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L’enciclica

Evangelii gaudium

di papa Francesco:

una chiesa fraterna,

capace di amore

Enzo Bianchi


Introduzione

L’esortazione apostolica Evangelii gaudium (24 novembre 2013), “La gioia del Vangelo”, è il primo documento magisteriale di papa Francesco, perché l’enciclica Lumen fidei (29 giugno 2013), da lui firmata, era stata scritta da Benedetto XVI, senza che però lui stesso la giudicasse terminata e dunque pubblicabile. È vero che questa esortazione di Francesco vuole essere una pagina di magistero, a seguito del sinodo su “La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana”, ma in realtà è un testo che indica il programma del suo pontificato e vuole essere una traccia per una nuova stagione della chiesa. Per questo non reca nell’intestazione l’aggettivo “post-sinodale”.
Evangelii gaudium non è un documento sull’evangelizzazione del mondo di oggi, come voleva essere ed è stata l’esortazione apostolica di Paolo VI Evangelii nuntiandi (8 dicembre 1975), ma, come indica il sottotitolo, è un’esortazione sull’annuncio del Vangelo. Non dunque sull’evangelizzazione in generale, che è attività multiforme della chiesa (annuncio, catechesi, liturgia, formazione, ecc.), ma sull’annuncio, sul kérygma: “La bellezza dell’amore di Dio che dà salvezza manifestato in Gesù Cristo morto e risorto” (EG 36).
Francesco cita le proposizioni sulla nuova evangelizzazione espresse dai padri sinodali, ed essendo stato lui stesso uno di loro non ignora i lavori di quell’assemblea (7-28 ottobre 2012), ma nell’Evangelii gaudium espone il suo pensiero, che chiede a tutti nella chiesa “una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come stanno” (EG 25). Egli va oltre l’esperienza sinodale, rendendo presente nell’esortazione la sua lunga esperienza pastorale e l’urgenza da lui avvertita di inaugurare una nuova tappa dell’impegno missionario della chiesa. Siamo di fronte a un testo che sorprende per la sua forma fresca, performativa, anche se a volte, proprio perché vuole essere eloquente e diretto, può apparire poco ordinato, con riprese di temi e di considerazioni, con ripetizioni dello stesso lessico.
Il testo è “pastorale” ma non si insista su questa qualifica per diminuirne l’autorità e l’importanza, perché le indicazioni in esso contenute – seppur formulate con il linguaggio semplice, diretto e caldo tipico di papa Francesco, il quale crea espressioni ad effetto, neologismi che richiamano l’attenzione, conia frasi che rimangono impresse nel lettore – sono determinanti per la vita della chiesa e appaiono ispirate da una visione teologica profonda, dall’assiduità con i padri della chiesa e dal magistero precedente, soprattutto quello del concilio Vaticano II e di Paolo VI. Più in particolare, “conversione pastorale” significa convertire una chiesa preoccupata di autoconservarsi in una chiesa che con coraggio incontra la società di oggi. Significa invertire il cammino: non chiedere agli altri di venire ma andare verso gli altri, raggiungerli là dove sono, senza giudicare le loro qualità di fede o morali. Significa lasciare le sicurezze e le protezioni del porto per inoltrarsi in acque profonde, in mare aperto, alla ricerca di altri lidi e di altre terre. Significa per la chiesa “uscire”, in un movimento di ék-stasis, per non guardare a se stessa ma a quelli che Dio ha tanto amato da dare loro il suo Figlio amato (cf. Gv 3,16). Significa non voler stare al centro o al di sopra degli altri, ma chinarsi umilmente ai loro piedi per lavarli, averne cura, servirli. Significa smettere di avere paura ma rischiare l’incontro con quelli che sono diversi o addirittura sono “contro di noi”, perché solo l’incontro può mutare situazioni paralizzate.
Parlando ai suoi presbiteri di questa esortazione, un vescovo l’ha definita “una lettera per i campesinos”, ma questo giudizio ai miei occhi è altamente positivo. Significa che è una lettera leggibile e comprensibile dal popolo di Dio, che viene coinvolto mediante espressioni come queste:
Ci sono cristiani che sembrano avere uno stile di Quaresima senza Pasqua (EG 12).
Il confessionale non dev’essere una sala di tortura bensì il luogo della misericordia del Signore (EG 44).
La chiesa non è una dogana, è la casa paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa (EG 47).
Si pensi anche ai ripetuti inviti:
Non lasciamoci rubare l’entusiasmo missionario (EG 80)!
Non lasciamoci rubare la gioia dell’evangelizzazione (EG 83)!
Non lasciamoci rubare la speranza (EG 86)!
Non lasciamoci rubare la comunità (EG 92)!
Non lasciamoci rubare il Vangelo (EG 97)!
Non lasciamoci rubare l’ideale della fraternità (EG 101)!
Non lasciamoci rubare la forza missionaria (EG 109)!
Sempre in stile bergogliano, fioriscono le immagini della “chiesa in uscita” (cf. EG 20-24) e delle “periferie esistenziali” (cf. EG 20.46). Un confronto con i testi precedenti del magistero, consente anche di mettere in luce la novità delle citazioni: non solo sante Scritture, padri della chiesa e concili, ma anche documenti di diverse conferenze episcopali, tra i quali il più menzionato è il Documento di Aparecida (31 magio 2007), di cui Bergoglio era stato uno dei principali redattori. Si cita un messaggio dell’Azione Cattolica Italiana alla chiesa e al paese (nota 62 a EG 77) e troviamo addirittura frasi di Bernanos (EG 83), Newman (EG 86), De Lubac (EG 93), Guardini (EG 224)…
Infine, in questa rapida introduzione va sottolineata la continuità, non di stile ma di spirito, con la costituzione conciliare sul mondo contemporaneo Gaudium et spes e con le esortazioni apostoliche di Paolo VI Gaudete in Domino (9 maggio 1975) ed Evangelii nuntiandi, oltre all’enciclica Ecclesiam suam (6 agosto 1964), pubblicata durante il concilio e citata più volte nell’Evangelii gaudium. Sulla scia di Gaudium et spes, la nostra esortazione sottolinea l’importanza della storia nella quale si inserisce la chiesa come popolo di Dio, insiste sul “mondo di oggi” nel quale cercare “i segni dei tempi” e soprattutto la presenza dell’amore inesauribile di Dio anche per il mondo segnato dal male e dal peccato. La volontà di Francesco di collegarsi ai documenti di Paolo VI sopra citati è rintracciabile inoltre nell’insistenza sulla gioia dell’evangelizzazione, nell’evidenziare il nucleo e il centro della buona notizia, il kérygma, nonché nell’insistenza sulla testimonianza prima ancora che sulla comunicazione verbale. La volontà di Francesco nei suoi gesti, nei suoi atti e nel suo magistero è quindi quella di applicare il concilio nella sua totalità come “evento, testi e spirito”, senza nostalgie regressive, così che Evangelii gaudium si mostra un atto di ricezione convinta e dinamica.
Papa Francesco dichiara però apertamente che questo testo non vuole essere una trattazione particolareggiata delle molteplici questioni riguardanti l’evangelizzazione, la chiesa e il mondo, perché è sua convinzione che “non che si debba attendere dal magistero papale una parola definitiva o completa su tutte le questioni che riguardano la chiesa e il mondo”. Infatti “non è opportuno che il papa sostituisca gli episcopati locali nel discernimento di tutte le problematiche che si prospettano nei loro territori” (EG 16). Evangeli gaudium intende solo proporre alcune linee che possano “incoraggiare e orientare in tutta la chiesa una nuova tappa evangelizzatrice, piena di fervore e dinamismo” (EG 17) e “ha un significato programmatico e dalle conseguenze importanti” (EG 25); per questo il papa ha chiesto più volte agli episcopati, tra i quali quello italiano, di realizzare le istanze in essa contenute, accogliendone le indicazioni profetiche.
Ecco dunque le tappe dell’itinerario che Francesco vuole farci percorrere:
1. Una chiesa gioiosa.
2. Una chiesa in stato di conversione.
3 Una chiesa che dà il primato al Vangelo.
4. Una chiesa fraterna.
Questi i temi maggiori dell’esortazione, che sovente si intrecciano e si riecheggiano l’un l’altro, favorendo nel lettore o nella lettrice l’accoglienza e il discernimento di ciò che sta più a cuore a Francesco.

Una chiesa gioiosa

Conosciamo bene i rimproveri che sono stati fatti a noi cristiani, soprattutto negli ultimi secoli, riguardo alla nostra incapacità di gioia, di letizia, di rallegrarci oggi nella storia e in mezzo agli uomini. Basterebbe citare una delle contestazioni mosse da Friedrich Nietzsche, un visionario capace di scovare in modo paradossale i vizi dei cristiani. Scriveva in Umano troppo umano (1879): “(Cristiani,) le vostre facce sono state per la vostra fede più dannose delle vostre ragioni. Se il lieto messaggio della vostra Bibbia vi stesse scritto in viso, non avreste bisogno di esigere così costantemente fede nell’autorità di questo libro” (II,1,98). Numerosi altri pensatori hanno chiesto ai cristiani di essere coerenti con la gioia del loro annuncio e Paolo VI, nella Gaudete in Domino e in molti altri interventi, ha chiesto che la vita cristiana fosse capace di mostrare la sua capacità gioiosa. Papa Francesco condivide questa richiesta con convinzione, anche perché è un cristiano gioioso, di una gioia che non si iscrive in un facile ottimismo ma è generata dalla fede, dalla speranza e dal bonum della carità.
Così risuona l’inizio dell’esortazione: “La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che incontrano Gesù” (EG 1). La gioia nasce da un incontro, da una relazione, dalla scoperta di un tesoro incalcolabile, per avere il quale si è disposti a lasciare tutto, perché si percepisce che la propria vita dipende da quella scoperta (cf. Mt 13,44-45). I profeti, quando si indirizzavano al popolo di Dio in attesa, per annunciargli la venuta della sua salvezza, lo invitavano alla gioia, perché il Dio che viene porta liberazione, pace, giustizia per i suoi poveri, per i credenti in lui. Davanti al Veniente la comunità del Signore deve cantare, danzare, rallegrarsi (cf. Is 9,2; 12,6; 40,9; 49,13; Sof 3,14.17; Zc 2,14; 9,9).
Significativamente, la venuta del Figlio di Dio in mezzo a noi avviene in un’atmosfera di gioia: Maria è invitata dall’angelo a rallegrarsi (cf. Lc 1,28), Giovanni esulta di gioia nel grembo di sua madre Elisabetta (cf. Lc 1,41), Maria canta nel Magnificat la sua esultanza (cf. Lc 1,46-55). E dopo l’ora della passione di Gesù, del suo esodo da questo mondo al Padre, la gioia torna a essere presente nei discepoli come dono del Risorto, gioia che nessuno può rubare (cf. Gv 15,11; 16,20-22): questa gioia accompagnerà la chiesa nella sua missione nel mondo, come segno della presenza del Risorto vivente.
Francesco chiede questa stessa gioia ai cristiani di oggi, che sembrano spesso tristi, depressi, sotto il peso dei doveri e dei precetti e non nella gioia della libertà. I cristiani non sembrano vivere nello spazio della libertà e dell’amore, ma come costretti a un “fare”, a un “comportarsi”, che non scaturisce dalla forza della grazia, ma dall’imposizione della legge. Per questo Francesco ripete le parole care a Benedetto XVI: “All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro … con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva” (Enciclica Deus caritas est [25 dicembre 2005],1, citata in EG 7).
Essere evangelizzati significa essere portati ad abitare la gioia, e solo allora evangelizzare sarà un portare la gioia, permettendo allo Spirito santo di innestarla in chi accoglie il Vangelo. La gioia – non lo si dimentichi – è il dono del Risorto (cf. Gv 16,21-22), ma è simultaneamente “il frutto dello Spirito” (Gal 5,22): per questo, discende dal Signore risorto e raggiunge il cuore del cristiano per essere diffusa, estesa, portata agli uomini e alle donne. Così “la chiesa non cresce per proselitismo ma ‘per attrazione’” (EG 14; citazione di Benedetto XVI, Omelia presso il santuario “La Aparecida” del 13 maggio 2007), mediante quella gioia che viene moltiplicata e raggiunge il cielo quando il peccatore si converte (cf. Lc 15,7), perché Dio mostra la sua misericordia e la fa regnare.

Una chiesa in stato di conversione

Nel capitolo primo papa Francesco si sofferma sull’annuncio del Vangelo che chiama a conversione: “Convertitevi e credete al Vangelo” (Mc 1,15). Il cristianesimo non è innanzitutto una dottrina, un insieme di insegnamenti morali, un’esecuzione di riti, ma è l’incontro con l’umanità del Figlio di Dio, Parola fatta carne (cf. Gv 1,14); è l’incontro con il Vangelo, nel senso che il Vangelo è Gesù cristo e Gesù Cristo è il Vangelo. Afferma con forza Evangelii nuntiandi:
La santa Scrittura è fonte dell’evangelizzazione. Pertanto, bisogna formarsi continuamente all’ascolto della Parola. La chiesa non evangelizza se non si lascia continuamente evangelizzare. È indispensabile che la parola di Dio “diventi sempre più il cuore di ogni attività ecclesiale” (EG 174; citazione di Benedetto XVI, Esortazione apostolica Verbum Domini [30 settembre 2010],1) (EG 174).
Francesco ribadisce quanto era stato affidato alla chiesa dalla Verbum Domini di Benedetto XVI: egemonia, centralità, primato della parola di Dio e assoluta esigenza dell’ascolto, una vera arte, perché “ascoltare è molto più che sentire” (EG 171). La chiesa è innanzitutto creatura Verbi, in ascolto del Verbo, è serva della Parola, sotto l’autorità della parola di Dio. È ecclesia audiens, in ascolto della Parola viva ed eterna, seme di vita immortale (cf. 1Pt 1,23), “Parola [che] ha in sé una potenzialità che non possiamo prevedere. Il Vangelo parla di un seme che, una volta seminato, cresce da sé anche quando l’agricoltore dorme (cf. Mc 4,26-29). La chiesa deve accettare questa libertà inafferrabile della Parola, che è efficace nel suo modo proprio, e in forme molto diverse, tali da sfuggire le nostre previsioni e rompere così i nostri schemi” (EG 22).
Solo l’efficacia divina di questa Parola può causare e chiamare alla conversione ogni singolo cristiano e la chiesa tutta. Conversione è una parola decisiva nell’esortazione, accostabile ad altre espressioni ricorrenti: trasformazione missionaria, conversione ecclesiale e pastorale, continua riforma, purificazione, rinnovamento. Francesco vuole un concreto, reale mutamento di stile nella chiesa, una conversione profonda delle persone e delle istituzioni, una trasformazione dei cuori. Se ciò non avviene nella vita concreta della chiesa, allora il rischio è quello di “comunicare [agli uomini e alle donne] la verità su Dio e sull’essere umano [consegnando] loro un falso dio”, una sua immagine idolatrica e perversa, “o un ideale antropologico che non è veramente cristiano” (EG 41). Secondo papa Francesco questa conversione si attua realizzando “una chiesa in uscita” (EG 20), non ossessionata dalla paura di sbagliare, non alla ricerca di false protezioni, non rinchiusa in una cittadella o in un ovile dove norme e abitudini fanno sentire tranquilli. Insomma, con le parole del papa: “Non voglio una chiesa preoccupata di stare al centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedure” (EG 49).
Certo, questa immagine della chiesa in uscita può essere presa e ripetuta come slogan; ma se la si accoglie dandole il contenuto biblico che la ispira, allora la chiesa in uscita è chiesa dell’esodo, chiesa che percorre i sentieri dell’umanità, senza delineare sentieri propri, chiesa che teme ogni autoreferenzialità, che non chiede per sé esenzioni o statuti privilegiati ma cammina con fiducia e nella libertà verso il Regno che viene. È una chiesa in uscita verso gli uomini e le donne che attendono segni e parole capaci di raccontare loro la vittoria dell’amore sulla morte, la liberazione dagli assetti alienanti di questo mondo, il cammino dell’umanizzazione: chiesa in uscita senza paure verso gli spazi estesi della libertà; chiesa con le porte aperte che non teme chi cerca di vedere Gesù (cf. Gv 12,20-21), anche se distante, diverso, o addirittura in contraddizione con la fede e il Vangelo. “Preferisco” – scrive il papa – “una chiesa accidentata, ferita e sporca”, che si presenta in superficie a volte un po’ disordinata “per essere uscita per le strade, piuttosto che una chiesa” cristallina e adamantina ma fredda, da ammirare non da amare, “malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze” (EG 49).
A proposito di chiesa in uscita si può citare una parabola non raccontata da Gesù, ma ispirata dal non detto di un suo celebre racconto (cf. Lc 15,4-7). Un uomo aveva cento pecore e ne perse una nel deserto. Accortosi della sua assenza, pensò che fosse bene rimanere con le altre novantanove nell’ovile, piuttosto che andarla a cercare lasciandole sole. Il giorno dopo perse un’altra pecora e fece lo stesso ragionamento. E così, giorno dopo giorno, alla fine rimase nel suo recinto con una sola pecora, perché le altre novantanove si erano perdute ed egli non le aveva ritrovate, né curate, né riportate a casa. Questo è ciò che quotidianamente avviene in molti ovili ecclesiali: avviene silenziosamente, perché oggi le pecore se ne vanno senza contestare, ma restano fuori… Che pastore è un simile pastore? Non certamente quello profetizzato da Geremia (cf. Ger 23,1-8) ed Ezechiele (cf. Ez 34) e apparso in Gesù Cristo (cf. Gv 10,1-30)!
L’intenzione profonda che si coglie in questo primo capitolo è quella di porre subito come questione urgente la riforma della chiesa; amerei dire la riforma dello stile che è corrispondenza tra forma e contenuto, coerenza tra ciò che la chiesa annuncia e ciò che vive. Si tratta perciò di guardare a Gesù, alla sua postura in mezzo alla gente, al suo modo di incontrare peccatori e santi, malati e sani, poveri e ricchi, bambini e anziani: quello stile con cui Gesù guardava innanzitutto alla sofferenza degli esseri umani e non al loro peccato, accoglieva le loro fatiche e con la sua santità toccava il loro peccato, non condannava e non giudicava mai, ma “ospitava” tutti, facendo loro l’offerta del perdono e della vita in pienezza, la vita sensata e salvata. L’eucaristia stessa che Gesù ha offerto non è mai stata – come già diceva Benedetto XVI – un premio per i perfetti, una garanzia per gli osservanti, ma una medicina, un viatico, un cibo per i deboli (cf. Ambrogio, Sui sacramenti IV,6; Cirillo di Alessandria, Sul vangelo di Giovanni IV,2).
Assumere lo stile del Vangelo, riferirsi alla vita umanissima di Gesù, vera narrazione di Dio (exeghésato: Gv 1,18), è vivere la fede ed essere non militanti, ma umili discepoli e discepole alla sequela di Gesù stesso.

Una chiesa che dà il primato al Vangelo

Il capitolo terzo è il più esteso, il più debitore al sinodo sull’evangelizzazione, e tuttavia anche qui papa Francesco ha saputo tratteggiare alcuni punti tipici della sua teologia e della sua sollecitudine pastorale che, se pure danno al testo una certa disomogeneità, sono quanto mai eloquenti e in grado di fornire indicazioni pratiche. Qui mi limito a mettere in risalto due punti.
In primo luogo, chi è il soggetto dell’evangelizzazione? Tutta la chiesa come popolo di Dio. L’evangelizzazione non è riservata a una componente della chiesa, come si pensava in passato, né può essere delegata a un gruppo particolare. Tutti i battezzati sono soggetti dell’evangelizzazione e in essa coinvolti. Ma lasciamo la parola a Francesco:
Soggetto dell’evangelizzazione è ben più di una istituzione organica e gerarchica, poiché anzitutto è un popolo in cammino verso Dio. Si tratta certamente di un mistero che affonda le sue radici nella Trinità, ma che ha la sua concretezza storica in un popolo pellegrino ed evangelizzatore, che trascende sempre ogni pur necessaria espressione istituzionale (EG 111).
Soggetto dell’annuncio del Vangelo è dunque tutto il popolo cristiano, e questo è detto con una forza inedita: tutto il popolo, non un gruppo, non un’élite, ma un popolo dai molti volti, proveniente da molte culture, un popolo plurale, policromo e multiforme, plasmato nella comunione dello Spirito santo e nell’unità del corpo di Cristo (cf. EG 113-118). La chiesa non respira e non vive attraverso piccoli gruppetti di persone selezionate o che si scelgono, attraverso comunità che si vogliono élites spirituali, autoreferenziali e segnate dall’autarchia esistenziale, ma vive quando raduna dai crocicchi delle strade e dalle periferie della società poveri e malati, deboli e forti, giusti e peccatori.
In questo popolo tutti sono discepoli evangelizzati e dunque missionari, evangelizzatori, in quanto membri di un popolo profetico che sa annunciare la parola ricevuta dal Signore. Ed è proprio lo Spirito santo, il quale ha unto Gesù ed è unzione di tutti i cristiani, che spinge a evangelizzare e abilita alla missione attraverso l’infallibilità in credendo. Ogni battezzato o battezzata nella comunione dello Spirito riceve in dono il sensus fidei, l’istinto, il fiuto della fede, che lo aiuta al discernimento in vista della testimonianza e della missione (cf. EG 119). L’insistenza sul popolo tutto di Dio quale soggetto dell’annuncio dovrebbe realmente rendere ogni cristiano consapevole di tale responsabilità e spingerlo a vincere ogni timidezza, ogni indolenza alla testimonianza concreta e quotidiana del Vangelo e al rendere conto della speranza deposta nel cuore dallo Spirito santo (cf. 1Pt 3,15; Rm 5,5).
La chiesa deve saper chiamare tutti, accogliere tutti nel suo grembo, nutrirli della parola del Vangelo ma anche renderli capaci di annunciare ciò che essi per grazia hanno ricevuto e vissuto. La chiesa è grembo della Parola, perché il cristiano da essa nutrito sia evangelizzatore; la chiesa è grembo di misericordia, perché il cristiano la sperimenti e possa annunciarla agli altri; la chiesa è casa della comunione, perché il cristiano la sappia indicare all’umanità; la chiesa è spazio di fraternità e amore reciproco, perché il cristiano possa diffondere l’amore tra tutti i suoi fratelli e sorelle in umanità.
Proprio per questo la parrocchia, di cui si parla al paragrafo 28, è il luogo che raccoglie i chiamati dal Signore, per farne degli evangelizzatori. Papa Francesco privilegia la forma parrocchiale della vita ecclesiale, perché nella parrocchia le persone possono unire la loro vita quotidiana e familiare con la vita ecclesiale; perché nella parrocchia la chiesa incarna la sua vera immagine di uomini e donne che non si sono scelti, che non sono selezionati in base a qualche aspetto del cristianesimo; perché nella parrocchia si può vivere l’esperienza ecclesiale, dal battesimo alla morte, in un tessuto ecclesiale magari povero ma persistente. Collocata “presso la casa” (pará-oikía), la parrocchia vive la prossimità con gli uomini e le donne senza esenzioni e senza spirito elitario o tantomeno settario, e per questo è soggetto dell’annuncio nel quotidiano e duro mestiere umano del vivere. E i movimenti ecclesiali, le nuove comunità o altre aggregazioni non siano mai tentati dall’autoreferenzialità, dal restare distanti dalla realtà viva e ricca della parrocchia, incamminandosi su sentieri in cui si rischia di creare la dinamica della chiesa parallela (cf. EG 29). Lo ripeto: non ci sono soggetti privilegiati dell’evangelizzazione nella chiesa ma ogni battezzato, con i propri doni e in misura del grado di fede di ricevuta, può essere evangelizzatore nell’uguale e comune dignità dei battezzati.
La seconda indicazione molto bergogliana in questo capitolo riguarda l’oggetto dell’annuncio del Vangelo indicato nel kérygma, nel messaggio fondamentale del Vangelo, così riassunto dal papa:
Gesù Cristo ti ama,
ha dato la sua vita per salvarti,
e adesso è vivo al tuo fianco ogni giorno,
per illuminarti, per rafforzarti, per salvarti (EG 164).
Questo il primo annuncio, espresso non in termini dottrinali ma nella forza del “fuoco dello Spirito che … ci fa aderire a Gesù Cristo, il quale con la sua morte e resurrezione ci rivela e ci comunica l’infinita misericordia del Padre” (ibid.) e ci dona la salvezza. Primo annuncio “in senso qualitativo (ibid.) – specifica papa Francesco – perché annuncio principale sempre da ascoltare, contemplare, meditare, interpretare e ri-annunciare. A questa rivelazione si accompagna il comandamento nuovo e definitivo dell’amore reciproco lasciato da Gesù ai suoi discepoli come adempimento di tutta la Legge (cf. EG 161; Gv 13,34; 15,12; Rm 13,8.10; Gc 2,8; Gal 5,14; 1Gv 4,7-21).
L’annuncio dunque è semplice! Occorre annunciare l’essenziale e non perdersi nella moltitudine delle dottrine, nell’insistenza sugli aspetti morali, che sono rilevanti nella vita cristiana ma che non costituiscono il centro dell’annuncio salvifico. Concentrarsi sull’essenziale secondo Francesco significa anche tenere presente “una ‘gerarchia’ delle verità” (EG 36) assolutamente da riconoscere, come già chiedeva il Vaticano II (cf. Unitatis redintegratio 11). C’è per il papa “un nucleo fondamentale” che risplende e narra la bellezza dell’amore di Dio (cf. EG 36). L’appello alla semplicità dell’annuncio di Cristo morto e risorto chiede dunque di vigilare, perché ciò che è determinante nella nostra fede e nel nostro annuncio è Gesù Cristo morto e risorto, colui che ha narrato “Dio” che “è agápe, amore” (1Gv 4,8.16). Ciò che Benedetto XVI chiedeva come ablatio, eliminazione dell’inessenziale, affinché l’essenziale di Cristo risulti visibile (cf. Discorso alla curia in occasione degli auguri natalizi, 22 dicembre 2005), papa Francesco lo chiama “nucleo essenziale del Vangelo che gli conferisce senso, bellezza e attrattiva” (EG 34).
In questo capitolo sull’annuncio del Vangelo ci sono anche significative insistenze sull’ascolto della Parola e, sulla lectio divina, insieme a una lunga riflessione sull’omelia (cf. EG 135-144), ma su questi temi molti sono i contributi già presenti nella Verbum Domini di Benedetto XVI.

Una chiesa fraterna

Nell’Evangelii gaudium non c’è un capitolo espressamente dedicato al tema della vita fraterna, né mai appare la parola “sinodalità”, che invece, con la successiva celebrazione del sinodo sulla famiglia, diventa la parola chiave del pontificato di Francesco. Ma nell’esortazione sono tante le indicazioni riguardo all’urgenza di una chiesa fraterna, cioè fatta, costruita, vissuta, sentita come comunità di fratelli e sorelle.
Le parole “fraternità” e “fratelli” sono molto frequenti in questo scritto e soprattutto cariche, dense del messaggio evangelico. Noi cristiani non possiamo dimenticare che uno dei nomi dato alla chiesa, e proprio dall’apostolo Pietro nella sua Prima lettera, è “fraternità” (adelphótes: 1Pt 2,17; 5,9), divenuto poi molto frequente nella Prima lettera di Clemente ai Corinzi. La chiesa è innanzitutto una comunità di fratelli e sorelle di Gesù, come lui stesso ha proclamato (“Voi siete tutti fratelli”: Mt 23,8), tutti figli dello stesso Padre, Dio (cf. Mt 23,9). E il termine “fratelli” è anche quello con cui Gesù ha chiamato i suoi discepoli, inviando a essi le donne discepole con l’annuncio della sua resurrezione dai morti: “Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno” (Mt 28,10; cf. Gv 20,17).
La chiesa descritta negli Atti degli apostoli come la comunità nata dalla Pentecoste, è nella sua natura una fraternità di battezzati aventi tutti la stessa dignità, pur nella differenza dei doni ricevuti e dei servizi espletati. Fraternità che deve nutrirsi dell’amore chiesto da Gesù attraverso il comandamento nuovo: “Amatevi gli uni gli altri ” (allélous: Gv 13,34; 15,12); fraternità in cui la reciprocità è sempre vissuta nella gratuità e nella consapevolezza che il fratello ama il fratello perché prima è stato amato da Cristo. Allélon, “l’un l’altro”, è un atteggiamento essenziale nella chiesa intesa come fraternità. In parallelo, diventa essenziale anche la comunione del sýn, “con”: il cristiano
cammina con,
lavora con,
sente con,
soffre con,
si rallegra con.
La compagnia del vivere insieme richiede addirittura di morire insieme, come chiesto dall’Apostolo Paolo: voi fratelli “siete nel nostro cuore, per morire insieme e vivere insieme” (ad commoriendum et ad convivendum: 2Cor 7,3). Se dunque la chiesa è fraterna, vive un amore reale, che si manifesta e si fa sentire, non vive di amore astratto, ma di solidarietà, comunicazione, reciprocità, certo con l’aiuto dello Spirito che abita in ciascun cristiano come Spirito di comunione. Nell’Evangelii gaudium papa Francesco parla di “Vangelo della fraternità” (EG 179), chiede che non ci si lasci rubare l’ideale dell’amore fraterno (cf. EG 101), vuole che tutti i cristiani non perdano il fascino della fraternità (cf. EG 179) e sentano come attraente la comunione fraterna (cf. EG 99).
Il papa evoca addirittura l’immagine di una chiesa come “carovana solidale, in un santo pellegrinaggio” (EG 87) dove tutti insieme si cammina per le strade del mondo condividendo le fatiche e le gioie del duro mestiere del vivere. Egli scrive: “Sentiamo la sfida di scoprire e trasmettere la ‘mistica’ di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità” (ibid.). Ecco la fraternità concreta, contro ogni “individualismo morboso” (EG 88), fraternità vissuta con il corpo – “in un costante corpo a corpo” (ibid.) annota audacemente Francesco –, quando il volto incontra un altro volto, quando la mano stringe un’altra mano, in “una rivoluzione di tenerezza” (ibid.).
In questa esortazione, come anche in altri testi di Francesco, la fraternità è Cristo nella carne, è Cristo nei fratelli nelle sorelle, soprattutto nei più deboli, nei poveri, negli ultimi, gli esclusi della terra. Certo, si scopre Cristo “nel volto degli altri, nella loro voce, nelle loro richieste” (EG 91), si scopre Dio in ogni essere umano, perché non vi è esperienza autentica di Dio all’infuori di un’esperienza di umanità (cf. EG 87). Impressiona la concretezza della fraternità intravista dal papa, che sottintende che la mancanza di contatto fisico e di incontro reale con il fratello o la sorella faccia sì che la coscienza si cauterizzi e finisca per ignorare la realtà.
Perciò nella fraternità cristiana che è la chiesa tutti devono essere ascoltati, ne hanno il diritto, perché la chiesa come popolo di Dio in cammino raduna uomini e donne che nella forza dello Spirito, dovuta all’unzione santa, hanno il loro un istinto della fede, il sensus fidei, che li rende infallibili in credendo, nella fede. Tutti, anche i più semplici, nella chiesa credendo non sbagliano – dice il papa –, anche se a volte non trovano parole per esprimere la loro fede con precisione, non avendo strumenti adeguati all’eloquenza (cf. EG 119). Una chiesa come quella che vuole il papa sarà dunque sinodale, cioè capace di fare cammino insieme (sýn-odós): insieme, dal papa, ai vescovi, ai presbiteri, fino all’ultimo fedele. Dicevano i pagani dei primi cristiani: “Guarda quanto si amano!” (Tertulliano, Apologetico 39,7), e papa Francesco vuole che lo si dica anche oggi, vuole che lo dicano i non cristiani guardando a noi, guardando a una chiesa fraterna.

Conclusione

Concludo lasciando per un’ultima volta la parola a papa Francesco, senza alcun ulteriore commento. Siamo chiamati ad accogliere, con semplicità e determinazione, le sue esortazioni, al fine di fare delle nostre comunità cristiane luoghi di amore e di reale fraternità. In altre parole, occorre assimilare lo spirito dell’Evangelii gaudium e mettersi in movimento creativo per realizzare le indicazioni in essa contenute.
Permettetemi solo di lasciarvi un’indicazione per i prossimi anni: in ogni comunità, in ogni parrocchia e istituzione, in ogni diocesi e circoscrizione, in ogni regione, cercate di avviare, in modo sinodale, un approfondimento della Evangelii gaudium, per trarre da essa criteri pratici e per attuare le sue disposizioni, specialmente sulle tre o quattro priorità che avrete individuato in questo convegno (Cattedrale di Santa Maria del Fiore, Firenze, 10 novembre 2015, Incontro con i rappresentanti del V Convegno nazionale della chiesa italiana).
Camminare insieme è la via costitutiva della chiesa; la cifra che ci permette di interpretare la realtà con gli occhi e il cuore di Dio; la condizione per seguire il Signore Gesù ed essere servi della vita in questo tempo ferito (Saluto del S. Padre Francesco all’apertura dei lavori della 70ma Assemblea generale della Conferenza Episcopale Italiana, 22 maggio 2017).

(Napoli, Ufficio diocesano Aggregazioni laicali - 23 ottobre 2017 - Basilica di san Lorenzo Maggiore)

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