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Uno sguardo che parte

dal cuore 

Sorella Antonella - Bose

3 novembre 2017   
 

In quel tempo, 1 Un sabato si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. 2 Ed ecco, davanti a lui vi era un uomo malato di idropisìa. 3 Rivolgendosi ai dottori della Legge e ai farisei, Gesù disse: «È lecito o no guarire di sabato?». 4 Ma essi tacquero. Egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò. 5 Poi disse loro: «Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori subito in giorno di sabato?». 6 E non potevano rispondere nulla a queste parole.
(Lc 14,1-6)

La scena è vivace: siamo a tavola, a casa di un fariseo, ci sono i commensali, l’ospite, l’intervento di qualche invitato e, implicita, la gioia dello stare insieme. Come mai Gesù è invitato proprio di sabato e da un fariseo? Da dove spunta fuori l’idropico? È un tranello? Anche se piuttosto vaga, la scena è storicamente plausibile: il pasto di sabato si faceva verso mezzogiorno ed era uso invitare il rabbi di passaggio. Ed ecco entrare in scena il personaggio di disturbo, un idropico. “Essi lo stavano osservando”. C’è qui un incrociarsi di sguardi: lo sguardo dei farisei, lo sguardo di Gesù. C’è un modo di guardare la vita, le persone e ciò che accade. Il modo di guardare dei farisei è sospettoso, è come se spiassero Gesù. Era di sabato, c’era un uomo malato: che cosa avrebbe fatto? Non dicono una parola, ma Gesù registra il loro sguardo su di sé, pieno di pregiudizi, sguardo pronto ad indagare per accusare. Lui stesso li stana ponendo una domanda: “È permesso o no guarire di sabato?”. È come se svelasse ai loro stessi occhi la contraddizione celata nel loro cuore: mi avete invitato a mangiare il pane di vita e di fronte a un uomo che chiede vita la negate per via delle vostre regole!
Gesù risponde con un’azione: prende per mano l’idropico, lo guarisce e lo lascia andare. È la condanna di quello sguardo pieno di sospetti e preconcetti, ed è una risposta che si fa regola per i suoi discepoli: anteporre il bene per l’uomo all’osservanza delle prescrizioni religiose. Con un esempio Gesù chiarisce poi la sua interpretazione della legge sul sabato: un uomo impiega tutto lo sforzo necessario per salvare suo figlio o il bue caduto in un pozzo. Non solo l’amore supera le prescrizioni cultuali, ma il sabato è fatto per l’uomo, per il suo bene. I commensali possono solo tacere.
Sebbene, per dire tutta la sua fedeltà alla Legge del popolo di Israele, a cui lui stesso appartiene, Gesù proclami che “neppure uno iota della legge passerà” (Mt 5,18), ne critica ogni atto oppressivo. La legge non può diventare un elemento di dominio, un mezzo per produrre la schiavitù o la morte di un uomo. Egli desidera superare la rappresentazione di una legge che va contro la vita e alimenta oppressione, aggressività e violenza, per aprire le persone che incontra a un’altra legge: quella dell’amore, della tenerezza e del perdono, che è la sola alternativa possibile.
Lo sguardo di Gesù parte dal cuore, è lo stesso che aveva avuto per quella donna senza nome entrata nella casa di Simone. Anche là si era a una tavola: Simone e i suoi commensali erano ebrei praticanti e fedeli, persone non cattive, ma con un cuore di pietra, privo di quella tenerezza che non si apprende dalla legge, né alcuna legge “pura” può donare; persone che non erano aperte all’avvento del Messia, cieche nei confronti della presenza del Regno. La donna al contrario aveva riconosciuto la mancanza e il peccato iscritti nella sua storia. Ed era stato proprio il riconoscimento di questa sua condizione di miseria a diventare spazio per l’incontro con Gesù.
Le radici dell’occhio sono nel cuore perché soltanto l’amore è capace di vedere. C’è dunque nel vedere una decisione: voglio violentare l’essere che vedo oppure servirlo? Qui si gioca la nostra umanità: il nostro vedere o essere ciechi.

 

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