilità di una così vasta presenza del male nella storia umana mette in questione l'esistenza stessa di Dio, distrugge le nostre idee e immagini e purifica le nostre esperienze di Dio.

II. COME PARLARE DI DIO DOPO AUSCHWITZ SIMBOLO DI SITUAZIONI DOVE IL MALE ARRIVA AI LIMITI

Dio "che abita in una luce inaccessibile; che nessuno fra gli uomini ha mai visto ne può vedere" (1 Tm 6,16) si è rivelato in Cristo: "Dio nessuno l'ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato" (Gv 1,18). La prima condizione per poter parlare di Dio è quella di accettare l'esperienza del Dio di nostro Signore Gesù Cristo, diverso dal dio dei filosofi e dal dio dei pagani.
In Cristo Dio ci ha mostrato chi è Lui, chi vuole essere e sarà per noi. Lui vuole incontrarci nella persona e nell'opera di Gesù. Attraverso di Lui ci offre una nuova vita. Il Dio del nostro Signore Gesù Cristo si manifesta nella storia: libera, salva e difende i poveri. È una buona novella. È gratuito. È Padre che ama pure gl'ingrati e i malvagi (cf. Lc 6,35). È il Dio Trinitario che agisce nella storia, sempre nuovo e sconcertante. Le sue vie non sono le nostre vie e i suoi pensieri non sono i nostri pensieri (cf. Is 55,8-9; Rm 11,33-35). Dio è sempre più grande dei nostri cuori (cf. 1 Gv 3,21) e ci invita a vivere in comunione con Lui. Lo conosciamo contemplandolo e sperimentando la sua presenza.
Con questi presupposti cercheremo di rispondere alla questione che serve da titolo alla nostra riflessione.

1. Parlare di Dio a partire dalle sue tracce nel cuore della gente

Nelle società dei paesi sviluppati si è portati a fare delle riflessioni piuttosto teoriche sul linguaggio, per presentare Dio di fronte ai problemi dell'incredulità, il materialismo, lo scetticismo. Si corre così il rischio di dimenticare che la maggioranza dei credenti, soprattutto i poveri che sperimentano più degli altri le contraddizioni e le sofferenze dell'ingiustizia, della malattia, del male nel mondo, sono quelli che continuano a credere e a sperare malgrado le cose incomprensibili che devono affrontare. Ho incontrato persone in situazioni disperate che in mezzo alle difficoltà esprimevano la loro fede in frasi semplici: "Dio sa meglio di noi quello che ci conviene"; "Dio è buono"; "Dio aiuta sempre" ...
Recentemente, un teologo gesuita dell'Università Centroamericana, Jon Sobrino, membro della comunità assassinata nel 1989, scampato al massacro dei suoi compagni, sottolineava in una intervista, questa prospettiva per sperimentare Dio e per poter parlare di Lui. Alla domanda: Ellacuría (uno dei gesuiti assassinati) ha detto una volta: "Con Mons. Romero, Dio è passato per El Salvador". Ci sono tracce di questo passaggio nel presente?, rispondeva: "Si, è chiaro che ci sono. Ci sono in tante donne salvadoregne, come la cuoca dell'Università, che ha cinque figli, ne ha persi due che le sono stati uccisi, che tutte le mattine si alza alle cinque, viene qui, lavora, aiuta ... Io credo che le tracce di Dio siano soprattutto nel cuore della gente. Questa gente che non pensa a cosa farà durante il mese di vacanze, perché non ha mai vacanze. Come la cuoca di Santa Tecla, dover vivo io, che ha 7 figli e ne ha adottati 4 in una volta solo perché erano i figli di sua sorella ... Un giorno le ho chiesto: quando è l'ultima volta che è andata in vacanza? 'Mai, padre', ha risposto. Siamo noi le eccezioni in questo pianeta, noi che chiediamo dove sono le tracce di Dio. Dov'è Dio non lo sappiamo, ma, se sta in qualche luogo, di sicuro sta lì" (3).
È importante saper scoprire la presenza di Dio nella bontà, nell'amore, nella pazienza e nella solidarietà di tante persone ad Auschwitz e in tutti gli Auschwitz dove si uccide lentamente la libertà, la vita e la speranza di milioni di persone al mondo. Saremo allora capaci di parlare di Dio che soffre nelle persone e le rende capaci di tanto bene.

2. Parlare di Dio a partire dall'esperienza della sua presenza nell'assenza

L'esperienza storica di Dio si può avere per presenza e per assenza. Nel primo caso possiamo parlare di Dio a partire dalle cose positive, dalla pienezza, dalla bontà. Nel secondo, il punto di partenza sono gli aspetti negativi della realtà: la situazione di miseria di due terzi dell'umanità che ci interpella con la domanda: cosa hai fatto per tuo fratello e per tua sorella?, e ci fa scoprire Dio e proclamarlo come il Dio della vita, che chiede da noi un impegno che ci può portare ad offrire la nostra vita per gli altri.
L'incompatibilità apparente dell'esistenza di un Dio onnipotente e buono con la presenza del male umano è l'argomento fondamentale dell'ateismo. Come sono possibili tutte queste sofferenze, specialmente degli innocenti, con la realtà di un Dio buono e onnipotente? Con Olivier Clément possiamo rispondere: "va detto con forza che il nostro Dio è innocente, che non ha voluto e non vuole la morte, che non ha neanche idea del male. Bisogna farla finita con quest'idea di un Dio diabolico, ad immagine dell'uomo e della parte peggiore dell'uomo. Sì, c'è un'onnipotenza di Dio, perché può creare e lasciar esistere fuori di sé altre libertà, quella dell'angelo e quella dell'uomo. Se c'è un'onnipotenza di Dio essa è inseparabile dalla sua onni-debolezza. Dio si ritira in qualche modo ... per lasciare all'angelo e all'uomo lo spazio della loro libertà. Egli attende il nostro amore, ma l'amore dell'altro non si comanda. 'Ogni grande amore è sempre crocifisso' diceva Evdokimov. Sì, Dio ha rischiato, Dio è entrato in una vera e dunque tragica storia d'amore"(4).
Se vogliamo parlare di Dio a partire dalla sua assenza dobbiamo accettare lo scandalo di molte realtà incomprensibili, ma allo stesso tempo abbiamo bisogno di rispondere alle interpellanze di Dio ivi presenti. Sono sempre chiamate a lottare contro il male, a fare qualche cosa per alleviare il dolore, a ridare ai fratelli e alle sorelle il senso e il valore della vita e importanza alla solidarietà come "sacramento" della presenza e della vicinanza del Signore.

3. Parlare di Dio a partire dalla sofferenza di Dio

Bonhöffer, vittima pure lui di un campo di concentramento scrisse dei bei testi sulla Passione e sulla partecipazione alla sofferenza di Dio. Parlando dell' uomo religioso affermò, alla luce della sua propria esperienza, che "l'uomo viene chiamato a partecipare alle sofferenze di Dio per il mondo senza Dio ... deve vivere realmente nel mondo senza Dio e non gli è permesso il tentativo de camuffare in qualche modo l'essere-senza-Dio del mondo; deve vivere 'mondanamente' e proprio così partecipa alla sofferenza di Dio"(5). Bonhöffer descrisse la sofferenza come coronamento della libertà che trasferisce l'azione umana sul piano della fede.
Lui stesso, in una pagina frutto di fede, di amore e di speranza illuminò l'esperienza cristiana di Dio: l'esperienza del Dio cristiano che ci permette di parlare di Dio a partire dalla sofferenza di Dio. Mise in confronto l'atteggiamento dei pagani di fronte alla divinità con l'atteggiamento d'un cristiano davanti al Dio di Gesù Cristo:
"Gli uomini corrono a Dio nel loro bisogno, implorano aiuto, invocano pane e fortuna, salvezza dalla malattia, dalla colpa, dalla morte. Tutti, tutti, cristiani e pagani.
Gli uomini vanno da Dio nel suo bisogno lo trovano povero, umiliato, senza tetto né pane, lo vedono soffocato dai peccati, dalla debolezza, dalla morte. I cristiani stanno vicini a Dio nella sua sofferenza.
Dio va a tutti gli uomini nel loro bisogno, sazia il corpo e l'anima con il suo pane, muore crocifisso per cristiani e pagani e a tutti perdona"(6).
Cristo, vicino a noi, presente in ogni essere umano, "ha voluto identificarsi con particolare tenerezza con i più deboli e poveri"(7). La rilettura di Mt 25, 31-46 è stata illuminatrice per i credenti che vivono in diversi parti del mondo la disumana povertà e la violenza istituzionalizzata. Alla luce di questa parola, hanno riconosciuto nei poveri ed emarginati "le sembianze del Cristo sofferente, del Signore che ci interroga e ci interpella ... visi di bambini, colpiti dalla miseria ... visi di giovani, disorientati per il fatto di non trovare un posto nella società ... visi di indigeni e frequentemente di afroamericani, che vivendo emarginati ed in situazioni disumane, possono essere considerati i più poveri fra i poveri ... visi di contadini che vivono in condizione di abbandono ... visi di operai spesso mal retribuiti ... visi di sottoccupati e disoccupati ... visi di emarginati nei 'ghetti' delle zone urbane ..."(8).
L'immagine di Dio in queste persone che soffrono è offuscata e oltraggiata. Dio soffre in loro e ci invita ad una conversione e ad annunciare la sua sofferenza per così evangelizzare tutti, invitandoli ad un impegno di autentica solidarietà con dimensioni sociali.

4. Parlare di Dio a partire da tre certezze

L'esperienza cristiana di Dio è in fondo un'esperienza di un amore infinito, gratuito ed interpellante. L'Abbé Pierre al crepuscolo della sua vita sentì, l'anno scorso, il bisogno di condividere l'essenziale della sua esperienza cristiana in un libro dal titolo Mémoire d'un croyant (9). Come credente ci dice: "l'essenziale della mia vita di fede, malgrado le atrocità che ci feriscono riposa su tre certezze. Il primo fondamento della mia fede è la certezza che l'Eterno è Amore. Il secondo fondamento è la certezza di essere amato. E il terzo è la certezza del fatto che la libertà umana non ha nessun'altra ragione di essere che quella di renderci capaci di rispondere col nostro amore all'Amore" (10).
La prima convinzione sorge dalla rivelazione di Dio nel suo Figlio offerto per la salvezza del mondo. Giovanni, alla luce di tutto quello che Gesù fece, concluse che "Dio è amore" (1 Gv 4,8). E questo Dio amore ama tutti i suoi figli e le sue figlie come Padre-Madre: "Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui, non muoia, ma abbia la vita eterna" (Gv 3,16). Ciascuna persona resta libera di amare o non amare. L'amore esige un rispetto della libertà dell'altro. È in questa libertà che ci rende capaci di amare dove noi possiamo sperimentare Dio e parlare di Lui, malgrado tutte le cose negative della nostra esistenza e della storia.

5. Parlare di Dio accettando il processo di purificazione delle nostre idee su di Lui

L'esperienza di Dio e la possibilità di parlare di Lui passa attraverso l'incertezza della fede e deve cercare sempre le vie del Signore nella realtà. La nostra esperienza di Dio e il nostro linguaggio su di Lui saranno sempre imperfetti e limitati mentre viviamo in questo mondo. Perciò abbiamo bisogno di seguire un processo di crescita e di purificazione che ci porta a distruggere le nostre idee e le nostre immagini di Dio, per aderire a Lui soltanto nella fede.
Possiamo distinguere tre momenti nel cammino di maturazione nell'esperienza di Dio.
In un primo momento ci sembra che le nostre idee su Dio ci portino alla sua conoscenza. Pensiamo di conoscere il Signore. Affermiamo e proclamiamo quello che sperimentiamo con la certezza piena di avere scoperto il suo essere e di poter comunicare agli altri quello che viviamo in profondità. Acquistiamo dottrine su Dio e le trasmettiamo. Ci sentiamo vicini a Lui. La preghiera diventa facile dialogo di amore con una persona che pensiamo di conoscere.
Presto o tardi accade che le nostre idee o le nostre immagini su Dio si trovino private di senso, quando la realtà le contraddice o sembra perfino negarle. È il momento dell'assenza e della negazione. Allora ci rendiamo conto che siamo immersi in un mondo di simboli per avvicinarci a Dio e che Lui trascende tutte le figure che usiamo per sperimentare e comunicare il suo mistero ineffabile. Viviamo la purificazione che ci prepara ad avere uno sguardo differente su Dio.
Superato il momento della negazione, arriviamo a capire che le idee o le immagini, con le quali pretendevamo identificare Dio, sono soltanto delle finestre aperte ad un orizzonte infinito. Non possiamo ridurre il panorama al vetro della finestra. Questo ci permette soltanto di affacciarci all'infinito incomprensibile. Allo stesso tempo, con gli occhi della fede purificati, diventiamo capaci di scoprire Dio in tutte le circostanze, di cercare la sua volontà negli avvenimenti, di contemplarlo in tutte le persone. A partire da questo sguardo contemplativo, possiamo parlare di Dio come di colui che sarà sempre un mistero di amore e di gratuità, contemplato "come in uno specchio, in maniera confusa", finché "lo vedremo a faccia a faccia" (1 Cor 13,12).

6. Parlare di Dio a partire dal dialogo con i credenti e con i non credenti in Dio

Il progresso ha reso piccolo il mondo. Ciò ha portato, come conseguenza, un senso di unità e di interdipendenza tra i popoli e le nazioni, facilitate dalla rapidità dei mezzi di comunicazione. I credenti vivono in una società pluralista in cui si trovano diverse religioni, concezioni filosofiche, ideologie e sistemi di valori. Ci sono persone che credono nella divinità e persone che non ci credono.
Parlare di Dio in queste circostanze esige innanzitutto dialogare con i credenti e con i non credenti. Nei primi abbiamo la ricerca del mistero di Dio che è pure la nostra. Lui è il Padre comune di tutti, che guida il cammino di ciascuno. Senza rinunciare a testimoniare il volto del Dio di Gesù Cristo, si può vivere aperti al dialogo interreligioso per scoprire i "semi del Verbo", presenti in tutte le religioni.
Possiamo pure dialogare con i non credenti, che cercano nel buio il senso della vita. Il credente "può allora riconoscere nel non credente pensante, che soffre dell'assenza di Dio nel suo cuore e vive l'inquietudine della ricerca, una parte di sé: forse proprio la parte che più lo stimola a cercare nel Padre il porto di salvezza e di pace a cui tendere. Un incontro profondo, non estrinseco, diventa allora possibile tra credenti e non credenti, accomunati nella fatica della ricerca, pronti a sostenere il peso delle vere domande: l'uno si pone in ascolto dell'altro, e può ritrovarvi l'altra parte di sé, può purificare se stesso alla scuola delle inquietudini che l'altro vive e delle luci che brillano nel suo cuore inquieto"(11). Teresa di Lisieux, attraverso la sua esperienza spirituale nell'ambito delle prove della fede, è modello di questo dialogo esistenziale con il mondo dell'incredulità che si trasforma in solidarietà dinamica con tutti quelli che sperimentano confusamente una chiamata all'assoluto che riempia il loro vuoto esistenziale e colmi le loro aspirazioni.
Un altro campo che permette parlare di Dio a partire del dialogo con i credenti e con i non credenti è quello dell'impegno nella costruzione di una società più giusta e umana. In questo modo, i credenti, mentre cercano di illuminare i loro sforzi con una visione evangelica del Dio Padre-Madre, rivelato da Gesù, procurano anche di restare aperti al dialogo, per ascoltare la voce interpellante dello Spirito presente in tutte le persone.

III. CONCLUSIONI

Due conclusioni s'impongono alla luce di quanto abbiamo esposto a partire dall'esperienza di Auschwitz e di altre esperienze simili.
La prima è che potremo parlare di Dio al mondo di oggi se siamo capaci di manifestare il suo volto misericordioso paterno-materno nella difesa della dignità umana e dei diritti delle persone di tutte le razze e di tutte le culture. La visione cristiana dell'essere umano conduce ad apprezzare e a difendere tutto quello ch'è autenticamente umano. Creata ad immagine di Dio, la persona umana è stata chiamata a dominare il mondo, a organizzare la terra vivendo insieme con gli altri per servire Dio come figlio/a.
La seconda conclusione è che il linguaggio su Dio diventa intelligibile soltanto quando ci conduce alla comunione e alla partecipazione. Queste due realtà sono dono e proposta allo stesso tempo. In quanto dono si accettano o si rifiutano. Come proposta esigono la collaborazione di tutti e l'uso dei mezzi necessari, perché possano essere trasformate le strutture che impediscono l'autentica comunione e la partecipazione. Soltanto allora chiamare Dio Padre-Madre non sarà una parola vuota, ma la manifestazione di una esperienza profonda.
Non è facile parlare di Dio quando ci soffermiamo soltanto sugli aspetti dolorosi e negativi della vita e della storia. È necessario scoprire pure, in mezzo al caos delle malvagità umane i segni di speranza. Allora "il Dio della speranza" ci riempie di ogni gioia e pace nella fede perché possiamo abbondare nella speranza per la virtù dello Spirito Santo (Rm 15,13).
È vero che Dio si rivela e si nasconde. Rabbi Raffaele di Berschad raccontava: "Il primo giorno della festa di Hanukkà io mi dolsi col mio maestro di come riesca difficile, a chi si trovi nell'avversità, conservare intatta la fede nella provvidenza divina per ogni singola creatura umana. Sembra veramente che Dio gli nasconda il suo volto. Che si dovrebbe fare per rafforzare la propia fede? 'Se si sa', rispose il Rabbi, 'che è un nascondere, allora non è più un nascondere'"(12).
Edith Stein ha percorso il cammino della ricerca del mistero di Dio e una volta che l'ha incontrato ha fatto l'esperienza di Auschwitz, testimoniando che, in mezzo all'assurdità e alla malvagità umana, Dio è presente e vicino, soffre con noi, ci aiuta a portare il peso della croce della notte della fede e ci rende capaci di parlare di Lui e di testimoniare la sua presenza nel cuore delle persone e del mondo.


NOTE

1. Cf. M. GÖRG - M. LANGER (Hg.) Als Gott weinte. Theologie nach Auschwitz. Regensburg, Verlag Friedrich Pustet, 1997.
2. F. ALMANSA - R. VALLESCA, La pobreza en el tercer mundo y su erradicación. En: AA.VV., 1996 año de la erradicación de la pobreza (Barcelona, 1996) p. 3.
3. Intervista a Jon Sobrino, Adista, 5 settembre 1998, pp. 10-11.
4. F.MORANDI- M.TENACE, Fondamenti spirituali del futuro. Intervista a Olivier Clément (Roma, 1997) pp.94 -95.
5. D. BONHÖFFER, Fedeltà al mondo. Meditazioni (Brescia, 1995) pp. 60-61
6. Id. p. 62.
7. Documento di Puebla, 196.
8. Id. nn. 31-38.
9. ABBÉ PIERRE, Mémoire d'un croyant. Paris, Fayard, 1997.
10. Id. p. 97.
11. C. MARTINI, Ritorno al Padre di tutti. Lettera pastorale 1998-1999 (Milano, 1998) p. 50.
12. M. BUBER, I racconti dei Chassidim (Milano, 1979) p. 165

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