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Famiglia e politica

Carlo Maria Martini

Il tema che vorrei trattare in questa vigilia della festa del nostro patrono s. Ambrogio, che ha saputo coniugare fedeltà alla Chiesa e attenzione al rilievo sociale del cristianesimo è: famiglia e politica. Non tratterò quindi della famiglia dal punto di vista dottrinale né da quello della pastorale familiare e neppure dal punto di vista etico o bioetico. In una sede e in una circostanza come questa, alla presenza delle autorità, le quali portano responsabilità civiche, politiche e istituzionali che toccano spesso da vicino il tema della famiglia e dei suoi membri, intendo proporre qualche spunto di riflessione sulla famiglia considerata quale comunità e istituzione sociale. Così inteso il tema è certamente di grande attualità. Siamo infatti di fronte a mutazioni nella vita e nel costume che toccano non solo il campo dell'opinione pubblica e della vita quotidiana ma anche quello delle scelte che riguardano il bene comune dei cittadini, a tutti i livelli.
E vorrei menzionare in particolare il livello dei territori municipali di cui sono responsabili i sindaci, che sono gli invitati speciali di questa celebrazione e che saluto cordialmente con tutte le altre autorità, ben conscio delle particolari responsabilità del loro ufficio anche sull'argomento di cui ora trattiamo
Mi sento incoraggiato a toccare questo tema anche a partire dal rilievo costituzionale assegnato alla famiglia nel nostro ordinamento. E la Costituzione - merita di rimarcarlo è la legge fondamentale della nostra comunità nazionale. In essa sono scolpiti i principi e le regole che presiedono alla "casa comune". La Costituzione non è un semplice, fragile contratto, ma piuttosto un "patto di convivenza",che è cosa assai più impegnativa di un contratto. I1 patto costituzionale è, quantomeno nei suoi principi e diritti fondamentali, tendenzialmente stabile, obbliga al pratico rispetto di esso, comporta che in esso soggettivamente ci si riconosca, da esso ci si senta interpretati, nel suo quadro ci si senta a proprio agio: appunto perché esso orienta e disciplina la vita di una casa la Repubblica, la comunità politica che è giusto, è doveroso che noi si viva e si senta come la nostra casa. Una casa ove è bello abitare insieme, pur nel segno della "convivialità delle differenze".
Mi sento infine spinto a trattare questo tema dal fatto che il matrimonio e la famiglia appaiono oggi al vertice dell'attenzione e delle premure della Chiesa. Nei discorsi dei Papi, nella riflessione teologica, nella letteratura spirituale, l'amore coniugale, la sua valenza oblativa e la sua fecondità sono spesso proposte, a partire dai dati biblici, quale espressione e figura dell'amore stesso di Dio e persino quale possibile riflesso del mistero trinitario. Matrimonio e famiglia rappresentano uno dei fuochi tematici privilegiati della attuale predicazione, del magistero e della cura pastorale.
Tuttavia non è sempre stato così. La dottrina sulla famiglia, proprio perché non veniva messa in questione dall'opinione pubblica, non ha ricevuto per lungo tempo se non una attenzione per lo più implicita nella nostra tradizione. La prima Enciclica dedicata interamente a questo tema è di Leone XIII, poco più di un secolo fa (Arcanum divinae sapientiae, 1880). Da allora, e soprattutto con gli ultimi Pontefici, i documenti si sono moltiplicati.
L'Antico Testamento ci mette di fronte ad una società nella quale il valore della famiglia va da sé. Una dottrina sulla famiglia emerge in maniera implicita nei racconti, a cominciare da quello della creazione (Genesi 1 e 2), e in maniera un po' più esplicita nei libri sapienziali, con varie indicazioni sui retti comportamenti dei singoli membri della famiglia. Ma non vi si trova una trattazione sistematica su questa istituzione e sulle sue caratteristiche. Occorre anzi dire che ciò che sottostà alla parola "famiglia" è la famiglia patriarcale o famiglia allargata, certamente diversa da ciò che noi intendiamo nel mondo occidentale moderno.
Il Nuovo Testamento (nel quale non appare un termine che corrisponda esattamente a ciò che noi intendiamo per "famiglia") contiene certamente parole di forte valorizzazione dei legami familiari, in particolare con l'esigente richiamo di Gesù alla situazione primitiva dell'unità indissolubile tra uomo e donna: "Quello dunque che Dio ha congiunto l'uomo non lo separi" (Mt 19,6). Ma sono messi in forte rilievo anche i limiti dell'istituto familiare e il bisogno di trascenderli per il regno di Dio. Il testo di Matteo che abbiamo appena ascoltato (12,46-50) va decisamente in questa linea: il legame spirituale tra coloro che compiono la volontà di Dio è superiore ai vincoli di parentela ("Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre": Mt 12,50). Gesù vuol essere amato più dei congiunti (cfr. Mt 10,37: "Chi ama il padre e la madre più di me non è degno di me"). Egli non è venuto a portare la pace ma una spada (cfr. Mt 10,35: "Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre").
Una rigida cultura dei legami familiari e di clan viene dunque messa in questione dalla dottrina evangelica. Gesù e gli apostoli invitano a rivolgere lo sguardo alle cose ultime, quando anche l'istituto familiare sarà superato (cfr. Mt 22,30: "Alla risurrezione infatti non si prende né moglie né marito"). E in questo mondo la sequela di Gesù chiede di andare oltre le barriere dei legami di sangue (cfr. Mt 8,22: "Seguimi e lascia i morti seppellire i loro morti").
Lo stesso s. Ambrogio, che pure stima e sostiene con decisione l'istituto familiare , insiste nel sottolineare il valore della verginità consacrata. La sua proposta aveva un valore di provocazione e di segno. A una società tentata di afflosciarsi su se stessa venivano presentati il martirio e la verginità come stimoli per una conversione radicale al vangelo.

1. FORZA E DEBOLEZZA DELLA FAMIGLIA

Ma quale è la situazione odierna? Vorrei richiamarla brevemente nella sua debolezza ma anche nella sua forza.
Diciamo anzitutto della sua forza. La famiglia ha smentito i suoi detrattori che, ancora una ventina di anni fa, ne profetizzavano, auspicandola, l'estinzione. Essa ha retto innanzitutto perché, come testimonia la storia delle civiltà, corrisponde alla natura più intima e profonda della persona umana, alla sua struttura e dinamica relazionale. La famiglia è la prima, la più originaria e più fondamentale, delle comunità naturali. Neppure la straordinaria accelerazione dei processi storici che sta sperimentando la nostra generazione può recidere quel profondissimo radicamento. La famiglia ha resistito attingendo in primo luogo e soprattutto alle risorse morali ed affettive delle quali è essa stessa custode. Che si sono rivelate ben più efficaci delle barriere protettive che noi, uomini delle istituzioni, abbiamo approntato a sua difesa. La famiglia ha potuto contare soprattutto su se stessa.
Alla luce di una comparazione con paesi a noi assimilabili, si può poi positivamente registrare una relativa, più alta tenuta della famiglia italiana, da ascrivere ecco un secondo fattore alla nostra peculiare indole, entro la quale il valore della tradizione e dei legami comunitari fanno tutt'uno col valore della famiglia intesa quale istituzione sociale cardine della convivenza. La relativa forza della famiglia italiana in questo passaggio di millennio è documentabile sotto più di un profilo: penso al ristabilimento, pur con le sue contraddizioni e ambiguità, di un rapporto meno oppositivo e polemico tra genitori e figli in seno alla famiglia; a un nuovo equilibrio, all'insegna di un rapporto più paritario, nelle relazioni tra i coniugi; al decisivo contributo della famiglia quale "ammortizzatore sociale" sia sul versante della precarizzazione del lavoro, sia nella cura dei soggetti deboli (bambini, malati, anziani); allo stesso sviluppo della soggettività economica della famiglia, specie sotto forma di nuova imprenditorialità familiare, così caratteristica e vitale nell'economia italiana.
Questi indicatori di forza o quantomeno di tenuta della famiglia convivono tuttavia con indizi di crisi e di debolezza, che spesso conducono a irrimediabili fallimenti familiari, come testimonia la diffusione delle separazioni e dei divorzi.
Una prima fonte di debolezza è quella della fragilità psicologica e affettiva delle relazioni di coppia. Un impoverimento della qualità delle relazioni che spesso convive con ménages all'apparenza stabili e "normali". Una seconda è quella dello stress originato dalle abitudini e dai ritmi imposti dall'organizzazione sociale, dai tempi di lavoro, dall'esigenza della mobilità, dall'assetto urbano.
Una terza è quella della cultura di massa veicolata dai media che penetra e corrode le relazioni familiari, con la sua indiscreta invadenza entro le mura domestiche e con i suoi messaggi spesso intrisi di decadimento e banalizzazione del costume coniugale ed affettivo. E tutto ciò nonostante che, nella cultura riflessa, si registri l'estenuazione di quell'ideologia ostile alla famiglia, che la dipingeva come istituzione gerarchica, autoritaria, oppressiva, come ostacolo al dispiegamento della libertà affettiva e sessuale, in particolare dei giovani e delle donne. Anzi, è forse proprio l'aumentato carico di attese positive di cui è caricata la comunità familiare, quello che alla fine fa sentire gli sposi e i genitori un po' soli nel contesto odierno e come gravati da un peso che spaventa.
Come è stato sottolineato anche in documenti autorevoli dell'episcopato italiano "agli uomini e alle donne del nostro tempo, in sincera e profonda ricerca di una risposta ai quotidiani e gravi problemi della loro vita matrimoniale e familiare, vengono spesso offerte visioni e proposte anche seducenti, ma che compromettono in diversa misura la verità e la dignità della persona umana e l'identità del matrimonio e della famiglia" (Direttorio di pastorale familiare, n. 4; cfr. Familiaris Consortio n.4).
Bastino questi cenni per dare la misura delle sfide portate alla famiglia. E anche per suggerire a me e a noi, uomini di Chiesa, sobrietà e comprensione. Sobrietà innanzitutto, come si conviene verso chi è alle prese con la prosa, talvolta con la durezza della vita familiare ordinaria, che corre lungo binari lontani dai toni un po' artificiali di certa nostra enfatica predicazione. Ma anche comprensione, per non incappare nella censura evangelica di chi disinvoltamente prescrive ad altri pesi soverchianti (cfr. Mt 23,4).
Nello spirito penitenziale del Giubileo riconosciamo pure che anche noi abbiamo - magari inconsapevolmente - contribuito allo sgretolamento della concezione della famiglia. Troppo a lungo forse abbiamo lasciato che prevalesse un'idea prevalentemente giuridica ed economica del rapporto di convivenza, destinato quasi alla sola procreazione della prole, dando l'impressione che questo istituto fosse non una convivenza di persone, ma un fatto oggettivo a prescindere da esse. Dimentichi in questo di quella concezione interiore della famiglia che Ambrogio aveva ben colto, dicendo a commento del passo evangelico da cui siamo partiti (Mt 12,46-50): "Non si propone [qui] il rifiuto offensivo dei parenti, ma si insegna che i legami spirituali sono più sacri di quelli dei corpi" (Exp.ev.Luc., VI,36). E, osservando che i parenti di Gesù se ne stavano "fuori in disparte" (Mt. 12,46), Ambrogio ha un felice spunto antropologico: "i parenti non vengono riconosciuti proprio perché stanno fuori" (Exp.ev.Luc., VI,37). Non significa forse questo che, perché vi sia un'esperienza familiare vissuta in pienezza, ad una parentela basata su un fatto biologico deve accompagnarsi, fino ad esserne l'anima, una comunità interiore e una comunanza di valori?
Le enfasi giuridico-economiche hanno in realtà fatto velo lungo i secoli all'immagine della famiglia come comunità d'amore, mistero dell'amore di Cristo e della Chiesa. Esse le avevano assegnato una forte rilevanza esterna, ma una scarsa connotazione interiore. L'affetto coniugale era troppe volte un dato accessorio che non entrava a formare l'universo del consenso e l'educazione dei figli era non di rado frutto più del controllo sociale che della stessa famiglia. Tanto che qualcuno ha potuto sostenere che è meno difficile diventare persone muovendo dalla famiglia nucleare di quanto lo potesse essere a partire dalla famiglia patriarcale di ieri [1].
Prendendo atto d'una situazione difficile e ricca di sfide, è importante anzitutto non lasciarsi dominare dal panico da accerchiamento e da recriminazioni senza frutto. Sappiamo infatti che il tentativo di imporre come d'autorità e in maniera univoca e uniforme una nostra concezione della famiglia alla società civile europea sarebbe visto come una pretesa di parte e contribuirebbe probabilmente a radicalizzare i conflitti e a degradare ulteriormente il costume. Chi potrebbe oggi sostenere che, per affermare i valori che ci stanno a cuore, basterà una opposizione frontale alle trasformazioni in atto e un'obiezione di coscienza di fronte ad ogni intervento legislativo che accetti di misurarsi con le questioni poste da un nuovo e discutibile costume?
E tuttavia la parola pubblica della Chiesa deve pur segnalare la serietà della situazione e dare voce a una sofferenza che troppi vivono senza saper articolare. Essa non può lasciarsi rinchiudere nel ruolo di voce vagamente umanistica e rassicurante, rimovendo quelle questione serie che il singolo è poi costretto a vivere nella solitudine. Questo tempo va piuttosto interpretato come un tempo propizio per declinare la nostre ragioni in uno spirito di dialogo, anche se, - lo riconosciamo - esso comporta grande difficoltà su fatti così originari e carichi di emotività come, appunto, quello della famiglia.

2. IL RUOLO PUBBLICO DELLA FAMIGLIA

È chiaro da tutto ciò che l'impressione dominante oggi è quella di una famiglia respinta sempre più nel privato. Tanto che ci si domanda: dopo secoli di riconoscimento sociale ed univoco del ruolo della famiglia, sarà possibile oggi, senza suscitare conflitti o accuse di intolleranza, riproporre quell'istituto nei suoi valori tradizionale e pur sempre attuali, cioè come famiglia basata sul matrimonio, su un rapporto stabile e duraturo tra uomo e donna, aperto alla fecondità? Il problema non si poneva un tempo, quando questa struttura veniva recepita come un fatto di "natura" e, in quanto legge naturale riconosciuta, non esigeva dimostrazione. Oggi si ha l'impressione che la concezione tradizionale, romana e cristiana, della famiglia possa essere tutt'al più una tra le varie forme di convivenza alternative e che essa appartenga alle scelte puramente religiose. In questo senso viene lasciato alla Chiesa il compito di strutturare al suo interno l'impianto di una pastorale familiare cristiana.
Nemmeno la recente "Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea", pur permeata dall'idea cristiana di persona, osa sbilanciarsi in una definizione, tanto meno univoca, di famiglia. E - con il suo dettato che distingue tra "diritto di sposarsi" e "diritto di costituire una famiglia " - può prestarsi a legittimare forme di convivenza alternative. È possibile che la divergenza tra le varie concezioni e legislazioni nazionali europee al proposito abbia reso difficile una dichiarazione univoca e che perciò la Carta lasci ad altre sedi il dibattito. Perciò, anche se la Carta non pregiudica di per sé il ruolo tradizionale della famiglia, tuttavia, insinuando altre possibilità, rende inevitabile, almeno a livello delle singole società nazionali, un confronto politico serrato su questa istituzione. È un confronto al quale non ci si può sottrarre e che auspichiamo possa condurre a una argomentata riproposizione e condivisione del valore fondamentale della famiglia in ordine all'essere e al bene-essere della società intera.
Qui vorrei fare una breve parentesi, ricordando che domani ha inizio quel vertice di Nizza tra i capi di Stato e di Governo della Unione Europea che tratterà sia di questa Carta dei diritti come di altri temi assai gravi per il futuro dell'Unione. È giusto sottolineare che l'Europa si aspetta molto da questo incontro e spera che non ci si fermi ad alcuni punti superficiali di consenso, ma si vada a fondo sui grandi problemi che riguardano sia i grandi valori civili, sia l'allargamento dell'Unione e nel contempo una riforma effettiva delle istituzioni, per il bene di tutti i cittadini dell'Europa.
Ma torniamo al nostro tema della famiglia. Essa infatti, non solo per la Chiesa, ma anche per la nostra tradizione civile, non è istituto esclusivamente privatistico, ma uno snodo tra persona e società, e perfino tra persona e Stato, se già il pensiero romano antico considerava la famiglia principium urbis et quasi seminarium rei publicae, "principio della città e una specie di vivaio dello Stato" (Cicerone, De officiis, I,17,54). Sicché le variazioni dello statuto familiare non possono essere ininfluenti sulla visione che la società ha di se stessa, mentre a sua volta dobbiamo chiederci quale tipo di società intendiamo promuovere con l'attenzione giuridica data a nuovi modelli di convivenza.
In ogni caso già da qualche tempo la mobilità del costume, che precorre la legislazione, imponeva al cristiano l'obbligo di declinare e motivare più attentamente il valore sociale della sua concezione della famiglia.
Perciò, alla luce dei principi richiamati fin qui, mi propongo ora di affrontare brevemente tre punti nodali, tre sfide riguardanti il ruolo pubblico della famiglia: la sfida dei modelli di convivenza, quella della debolezza economica della famiglia e quella del contesto sempre più multiculturale e multietnico.

3. LA SFIDA DEI MODELLI DI CONVIVENZA

La proliferazione dei modelli familiari e, segnatamente, la diffusione delle unioni di fatto e anche delle unioni tra persone dello stesso sesso sono il prodotto di un più generale processo di privatizzazione e di secolarizzazione della cultura, del costume e delle forme della convivenza [2]. Esse interpellano il legislatore, diviso tra l'esigenza di fare i conti con l'evoluzione e la diffusione di nuovi costumi familiari e quella di un ancoraggio etico-sociale. Il primo e più fondamentale riferimento, per l'ordinamento italiano, e dunque per le pubbliche autorità, è rappresentato, come si diceva, dalla Costituzione e, segnatamente, dai suoi artt. 29, 30 e 31. "La famiglia è una società naturale fondata sul matrimonio", così si legge all'art. 29.
Merita notare che si deve a Togliatti la locuzione "società naturale" ma furono poi Moro e Mortati a esplicitarne il senso. La famiglia è la prima e più originaria "formazione sociale" quella - come recita l'art.2 - nella quale si sviluppa e si perfeziona la persona umana. Questo suo carattere originario, precedente allo Stato, prescrive ad esso una "zona di rispetto", lo impegna ad "inchinarsi" alla sua autonomia. Se ne ricava altresì il cosiddetto favor familiae. Lo conferma la giurisprudenza costituzionale. In una recente sentenza, la Corte registra "la trasformazione della coscienza e dei costumi sociali, cui la giurisprudenza di questa Corte non è indifferente" e accenna alla convivenza di fatto "quale rapporto tra uomo e donna ormai entrato nell'uso e comunemente accettato, accanto a quello fondato sul vincolo coniugale". Ciò tuttavia "non autorizza la perdita dei contorni caratteristici delle due figure", considerato che "la Costituzione stessa ha dato alle due situazioni una valutazione differenziatrice", che esclude "affermazioni omologanti". Una differenza che la Corte esplicita così: "il maggior spazio da riconoscersi, nella convivenza, alla soggettività individuale dei conviventi e viceversa dia, nel rapporto di coniugio, maggior rilievo alle esigenze obiettive della famiglia come tale, cioè come stabile istituzione sovraindividuale". Si può considerare cioè l'eventuale rilevanza giuridica di altre forme di convivenza, ma esse non possono pretendere l'equiparazione, quanto a status, alla famiglia.
L'autorità pubblica, dunque, può adottare un approccio pragmatico e certo deve testimoniare una sensibilità solidaristica. Del resto, lo fa la stessa Costituzione, informata da una tensione solidaristica nel suo complesso e sul punto specifico. Alludo agli art. 30 e 31, ove ci si impegna alla protezione della maternità e dell'infanzia e dei diritti dei figli nati fuori del matrimonio.
Ma si deve accuratamente distinguere la famiglia da altre forme di unione non fondate sul matrimonio. Nella famiglia si dà un di più di stabilità e di dichiarata obbligazione sociale che va giuridicamente e socialmente premiata. Come ha notato il costituzionalista Emanuele Rossi, una volta fissata una nitida, inequivoca linea di demarcazione tra ciò che è famiglia e ciò che non lo è, secondo il chiaro paradigma costituzionale, "sul piano delle garanzie da riconoscere alle 'non famiglie', la soluzione non può che essere di tipo pragmatico, valutando di fronte alle diverse misure (l'alloggio, l'assistenza, la possibilità di succedere nel patrimonio, e così via) le ipotesi in cui far prevalere le ragioni della differenza e quelle in cui dare preminenza alle ragioni dell'analogia (non tra diversi modelli di famiglia, ma tra famiglia e altre forme di convivenza)". Al vertice delle nostre preoccupazioni deve stare non già il proposito di penalizzare le unioni di fatto, ma piuttosto di sostenere positivamente e di promuovere le famiglie in senso proprio.
Di fronte ai problemi di diritto stanno però le realtà concrete. La valorizzazione individualistica dei rapporti anche nell'ambito della famiglia ha ottenuto sì, come sopra si ricordava, lo scopo di sviluppare un rapporto di affetto e un riconoscimento della pluralità personale dei membri, ma ha indebolito la rilevanza sociale della famiglia e l'ha chiusa in un gioco di rapporti interni, spesso solo sentimentali e affettivi. Quell'individualismo è perciò responsabile anche d'una concezione troppo e, a volte, solo intimistica e sentimentale della famiglia, che la scollega dalla società e la rinchiude in un universo familistico di comunità chiusa. Essa rischia di riconoscere dignità relazionale solo all'affetto-sentimento e quindi - in ultima istanza - alle pulsioni instabili dei soggetti. Si dà allora dignità ai soggetti componenti della famiglia in quanto individui (uomo, donna, bambino) non in quanto membri del nucleo familiare (sposo e padre, sposa e madre, figlio). Non si può non rilevare infatti che l'enfasi sull'individuo ha portato a miglioramenti sociali, con una attenzione prevalentemente sviluppata però nella direzione piuttosto dei diritti individuali che di quelli personali relazionali (e quindi anche familiari). Per questo il processo positivo del superamento delle rigidità giuridico-economiche ha accresciuto l'irrilevanza sociale e civile della famiglia. Con la conseguente nascita di nuovi rapporti, basati su quella concezione individualistica: cioè sulla volontà libera e libertaria, che non chiede autorizzazioni sociali né assume responsabilità di stabilità di fronte a chicchessia, se non alla propria libera volontà.
Non possiamo nasconderci che la genesi di queste nuove forme relazionali dipende fortemente dalle manchevolezze di una età di chiusure individualistiche e di scarsa solidarietà. Ad essa le nuove forme spesso cercano di opporsi, rimanendo però esse stesse dentro una visione individualistico-atomistica dei rapporti. Viene non di rado affermato che anche alcune di queste forme di convivenza diverse dalla famiglia tradizionale, qualora siano espressione di esigenze di mutuo amore e di mutuo sostegno, possono rivestire, almeno nelle intenzioni, una funzione sociale. Ma, nel momento in cui chiedono autorizzazione e riconoscimento pubblico, quei rapporti alternativi alla famiglia tradizionale (religiosa o civile che sia) devono sottoporsi anch'essi al giudizio sulla loro rilevanza sociale e civile, in riferimento cioè, per usare un linguaggio più filosofico, al "bene comune".
Una società non può perciò non stabilire una graduatoria di rilevanza tra varie istituzioni che si richiamano a modelli familiari, sulla base delle funzioni sociali che svolgono, della natura relazionale che presentano e della forza esemplare che esercitano. In questa linea le nuove forme di relazionalità non possono pretendere tutte quelle forme di legittimazione e di tutela che sono date alla della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Solo quest'ultima, infatti, riveste una piena funzione sociale, dovuta al suo progetto e impegno di stabilità e alla sua dimensione di fecondità.
Le unioni omosessuali, pur potendo giungere, a certe condizioni, a testimoniare il valore di un affetto reciproco, comportano la negazione in radice di quella fecondità (non solo biologica) che è la base della sussistenza della società stessa. Le cosiddette "famiglie di fatto" pur potendosi aprire alla fecondità, hanno un deficit costitutivo di stabilità e di assunzione di impegno che ne rende precaria la credibilità relazionale e incerta la funzione sociale. Esse infatti rischiano costitutivamente di gettare a un certo punto sulla società i costi umani ed economici delle loro instabilità e inadempienze.

4. LA PRECARIETÀ ECONOMICA E LE POLITICHE DI SOSTEGNO ALLA FAMIGLIA

Siamo così introdotti alla seconda sfida, quella della precarietà economica e di conseguenza quella delle politiche familiari e delle misure di sostegno alla famiglia.
Le forme di sostegno alla famiglia sono di due ordini: economico-monetarie e di prestazioni e servizi nell'alveo delle politiche di Welfare. Per tacere della più generale esigenza di ripensare i tempi e l'organizzazione del lavoro in relazione ai tempi e all'organizzazione della vita familiare. Un fronte decisivo, questo, insieme ai servizi per l'infanzia, per le famiglie con figli minori, ove entrambi i genitori lavorano e che ha registrato di recente la introduzione della possibilità di "congedi parentali" fruibili da ambedue i coniugi.
In nome del principio di sussidiarietà e per corrispondere di più e meglio ai bisogni delle famiglie, lo stesso Welfare si fa sempre più Welfare comunitario e locale, affidato alle istituzioni decentrate dello Stato: alla legislazione regionale e alle politiche locali, cui spetta fornire un'adeguata rete di servizi sociali, con la collaborazione del terzo settore, del volontariato, delle stesse famiglie che si autoorganizzano. Questo aspetto tocca anche il tema della scuola e della libertà di scelta delle famiglie nel campo scolastico.
Sarebbe sbagliato sottovalutare, per tutte le necessità sopra ricordate, il versante delle agevolazioni economico-monetarie di base a sostegno delle famiglie con figli minori. La loro misura è francamente ancora irrisoria, specie se rapportata al rilevante costo economico dei figli, anche se negli ultimi anni, gli interventi monetari a sostegno della famiglia, considerati nel loro complesso, sono aumentati. E tuttavia più attraverso le detrazioni fiscali, per loro natura applicate a tutti i contribuenti con carichi familiari, quale che sia il livello di reddito, che non attraverso gli assegni familiari, il cui valore reale è invece diminuito nel tempo. Sono state, nel loro insieme, risorse ingenti erogate, però a una platea tanto estesa quanto indifferenziata, col risultato di dare a ciascun nucleo familiare cifre modeste, inutili per chi non ne ha bisogno e manifestamente inadeguate per le famiglie meno abbienti. Su questo tema complesso ha riflettuto con competenza anche la nostra Commissione diocesana Giustizia e Pace nel documento dal titolo Sulla questione fiscale del 20 maggio 2000, sia nel testo (in particolare i nn. 16 e 17, Sottovalutazione della famiglia, sia nell'appendice prima, Fisco e famiglia)
Gli assegni familiari sono un istituto a torto deprezzato, idoneo a introdurre quel principio di selettività tra le famiglie destinatarie che corrisponde al criterio dell'equità sociale e della lotta contro la disuguaglianza. Ma qui ci si imbatte in una controversia ideologica. È vero che il carattere universalistico dello Stato sociale e dunque il superamento di un suo approccio assistenzialistico/pauperistico alle situazioni di bisogno rappresenta una preziosa conquista, coerente con lo sviluppo della coscienza dei diritti sociali di cittadinanza. Ma il carattere universalistico del Welfare non esclude affatto la selettività nell'erogazione di talune prestazioni. È importante non confondere lo strumento (il Welfare) con il fine (la tensione all'uguaglianza sostanziale e la realizzazione di una migliore giustizia distributiva). Un equivoco, questo, che, in tema di assegni familiari, rischia di originare la convergenza di posizioni ideologiche tra loro ostili e tuttavia collimanti nel loro deprezzamento di quell'istituto.
Là dove le risorse rimangono limitate, si tratta di selezionare e concentrare gli interventi economici di sostegno alle famiglie, adottando criteri selettivi che facciano perno sulle loro condizioni di reddito e che tengano conto del dovere etico e costituzionale della solidarietà sociale.
Una volta valutato ciò, a noi sembra che le attenzioni sociali debbano essere commisurate anche alle caratteristiche di pienezza dei vari rapporti, tenendo conto sì di nuove forme relazionali e di quel che di positivo possono introdurre in una società fortemente conflittuale, ma anche intervenendo con diversità di sostegni e di riconoscimenti a seconda del grado più o meno pieno di apporto alla costruzione sociale che dà l'unione familiare. Sicché anche l'Europa è chiamata a esprimere, sulla base di considerazioni di ragionevolezza "laica", se non una esclusività, almeno una chiara preferenza per la famiglia fondata sul matrimonio.
Non si tratta perciò d'un "tutto o niente", inaccettabile e impossibile, ma di una tolleranza che non rinuncia a giudicare le diversità. E se ciò rendesse impossibile la unanimità di sentire europeo, si continui nelle sedi nazionali a tener desta l'idea di una unità nella distinzione, senza azioni e reazioni scomposte.
A sostegno della famiglia, fondata su un impegno stabile e aperta alla fecondità, c'è anche la ricerca e l'invenzione di più ampi provvedimenti politici che favoriscano stabilità e fecondità. Ad esempio, non di rado una proclamazione solenne del valore della famiglia tradizionale sta insieme con un liberismo incontrollato della politica della casa; o con la carenza di azione efficace a favore del lavoro giovanile, carenza che rinchiude i giovani nel familismo domestico e impedisce loro una famiglia propria e una assunzione piena di responsabilità relazionale. Spesso anche la deriva facile verso i rapporti prematrimoniali è conseguenza di una relazionalità che di fatto non può istituzionalizzarsi e resta affidata alla precarietà dell'attimo. I valori ideali rimangono in politica affermazioni moralistiche se sono sganciate dai processi di decisione, quasi che si sostengano da soli: anch'essi, come la colomba di Kant, hanno bisogno di una atmosfera per volare. Ambrogio notava che durante la precarietà e la tragedia del diluvio gli uomini - e nemmeno gli animali - non esercitavano una vita familiare compiuta: "Era quello tempo di pianto, non di gioia, e quindi il giusto non si rallegrava dell'unione con la consorte e i figli del giusto non ricercavano l'amplesso coniugale: quanto sarebbe stato indecente che, nel tempo in cui i vivi morivano, allora essi generassero persone destinate alla morte!" Ci vuole una serenità sociale ed economica per favorire la famiglia: "dopo, giustamente, quando il diluvio si ritirò, si ebbe uso e cura del matrimonio, per spargere la semente di altri uomini" (de Noe, 76). Se la precarietà del diluvio è stata superata grazie alla solidarietà d'emergenza d'uno spazio accomunante - l'arca -, solo l'arcobaleno d'una società più pacificata permetterà di assumere con maggiore fiducia la stabilità, la responsabilità e la fecondità che sono le note impegnative della famiglia che la nostra tradizione ha conosciuto.

5. LA SFIDA DELLA SOCIETÀ MULTIETNICA

A produrre una sempre più variegata gamma di modelli familiari concorre l'irruzione tra noi della società multiculturale e multireligiosa, che in alcuni casi tocca in maniera rilevante anche l'istituto della famiglia e del matrimonio.
È vero che spesso la civiltà e il diritto proprio di tradizioni religiose e civili diverse dalla nostra sono molto meno compatti e monolitici di quanto appaia a prima vista. Tuttavia in alcuni mondi religiosi resta la costante, che si configura come uno spinoso problema, della sovrapposizione di religione e politica e della immediata derivazione del diritto positivo da istanze puramente religiose. Se è vero che il matrimonio, presso probabilmente la maggioranza delle culture, fa perno, alla stessa stregua del nostro costume civile e giuridico, sul consenso delle parti contraenti, tuttavia in vari casi emerge, come costitutiva del costume e della legislazione, una disparità di diritti e di doveri tra uomo e donna e un rilievo decisivo conferito alla fede religiosa in rapporto allo status giuridico coniugale e familiare.
Al profilo della disparità di diritti sono da ricondurre prassi come il diritto dell'uomo ad avere contemporaneamente più mogli; il diritto, sempre del marito, al ripudio unilaterale della moglie; il diritto solamente maschile di esercitare la potestà sui figli ecc. A1 profilo della fede religiosa si riconnette per esempio la prassi dello scioglimento automatico del matrimonio in caso di conversione del coniuge ad altra religione, la possibilità di sottrarre la custodia dei figli alla madre quando si ha il fondato sospetto che essa possa crescerli in un'altra religione, l'impedimento alla successione in caso di differenza di religione ecc.
Di qui potrebbero nascere molteplici elementi di contrasto con il nostro codice civile. Su questo fronte si richiede perciò un accorto discernimento. I1 matrimonio e la famiglia sono il cuore stesso di una civiltà, lì è custodito il nucleo più intimo di una cultura e di una tradizione che fa tutt'uno con la nostra identità collettiva. La doverosa, cordiale apertura al pluralismo delle culture e dei modelli familiari deve convivere con la cura di custodire principi e valori di portata universalistica, retaggio della nostra tradizione europea e occidentale. Solo l'esercizio di tale discernimento, dentro la società multiculturale che sarà sempre più la nostra, può metterci al riparo, per un verso, dal relativismo e dal sincretismo e, per altro verso, dalle derive dello Stato etico.
Nel primo caso si favorirebbe l'emergere di un individuo decontestualizzato, sradicato da ogni patrimonio culturale e dunque in balia dei più diversi modelli di convivenza, tutti posti indifferentemente sullo stesso piano. Nell'altro caso avremmo di fronte comunità "blindate", inclini ad assolutizzare, sino alla pretesa di imporli agli altri, i propri modelli di convivenza. Che è cosa diversa, ripeto, dal dovere di vagliare con cura la compatibilità dei vari modelli familiari con quel nucleo di principi e di valori, di matrice illuministica e cristiana, cui non possiamo e non dobbiamo rinunciare. L'illuminismo e il cristianesimo, che innervano la nostra civiltà, pur essendo entrati storicamente in contrasto, col tempo hanno prodotto una sintesi preziosa che fa perno sulla dignità della persona umana e sul carattere inalienabile dei suoi diritti fondamentali, quelli confluiti nella Dichiarazione universale del 1948. È in nome di essi e non dell'occidentalismo e di una sua pretesa superiorità che il nostro ordinamento, in materia di matrimonio, non può recepire acriticamente taluni istituti di un diritto matrimoniale diverso che sminuiscano il principio dell'uguaglianza, della pari dignità sociale e della libertà religiosa.
Si potranno e si dovranno mettere a punto, anche in tema di matrimonio e famiglia, modelli di integrazione giuridica atti a propiziare o sigillare, a livello di diritto positivo, i processi di integrazione sociale con comunità di tradizioni differenti. Sempre però nel quadro di quegli irrinunciabili diritti fondamentali della persona, misconoscendo i quali, verrebbero meno le precondizioni stesse della possibilità di una giusta integrazione, che rispetti le identità e favorisca la comunione. Dialogo e convivenza sono possibili se e solo se tutti si conviene su un solo ma decisivo punto: e cioè che l'altro da me, ancorché diversissimo, è, come me, persona, cioè soggetto libero e titolare, in radice, di eguale dignità e dei medesimi diritti che gli competono appunto in quanto persona. Può sembrare poco, ma in realtà qui , in nuce, sta tutto intero il patrimonio della nostra civiltà e la sua vocazione universalistica.

6. LA FAMIGLIA TRADIZIONALE DEVE RIPRESENTARE I SUOI VALORI ANCHE PUBBLICI

Vorrei esprimere qui, come ultima riflessione, una parola sul compito culturale che spetta oggi alla comunità familiare e a tutte quelle "agenzie" che sono interessate a mantenere alto il significato della vita familiare.
Appare, da quanto si è detto fin qui, che la famiglia tradizionale non ha più dalla sua la forza di un'evidenza etica condivisa che le permetta di imporsi come d'autorità. Ha bisogno di far emergere i suoi valori in forma comunicativa e accessibile, di fronte al proliferare di nuove forme di legame, che forse sono anche reazioni parziali e polemiche a promesse mancate. In ogni caso la famiglia deve "dirsi" e "giocarsi" senza appoggiarsi unicamente alla forza della sua tradizione.
È tuttavia possibile oggi cogliere una rinnovata capacità dell'istituto familiare di rispondere proprio alle complesse richieste di questa nostra società, che pure insidia l'esclusiva della concezione della famiglia. Occorre anche ricordare che gli attacchi alla famiglia non sono soltanto cosa di oggi. La famiglia è stata insidiata fortemente altre volte nel corso della storia. Una storia che mostra come la famiglia abbia resistito più e meglio di altri istituti etici e giuridici al logorio del tempo, perché essa ha in sé la duttilità inesausta dell'amore oblativo, che è ciò che meglio resiste alle stesse crisi epocali, più ancora di ogni dimostrazione, di ogni ideologia o di ogni invenzione giuridica. Già il Concilio Vaticano II, nella Costituzione pastorale "Gaudium et Spes", notava che "non dappertutto la dignità di questa istituzione brilla con identica chiarezza [...] Tuttavia il valore e la solidità dell'istituto matrimoniale e famigliare prendono risalto dal fatto che le profonde mutazioni dell'odierna società, nonostante le difficoltà che con violenza ne scaturiscono, molto spesso rendono manifesta in maniere diverse la vera natura dell'istituto stesso" (n.47).
Che la famiglia non sia solo un istituto di tipo confessionale, ma che nel disegno di Dio e nella storia dell'uomo essa abbia avuto ed abbia una rilevanza sociale è deducibile proprio dalle caratteristiche della famiglia. Ne enunceremo alcune che ci sembrano di particolare rilevanza ed utilità a creare una rinnovata evidenza intorno alla famiglia. E che restano tipiche, nella loro compiutezza, della sola famiglia, anche se l'una o l'altra di esse possa rinvenirsi in altri tipi di rapporto.
Intanto, il suo essere relazionale, cioè non puro ambiente in cui si muove la somma degli individui che la compongono, ma sede in cui si apprendono e si sviluppano gesti di responsabilità interindividuali (cioè personali), perché toccano la sfera degli altri. E la toccano primariamente dentro un rapporto di amore e di fedeltà liberamente accettata: donde nasce anche la caratteristica di scuola di donazione, che si riversa sulla città e ne diminuisce la conflittualità; donde nasce l'accettazione, nella famiglia, di chi non è accolto dalla città o ne è stato respinto dalla impersonalità della legge. La famiglia è il luogo in cui il costume sociale filtra nell'individuo e viene fissato nella coscienza, diventando abitudine o ethos, attraverso la cogenza dell'amore prima che attraverso l'obbligatorietà della legge. Si può dire, con un fondatore del personalismo, Emmanuel Mounier, che la famiglia "socializza l'uomo privato e interiorizza i costumi" [3].
La famiglia è cellula del popolo non solo in un senso orizzontale, ma anche verticale, cioè intergenerazionale, e mette perciò in relazione uguaglianza e diversità originarie. La fecondità è mezzo di questa pienezza della famiglia. Già nel libro della Genesi (1,28), all'affermazione che Dio creò l'uomo maschio e femmina, segue immediatamente sia l'invito alla moltiplicazione sia quello a riempire la terra, e quindi a umanizzare il mondo. La fecondità - dice Ambrogio - procura coltivatori e contemplatori del mondo, amplia la possibilità di crescita della fiducia in Dio: "Fiorisca a nuova primavera, a lode di Dio, la terra, perché trova coltivatori; il mondo, perché trova conoscitori; la Chiesa perché aumenta il numero del popolo che crede" (Exp. ev. Luc., 1,30).
Tutto questo diventa di fondamentale rilevanza sociale in quanto sussiste nella famiglia un patto di stabilità: altrimenti quelle note caratteristiche sono turbate dal sospetto della provvisorietà. Se non c'è sullo sfondo la volontà di stabilità, i benefici della famiglia perdono quel supplemento di valore che hanno rispetto a qualsiasi rapporto economicistico, anzi possono gettare in una più amara disperazione chi aveva su di essi investito o ne aveva assaporato i primi sorsi.
Ma più ancora che una declinazione di caratteri, è utile alla idea di famiglia, quale è nella nostra tradizione, che essa manifesti nel fatto, in via testimoniale, la sua bontà e la sua natura, che costitutivamente è strutturata a superare i tempi di angoscia, perché è luogo di amorevole medicazione delle debolezze dell'umano. Quindi la famiglia è istituzione relazionale destinata a imporsi più e meglio di altre perché costituita sull'amore. E se si indebolisce la famiglia, il rammarico non vada soltanto alla perdita d'una possibilità di trasmissione d'un legame religioso, ma alla caduta della dimensione dell'amore.
L'amore è presente nella famiglia nella vasta gamma della sua intensità e qualità. C'è quello, diremmo, necessitato, insediato nelle profondità biologiche; c'è quello di scelta; c'è quello di solidarietà mutua. Ma tra tutti intercorrono scambi difficili da separare, sicché la famiglia è crocevia di fatti di natura e di cultura: "L'amore dei padri per i figli è una legge di natura. L'amore dei mariti per le loro mogli è una legge di Dio, che ha convertito in fatto di natura l'amore coniugale, in vista della formazione di un solo corpo e un solo spirito. L'amore tra fratelli è una tendenza tipica della natura che ha trasformato in capacità di amore il lungo calore goduto dentro il medesimo ricettacolo" (Ambrogio, Exp.ps. CXVIII, 15,17).
Ci aiuti il nostro patrono a vivere ancora oggi della gioia e della forza di questa capacità di amore.


NOTE

1. Cfr. ad es. G. Campanini, La famiglia fra "pubblico" e "privato", in Aa.Vv., La coscienza contemporanea tra "pubblico" e "privato": la famiglia crocevia della tensione, Milano 1979, p. 78
2. Cfr. il documento Famiglia, matrimonio e "unioni di fatto" del Pontificio Consiglio per la Famiglia, 26 luglio 2000.
3. E. Mounier, Il personalismo, trad. it., Roma 1974.

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